Le donne dei Cesari

Part 7

Chapter 73,569 wordsPublic domain

Caligola era pazzo, senza dubbio; ma la sua pazzia sarebbe sembrata meno caotica e incomprensibile, un filo e un senso si sarebbero trovati pur negli eccessi e nei vaneggiamenti del suo spirito turbato se si fosse capito che, se non tutte, molte delle sue pazzie più famose sono mosse e inspirate dall’idea monarchica ed egiziana. Nella pazzia di Caligola, come nella storia di Antonio o nella tragedia di Tiberio, si ritrova ancora e sempre il conflitto ideale tra l’Italia e l’Oriente, tra Roma e Alessandria, che è la chiave di tutta la storia dell’ultimo secolo della repubblica e del primo secolo dell’impero. Noi vediamo infatti il nuovo imperatore, appena eletto, introdurre Iside tra i culti ufficiali dello stato romano e assegnarle nel calendario una festa pubblica; proteggere insomma quei culti egiziani, così fieramente combattuti da Tiberio, il «vecchio romano». Noi lo vediamo proibire le feste commemorative della battaglia di Azio, che si celebravano da un secolo ogni anno: idea che lì per lì può sembrare strana e insensata. Eppure neppur questa idea deve considerarsi come un puro capriccio; perchè voleva dire la riabilitazione ufficiale di Marco Antonio, del bisnonno che aveva tentato spostare il governo dell’impero da Roma ad Alessandria; un mezzo di dire che Roma non doveva più vantarsi di avere umiliato Alessandria con le armi, poichè d’ora innanzi avrebbe preso, in ogni cosa, Alessandria come modello.

Inspirandosi pure a esempi egiziani, cercò di circondare di un rispetto quasi religioso, simile a quello in cui si era avvolta la dinastia dei Tolomei, tutta la famiglia sua: quella che Tiberio, il repubblicano di vecchio stampo, aveva lasciato perseguitare e infamare con i processi, decimare con i suicidi obbligatori dalle invidie dell’aristocrazia, che non voleva perdonarle la sua troppo grande fortuna. Non solo Caligola si affrettò a raccogliere le ossa della madre Agrippina e del fratello, per riportarle a Roma e riporle piamente nel sepolcro di Augusto; ma proibì che si nominasse tra i suoi antenati il grande Agrippa, il costruttore del Pantheon, perchè l’origine troppo oscura di lui macchiava la purezza semidivina della razza; fece attribuire alla nonna Antonia, la figlia di Marco Antonio, e la fedele amica di Tiberio, il titolo di Augusta e tutti i privilegi delle Vestali; fece attribuire questi stessi privilegi alle tre sorelle Agrippina, Drusilla e Livilla; fece loro assegnare nei giuochi del circo un posto eguale al suo: volle infine che i loro nomi fossero compresi nei voti che ogni anno i magistrati e i pontefici esprimevano per la prosperità del principe e del popolo; e che nei giuramenti per la conservazione del suo potere si includesse anche un giuramento per la loro felicità! Dalle persecuzioni e dalle umiliazioni che la famiglia imperiale aveva subite sotto Tiberio, le sorelle dell’imperatore passavano agli onori e privilegi divini: novità contraria allo spirito e alle tradizioni repubblicane, ma ispirata dagli esempi e dai principî delle monarchie orientali; trapasso un po’ troppo brusco, che è prova di temperamento violento e poco riflessivo in chi lo volle e lo impose. Tuttavia lì per lì non ci fu nè scandalo nè protesta: come nessuno si dolse che nel palazzo imperiale, così semplice, severo, triste sotto Tiberio, irrompessero in gioiose turbe i piaceri, il lusso, le feste e tutti gli artigiani della voluttà: i mimi, i cantori, gli attori, i ballerini, i cuochi, i fantini. Il governo avaro e triste di Tiberio aveva stancato tutti. Caligola fu popolare nei primi mesi.

E se, anche prendendo la mossa da idee e costumi egiziani, si fosse contentato di mettere la sua famiglia, e le sue donne, al riparo di un rispetto che le proteggesse contro le infami accuse e gli iniqui processi, avrebbe potuto far cosa giusta, buona e utile alla repubblica. Era assurda infatti, e pericolosa, quella contraddizione per cui, durante il governo di Tiberio, l’imperatore era stato insignito di straordinari poteri e fatto oggetto di un rispetto quasi religioso; la famiglia poi — e particolarmente le donne — erano state messe fuori della legge e bersagliate con mille insidie. Ma il lunatico Caligola non era uomo da trattenere nei limiti della ragione neppure un proposito savio. Il potere, la popolarità, le lodi esaltando la sua natura bizzarra e incline agli eccessi, ben presto, a quanto pare, sul finire del 37, venne in un’idea, che a Roma sembrò una orribile empietà. Sua moglie morta, poco dopo la sua assunzione all’impero, e dovendo rimaritarsi, annunciò che sposerebbe sua sorella Drusilla. Gli storici hanno rappresentato questo proposito come il delirio perverso di una sfrenata sensualità; e certo pazzia era e una grossa pazzia; ma una pazzia politica forse, più che un mostruoso traviamento dei sensi; perchè tentava di portare in Roma i matrimoni dinastici tra fratelli e sorelle, che erano stati costante tradizione dei Tolomei e dei Faraoni in Egitto. Certo a noi, educati secondo le dottrine severe ed austere del cristianesimo che ereditò in questa materia, purificandole e facendole più rigorose, il fiore delle idee greco-latine, questi incesti sacri paiono una orribile aberrazione. Pure per secoli in Egitto, nella più antica delle civiltà mediterranee, erano stati il privilegio sovrano che avvicinava agli Dei la dinastia, conservandone la purezza celestiale del sangue; e forse il costume, durato in Egitto sino alla caduta dei Tolomei, era l’avanzo di antichissimi tempi, e di più vasta diffusione, perchè se ne trova traccia anche nella mitologia greca. Giove e Giunone, la coppia augusta dell’Olimpo, sono fratello e sorella. Ristretto forse a poco a poco dall’espandersi della civiltà greca, il costume fu definitivamente sradicato nel bacino mediterraneo da Roma, quando distrusse il regno dei Tolomei.

[Illustrazione: BRITANNICO]

Ed ecco il lunatico Caligola vuole a un tratto trapiantare l’incesto sacro con tutto l’apparato religioso della monarchia egiziana, facendo della più illustre e potente famiglia dell’aristocrazia romana una famiglia addirittura divina, i cui membri dovevano sposarsi tra loro, per non turbare la celeste purezza del sangue! La stravagante idea era già matura nel suo capo e la sposa già scelta tra le tre sorelle nella persona di Drusilla, alla fine del 37: come lo prova il testamento che egli fece, sul finire dell’anno, in occasione di una malattia, e con il quale lasciava non solo i suoi beni, ma anche l’impero a Drusilla, come se l’impero fosse suo. Ma appena l’idea fu nota, la concordia e la pace, ristabilite per un momento nella travagliata famiglia imperiale con l’avvento di Caligola, dileguarono di nuovo. La nonna e le sorelle di Caligola erano romane, romanamente educate, e questa esotica pazzia non poteva ispirar loro che un invincibile orrore. Fu uno scompiglio. Le disgraziate figlie di Germanico erano dunque scampate dalle persecuzioni di Seiano e del suo partito, per cadere in balìa dei capricci incestuosi del fratello? Nel 38 già Caligola è in rotta con la nonna, che l’anno prima egli aveva fatto proclamare Augusta, e tra il 38 e il 39 le catastrofi si succedono nella famiglia, con una rapidità paurosa. Drusilla che, come dice Svetonio, egli trattava già come una sposa, muore ad un tratto, giovanissima ancora, non sappiamo di qual malattia, forse per lo spavento — non è temerario il supporlo — della folle avventura, in cui la voleva trascinare il fratello sposandola. Caligola fece subito di lei una Dea a cui si dovevano tributare gli onori in tutte le città, le eresse un tempio, costituì un corpo di venti sacerdoti, uomini e donne, decretò che il suo natalizio fosse giorno di festa; volle che la statua di Venere sul Foro le rassomigliasse. Ma a mano a mano che si infervorava in questa adorazione della sorella morta Caligola veniva in più aspra discordia con le sorelle vive. Giulia Livilla è esiliata nel 38; Agrippina, la moglie di Domizio Enobardo, nel 39; a quanto si dice, perchè avevano congiurato contro l’imperatore; e intorno a questo tempo la veneranda Antonia muore, costretta — si vociferò — da Caligola a suicidarsi. Quel che ci sia di vero in queste dicerie, è impossibile dire; ma quel che si può affermare con sicurezza è che nessuno poteva più vivere nel palazzo imperiale, con questo pazzo che scambiava Roma per Alessandria e voleva sposare una sorella. Anche Tiberio, il figlio di Druso, il coerede di Caligola, è inghiottito in questo tempo da un oscuro processo e sparisce.

Caligola restò solo a Roma, a rappresentar nel palazzo imperiale la famiglia che per ironia si doveva considerare come la più fortunata dell’impero. Di tre generazioni, a cui la sorte pareva aver largiti tutti i beni della vita, non sopravviveva che Claudio, il vecchio balordo, lo zimbello dei servi e dei liberti, che nessuno molestava perchè tutti potevano prendersi beffe di lui. Un pazzo e un imbecille: ecco i superstiti della famiglia di Augusto, settanta anni dopo la battaglia di Azio! Solo, non potendo più innalzare una sorella agli onori dell’Olimpo monarchico, Caligola fu costretto a cercar moglie nelle famiglie dell’aristocrazia: ma pare che neppur lì ci fosse abbondanza di donne, atte a far compagnia a un Dio così capriccioso. In tre anni ne sposò e ripudiò tre: Livia Orestilla la prima, Lollia Paulina, la seconda; Milonia Cesonia, la terza: figure senza rilievo, ombre e parvenze di imperatrici, nessuna delle quali ebbe nemmeno il tempo di occupare l’altissimo posto. Invano il popolo aspettò che comparisse nel palazzo imperiale la degna continuatrice di Livia: Caligola, come tutti i pazzi, era un solitario, non poteva vivere con altri esseri umani, si abbandonava solo ai suoi vaneggiamenti, sempre più strani e violenti. Ormai voleva addirittura imporre il culto della sua persona a tutto l’impero, senza badare a tradizioni e superstizioni locali; facendo violenza al sentimento dell’Italia, che detestava questo culto di un vivo come un’adulazione orientale, non meno che alla devozione degli Ebrei, inorriditi dall’idolatria. In tutte le parti dell’impero nacquero difficoltà, disgusti, sommosse; le stravaganze, le pazze spese, i disordinati piaceri, le crudeltà di Caligola acrebbero il malcontento ed il disgusto. Se anche Caligola è stato dipinto con il nerofumo e le sue crudeltà e violenze esagerate dagli scrittori antichi, è certo però che il suo governo, negli ultimi due anni, degenerò in una tirannide spensierata, spendereccia, violenta e crudele. Un giorno Roma si accorse che la famiglia, a cui la repubblica e l’impero si appoggiavano come ad una colonna, stava per spegnersi; che nel palazzo imperiale, vuoto di donne, vuoto di giovani, vuoto di speranze, vaneggiava, ultimo superstite, un pazzo di 31 anni, il quale mutava moglie ogni sei mesi, profondeva follemente il denaro e il sangue dei sudditi, e non pensava che a farsi adorare come un Dio in carne ed ossa da tutto l’impero. Nel palazzo stesso una congiura fu ordita, e Caligola ucciso.

II.

All’annunzio il Senato restò perplesso. Che fare? La maggioranza pendeva a restaurare l’antico governo repubblicano, abolendo la autorità imperiale, e restituendo al Senato il timone della repubblica, che a poco a poco era passato nelle mani dell’imperatore. Ma molti temevano che questo ritorno all’antico non fosse nè facile nè senza pericoli. Riuscirebbe il Senato, così neghittoso, così discorde, così scadente a governare l’immenso impero? Rispetterebbero le legioni la sua autorità? Qui stava il tutto; e il punto era dubbio. Ma non era neppur molto più facile trovare un imperatore, se ormai un imperatore era, come molti temevano, necessario. Della famiglia di Augusto sopravviveva solo Claudio: troppo sciocco e ridicolo, perchè si potesse pensare a farne il capo dell’impero. Pare che qualche senatore eminente avanzasse la propria candidatura: ma se l’autorità dei membri della famiglia di Augusto era così incerta, così discussa, così minata, sotto sotto, che potrebbe e farebbe un imperatore nuovo, sconosciuto alle legioni e alle provincie, non sostenuto dalla gloria degli antenati? Mentre il Senato si dibatteva in queste perplessità, i pretoriani scovarono in un angolo del palazzo imperiale Claudio, che si era appiattato, per paura si volesse uccidere anche lui. Riconoscendo in lui il fratello di Germanico, il figlio di Druso, dell’eroe venerato negli accampamenti, i pretoriani lo acclamarono imperatore. Un atto di volontà soverchia facilmente mille scrupoli e incertezze: il Senato cedette alle legioni, riconobbe imperatore Claudio l’imbecille.

Ma Claudio un imbecille non era, sebbene sembrasse ai più. Era invece un uomo riuscito a mezzo, nel quale l’intelligenza si era sviluppata molto, ma il carattere era rimasto fanciullo, paurosissimo, capriccioso, impulsivo, sventato. Amava gli studi, la storia, le lettere, l’archeologia (Tito Livio era stato suo maestro); era più che colto addirittura erudito; e parlava e scriveva bene: ma Augusto aveva dovuto rinunciare a farne un magistrato e un senatore, perchè non era riuscito ad acquistare non solo quella fermezza e volontà, ma neppure quella dignità apparente, dei modi e del contegno, ch’è necessaria per governare gli uomini. Paurosissimo, credulo, suggestionabile e insieme ostinato, ghiotto e sensuale, questo erudito fanciullone, era diventato nel palazzo imperiale una specie di zimbello di tutti, massime dei suoi schiavi, che, conoscendone i difetti e le debolezze, facevano di lui ciò che volevano. L’intelligenza per governare non gli faceva difetto, ma gli mancava totalmente la tempra: era intelligente e pareva stupido; sapeva considerare le grandi questioni della politica, della guerra, della finanza con larghezza di vedute, con spirito originale ed acuto, ma non riusciva a farsi prender sul serio dalle persone che lo circondavano, e a farsi obbedire dalla moglie e dai liberti; aveva ingegno quanto bastava per governare l’impero così bene come Augusto e Tiberio, ma perdeva la testa alla prima favola di congiura che un suo familiare, fingendosi sgomento, gli raccontasse.

[Illustrazione: NERONE]

Un uomo siffatto doveva riuscire un imperatore ben singolare: grande e ridicolo nello stesso tempo. Egli fece leggi importanti, opere pubbliche gigantesche, conquiste di grande momento, (la Britannia per esempio); ma fu un marito così debole e imbecille, che con le debolezze coniugali sciupò le belle e saggie opere del governo, massime nei primi anni del suo governo, ossia sinchè visse con Valeria Messalina. Bisogna riconoscere che non era stato fortunato perchè la sorte gli aveva data una donna che, non ostante i suoi illustri natali — apparteneva ad una delle più grandi famiglie di Roma, imparentata con la famiglia di Augusto — non era proprio fatta per lui. Il nome di Messalina suona in tutto il mondo sfrenata lascivia: esagerazione, come al solito, dell’odio, che non diede tregua alla famiglia di Augusto, sinchè uno dei suoi visse; perchè delle infamie che si attribuiscono a lei, molte sono favole manifeste, raccontate con compiacenza da Tacito e da Svetonio e facilmente credute dai posteri. Certo è invece che Messalina era una donna bella, capricciosa, leggera, prepotente, spensierata, sfarzosa, avidissima di denaro, e prodiga, che non si era mai fatto scrupolo di abusare della debolezza del marito; una donna, insomma, poco virtuosa e seria, ma non un mostro. Donne tagliate di questa stoffa, tutte le epoche e tutte le condizioni ne hanno conosciute; e a nessuno è venuto mai in mente di definirle dei mostri, essendo di solito considerate da tutti come una varietà molto piacevole anche se un po’ pericolosa, del sesso femminile, che ha bisogno, per vivere senza far troppo male, di un uomo che la domini con saggezza e fermezza. Mancando questa mano vigorosa, Messalina non era donna da capire che se aveva potuto abusare impunemente della sua debolezza, sinchè Claudio era stato il più oscuro tra i membri della famiglia imperiale, pericolosissimo sarebbe continuare ad abusarne, dopo che era diventato il capo dell’impero; anzi, ne abusò più di prima e da questo errore nacquero tutti i guai. Incominciò, scatenando una nuova discordia nella famiglia imperiale. Claudio aveva richiamato a Roma le due nipoti vittime dei capricci egiziani di Caligola, Agrippina e Giulia Livilla: ma queste, se non ritrovarono più a Roma per perseguitarle il fratello, ci trovarono la zia; e non guadagnarono molto al cambio. Messalina si adombrò dell’influenza che le due sorelle acquistavano sull’animo del debole zio, e non andò molto che Giulia Livilla fu accusata in forza della _lex adulteriis_ ed esiliata con Seneca, il famoso filosofo che si volle, a torto o a ragione, far passare per suo amante. Agrippina — ed è questa una prima prova che era, come sua madre, una donna virtuosa — non potè essere ferita con queste armi e restò a Roma; ma dovè star all’erta ed esser prudente; tanto più che rimasta vedova, non poteva contare nemmeno sulla protezione del marito. Se Agrippina potè restare a Roma fu isolata, ridotta all’impotenza: Messalina sola, d’accordo con quattro o cinque liberti senza scrupoli, circuì Claudio; e governò con loro. Governo di incredibili dilapidazioni e ruberie! Se tra questi liberti c’erano uomini, come Narciso e Pallante, intelligenti e avveduti, i quali non si contentavano di rubare molto denaro, ma aiutavano Claudio a ben governare l’impero, Messalina non pensava che a far denaro per profonderlo in lusso e in piaceri. Si vide così la moglie del _princeps_ vendere la sua intercessione ai sovrani alleati e vassalli, ai ricchi personaggi dell’impero che desideravano ottenere qualche favore dall’autorità imperiale; intendersi con gli accollatari delle opere pubbliche; immischiarsi nei conti dello Stato, ogni qualvolta ci fosse occasione di far denaro; e con il denaro così lucrato sfregiare ogni giorno la _lex sumptuaria_, e fare scempio delle virtù muliebri in una vita di disordinati piaceri. Claudio o ignorava o sopportava.

Mormorava invece il pubblico. Se coloro che approfittavano delle sue dissipazioni, ammiravano molto Messalina, il popolo incominciò presto a protestare. Fedele ancora alla tradizione, Roma e l’Italia volevano accanto all’imperatore una seconda Livia, un esempio di tutte le più belle virtù della antica matrona; non una Baccante, che avrebbe dovuto essere condannata all’esilio come tante altre donne di Roma infedeli ai loro mariti; che disonorava e faceva ridicola con l’impunità l’autorità imperiale. La moltitudine venerava nell’imperatore un magistrato quasi sacro, incaricato di mantenere con le leggi e con l’esempio la purezza delle famiglie, la fede dei matrimoni, la semplicità dei costumi: ed ecco tutte le dissipazioni, corruzioni, e perversioni della donna che vuol vivere solo per il suo piacere, per godere e far godere della sua bellezza, erano insediate a scandalo delle persone dabbene nel palazzo dell’imperatore accanto a lui, nella persona dell’imperatrice! Un imperatore che fosse un marito debole, era uno scandalo, perchè il buon senso popolare non ammetteva che potesse governare un impero chi non sapeva comandare a una donna.

Fu ben presto opinione di tutte le persone sensate che Messalina al posto di Livia, sul Palatino, e un marito così debole erano un pericolo pubblico. Ma non sarebbe stato neppure cosa facile, anche se l’imperatore l’avesse voluto, colpirne la sposa come rea di infedeltà o di disobbedienza ad una delle grandi leggi di Augusto; perchè se Caligola, che era pazzo, aveva potuto fare tre divorzi, un imperatore più savio doveva pensarci bene, prima di render pubblici gli scandali e le vergogne della famiglia, in cospetto di quella aristocrazia così pronta alle calunnie e al sospetto. Ma la difficoltà era addirittura invincibile, quando l’imperatore non vedeva o non voleva vedere le colpe della moglie. Chi oserebbe accusarla in sua vece?

Governato con intelligenza ma disordinatamente e tra infinite contradizioni, oscillazioni e debolezze lo Stato si rafforzava in parte e in parte si dissolveva; la prepotenza e le ruberie dei liberti esasperavano il pubblico; Messalina per quel che faceva e per quel che se ne raccontava, era uno scandalo pubblico, tanto più insopportabile perchè senza rimedio. Roma si accorgeva per la prima volta che una imperatrice era invulnerabile; e che una volta insediata al Palatino, guai se era una Messalina invece che una Livia: mezzo di protestare contro i suoi abusi di potere non c’era, se l’imperatore non voleva intervenire. Esasperato, il pubblico sfogò su Claudio anche le sue collere per i disordini di Messalina; alla sua debolezza fu apposto anche il malcostume della moglie; e intrighi, attentati, congiure, piani di guerra civile furono a Roma, come dice Svetonio, cose di tutti i giorni. La debolezza dell’imperatore diffondeva in tutto lo Stato l’insicurezza e il dubbio; tutti si domandavano ogni mattina quanto durerebbe questo governo, se una congiura di pochi o una rivolta di legioni non lo travolgerebbe prima di sera; il sospetto, la diffidenza, la paura erano in tutti gli animi; e molti pensavano che, poichè Claudio non era buono a liberare l’impero di Messalina, occorreva liberar l’impero di Claudio.

Per sei anni Messalina fu la grande debolezza di un governo, che pure aveva meriti insigni e faceva grandi cose. Claudio, che fu certo l’imperatore più minacciato di tutta la famiglia di Augusto, visse in continuo pericolo per cagione della moglie. Ma le cose non potevano restar così sospese e in bilico a lungo; e precipitarono infatti in uno scandalo che, così come è stato raccontato da Svetonio e da Tacito, sarebbe davvero il più mostruoso disordine, in cui possa infuriare una imaginazione di donna pervertita dalla potenza. Narrano questi scrittori che Messalina, non sapendo più che stravaganza nuova inventare, un bel giorno avrebbe pensato di sposar Silio, un giovane da lei molto amato, che apparteneva ad una grande famiglia e che era console designato; e lo avrebbe difatti sposato con i più solenni riti religiosi, a Roma, mentre Claudio era ad Ostia, per lo scellerato piacere di imbrattare pubblicamente di bigamia i sacri riti nuziali. Ma è ciò credibile, almeno se non si ammette che Messalina era subitamente impazzita? A che pro’, per qual scopo commettere un tanto sacrilegio, che offendeva il sentimento popolare nelle sue fibre più sensibili? Dissoluta, crudele, avida Messalina, certo era; ma pazza no. E se si vuol ammettere che essa fosse impazzita, è da credere che fossero impazziti tutti coloro che le prestarono mano? Supporre che avessero agito per paura, è difficile: la moglie del _princeps_ non aveva nessun potere, con cui costringere dei personaggi cospicui a commettere in pubblico un sacrilegio.