Part 2
I principî che regolavano il matrimonio romano, possono dunque sembrare a noi contrari alla natura umana, ma sono invece i principî a cui hanno ricorso tutti i popoli che non vollero affidare alla passione, mobile come il mare, il compito di fondare le famiglie, in tempi in cui la famiglia era un organo del consorzio sociale ben più importante che oggi non sia, perchè assommava in sè molti compiti — educazione, industria, governo — oggi divisi tra altri istituti. Senonchè neppure la ragione è perfetta: anch’essa ha le sue debolezze, come la passione: e quella Ragion di Stato pronuba, a cui le donne dovevano sacrificare così gli appetiti del senso come gli slanci del cuore, era anch’essa piena di pericoli e di inconvenienti, che conviene conoscere, se si vuol capire la tragica storia delle donne dei Cesari. Il primo inconveniente era la precocità dei matrimoni, poichè tra i 18 e i 20 anni i maschi, tra i 13 e i 15 le femmine erano quasi sempre sposati. L’inconveniente è insito nella natura stessa dei matrimoni combinati dai genitori per autorità; perchè troppo difficile sarebbe imporre ai figli la volontà dei vecchi, in cosa in cui le passioni così facilmente si accendono, se si aspettasse l’età in cui le passioni sono più ardenti e la volontà già abbastanza vigorosa. Appena usciti di fanciullezza, l’uomo e la donna sono più docili. Ma quanti pericoli in questi matrimoni precoci, in una società in cui la donna maritata acquistava una libertà considerevole, poteva praticare gli uomini, frequentare i teatri e i ritrovi pubblici, affrontare tutte le tentazioni, le seduzioni e le illusioni della vita!
Altro e non meno grave inconveniente era la facilità dei divorzi. Il matrimonio essendo per la nobiltà romana un matrimonio politico, i Romani non potevano ammettere che fosse indissolubile, e riserbarono all’uomo il diritto di scioglierlo a piacere, anche quando la moglie fosse innocente di qualsiasi rimprovero, solo perchè quel matrimonio non conveniva più ai suoi interessi politici, e con mezzi spicciativi, senza formalità; una semplice lettera! Nè basta ancora: temendo che nei giovani l’amore potesse più che la ragione, la legge accordava al padre il diritto di intimare il divorzio alla nuora, in luogo e nome del figlio; cosicchè il padre poteva fare e disfare i matrimoni dei figli suoi, come più credeva utile o conveniente, oltrepassando, senza guardarla, la loro volontà. La donna, quindi, se nella casa era eguale all’uomo e oggetto di un alto rispetto, non era però mai sicura dell’avvenire; nè l’affetto del marito, nè la virtù, nè la ricchezza, nè il lustro del nome l’assicuravano che essa finirebbe i suoi giorni nella casa in cui era entrata giovinetta e sposa novella, poichè da un giorno all’altro, la fatale politica poteva, non dirò scacciarla, ma invitarla gentilmente ad uscire dalla casa dove erano nati i suoi figli. Una lettera bastava a rompere un matrimonio! Cosicchè massime nella età di Cesare che fu instabile quanto mai, non si contavano più le signore dell’aristocrazia che avevano mutato tre o quattro mariti, e non per leggerezza o capriccio, ma perchè i loro padri, i loro fratelli, qualche volta perfino i loro figli le avevano a certi momenti pregate, supplicate o costrette a contrarre certi matrimoni, che dovevano servire alle loro mire di parte!
Ma è facile intendere come questa precarietà scoraggiasse le virtù, che sono il fondamento della famiglia, incoraggiasse invece la leggerezza, la dissipazione, l’infedeltà. Cosicchè la libertà concessa dai Romani alla donna doveva essere molto più pericolosa, che non sia oggi la libertà, pur maggiore, di cui godono le donne della nostra civiltà, perchè essa non aveva i freni e i contrappesi che la libertà ha nel nostro mondo; la libera scelta, l’età più matura dei matrimoni, l’indissolubilità del matrimonio o le molte e diverse condizioni poste al divorzio. Era insomma nella famiglia romana una contradizione, che bisogna ben capire, se si vuole intendere la storia delle grandi signore dell’età imperiale. Roma voleva che la donna fosse nel matrimonio il docile strumento degli interessi della famiglia e dello Stato; ma non voleva poi sottometterla al dispotismo del costume, della legge e della volontà dell’uomo, come hanno fatto tutti gli altri Stati, che esigettero dalla donna una abnegazione totale; accordò invece alla donna, se non tutta, molta parte di quella libertà, che hanno potuto con poco pericolo concedere le civiltà, in cui la donna vive non soltanto per la famiglia, per lo Stato, per la specie, ma un po’ anche per sè... Roma insomma non volle trattare la donna come la trattava il mondo greco ed asiatico, ma non per questo rinunziò ad esigere da lei la stessa totale abnegazione per il bene pubblico, l’oblio intero delle sue aspirazioni e delle sue passioni a pro dell’interesse comune.
Questa contradizione ci spiega quel profondo, tenace, secolare puritanismo dell’alta società romana, che è la chiave di tutta la storia della repubblica, senza il quale non si capisce nulla. Il puritanismo doveva appunto conciliare quella contradizione. Come il mondo orientale, segregandola nella casa e nell’ignoranza, spaventandola con minaccie e castighi, così Roma cercò di imporre l’abnegazione inculcandole con l’educazione, con la religione e con l’opinione, l’idea che la donna doveva essere pia, casta, fedele, semplice, dedita al marito e ai figli; che il lusso, la prodigalità, la dissolutezza erano orribili vizî, la cui infamia degradava irreparabilmente quel che di meglio e più puro è nella donna. Che cosa è il puritanismo, se non l’orrore invincibile di certi vizi e piaceri che non possono essere perseguitati con troppe severe sanzioni penali, educato con uno sforzo perseverante di suggestione? In Roma era il freno e il contrappeso della libertà della donna, che doveva impedire gli abusi più facili di questa libertà, e particolarmente la prodigalità e la dissolutezza.
Il puritanismo romano era dunque una cosa seria, grave e terribile; così grave e terribile, che potè essere come la scena storica, su cui si svolse l’atroce tragedia che dovremo raccontare. Era una prima ed aspra medicina di un male, che ha travagliato tutte le civiltà: l’insolubile difficoltà della donna e della sua libertà. Difficoltà più grave, più difficile, più complessa che non credano i femministi, uomini e donne, oggi pullulanti dalla anarchia morale e dalla immensa prosperità materiale dei tempi moderni. Difficoltà, che sta precipuamente in questo: che se è opera crudele, difficile, iniqua, privar la donna di libertà, sottoporla ad un regime tirannico per costringerla a vivere per la specie e non per sè, la donna poi, quando le si lasci la libertà di vivere per sè sola, di soddisfare le sue passioni, facilmente ne abusa più che l’uomo e con maggior danno universale dell’uomo dimentica i suoi doveri verso la specie. E ne abusa più facilmente per due ragioni: perchè essa ha un potere sull’uomo molto maggiore che l’uomo non abbia su lei: e perchè nelle classi ricche è più libera da molte responsabilità che legano e quindi frenano l’uomo. Per quanto grande sia la libertà di cui gode l’uomo, e grande il suo egoismo, l’uomo è sempre costretto, in una certa misura, a frenare i suoi istinti egoistici, dalla necessità di conservare, ingrandire, difendere contro i rivali i beni, il rango, la potenza, il nome, la gloria. La donna invece, se è liberata dai doveri familiari, se ottiene licenza di vivere per il suo piacere e per la sua bellezza, se l’opinione che le vieta sotto pena di infamia la dissolutezza, si indebolisce, e la dissolutezza invece che infamia le procura gloria, ricchezze, omaggi; quale freno potrà trattenere in lei gli appetiti ciechi e le crudeltà dell’egoismo che sono latenti in ogni anima umana?
Questa è la ragione per cui la donna, come nei tempi di forte disciplina è la più tenace tra le forze coesive di una nazione, è invece, nei tempi di anarchia e di disordine, la più attiva forza dissolvitrice con il lusso rovinoso, la dissolutezza, la sterilità voluta. Trovare un equilibrio tra la naturale aspirazione alla libertà che non è altro poi che il bisogno della felicità personale, vivo e profondo nel cuore della donna come nel cuore degli uomini, e la suprema necessità di una disciplina senza la quale la specie, lo Stato, le famiglie pericolano quando non periscono addirittura, è uno dei maggiori impegni di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Anche questo impegno, nella esaltazione della ricchezza e della potenza, è considerato dallo spirito moderno con la frivolezza e il dilettantismo che guasta e confonde oggi tutti i grandi problemi dell’estetica, della filosofia, della politica, della morale. Noi viviamo in mezzo a quelli, che si potrebbero chiamare i Saturnali della storia del mondo, nel cui clamore non sentiamo più il tragico della vita. Questa breve storia delle donne dei Cesari risusciterà sotto gli occhi dei moderni una di quelle tragedie, in mezzo alle cui oscure minaccie i nostri antenati vivevano, temperando in quelle i loro animi.
II.
LIVIA.
I.
Nell’anno 38 a. C. il più giovane dei _triumviri reipublicae costituendae_, il collega di Marco Antonio e di Marco Emilio Lepido nella dittatura militare costituita dopo la morte di Cesare, Caio Giulio Cesare Ottaviano, chiedeva d’urgenza al collegio dei pontefici, che era la suprema autorità religiosa della repubblica, se una donna incinta potesse divorziare e risposarsi prima dello sgravo. Il collegio dei pontefici rispose che non poteva se la concezione era ancora dubbia; se invece sicura, non esserci impedimento. Dopo di che, in pochi giorni, il giovane triunviro — aveva allora 25 anni — ripudiava Scribonia, e sposava Livia, una giovane signora di 19 anni, la quale si trovava appunto in quelle condizioni intorno a cui la sapienza dei pontefici era stata interrogata e che per sposarlo aveva fatto divorzio da Tiberio Claudio Nerone. Sebbene i grandi di Roma fossero spicciativi in queste faccende, i due divorzi e il nuovo matrimonio furono fatti anche più presto del solito: Tiberio Claudio Nerone non soltanto cedè graziosamente la giovane e bellissima moglie, ma le assegnò pure, per il nuovo matrimonio, una dote, come fosse il padre, e assistè al festino nuziale; Livia passò subito nella casa del nuovo marito, dove tre mesi dopo diede alla luce un figlio, che fu chiamato Druso Claudio Nerone e che Ottaviano fece portare nella casa del primo marito, come cosa che non gli apparteneva.
[Illustrazione: LIVIA]
Somiglianti costumi saprebbero per noi di promiscuità e di lenocinio. Invece a Roma nessuno si sarebbe stupito di quei divorzi e di quelle nozze, perchè tutti erano avvezzi a veder fatti e disfatti in quel modo i matrimoni dei grandi personaggi, se non fosse stata quella straordinaria fretta, per cui non si volle o non si potè aspettare che Livia avesse dato alla luce il figlio del primo marito e fu necessario scomodare il collegio dei pontefici per ottenere un consentimento piuttosto sofistico. Per qual ragione queste nozze furono celebrate a precipizio e, a quel che sembra, di comune accordo tra tutti? Perchè tutti, non Livia o Ottaviano soltanto, ma anche Tiberio Claudio Nerone, sembrano così impazienti che ogni cosa sia presto conchiusa? La leggenda, quasi in ogni suo punto ostile, che da venti secoli perseguita la famiglia di Augusto ha descritto questo matrimonio come una prepotenza, e poco meno che un ratto del dissoluto e perverso triunviro. Storici meno malevoli tra i quali chi scrive, nella sua _Grandezza e Decadenza di Roma_, supposero in questa fretta una esplosione d’amore per la bellissima Livia, che aveva travolto il giovane triunviro.
Ma una riflessione più lunga mi ha persuaso, che di questo famoso matrimonio c’è un’altra spiegazione, meno poetica forse ma più romana. Chi erano Livia e Ottaviano, l’uno rispetto all’altro, in quegli anni procellosi, in cui la gloriosa repubblica rantolava a terra semi strozzata dalla dittatura militare, che l’aveva rovesciata e agguantata alla gola? Livia non era soltanto una bellissima donna, come attestano i suoi ritratti, ma apparteneva a due delle più antiche e illustri famiglie della nobiltà romana, perchè suo padre, Marco Livio Druso Claudiano proscritto dai triunviri nel 43 e uccisosi dopo a Filippi, era nientemeno che un Claudio adottato da un Livio Druso. Discendente di Appio Cieco, il famoso censore e il personaggio storico forse più illustre della antica repubblica; nato in una famiglia in cui il nonno, il bisnonno, il trisnonno erano stati consoli, e un numero non minore di consoli e di censori vantavano i rami collaterali, e una sorella di suo nonno era stata moglie di Tiberio Gracco, e una cugina di suo padre aveva sposato Lucullo, il conquistatore dell’Asia, era entrato per adozione nella famiglia dei Livi Drusi, che contava otto consolati, due censure, tre trionfi, una dittatura. Apparteneva insomma per nascita e per adozione a due di quelle antiche famiglie aristocratiche, che il popolo non aveva cessato mai di venerare, anche in mezzo alle più tremende rivoluzioni, come semidivine e alla cui storia si intrecciava la storia tutta della repubblica. Nè meno nobile era il primo sposo di Livia, che con tanta premura l’aveva ceduta, perchè discendeva da un altro figlio di Appio Cieco. Livia era dunque una incarnazione muliebre della grande aristocrazia romana, della sua gloria e delle sue tradizioni.
Chi era invece Ottaviano? Un nobiluccio di fresca data. Suo nonno era un ricco usuraio di Velletri; e primo nella famiglia il padre, con le ricchezze dell’usuraio, era riuscito a insinuarsi clandestinamente nella nobiltà romana, sposando una sorella di Cesare, entrando nel senato, diventando pretore; ma era morto, ancora giovane. Ottaviano era dunque il discendente, diremo oggi, di ricchi borghesi nobilitati di recente; e per quanto, adottandolo nel testamento, Cesare gli avesse dato un antico nome patrizio, le sue modeste origini e il mestiere del nonno erano noti a tutti, in Roma. In uno stato in cui, pur dopo tante rivoluzioni, la nobiltà dell’antico lignaggio era ancora venerata dal popolo come il titolo più legittimo e meno controverso del potere, questa oscurità delle origini era un pericolo, massime per un dittatore che era un mediocre generale, che non aveva compiuto nessuna impresa di guerra gloriosa, e che non poteva vantare sino ad allora se non imbrogli, perfidie, violenze e rapine di guerre civili.
Considerando queste diversità noi possiamo spiegare come il futuro Augusto fosse così impaziente di sposare Livia nel 38 a. C. senza supporre che l’amore ne avesse fatta un’altra delle sue. I tempi erano procellosi; il giovane triunviro, che un capriccio inesplicabile della fortuna aveva fatto a 20 anni partecipe di una dittatura rivoluzionaria, era il più debole dei tre colleghi; per l’età, per la poca esperienza, per il nessun prestigio e infine per la oscurità delle origini. Antonio, che aveva fatte tante guerre, con Cesare e solo, che apparteneva ad una famiglia di antica e autentica nobiltà, che era molto più ammirato ed amato dai soldati, era molto più potente di lui. Sposando Livia, Ottaviano entrava, sia pur di sbieco e come un mezzo intruso nella vecchia aristocrazia, alla quale soltanto il popolo riconosceva per davvero il diritto di esercitare le somme cariche della repubblica; e quindi legittimava un po’ il suo straordinario potere, proprio come l’antico ufficiale corso, fatto imperatore di Francia, aveva cercato di legittimare la sua fortuna, sposando la figlia di un vero imperatore. E poichè una signora, che apparteneva a una di queste grandi famiglie, era disposta a sposarlo, non conveniva por tempo in mezzo: i tempi e la fortuna potevano mutare...
Ma se questi motivi possono avere indotto il futuro Augusto ad affrettare le nozze, come e per quali ragioni acconsentì Livia, in tempi tanto procellosi, quando la fortuna del futuro Augusto era ancora così incerta? Un passo di Velleio (2, 94) farebbe credere che chi immaginò e combinò questo matrimonio fu proprio... il primo marito di Livia. Velleio fu un amico, un confidente, quello che oggi si direbbe un ufficiale d’ordinanza di Tiberio. Egli può dunque aver appreso questo segreto di famiglia da Tiberio, il quale doveva aver saputo dalla madre come il famoso matrimonio era stato fatto. Perciò la testimonianza di Velleio è quanto mai autorevole. Poichè i grandi di Roma non solo non rifuggivano, ma credevano proprio dovere servirsi delle donne, nelle forme legali del matrimonio, per governare lo Stato, non è punto inverosimile che Tiberio Claudio Nerone, considerando che ormai la rivoluzione aveva vinto, pensasse che l’antica nobiltà doveva riconciliarsi con essa, e combinasse questo matrimonio per preparare la riconciliazione. Non più giovane, stanco, esautorato e disilluso dalle guerre civili, malaticcio (morì poco dopo), Nerone, che aveva conosciuto chi era Livia, pensò forse che una donna così bella e così intelligente non avrebbe servito a nulla nella sua casa, mentre sposa al più giovane, al più debole, al più influenzabile dei triunviri... Se Velleio è nel vero, Tiberio Claudio Nerone fu l’ignoto politico, che seppe usare a tempo un piccolo espediente fecondo di grandi effetti. Con Livia, che entrava nella casa di Ottaviano, la antica nobiltà romana gettava al collo del più giovane tra i capi della rivoluzione una delle catene più dolci e leggere di peso, più difficili da rompere o da scuotere: le braccia di una donna bella e intelligente.
II.
E Livia non fallì alle speranze dei suoi, poichè per più di mezzo secolo fu nella casa del suo nuovo marito il genio discreto e sempre vigile dell’antica Roma. Era difficile immaginare un più perfetto modello della donna di grande lignaggio quale i Romani la vagheggiavano da tanti secoli; che sapesse meglio comporre, nella mirabile armonia di una lunga esistenza, la contradizione tra la libertà concessa al suo sesso e l’abnegazione impostagli come un dovere. Equilibrata, serena, virtuosa, essa si acconciò senza difficoltà a tutti i sacrifici, che il rango e i tempi le imposero. Lasciò senza fare difficoltà il primo marito, sposò Ottaviano cinque anni dopo le proscrizioni, quando era ancora rosso del sangue dei suoi; rinunciò, sposandolo, ai due figli, a quello che le era già nato, il futuro imperatore Tiberio, e a quello che nacque dopo il matrimonio; li riprese con eguale serenità e li educò con la più materna premura, quando di lì a qualche anno Tiberio Claudio Nerone morì nominando Augusto tutore. Del secondo marito, che la ragione di Stato le aveva imposto, fu compagna fedelissima. La leggenda la imputò di venefici assurdi, di ambizioni fantastiche e di intrighi romanzeschi; ma neppure la leggenda pur così astiosa, osò mai accusarla di infedeltà e di dissolutezza. Non fu turbata, alterata o guasta dall’immenso potere, dall’immensa gloria, dall’immensa ricchezza del marito: nel palazzo di Augusto, ornato di perpetui lauri trionfali, a cui guardava tutto l’immenso impero dall’Eufrate al Reno; dove gli uomini più eminenti del Senato, in piccoli conciliaboli, trattavano i più grandi interessi del mondo, conservò le belle tradizioni di semplicità e di attività, che aveva imparate fanciulletta, nella casa paterna, splendente di gloria, ma non di ricchezze. Noi sappiamo — ce lo racconta Svetonio — che la casa costruita da Augusto sul Palatino, e in cui Livia passò la maggior parte della sua vita, era piccola e poco fastosa. Non un solo pezzo di marmo, nè mosaici preziosi; mobili così semplici, che nel secondo secolo dell’era volgare si mostravano ancora al pubblico, come curiosità; nessun lusso e sfarzo nei pranzi, a cui spesso Livia e Augusto invitavano i personaggi cospicui di Roma, i magistrati della ricostituita repubblica, i capi delle grandi famiglie: solo nelle solenni occasioni si servivano sei portate, di solito tre solamente. Augusto per quarant’anni dormì sempre nella stessa stanza; e non portò mai che toghe tessute da Livia: si intende non proprio e non soltanto dalle mani di Livia, che pure ogni tanto non sdegnava di sedersi al telaio, ma dalle sue schiave e liberte. Ligia alle tradizioni dell’aristocrazia, Livia dirigeva anche le officine di tessitura della sua casa; pensava di contribuire anche essa alla prosperità e alla grandezza dell’Impero, misurando con cura la lana alle schiave, sorvegliandole che non la rubassero o la sciupassero, comparendo ogni tanto in mezzo ad esse, mentre lavoravano.
[Illustrazione: CLEOPATRA]
Semplicità, fedeltà, laboriosità, dedizione intera della propria persona alla famiglia ed ai suoi interessi: queste virtù muliebri, coltivate per tradizione nelle grandi famiglie, rivissero tutte, tra la ammirazione dei contemporanei, in Livia. Ma con queste virtù rivisse anche l’interessamento per la politica, il desiderio e l’orgoglio di partecipare alle vicende e alle opere del marito, comuni a tutte le donne di qualche merito nelle grandi famiglie. Nessuno si meravigliò mai a Roma che Augusto ricorresse spesso a Livia per consiglio e non prendesse mai nessuna deliberazione grave, senza averla consultata; che essa attendesse nel tempo stesso a vestir suo marito e l’aiutasse a governare l’impero. Così avevano fatto tutte le matrone della nobiltà, sollecite della loro buona fama e della prosperità della loro famiglia. Livia anzi doveva tanto più inflessibilmente irrigidirsi nei sacri doveri della tradizione perchè i tempi non potevano non apparire minacciosamente pericolanti ad una donna allevata all’antica in una antica famiglia. Se le guerre civili avevano decimata l’aristocrazia di Roma, la pace ne minacciava gli avanzi con una nuova e più insidiosa rovina. Quando Livia toccava i quarant’anni, verso il 18 a. C. già la generazione nuova, quella che non aveva visto le guerre civili, perchè appena nata o ancora bambina quando queste finivano, entrava nella vita, avida di lusso, di dissipazione, di godimenti, di libertà e di tutte quelle novità che sotto sotto minavano la repubblica aristocratica, ricostituita con tanti sudori. Le donne ricominciavano a ribellarsi ai matrimoni per ragione di Stato; il celibato si diffondeva isterilendo le stirpi più celebri; troppi vizi e disordini erano tollerati nelle famiglie più illustri; l’aristocrazia così semplice e austera, nel buon tempo antico, si buttava al lusso, a mano a mano che l’Egitto conquistato conquistava Roma e che le antiche arti del lusso, fiorenti ad Alessandria sotto i Tolomei, si trapiantavano a Roma, sperando di ritrovare tra i nuovi dominatori i clienti perduti con la caduta del regno d’Egitto. Le donne si invaghivano delle nuove fogge orientali, chiedevano ai mariti stoffe di gran lusso e gioielli, prendevano in uggia l’antico emblema della donna, il telaio. Tra i giovani delle grandi famiglie troppi voltavano le spalle alla milizia, alle magistrature, alla giurisprudenza, ossia a tutti gli oneri e gli onori che erano stati l’ambito e duro privilegio della nobiltà, e chi preferiva la filosofia, chi soltanto occuparsi dei propri beni, chi vivere negli ozî voluttuosi di Roma e di Baia: onde il laticlavio era troppo spesso rifiutato e schivato da chi doveva fregiarsene; quasi tutti gli anni per le cariche più numerose, come la questura, c’eran più posti che candidati; e non era cosa facile neppure trovare nell’aristocrazia tutti gli ufficiali superiori, di cui le legioni avevano bisogno.