Le donne dei Cesari

Part 1

Chapter 13,541 wordsPublic domain

LE DONNE DEI CESARI

[Illustrazione: STATUA D’AUGUSTO]

GUGLIELMO FERRERO

LE DONNE DEI CESARI

EDIZIONI ATHENA 1925 MILANO — VIA VIGENTINA, 7-9

PROPRIETÀ LETTERARIA

_I diritti di riproduzione e di traduzioni sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._

COPYRIGHT BY G. FERRERO 1925

Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questa edizione che non porti il doppio timbro a secco della Società Italiana degli Autori.

Arti Grafiche G. MONFRINI — Milano — Via Vigentina, 33

PREFAZIONE.

_La storia antica è una storia mascolina, in cui solo rare figure di donne appariscono. C’è però un’eccezione: il secolo, che corre tra la morte di Cesare e la morte di Nerone; nel quale tra i grandi della terra che ressero nelle loro mani i destini dell’impero romano si contano anche alcune donne._

_Questa apparizione insolita di donne in una storia tanto mascolina ha fatto perdere un po’ la testa alla storiografia antica, la quale in loro presenza si è buttata a inventare favole con maggior sbrigliatezza del solito. Tacito, Svetonio e Dione Cassio ci hanno raccontato non la storia di quei tempi, ma un romanzo a tinte forti, che fu per lungo tempo, e giustamente, una miniera per drammaturghi e coreografi; ed ora è sfruttato con eguale fortuna dai maestri della nuova arte che si dice muta. Ma per quanto da molti secoli materia greggia per tutte le arti, questo romanzo è grossolano, inverosimile, incoerente. La verità è molto più romanzesca e tragica, che la leggenda raccontata dagli scrittori antichi._

_Ho riassunto qui, in un racconto succinto e rapido, i risultati delle ricerche fatte da me per rintracciare questa verità, senza indugiarmi in discussioni critiche. Il lettore, che si fida, arriverà alla meta — la verità — più speditamente e per una via quasi diritta. Il lettore, che non si fida, e che chiede sospettosamente allo storico moderno le malleverie da cui dispensa graziosamente gli storici antichi, farà il difficile se non l’incredulo. Come gli garba e poco male; perchè tanto, lui, alla meta non arriverà mai. Le menti ottuse dal filosofume o dal criticume moderno — due malattie diverse ma egualmente pericolose — non possono più intuire e sentire la verità di una storia; perchè non posseggono più il senso della verità storica; e quando questo senso è spento, nessuna argomentazione lo può supplire._

_Intenda dunque questo piccolo libro chi può. Esso porta una testimonianza nuova di una verità semplice, alla quale i nostri tempi recalcitrano, appunto perchè ne avrebbero bisogno. Oggi non c’è villano rifatto della politica e degli affari, che non creda di possedere il genio innato del comando e la potenza creatrice dell’ordine; l’autorità sembra essere diventata l’Eldorado dei rivoluzionari di professione; e la disciplina è l’alibi grossolano della più scatenata prepotenza. Questo libro dimostra invece che il fondare un principio nuovo di autorità è un’impresa erculea, in cui neppur una classe antica al comando e piena di gloria riesce, se non ha il coraggio e l’abnegazione di sacrificarsi totalmente. Quando il potere è una cosa seria, chi lo esercita ne è la prima vittima; quando chi lo esercita lo sfrutta e lo gode, il potere allora è un’impostura._

_La regola non falla mai. E questa storia delle donne dei Cesari è della regola una delle prove più tragiche._

G. F.

Firenze, 1 marzo 1925.

I.

LA DONNA IN ROMA ANTICA.

«Molte cose, reputate illecite e sconvenienti presso i Greci», scrive Cornelio Nepote, «sono permesse dal nostro costume. C’è forse un Romano, il quale si vergogni di condurre la moglie ad un convito fuori di casa? La padrona di casa non apparisce in tutte le famiglie, nelle stanze anteriori, dove sono ammessi gli estranei? In Grecia, no. La donna non accetta inviti fuori del parentado, e sta ritirata nella parte interna della casa, quella che è detta il Gineceo, dove solo gli stretti congiunti hanno adito».

Questo passo, uno dei più importanti della mediocre operetta, che tormenta ancor oggi le prime scuole di latino, è uno spiraglio, attraverso il quale noi possiamo guardar nell’interno della casa greca e della casa romana; e vedere in che differivano. Roma fu, tra le società antiche, quella in cui, nelle alte classi almeno, la donna godè maggior libertà e autonomia, e più si eguagliò all’uomo, come una compagna incaricata di uffici diversi, invece di essergli sottoposta, come una schiava, destinata al suo piacere e al suo vantaggio. La dottrina, sino a trent’anni fa molto in voga, che i popoli guerrieri incatenano la donna alla casa, è smentita dalla storia di Roma. Se anche nella storia di Roma ci fu un tempo, in cui la donna era un’eterna pupilla, sottomessa all’autorità dell’uomo dalla culla al sepolcro, del marito se non del padre, del tutore se non del padre o del marito, quanto antico e remoto è questo tempo! Allorchè Roma era il maggiore stato del mondo mediterraneo (e massime nell’ultimo secolo della repubblica), la donna, salve poche e piccole limitazioni, più di forma che di sostanza, ha già ottenuto l’indipendenza giuridica e patrimoniale, premessa necessaria dell’eguaglianza morale e sociale. Per quel che concerne il matrimonio, gli sposi possono scegliere tra due regimi giuridici molto diversi: il matrimonio con _manus_, che è forma più antica e in cui tutti i beni della moglie trapassano in proprietà del marito, onde la donna non può possedere nulla; il matrimonio senza _manus_, più recente, che attribuisce al marito la proprietà della dote soltanto lasciando alla donna tutti gli altri beni che possiede o che può acquistare. Siccome si sa che, ad eccezione di qualche caso e per ragioni particolari, in tutte le famiglie dell’aristocrazia e per comune consenso, i matrimoni si facevano, nell’ultimo secolo della repubblica, senza _manus_, le donne maritate avevano nelle classi ricche dei beni propri che potevano amministrare come volevano, senza renderne conto a nessuno. Nella stessa epoca conquistarono questo diritto, per la via obliqua di finzioni giuridiche, anche le donne non maritate, le quali avrebbero dovuto rimanere, secondo le antiche leggi, tutta la vita sottoposte a un tutore, o scelto dal padre nel suo testamento o indicato dalla legge, se il padre non lo sceglieva. Per liberare anche queste donne si inventò da prima il _tutor optivus_, permettendo al padre che invece di nominare per testamento il tutore della figlia, la lasciasse libera di scegliersi essa il tutore, di scegliersi un solo tutore generale, ovvero più tutori secondo gli affari; e anche di mutare il tutore quante volte volesse. Per dare il mezzo poi alla donna di mutare a piacere il tutore legittimo, se il padre non nominava il tutore nel testamento, si inventò il _tutor cessicius_, ossia si permise di cedere la tutela legittima. Ma se tutte le restrizioni imposte alla libertà della donna non maritata dall’istituto della tutela venivano meno, una restrizione continuava a sussistere: la donna non maritata non poteva far testamento. E anche a questo si provvide, sia con matrimoni fittizî, sia inventando il _tutor fiduciarius_. La donna, senza conchiudere matrimonio, si assoggettava mediante la _coëmptio_ alla _manus_ di una persona di sua fiducia, con il patto che il _coëmptionator_ l’avrebbe emancipata.

Insomma, nel matrimonio e fuori, alla fine della repubblica, non c’erano quasi più disuguaglianze giuridiche, tra l’uomo e la donna, quindi neppure disuguaglianze morali e sociali. I Romani non pensarono mai che tra il _mundus muliebris_ e il sesso maschile occorresse scavar dei fossati, elevare dei muri, segnare dei termini insuperabili, visibili o invisibili. Non vollero mai, per esempio, separare le donne dagli uomini con il profondo fossato dell’ignoranza. Per molto tempo le dame dell’aristocrazia romana furono poco istruite; ma perchè gli uomini anch’essi diffidavano in quel tempo dei libri, che non fossero i libri dei conti. Quando la letteratura, la scienza, la filosofia ellenica furono ammesse nelle grandi famiglie romane, come ospiti desiderati e graditi, nè la prepotenza, nè l’egoismo, nè i pregiudizi degli uomini cercarono di contendere alle donne la gioia, il conforto o il lume, che da questi studi potevano scaturire. Oltre alla danza ed al canto, che erano studi comuni alle donne, noi sappiamo che negli ultimi due secoli della repubblica molte signore dell’aristocrazia romana ebbero familiarità con il greco, maneggiarono poeti e storici, si infarinarono persino — che Dio le perdoni — di filosofia, leggendo libri o avendo commercio con famosi filosofi dell’Oriente. Nella casa la donna era signora, a fianco e a pari del marito; il passo di Cornelio Nepote ci prova che non era segregata, come la donna greca, ma riceveva e praticava gli amici del marito, accompagnava costui alle feste ed ai banchetti nelle case amiche, sebbene nei banchetti non potesse come l’uomo sdraiarsi, ma dovesse per maggior verecondia sedere; infine non era, come la donna greca, prigioniera tra le mura domestiche. Poteva uscire liberamente, raccomandandosi però che uscisse più che poteva in lettiga; non fu mai esclusa dai teatri, sebbene il governo romano, per lungo tempo, si sforzasse di frenare la passione degli spettacoli; potè frequentare i luoghi pubblici e rivolgersi direttamente ai magistrati... Di non poche radunanze e dimostrazioni, fatte dalle più ricche signore di Roma, tutte insieme, nel Foro o in altri luoghi pubblici, per ottenere dai magistrati leggi od altri provvedimenti ci è pervenuta memoria: basti ricordare la famosa dimostrazione di cui parla Livio (34 1 sg.), nell’anno 195 a. C. per ottenere l’abolizione della legge Oppia contro il lusso. Che più? Abbiamo motivo di ritenere che già sotto la repubblica ci fosse a Roma una specie di _Club femminile_, il così detto _conventus matronarum_, che raccoglieva le dame delle famiglie più illustri della città. Ed è certo che più volte il governo, nel pericolo, si rivolse ufficialmente alle grandi dame di Roma, perchè aiutassero la Repubblica, raccogliendo oro e argento o impetrando con solenni cerimonie religiose il favore degli Dei...

Si intende quindi, che in tutti i tempi ci siano state a Roma, nelle famiglie aristocratiche, delle donne, che amavano con passione la politica. La fortuna delle grandi famiglie romane, la loro gloria, la loro potenza, la loro ricchezza, dipendeva dalle vicende della politica e della guerra; i capi di queste famiglie erano tutti senatori, magistrati, diplomatici, guerrieri: più la moglie era intelligente, colta e affezionata, meno poteva estranearsi alle vicende della pace e della guerra, a cui la fortuna della famiglia, e non di rado anche la vita del marito, erano legate!

II.

«Ma la famiglia contemporanea è dunque — domanderà a questo punto il lettore — la copia fedele della famiglia antica? Siamo noi ritornati, per un lungo cammino, là dove erano giunti quei nostri lontani antenati?».

No. Se la famiglia moderna e la famiglia romana si rassomigliano per certi rispetti, differiscono per altri, ed assai. Se il romano concedeva alla donna l’indipendenza giuridica e patrimoniale, se non le impediva di studiare e non le mercanteggiava quella libertà senza cui un essere umano non può vivere anche per sè, non riconobbe però mai, come più o meno apertamente lo riconosce la civiltà moderna, che il fine e la ragione del matrimonio sia la felicità personale dei due coniugi, o una loro personale elevazione morale nella concordia dei caratteri e delle aspirazioni. Lo scopo del matrimonio era, per dir così, esterno ad esso. Immune da fervori mistici come refrattaria a tutte le suggestioni dello spirito filosofico, almeno nell’azione; ambiziosa solamente di ingrandire e rafforzare lo Stato di cui era padrona, l’aristocrazia romana non considerò mai la famiglia e il matrimonio, come non considerò mai la religione e il diritto, se non come organi dello Stato e strumenti di dominazione; mezzi per accrescere la potenza delle grandi famiglie, per cementare, imparentandole, le grandi stirpi di Roma, già strette dall’interesse politico. Per questa ragione, se il Romano concesse tanta libertà e riconobbe tanti diritti alla donna, non pensò mai che in una grande famiglia la donna potesse rivendicare il diritto di scegliersi il marito, e questo diritto limitò anche al giovane, almeno al suo primo matrimonio. La scelta spettava ai padri, i quali di solito fidanzavano i loro figli ancora fanciulli. Due famiglie amiche, i cui capi si ritrovavano insieme a deliberare nel Senato o ad arringare nel Foro o a parteggiare nei comizi, e i cui ragazzi si mescolavano allegramente nei consueti sollazzi dell’età, pensavano un giorno che quel ragazzo e quella bambina, sposandosi di lì a dieci o dodici anni, avrebbero potuto stringere ancor più la loro amicizia? Ecco i due fanciulli erano fidanzati, ed allevati nell’idea che un giorno, il più presto possibile, sarebbero marito e moglie. Le nozze si celebravano, pronuba la Ragione di Stato. E questa Ragione di Stato, mediatrice di matrimoni, che tra i suoi strumenti annoverava anche le faci nuziali, pareva a tutti una savia provvidenza pubblica; a nessuno veniva in mente che essa facesse brutale violenza alla libertà, al sentimento, al cuore dell’uomo e della donna, quando provvedeva saviamente a far che lo Stato fosse ben governato, distruggendo con questi maritaggi i semi della discordia, che così facilmente attecchiscono nelle aristocrazie e a poco a poco la sgretolano come quelle piante che, non seminate da nessuna mano, crescono sui vecchi muri.

Questa è la ragione per cui di tutti i grandi personaggi romani si conosce quante mogli ebbero, e di quale famiglia. Il matrimonio di un senatore romano era un atto pubblico, e un atto importante; perchè un giovane, o anche un uomo maturo, imparentandosi con certe famiglie, veniva, per dir così, a sposare anche le loro responsabilità e i loro interessi politici. Ciò fu più vero che mai nell’ultimo secolo della repubblica, dai Gracchi in poi, quando l’aristocrazia romana, per le ragioni che ho esposte in «Grandezza e Decadenza di Roma», si scisse in due fazioni nemiche, di cui una cercò di muovere contro l’altra gli interessi, le ambizioni, le cupidigie delle classi medie e del popolo. I due partiti cercano di rinforzarsi con i matrimonî; e questi seguono le vicende della lotta politica, che insanguina Roma. La storia di Giulio Cesare e dei suoi matrimoni ci somministra di ciò una prova curiosissima. La ragione prima per cui Giulio Cesare fu l’erede e il continuatore dei Gracchi, il capo della fazione che dai Gracchi deduceva le sue origini prime e i suoi titoli, non deve cercarsi nè nelle sue ambizioni, nè nel suo temperamento e tanto meno nelle sue opinioni; ma nella sua parentela con Mario. Una sua zia aveva sposato Caio Mario, il modesto pubblicano fallito che, buttatosi nella politica, era diventato il primo generale del suo tempo, era stato eletto console sei volte, aveva vinto Giugurta, sterminato i Cimbri e i Teutoni. L’_homo novus_ divenuto celebre e ricco, aveva cercato di nobilitarsi con un matrimonio in cospetto all’antica aristocrazia orgogliosa dei suoi antenati; e aveva trovato una sposa in una nobilissima, ma impoverita e decaduta famiglia patrizia. Ma scoppiata la rivoluzione, messosi Mario a capo della fazione che derivava dai Gracchi, vinta questa da Silla, la fazione della vecchia aristocrazia, che aveva vinto con Silla, non perdonò ai Giulii di essersi imbastarditi con quel suo acerbo nemico, li sospettò, guardò bieco e perseguitò tutti; tra gli altri anche il giovane Cesare, il quale era irresponsabile dei fatti e delle gesta dello zio, perchè era ancora un ragazzo, quando la guerra tra Silla e Mario infuriava.

Così si spiega che la prima moglie di Cesare, Cossuzia, fosse la figlia di un cavaliere e pubblicano. Per una famiglia di così antica nobiltà, e patrizia per giunta, questo matrimonio era poco meno che una degradazione; ma verso l’80 a. C. in pieno furore della fazione sillana vittoriosa, quale famiglia senatoria avrebbe dato una sua donna al nipote di Mario? Senonchè morta Cossuzia, pochi anni dopo le nozze, Cesare fece un secondo matrimonio, molto diverso dal primo, poichè sposò addirittura una nipote di Silla, Pompea, imparentandosi con le famiglie, che erano come il cuore della fazione sillana. Che cosa era accaduto, e come mai il nipote di Mario, scampato per miracolo alla spada di Silla, poteva sposarne la nipote nel 68? In quegli anni, a poco a poco, la città sconvolta da tante discordie si era tranquillata; e obliati i più sanguinosi ricordi delle guerre civili, ricominciava ad ammirare in Mario la spada e lo scudo invincibili di Roma, l’eroe che aveva prostrato i Cimbri ed i Teutoni! Essere il nipote di Mario ridiventava un titolo di gloria, da nota di infamia, che per tanti anni era stata. Ma anche quella bonaccia durò poco, chè le due fazioni, dopo breve tregua, ripresero a guerreggiare. E alla prima occasione Cesare ripudia Pompea, per sposare Calpurnia, la figlia di Lucio Calpurnio Pisone, console nel 58, senatore influentissimo nella sua fazione.

Come Cesare tutti i personaggi del suo tempo, si ammogliano, fanno divorzio, si riammogliano secondo tira il vento sul Foro, nei comizi, in Senato. Quando la ragione politica manca, c’è la ragione pecuniaria. La donna poteva aiutare una carriera politica sia amministrando bene la casa del marito, sia contribuendo alle spese con la dote o con il suo patrimonio. Il canto, la danza, il greco, la poesia, la filosofia, la politica non dispensavano la donna romana d’alto lignaggio dal dovere di conoscere tutte le arti della buona massaia, e massime il filare e il tessere. _Lanam fecit._ Siccome i numerosi armenti posseduti dall’aristocrazia potevano somministrare ad ogni famiglia la lana necessaria per vestirla tutta, padroni e servidorame schiavo, se la _materfamilias_ era esperta nelle arti di Aracne e sapeva far lavorare in casa una piccola officina di schiave filatrici e tessitrici, impedendo i furti e i pigri abbandoni, poteva provvedere a tutta la famiglia il vestito senza l’ingente spesa necessaria ad acquistare le stoffe dal mercante; risparmio notevole in tempi in cui la moneta era così rara, e tutte le famiglie cercavano di spenderne meno che potevano. La _materfamilias_ aveva dunque, in ogni casa, un compito che oggi diremmo industriale, poichè vestiva tutta la famiglia; e secondo compiva questo ufficio, poteva giovare o nuocere all’interesse comune.

Di maggior momento ancora la dote e i beni parafernali. Non solo pareva ai romani savio e lodevole accorgimento che un membro della nobiltà cercasse in moglie una donna ricca, affinchè il suo patrimonio gli servisse per la sua carriera politica; ma reputava non ci fosse onore più grande e più invidiabile fortuna per una donna ricca, che di essere sposata per questo scopo da un uomo eminente. Si chiedeva solo la rispettabilità della donna; ed anche su questo punto, pare che, in certi tempi, si chiudesse qualche volta un occhio, almeno se è vero che Silla aveva rifatto la fortuna della famiglia con l’eredità di una greca, la quale proprio non aveva guadagnato l’ingente fortuna che gli lasciò con il biblico sudore della fronte. Ma potrebbe anche essere una malignità di nemici. Ad ogni modo, quale fosse in questa materia l’opinione delle persone dabbene, Cicerone e la sua vita ce lo dimostrano.

Nato in una famiglia di cavalieri di Arpino, molto rispettabile ed istruita, ma non molto ricca, Cicerone potè fare quello che fece, perchè aveva sposato Terenzia, che se non ricchissima, era più ricca di lui, e che lo aiutò, con il suo, a vivere a Roma e a farsi strada. Dopo una lunga convivenza abbastanza felice, per quanto si può giudicare, Cicerone e Terenzia, già vecchi, vennero in discordia, e fecero divorzio nel 46 a. C., non si sa bene per quali ragioni; pare perchè Terenzia si rifiutò, durante le guerre civili, di assistere Cicerone con il suo denaro, quanto egli voleva; ossia perchè in quel cimento, non volle arrischiare tutto il patrimonio sulla pericolante fortuna politica del marito. Ma il divorzio ridusse Cicerone, obbligato a render la dote, in gravi strettezze, e allora come ne uscì? Con un altro matrimonio, sposando a 63 anni Publibia, una ricchissima giovinetta diciassettenne, di cui era, si aggiunga, tutore, e il cui patrimonio doveva sistemare di nuovo il dissestato patrimonio del grande oratore!

III.

Il matrimonio romano era dunque un barbaro commercio della carne muliebre, fatta da una Ragione di Stato spietata e crudele? Sarebbe errore credere che i Romani non sentissero i più teneri e dolci affetti del cuore umano. Le lettere di Cicerone basterebbero a provarci quanto teneramente anche i Romani sapessero amare la moglie ed i figli. Senonchè degli affetti personali più teneri e più dolci, che la letteratura, la musica, la religione, la filosofia, il costume hanno nei nostri tempi accarezzati, lusingati, divinizzati come le supreme ragioni del vivere, i Romani diffidavano, come troppo facilmente fossero pericolosi alla prosperità e al bene dello Stato. Vorremmo noi dunque denunciarli per barbari? Non dimentichiamo la diversità dei tempi, che è tanto grande. La fiducia di cui gli uomini moderni sono larghi all’amore, alla sua chiaroveggenza finale, alla sua potenza benigna sulle cose del mondo; il diritto, figlio di questa fiducia, di scegliersi, per viverci insieme, la persona dell’altro sesso verso cui ciascuno di noi è sospinto da una attrazione personale più forte, sono fiori germogliati in cima all’albero dell’individualismo moderno. La facilità senza numero di cui godiamo oggi, per il lavoro, la coltura, le fortune accumulate di secolo in secolo, ci permettono di allentare la severa disciplina a cui tempi e popoli, costretti a menare vita più pura, dovettero sottoporsi. Sebbene a noi il costume sembri duro e barbaro pur è certo che quasi tutti i grandi popoli del passato e il maggior numero dei popoli contemporanei che vivono fuori della civiltà nostra, hanno concepito e praticato il matrimonio non come un diritto del sentimento, ma come un dovere della ragione, per compire il quale i giovani devono rimettersi alla saggezza dei vecchi e questi avere di mira non la soddisfazione di una passione, di solito tanto più fugace quanto più ardente, ma un calcolato equilibrio di qualità, di attitudini, di mezzi.