Part 2
Vi può capitare anche una padrona di casa vedova sì, ma romantica che svaligerà la vostra biblioteca e la vostra toeletta e si metterà in vedetta dietro le stecche delle persiane per sapere chi viene a trovarvi; oppure un’onesta madre di nove marmocchi che non vi lasceranno dormire un’ora del giorno, che spieranno sulle scale un vostro sorriso o una vostra innocente carezza per invadervi la camera, attaccarsi alla vostra sciabola, portarvi via la dragona, manomettervi tutto. O il martirio chinese di un dilettante di piano o di violino, o il prospetto di una famiglia sistema _Vergini_ di Praga, che vi inviterà immancabilmente ai suoi giovedì musico-danzanti.
Ovunque voi andiate è un’insidia tesa e più o meno abilmente celata. Se la casa ha un portiere avete un nemico naturale, se non l’ha ne avete tanti quanti sono gli inquilini. Se oltre alla camera accettate di stare in pensione dalla vostra padrona di casa, siete un uomo perfettamente rovinato.
* * *
Barcamenarsi saggiamente per dieci anni da una camera all’altra in tutte le città d’Italia, sfuggire per dieci anni di seguito a tutte le insidie, rompere tutte le ragnatele, eludere i trabocchetti, sfatare l’incanto di tanti sorrisi, non è cosa da tutti. Molti cadono nella pania delle prime lusinghe, molti ci cascano improvvisamente quando già cominciavano ad agguerrirsi, pochi resistono sino alla fine.
In certe camere che sembrano predestinate, rimangono molti lembi di cuore e molti lembi di portafoglio; certune hanno visto cadere molti ideali e assistito alla morte di molte libertà di scapoli: chi sa quante hanno il diritto di chiamarsi _storiche_ per il succedersi degli stessi fenomeni nei medesimi punti, nelle ore medesime! Ci pensi tu?... È spaventevole!...
Perchè, cambiano i reggimenti di guarnigione, cambiano i distaccamenti, ma le camere mobiliate rimangono sempre le stesse e nulla in esse si rinnova mai, nemmeno il copriletto di _satin_ giallo ricoperto di _crochet_, nemmeno le tendine confezionate in casa, nemmeno il tappetino su cui tante generazioni di stivali si sono posate.
Certi casamenti che l’abitudine ha omai consacrati, acquistano una specialissima fisonomia di quartieri in festa, cogli attendenti che vanno e vengono, colle giubbe e i pantaloni dalle fodere e dalle bande rosse, gialle, cremisi o bianche, sciorinate al sole sui terrazzini del cortile. In quegli alveari umani le bambine crescono liberamente, abituandosi, familiarizzandosi all’idea che un giorno avranno anche loro il proprio ufficiale, non importa come, non importa quando.
E i frutti che un Reggimento ha lasciato acerbi l’altro Reggimento trova maturi e pronti a lasciarsi cogliere da una mano avida: quello che la fanteria ha preparato la cavalleria raccoglie, lasciando l’eredità ai bersaglieri; le lacrime spremute dall’artiglieria sono asciugate dal genio. Oh, invidiabile cameratismo! Che ne dici? Se tutti cercassero la camera colla pregiudiziale di questo idee, molte lacrime si asciugherebbero da sè per mancanza di pietosi fazzoletti disposti a tergerle.
Ma c’è un Dio anche per le padrone di casa giovani, per le padrone di casa vedove, per le padrone di casa romantico-sentimentali. C’è un Dio anche per le padroncine bellocce senz’altra dote che la voglia di maritarsi, per le maestre elementari, per le piccole _bas-bleu_, per le strimpellatrici di piano-forti e per le fanciulle militaromani. C’è la buaggine umana confederata ai vent’anni dei sottotenenti, all’inesperienza dei collegiali, alla potenza assassina degli occhi neri e degli occhi celesti. C’è la vanità umana infinita come la misericordia di Dio, per la quale ogni giovano ufficiale si crede irresistibile in virtù della sua giovinezza e dei suoi galloni; c’è.... c’è....
Ma è il caso di lasciarla lì. Bene o male eh, vecchio mio? siamo giunti sulla trentina sani e salvi ed ora un magnifico scetticismo figlio dell’esperienza ci guida nel mare magno della vita coll’occhio cauto del vecchio pilota avvezzo alle tenebro ed alle nebbie dell’Oceano. Oramai lo _scacco barbiere_ non ce lo danno più, vero? E si comincia a pensare e a desiderare con una certa tenerezza, con uno struggimento grande, ad una camera _propria_ con mobili _proprii_, senza fiori artificiali sotto le campane di vetro, senza copriletti a _crochet_, senza il servizio da caffè colle tazze scompagnate sul _comò_. Si comincia a pensare ad una padrona di casa che non si somigli per nulla alle solite, che non nasconda insidie nei begli occhi e secondi fini nel sorriso, che non frughi tra le vostre carte, che non legga le vostre lettere, che non adoperi i vostri fazzoletti. Una bella padroncina di casa che sia anche la padrona del vostro cuore e vi liberi per tutta la vita dal martirio delle camere mobiliate.
Non è vero che ci pensi anche tu, birbone? O confessalo via!...
Ma se si trattasse di tornare a vent’anni, nelle nostre camerette della _Gran Brettagna_ dove io scrivevo — Dio ce ne liberi! — i miei primi versi e tu buttavi giù pupazzetti e novelle veriste da Verga della seconda maniera, ci ritorneresti tu? Eh!... chi lo sa!?...
IL GRAN RAPPORTO DI CAPO D’ANNO
Nella sala di Convegno di uno qualunque dei 96 reggimenti di Fanteria, gli ufficiali in gran tenuta aspettano l’ora del Gran rapporto. La stufa, troppo piccola per la sala troppo grande e troppo vuota, manda un calore problematico che obbliga i più lontani a ravvoltolarsi nella mantellina ed a pestare i piedi in terra. Grillo e Sanguinetti giuocano a scacchi in un angolo, tenendo la scacchiera sulle ginocchia, circondati da un discreto numero di spettatori che si credono in obbligo di suggerire le _mosse_ più contradditorie e di darsi dello _schiappino_ con una liberalità perfettamente giustificata del resto. Pivetti si preoccupa del colletto che gli sembra troppo alto e studia allo specchio l’atteggiamento che prenderà davanti al Colonnello, per farlo sembrare di giuste dimensioni. Lombardi toglie gli elastici dai pantaloni troppo attillati, mentre Cerruti è in pensiero per la sua giubba numero uno che, secondo il _Giornale Militare_ numero tale, parte I anno 1890, è troppo corta ed ha la bottoniera di cavalleria. Qualcuno — cosa strana! — legge con interesse un giornale; otto o dieci circondano il Furier maggiore che distribuisce le lettere e chiamano gli ufficiali per nome ad alta voce.
— Ferraris!
— Presente!...
Ferraris corre nel gruppo che circonda il porta lettere, gli occhietti lucidi, la sigaretta spenta tra le labbra.
Il Furier maggiore gli consegna tre letterine col francobollo da un soldo.
Si alza un clamore di tossi, di starnuti, di esclamazioni, cui fanno eco tutti senza sapere di che si tratti.
— Cristo! a tre alla volta, gli dice Gobbi battendogli una mano sulla spalla.
Ferraris piglia le tre lettere e va a leggerle vicino alla finestra, discretamente seccato; quella che aspettava, la _raccomandata_, non è giunta. Apre la prima: è un biglietto d’augurio con due colombe che si baciano, un’_augurio_ da quattro soldi; dietro al medesimo è scritto a caratteri di scatola nonchè di lavandaia: _Al suo charo Gulio l’affezionata Charolina_.
Accidenti! È la serva della padrona di casa....
E per rifarsi apre le altre due.
— Guglielmotti....i....i...! si urla dal gruppo. Guglielmotti che stava insegnando una figura dei lanceri a due sottotenenti nuovi promossi, si avanza.
Il portalettere gli consegna due lettere grandi, rettangolari, colla busta gialla.
— Crediti!... — dice Moglia ridendo.
— Iettatura! — esclama De-Abate facendo l’atto caratteristico dello scongiuro.
Tutti ridono. Guglielmotti non si scompone; mette in tasca le due lettere malaugurate, fermamente risoluto a non aprirle nemmeno, fà un’alzatina di spalle e domanda tranquillamente:
— C’è altro?....
— Non ti bastano? — dice Moglia, la gran linguaccia del Reggimento.
Guglielmotti ritorna ai suoi due sottotenenti e riprende la figura interrotta fischiando il motivo dei Lancieri.
— _Balancez! Tour des mains!_ Bravi! così va bene!
Il gruppo seguita l’appello a voce alta: Ruggeri, tre giornali e la nota del sarto. Sommaruga, una lettera e cinque biglietti da visita; caspita!... Di Giorgio, una cartolina della Cooperativa: conte Lanciotti, detto il _Feudatario_, due raccomandate. Dominici una circolare di Bevilacqua La Masa.
I non chiamati si affollano ora intorno al Furiere domandando con ansia, volendo vedere:
— Furiere, c’è niente?
— Prosperi nulla?
— Gambardini nulla?
Il Furiere a mani vuote si _squaglia_; i fortunati leggono le lettere delle mamme, delle sorelle, delle amorose, delli amici lontani, Guglielmotti invece seguita la lezione, spiega la _grand chaine_ praticamente, dando certi strapponi ai suoi allievi che pare il castigo di Dio; Lanciotti, il _feudatario_ riempie il portafogli di biglietti rossi, con un’aria soddisfatta, sorridendo, badando a metterli bene in mostra, carezzandoli colle manine morbide adorno di brillanti. Ruggieri stropiccia nervosamente i giornali e rabbiosamente la nota del sarto. Grillo che prevede prossimo lo scacco matto, cerca tutte le maniere per mandare a monte la partita; Oliva e Bartoli discorrono in un angolo accendendosi reciprocamente il mezzo toscano.
— È venuta?
— Sì....
— Racconta, racconta....
— Una serata splendida....
— E.... (gesto espressivo della mano).
— Che domande! Si sa! (Sorriso analogo) però mi toccherà a scontarla cara, credo di essere _sotto chiave_....
— Perchè?
— Perchè ho mancato alla ritirata; capirai, come dovevo fare? Se me la lasciavo scappare ieri sera ero suonato. D’altronde il capitano d’ispezione che non si era fatto vedere in tutta la settimana, capita in quartiere proprio ieri sera.... Se ti dico ho una fortuna!...
Il piantone spalanca la porta e dice:
— Gran rapporto!...
Gran rapporto! Tutti si alzano, depongono le mantelline sulle sedie, sul divano, agli attaccapanni ed escono tumultuosamente per la porta spalancata. Nella sala del Gran rapporto si dispongono in circolo, per battaglioni, i capitani in prima linea, i subalterni dietro al rispettivo capitano, terminando di calzare i guanti in fretta, tutti serii, assumendo l’aria delle grandi circostanze, respirando con voluttà l’aria calda dell’ambiente, sgranchiendo le membra gelate in quella ghiacciaia della Sala di Convegno. I comandanti di battaglione fanno l’appello:
— Prima compagnia?
— Tutti presenti.
Pivetti che è alto come un palo telegrafico, invidia gli ufficiali della 12ª che hanno un capitano più alto di lui, _il più gran capitano dell’epoca_, come lo chiama Moglia. Fortunati! Almeno se hanno un colletto troppo alto o la giubba troppo corta si possono nascondere.
— Seconda compagnia? — seguita il maggiore.
— Tutti presenti. Rondelli è di guardia al Palazzo Reale.
— Bene, Terza compagnia?
— Manca il capitano.
— Dov’è?
— Mah! non so, discorreva col furiere....
— Cristo! manca sempre qualcuno; quarta compagnia?
— Tutti presenti.
Compare il capitano della 3ª tutto trafelato, col kepy sulle ventiquattro, con un guanto infilato e l’altro no.
Il tenente gli dà le novità della compagnia in cui, viceversa non vi sono novità.
Mancano ancora i contabili. Il medico dov’è? Ah! il medico c’è.
Quei benedetti contabili!... Bisogna sempre farli chiamare almeno tre o quattro volte.
Compare la pancia immensa del capitano direttore dei conti — un vero magazzino di viveri di riserva — il nemico acerrimo di tutti gli ufficiali per l’incredibile grettezza con cui amministra gli stipendi, come se spendesse del suo: compare l’anima lunga di Borich — l’ufficiale pagatore — stecchito e magro come un’asceta, con un viso meravigliato di sè stesso e degli altri che fa ridere; e dietro a lui l’ufficiale di magazzino, una bella testa di frate gaudente, il petto coperto di due decorazioni vere, e di molte altre fatte artificialmente col grasso, i pantaloni d’ordinanza tagliati senza nessun riguardo all’economia e al risparmio.
— Ci siamo tutti?
— Tutti.
— Attenti!...
Entra il signor colonnello colla mano alla visiera del berretto, con una faccia scura, più scura del consueto, e va a mettersi davanti al tavolo ricoperto di panno bleu:
— Stiano comodi!...
Nessuno si muove: quello _stiano comodi_ è detto con un tuono di voce che minaccia tempesta.
Il tenente colonnello si avanza, saluta e dice a voce alta:
— I signori ufficiali per bocca mia, le esprimono i più sinceri voti di felicità per l’anno nuovo, ed io mi ritengo ben lieto ed onorato di farmi loro interprete presso di lei e....
E qui gli manca la parola.
Dietro la linea immobile dei capitani accadono impercettibili ma eloquentissimi movimenti nei subalterni; tutti provano il bisogno di comunicarsi i loro pensieri e non potendo parlare si toccano.
Quelli di dietro toccano quelli davanti, i vicini si danno nel gomito, qualcuno si morde le labbra, altri alzano gli occhi al cielo per chiamarlo in testimonio della loro innocenza in quella manifesta bugia dell’augurio; i più anziani, che ne hanno viste di peggio, sorridono lievemente, scuotono impercettibilmente la testa come a dire: Questione di prammatica, che ci volete fare?...
— Presso di lei e.... ripiglia il tenente colonnello che ha ritrovato il filo....
— Grazie, interrompe bruscamente il colonnello, — ma prima di parlare di augurii, occupiamoci del servizio. È già la terza volta, signori, che arrivano lettere dalla Divisione circa la trasgressione fatta alla tenuta dai signori ufficiali, ed io intendo _as-so-lu-tamente_ che questo sconcio — mi lascino dir così — abbia a cessare. Anche ieri sera al Teatro ed al ballo del Circolo Militare, furono osservati parecchi tenenti e sottotenenti con dei colletti impossibili e con delle giubbe troppo corte....
— Ci siamo! — pensa Pivetti, che non ha mai tanto maledetto la sua statura di granatiere come in questo momento....
— _Siam suonati o regina!_ mormora a denti stretti Cerruti tirandosi la giubba a più non posso.
— ... Non volevo far nomi, ma poichè i colletti alti e le giubbe corte compariscono anche al Gran rapporto (terribile e minaccioso ingrossamento della voce), mi vedo obbligato a mettere agli arresti il signor Pivetti che ha un colletto inverosimile, sì inverosimile, ed il signor Cerruti che ha una giubba che non arriva a coprirgli la vita. Crede lei signor Cerruti di star bene con quel giubbettino?
Cerruti non risponde ma pensa, con una tal quale giustezza, che se credesse di star male, molto probabilmente non la porterebbe: se non sta bene, certo però non sta nemmeno male come il suo vicino Lantecchi che la porta di perfetta ordinanza....
— E per oggi — seguita il colonnello, mi limito a questi due: ma metto in guardia i signori comandanti di compagnia e di battaglione che d’ora in poi li terrò responsabili della tenuta dei loro subalterni. Vadano pure!
Il Gran rapporto è finito: ma ora è la volta dei rapporti parziali, il rapporto dei comandanti di battaglione e quello dei comandanti di compagnia. Subito si formano i gruppi dei tre battaglioni negli uffici appositi, intorno al tavolo del maggiore. I due maggiori ed il tenente colonnello che erano entrati in quartiere tutti e tre allegri nella speranza di cominciar bene l’anno, dopo la ramanzina solenne del _papà_, escono dall’ufficio tutti rabbuiati in volto, seccatissimi di quella paternale sulla tenuta, frequente ed inutile come le _grida_ contro i bravi di manzoniana memoria. E la paternale incomincia per ogni battaglione, riveduta, corretta e con parecchie aggiunte intercalate nel testo.
— Non è la prima volta ecc. ecc. Si vede proprio che con lor signori le parole non valgono (sguardo severo alle due file dei subalterni), e bisognerà per forza adoperare dei mezzi persuasivi.... Dunque siamo intesi; uomo avvisato, mezzo salvato. Ci pensino i signori comandanti di compagnia che io tengo responsabili verso di me. Sono in libertà. Si esce dalla stanza del Battaglione e si ritorna in sala di convegno; i gruppi di tre diventan dodici:
Terzo, ultimo e non meno affliggente rapporto dei Comandanti di compagnia:
— Io sono responsabile e sta bene; ma la prima volta che mi vengano davanti con qualche oggetto fuori di prescrizione, sia detto una volta per sempre, li _sgnacco_ agli arresti senza misericordia (esaminandoli collo sguardo) lei signor Bartoli, se non fosse di già agli arresti per aver mancato ieri sera alla ritirata, meriterebbe di andarci adesso per questo kepy troppo piccolo....
— Piccolo? che cosa vuole signor capitano, il kepy è vecchio e bisogna dire che la mia testa sia cresciuta... — arrischia il povero diavolo.
— Non faccia lo spiritoso e veda di provvedersene un altro piuttosto.
— Sissignore, — risponde Bartoli, e aggiunge mentalmente: — alla prima eredità che mi capita!...
Anche il terzo rapporto è finito; gli ufficiali escono dal quartiere a frotte con un prurito di correre nelle gambe a stento rattenuto.
Ah finalmente!
Dialogo colto a volo per le scale:
— Sai perchè nel 66 abbiamo perduto la battaglia navale di Lissa?
— ?....
— Diamine! perchè gli ufficiali di fanteria portavano il colletto troppo alto....
Cerruti e Pivetti si accostano e si stringono la mano.
— Bel Capo d’anno eh?
— Sì, si incomincia bene, non c’è che dire....
— E io che ero invitato a pranzo dalla mia fidanzata!
— E io che era aspettato da mia cugina!
— Mah!
— Ci vuol pazienza!
E tirano un grosso sospiro per uno.
Sulla porta del quartiere urtano contro la pancia enorme del capitano Direttore dei conti che li ferma con un gesto della mano:
— A proposito signori, li prevengo che ho fatto far loro una ritenuta sullo stipendio....
— Perchè?
— Per le cucine degli ufficiali _degradate_ (sic!) in distaccamento.
Ma Cerrutti e Pivetti hanno preso la fuga. Al diavolo lui e le sue ritenute! Anche questa bella notizia ci mancava per cominciare bene l’anno....
— Figurati, dice Pivetti, che ho preso lo stipendio ieri e son rimasto....
— Con quanto?
— Con dieci lire.
Cerruti gli salta al collo:
— Oh! mortale fortunatissimo! con dieci lire? me ne presti cinque a me e restiamo pari.
— Come pari?
— Già, con cinque lire per uno, perchè, vedi, a me dello stipendio non è rimasto che questo....
Ed estrae di saccoccia una lettera colla busta gialla dov’è la nota del calzolaio lunga come l’infinita misericordia....
PER UN GIORNO DI CONSEGNA
Già da un’ora Nennella, inquieta, era alla finestra ad aspettarlo, ma Bista non veniva. Passavano per lo stradone provinciale i soldati a frotte, allegri, puliti, colla trecciuola sul kepy e i guanti della domenica; passavano a frotte i coscritti coi grandi berretti calati sulle orecchie, con quello faccie imberbi di contadini stupefatti, colle membra rigide, col passo stecchito ed impacciato, non sapendo che farsi delle mani infilate in quegli enormi guantoni a calza che parevano manopole da scherma.
Passavano tutti e Bista non passava.
— Cosa gli sarà successo, Madonna mia? — pensava Nennella spaventata.
Cominciava ad imbrunire; in quella magnificenza di tramonto invernale le cose intorno pigliavano tutte una molle tinta di viola e veniva dal mare una brezzolina fresca piena di profumi d’alghe e di catrame.
Nennella discese in bottega dove la vecchia madre dormiva accoccolata sopra una sedia; i canestri, di fuori, erano quasi vuoti, levò dai sacchi le noci, le castagne secche e riempì i canestri.
Frattanto guardava fuori in direzione del quartiere, fissamente, cercando di penetrare collo sguardo traverso alle finestre di quel grande edifizio cupo, le cui linee severe sembravano ingigantire sfumate dal tramonto. Un soldato si fermò per comperare un soldo di noci.
— Addio Nenne’.... — disse tentando di pizzicarle una guancia.
Ma Nennella di cattivo umore, alzò impazientemente le spalle; poi gli guardò la nappina del kepy e riabbassò subito lo sguardo, desolata; il soldato era della 2ª compagnia, Bista della 9ª, non si potevano conoscere.
Il soldato prese le noci, guardandole ad una ad una, pesandole sul palmo della mano per scegliere le migliori, mentre Nennella rimaneva lì appoggiata allo stipite, nella posa rassegnata di chi aspetta, collo sguardo fisso sullo stradone provinciale che si faceva deserto.
Oramai era notte, Napoli si illuminava; milioni di fiamme nella città, nel mare, nelle colline si accendevano, e saliva il grande e caratteristico frastuono della vita notturna napoletana. Si avvicinò a passi affrettati caporale Lo Cicero dalla parte del vicolo della Morte, e chiamò:
— Nennèe!...
Nennella si volse di scatto e riconobbe l’amico di Bista. Impallidì.
— Che nuove ci portate, Lo Cicero?
— Brutte nuove, Nennè, Carmelo è consegnato.
— E cosa ha fatto? Perchè?
— Non mi ricordo bene; ma mi ha detto di salutarvi e di dirvi che a mezzanotte l’aspettate.
Nennella disse stupefatta:
— A mezzanotte? Ma lo fanno escì a quell’ora?
— Non lo fanno uscire, Nennè, _salta la barra_.
E Lo Cicero fece l’atto di chi salta un muro.
— Madonna santa! s’avessero da scoprí li superiori! — disse Nennella impaurita.
Lo Cicero alzò le spalle per rassicurarla. L’aveva saltata tante volte lui!... E mentre le spiegava il modo di _farla franca_, Nennella lo interruppe.
— Lo Cicero, che giorno è oggi?...
— Sabato — rispose Lo Cicero alquanto meravigliato, e seguitò il discorso.
Sabato: Nennella si sentiva rassicurata: sempre il sabato a notte suo marito pescava a Mergellina e non tornava che alla domenica dopo la vendita in mercato; meno male, meno male. Ma le era rimasto nell’anima un fondo di paura, un presentimento di cattivo augurio.
— Lo Cicero, ditegli che non venga....
— È inutile — rispose lui alzando le spalle — Bista è più testardo di un mulo: ha detto di venire, verrà! — E se ne andò.
Ad un tratto Nennella si vide innanzi Cicillo, il garzoncello di suo marito, quello storto malizioso che le era sempre tra i piedi colla sua aria di bertuccia malvagia.
— Cosa vuoi Ciccillo? — disse Nennella quasi spaventata dalla subita apparizione.
— Mi manda don Nicola per le lenze piccole; questa notte stiamo fuori.
Sgattaiolò su per le scale con un sorriso malvagio sulle labbra bianche, dondolando le anche deformi, e ricomparve poco dopo tenendo in mano le lenze ed una torcia da pompiere.
— Volete niente per vostro marito?
— Tanti saluti e buona fortuna! — fece Nennella offrendogli un pugno di noci.
Lo storto prese le noci e se ne cacciò subito in bocca una, scappando senza ringraziare: quando fu arrivato alla barca dove don Nicola l’aspettava, depose le lenze e la torcia e cominciò a vogare al largo. Vogando sorrideva di quel suo sorriso sinistro che portava sempre disgrazia.
— _Don Nicò, ve volete senti ’nu fattarello?_...
— _Conta, conta, Ciccillo_ — rispose don Nicola a prua, accendendo la pipa.
— C’era una volta un pescatore ammogliato....
E lo storto maligno rideva, rideva....
* * *
La vecchia in bottega, rannicchiata sopra una seggiola, russava allegramente. Nennella aveva le lacrime agli occhi: quello storto maligno portava la jettatura, doveva succedere qualche disgrazia, doveva succedere.
Adagio, adagio, prese il sacco delle castagne e cominciò a tagliarne la scorza con un coltellino che le pendeva dal grembiale, poi accese il fuoco e le mise ad arrostire sulla padella bucherellata: lo stradone s’era fatto buio, solo lunghe file di carri carichi di vino, passavano lasciando nell’aria rumori di sonagliere e schiocchi di fruste.
Cuocendo le castagne Nennella pensava a lui. Perchè glie lo avevano consegnato? Che cosa aveva fatto?...
E le pareva di vederlo a mezzanotte arrampicarsi furtivamente sul muro di cinta e spiccare un salto. Dio! Dio! quell’idea la faceva fremere. Quel maledetto muro era tanto alto!...