Part 14
Tutte le sere caporal Vernucchio, un bellissimo giovanotto siciliano, veniva nella bottega sottostante e stava a guardare Marietta che stirava le cravatte dei soldati e i polsini dei sott’ufficiali: qualche volta pigliava la chitarra di Pinotto, il barbiere, e si accompagnava certi stornelli _di laggiù_ belli e melanconici nella loro cadenza in minore. E allora mentre la giovane stiratrice dimenticava il ferro sui carboni e si fermava a sentirlo palpitante come una colomba, Rosa Catena, verde di bile, spalancava la finestre di faccia e si mostrava semidiscinta, facendo pompa delle sue belle braccia bianche e sode, cantando a voce spiegata una di quelle volgari canzonacce da trivio che avrebbero fatto arrossire un carrettiere. Marietta sentiva l’insulto e correva a chiudere la porta in faccia a Rosa fulminandola con uno sguardo d’odio feroce, poi diceva a Vernucchio:
— Senti, non suonar più, raccontami qualche cosa....
Il suono cessava.
Ma Rosa Catena non si scoraggiava, si vestiva col suo bell’abito cittadino di un rosso fiammeggiante, si tingeva le gote e le labbra di carminio smorzando le tinte troppo accese con una cipria da due soldi al pacco, e andava a mettersi in sentinella sulla piazzetta dove le trombe alla sera suonavano la ritirata, aspettando pazientemente. Giulia e Gustavo, dalla terrazza, seguivano con interesse lo svolgersi di quel romanzetto popolare che minacciava di finire drammaticamente. Chi avrebbe vinto delle due? La buona e onesta Marietta, oppure Rosa, la sciagurata ragazza che non aveva più nulla da perdere?...
Giulia in cuor suo augurava la vittoria alla bella stiratrice, ma Gustavo scuoteva il capo malinconicamente, poco fiducioso della resistenza di caporal Vernucchio alle seduzioni del vizio.
Una sera mentre le trombe suonavano una mazurka dovuta alla inesauribile vena del sergente Del Vecchio, mentre Gustavo si metteva la sciabola disponendosi ad andare alla ritirata (vigeva allora il vecchio regolamento di Servizio Interno) Giulia vide uscire Vernucchio dalla bottega di Marietta e infilare a passo concitato il gran viale dei platani. Dove andava? Aguzzò lo sguardo e le parve di vedere dietro al tronco di un platano un lembo di veste svolazzare.
— È lei — pensò tristamente.
Poco dopo mentre le trombe rientravano in quartiere, caporal Vernucchio ripassò di corsa sotto la sua finestra e le parve turbato; cinque minuti più tardi Rosa Catena dalla sua finestra spalancata cantava trionfalmente uno stornello beffardo colla sua voce di contralto un po’ arrochita:
Fiorin fiorello ogni cinque galline basta un gallo, ma il gallo è tutto mio, core mio bello.
* * *
Lo squillo del campanello la richiamò improvvisamente al pensiero di Gustavo. Svelta come una gazzella corse alla porta per tender le braccia all’amato.
— Buon giorno, Gustavo, buon giorno! — disse saltandogli al collo.
— Buon giorno, cara! — rispose Gustavo ricambiandole il bacio con molta effusione; — come stai? ti sei annoiata eh?
— Tanto; ma mi impazientavo perchè non tornavi mai. Chi sa come sarai stanco! Dammi la sciabola. La roba per cambiarti è tutta pronta sul letto. Dio! quanta polvere!... Hai fame, caro?...
— Una fame da lupi, — disse lui ridendo, avviandosi alla camera nuziale, buttando il kepy e la sciarpa a Pasquale — una fame che non ci vedo.... Hai preparato qualche cosa di buono, almeno?
— Vedrai, vedrai: spogliati intanto; io vado in cucina a levar la pentola.
In pochi minuti Gustavo si cambiò, si lavò, riprese la sua bella fisonomia abituale.
Per casa portava una camicia col largo colletto arrovesciato che metteva in maggior evidenza la bellezza del suo collo muscoloso, che dava un’aria artisticamente bizzarra al suo collo dai lineamenti puri, alla sua fronte vasta e intelligente, alla sua bella testa ricciuta. Portava pure una giacchetta nera da borghese, un paio di pantaloni larghi di traliccio cadenti su due pantofole nere ricamate in oro, regalo di Giulia nei tempi del loro fidanzamento.
La tavola era apparecchiata in una camera vastissima che serviva anche da salotto, da studio e da stanzetta di lavoro. Non erano ricchi i due sposini: vivevano modestamente in quella casetta appartata, coi magri proventi dello stipendio di tenente e colla rendita della piccola dote di Giulia: modestamente ma assai felici del loro amore tranquillo e intenso che durava da cinque anni, in una serenità non turbata mai da alcuna nube, che pareva dover essere invincibile come il destino ed eterna come il tempo. Erano sposi da un anno, ma per giungere alla presente e pur tanto precaria felicità, molti e grandi ostacoli aveva dovuto vincere il loro amore; ostacoli, difficoltà, contrattempi d’ogni natura, lunghe separazioni, lunghi silenzi, repulse che parevano irremovibili, resistenze che non dovevano cadere che dinanzi al loro amore ostinato e ribelle a tutte le considerazioni finanziarie e sociali. Di fronte a quel loro amore onnipotente, la legge della dote militare pareva una mostruosa ingiustizia, una inqualificabile tirannia. Ebbene, si sarebbero assoggettati a delle privazioni, avrebbero disciplinato i loro bisogni, si sarebbero accontentati di un’esistenza modesta tutta casa e lavoro, lontana dalla società, lontana dai rumori del mondo, solitaria e raccolta. Il cuore parlava alto, debellando vittoriosamente tutte le giuste obbiezioni sollevate dalla logica dei vecchi genitori; li aiutarono nella lotta le generose illusioni dei vent’anni; e quel tanto di romanticismo che ogni innamorato ha a sua disposizione per persuadere e commuovere gli altri. Il matrimonio religioso, se non in faccia agli uomini, era valevole in faccia a Dio e dinanzi alle proprie coscienze; poi un giorno sarebbe venuta provvidamente un’amnistia, un condono generale a tutti gli spostati, a tutte le spostate della grande società militare; forse in avvenire la dura legge sarebbe stata modificata, abolita anche, chi poteva sapere?...
A vent’anni il futuro è così pieno di promesse, è così grande la fiducia nelle proprie forze! Il loro amore aveva vinto dopo quattro anni di lotta accanita, aveva superato tutti gli ostacoli, abbattute tutte le resistenze. I vecchi genitori di Giulia per non vedersela morire tra le braccia, commossi dalla costanza dei due giovani, impietositi dalle loro sofferenze, avevano finito per cedere benchè a malincuore. Fu preparato in fretta il corredo della sposa, furono ritirato dalla Banca quelle poche migliaia di lire che formavano tutta la dote di Giulia e fu fissato il giorno delle nozze, il giorno divino atteso dai fidanzati con tanta intensità di desiderio.
Pure quel giorno Gustavo fu, durante le modeste cerimonie religiose e familiari, dominato da uno strano malessere; c’era in quel mistero, del quale era giuocoforza circondarsi, un non so che di umiliante e di offensivo che lo pungeva, irritandolo. Chino dinanzi all’altare egli sentiva di commettere una cattiva azione, di condannare sè e la donna che amava ad una esistenza impossibile, falsa, illegale. La chiesa era buia, il cielo era buio: alla cerimonia assistevano soltanto i vecchi genitori di lei e quattro testimoni indifferenti. La sua vecchia madre che lo aveva assistito nei momenti più solenni della sua vita, che lo aveva accompagnato all’altare per la prima comunione e, adolescente, alla scuola di Modena, che gli aveva baciato e benedetto le fiammeggianti spalline di sottotenente, la sua vecchia e cara mamma che era pur stata la sua confidente, la sua dolce amica, non era là ad assisterlo in quel momento, non era là a piangere di commozione, a baciare sulla fronte la sposa di suo figlio. E suo padre mancava, suo padre, il venerando magistrato che gli aveva negato il consenso per non smentire con una colpevole annuenza l’intemerata illibatezza di tutta la sua vita trascorsa nell’ossequio alle leggi; mancavano le sue dolci sorelle a quella festa del cuore, le sue sorelle buone il cui sorriso aveva tante volte disarmato le sue collere di adolescente, dissipato tante volte le tristezze e gli sconforti, illuminato tante volte la vita. E poi ci mancava quello che è l’orgoglio di tutti i fidanzati, la _consacrazione ufficiale_, che dà il diritto di gridare ad alta voce ed a fronte scoperta: «Questa donna è mia!» Mancava la sanzione civile che definisce invariabilmente i doveri di ognuno, che stabilisce legalmente la qualità maritale.
Aveva creduto di poter passar sopra a tutte le convenienze, di sfidare l’apparente tirannia delle leggi, aveva pensato che l’amore trionferebbe di tutti i pregiudizi, colmerebbe tutti i vuoti, sanerebbe tutte le ferite, lo difenderebbe contro l’assalto di tutte le miserie morali e ora appunto, nel momento supremo in cui i suoi voti più ardenti stavano per essere appagati, in cui il gran sogno della giovinezza diventava realtà, i vecchi pregiudizi, tante volte sdegnosamente respinti tornavano ad assalirlo colla segreta forza delle convinzioni succhiate col latte materno; ora appunto sorgevano a tormentarlo tutti i dubbi che aveva da gran tempo dileguato e le apprensioni che credeva distrutte e le fredde argomentazioni della logica che aveva così vittoriosamente debellate colle sublimi incoerenze della passione.
Il prete dai gradini dell’altare alzava la bianca mano benedicente; ma quell’uomo che compiva un rito era prezzolato, come il chierico che serviva la messa, come il cocchiere che li attendeva sul sacrato: ma le commoventi parole che il sacerdote aveva loro rivolte, centinaia di sposi da quello stesso inginocchiatoio le avevano ascoltate, centinaia di sposi le avrebbero ascoltate ancora. E poi la sua annuenza ad accettare la funzione religiosa era ancora per lui, non più credente, un sacrifizio fatto all’amore: il matrimonio dunque non aveva altro vincolo morale che quello della sua coscienza d’uomo d’onore, altra garanzia che il suo amore infinito. Questo poteva bastare per lui; ma per gli altri?
Come avesse indovinato la tempesta di pensieri che gli imperversava nel cuore e nel cervello, Giulia gli prese la mano, gliela strinse forte. Voleva dire quella stretta appassionata: «Non ti addolorare per me; io sono l’amore, sono il sacrifizio. Se tu mi ami che mi importa del mondo? Se tu mi fai tua che mi importa della legge? Il tuo cuore onesto, il tuo amore immenso sono il mio mondo, la mia legge, la più sicura garanzia della mia felicità. Io saprò darti tutto quello che ti manca, tutto quello di cui l’anima tua irrequieta va in traccia: la forza, la fiducia, la calma, perchè ti amo tanto Gustavo!...»
Mai, mai da quel giorno benedetto i molesti pensieri erano tornati, maligne nubi a turbare la serenità del loro cielo azzurro. Vivevano in quella modesta casetta sentendosi così moralmente vicini, così compenetrati e spiritualmente fusi che ognuno di loro sentiva nelle proprie vene placidamente fluire la vita dell’altro, nel proprio cuore palpitare l’altro cuore, nella propria volontà la forza dell’altra, volontà. Gustavo dava a lei tutte le ore della giornata non reclamate dal servizio: erano confidenze intime, sfoghi affettuosi, letture fatte insieme ad alta voce, progetti d’avvenire; in quelle due camerette che erano tutto il loro mondo, la vita scorreva in una intimità deliziosa, tutta fatta di mille piccoli delicati riguardi, di mille gentilezze squisite, da cui l’amore usciva rafforzato, più spirituale e più casto.
Qualche volta Gustavo dipingeva mentre ella lo guardava fare lavorando all’uncinetto o rammendando la biancheria. Passavano sulla tela le fantasie bizzarre di lui, i suoi desiderii, i suoi ideali in tenere, delicatissime sfumature di colori. Nei giorni lieti, quando l’amore gli rideva nell’anima e nei profondi occhi sereni, erano paesaggi idilliaci con certi cieli di madreperla, con certi alberi di un verde allegro tenerissimo, con certe acque di una trasparenza luminosa. Allora egli era contento di sè e dell’opera sua e il gran fantasma dell’arte lo occupava tutto, gli gonfiava l’anima del piacere divino della creazione intellettuale. Passava la giornata intera al cavalletto sentendo la vicinanza dell’amata, provando un inesprimibile piacere a illuminare coll’immagine di lei tutte le ridenti fantasie che gli passavano nel cervello e che si fissavano sulla tela. Dimenticava tutte le piccole e le grandi noie della sua vita militare, i pettegolezzi del quartiere, i rabbuffi del suo capitano, le fatiche delle istruzioni, il tedio delle istruzioni interne, le piccole miserie dell’economia domestica. Lavorando febbrilmente amava sentirsi passare sui riccioli biondi la mano di lei morbida e bianca e provava una indistinta e squisitissima sensazione voluttuosa come se la carezza, spiritualizzandosi, gli passasse sui nervi del cervello, discendesse alle fibre del cuore.
Quelle ore e quelle carezze gli lasciavano nell’anima una grande allegrezza che lo rendeva indulgente, gli mettevano nel sangue il vigore di una nuova giovinezza. Non era adunque quella la felicità?...
* * *
Pasquale Cifariello portò in tavola la terrina fumante e Giulia si sedette a tavola di fronte a Gustavo guardandolo mangiare col suo forte appetito di camminatore robusto.
La strada era ricaduta nella sua pigra sonnolenza pomeridiana: non una voce giungeva fino a loro, non il più lieve rumore nell’atmosfera pesante, all’infuori del monotono ronzìo delle mosche.
Nella stanza si diffondeva il vapor gastronomico della minestra.
— Ancora, Gustavo, prendine ancora....
— Grazie, Giulietta, basta, fa sudare.
— È vero, è molto caldo: siete andati lontano?
— Più in giù di Montelupo: una marcia lunghissima, una manovra che pareva non dovesse finir mai, con un sole.... un sole che spaccava le pietre.
— Poveretti! — disse lei pietosamente.
— È venuto anche il Generale. Ti puoi figurare che razza di idrofobia ha sviluppato la sua presenza; non se ne imbroccava più una giusta: fioccavano rimproveri e _cicchetti_ che era una delizia. Il tenente colonnello era addirittura arrabbiato come un cane e galoppava avanti e indietro dando ordini e contr’ordini con la sua voce di botolo ringhioso, pigliandosela più specialmente coi capitani. I capitani, naturalmente se la pigliavano con noi e con i soldati.
— _Avanti! Sotto quella catena!_
— _Quel sostegno che cosa fa laggiù, per Dio! Tenente porti avanti quel sostegno!_
— _La catena perchè non fa fuoco?_
— Signor capitano, non si vede niente.
— _Non importa, fuoco lo stesso!_
Insomma la confusione, le marce o le contromarce, gli ordini ed i contrordini sono durati più di tre ore; della manovra nessuno ha capito nulla, cominciando dai pezzi grossi che, nell’orgasmo, avevano perduta la testa, e il generale, sopra un’altura, si godeva la scena sorridendo mefistofelicamente, come è suo costume, e preparandosi mentalmente una di quelle sue critiche tutto miele nella forma a tutto pepe nella sostanza. La critica infatti è venuta subito dopo la manovra, arguta, fine e tagliente come la lama di un rasojo. Francamente non avrei voluto esser nei panni dei due comandanti di partito. Ad ogni osservazione indovinata, ad ogni rimprovero velato, ad ogni appunto ragionevole, noi ci toccavamo nel gomito sorridendo di una piccola gioia maligna, consolandoci che qualcuno facesse le vendette di quella violenta raffica di rimproveri immeritati durata per tre lunghissime ore. Io intanto pensavo a te, a questa camera così fresca, a questa minestra così saporita, al nostro lettuccio morbido dove anderò a schiacciare un sonnellino tra poco, se tu lo permetterai. Sempre l’idea che tu lavori per me e che mi aspetti, mi fa parer più bella e desiderabile, questa nostra casettina appartata.
— Come sei buono!... Ma anch’io ho pensato a te tutto il giorno, sai? E non vedevo l’ora che tu venissi anche perchè....
— Perchè?
— Perchè volevo che tu sapessi subito la grande novità....
— Che novità?... — disse Gustavo lasciando la forchetta sul piatto e sbarrando i grandi occhi curiosi in faccia a Giulia.
Giulia, soffusa in volto di un vivissimo incarnato, si alzò, corse ad abbracciare Gustavo e gli susurrò nell’orecchio una parola dolcissima che lo fece trasalire....
— Davvero, Giulia? Davvero? — esclamò felicissimo, facendosela sedere sulle ginocchia, baciandola appassionatamente sui capelli, sugli occhi, sulla bocca; — se tu sapessi come sono felice!... Ma ne sei proprio sicura? E come te ne sei accorta?
Il dialogo continuò a voce bassissima, interrotto da esclamazioni, da sorrisi, da strette di mano. Sedevano ora vicinissimi e si parlavano nel viso, quasi bevendosi l’uno le parole dell’altro insieme all’alito.
Pasquale Cifariello, impassibile, sparecchiava e metteva in tavola il tabacco e la pipa del tenente.
— Sicuro — diceva Giulia concitata, gli occhi scintillanti di una gioia divina. — Mi sono svegliata due ore dopo la tua partenza con un gran dolore alle reni, un peso ai fianchi, un malessere generale che mi teneva in uno stato di torpore. Allora ho pensato: Se fosse lui che viene? Ho mandato a chiamare la levatrice e ho chiuso gli occhi aspettando la sua venuta. Tu non saprai mai quello che è passato nella mia testa e nel mio cuore in quella eterna mezz’ora di attesa e nemmeno potrai immaginare la divina ondata di felicità che è passata su di me quando donna Costanza mi ha detto le due sole parole: È vero!... Ah! ci son delle cose, vedi, che voialtri uomini non le capite per quanto siate buoni, per quanto siate affettuosi e fini!... Io mi disperavo già, io sentivo che tu mi amavi di meno....
— Oh! Giulia!...
— Lasciami dire.... Mi rimproveravo di averti tolto la tua libertà di scapolo, di aver sacrificato la tua fiorente e altera giovinezza. Non dicevo nulla ma lo pensavo e me ne dolevo: alla sera quando ti vedevo presso di me immerso nella lettura, di giorno quando seguivo coll’occhio le bizzarrie del tuo pennello, sentivo che qualche cosa di te mi sfuggiva, che io non bastavo completamente alla tua vita, che io non entravo per nulla nel tuo mondo intellettuale; sentivo che c’era nel tuo cervello e nel tuo cuore un angolo riposto dove l’immagine mia non entrava, un piccolo eppure immenso mondo di idee di cui tu mi vietavi la soglia.
Lo sentivo per quella specie di divinazione che nelle donne che amano tiene luogo del genio; ma ora non più: ora c’è qualcosa di vivente, di palpabile, di mio e di tuo che avvince assieme le nostre due esistenze, non è vero? Ora c’è tra noi due l’invincibile legame di una creaturina, di un piccolino biondo, di un angioletto che ci somiglierà, a cui splenderà negli occhi celesti il tuo ingegno....
— E sui riccioli biondi l’oro dei tuoi riccioli fini — disse Gustavo abbracciandola commosso da quella eloquenza materna, affettuosa e profonda.
Sì, Giulia aveva indovinato. Molte volte nella vita del suo pensiero egli non aveva accomunato l’immagine di lei ai suoi purissimi ideali d’arte e di gloria; molte volte non le aveva comunicato la tristezza dell’anima sua nelle ore in cui si metteva audacemente di fronte all’oscuro problema dell’avvenire.
Assai bene aveva fatto Giulia in poche parole la sintesi psicologica del loro amore e aveva capito che a quel loro amore uniforme e tranquillo, perchè non più in lotta con nessuno, mancava il possente cemento della paternità, di quell’affetto sovraumano che solleva a smisurate altezze l’orgoglio dell’uomo, che circonda la donna di un’aureola di santità augusta, che ve la fa parere più desiderabile. Ma appunto per la colpa originale del loro amore, sbocciato, maturato e consacrato nel mistero, l’annunzio della paternità imminente gli ridestava nell’anima tutti i dubbii, tutti i sospetti, tutte le apprensioni, tutti i rimorsi che lo avevano assalito un anno prima dinanzi all’altare, mentre il prete alzava sul loro capo la mano benedicente.
Sempre lo spauracchio della legge che aveva avvelenato le purissime gioie degli sponsali, riappariva minacciosa nei momenti più solenni della sua vita; la legge che egli aveva deluso una volta lo colpiva ora implacabilmente nel capo di suo figlio, dei suoi figli venturi. Il piccolino veniva alla luce nel mistero senza gioia di canti, furtivamente come un intruso, senza nome nel mezzo agli altri uomini; già sulla piccola testa ricciuta pendeva la spada di Damocle della legge militare: e forse il piccino avrebbe avuto altri fratelli, altre sorelle. Da lui, spostato, una famiglia di spostati sarebbe venuta al mondo, anelante alla sua parte di luce e di sole. Come impedirlo?
— Non mi dici nulla? non sei contento? — disse Giulia cercandogli la risposta negli occhi, ansiosamente.
— Sì, cara, sono felice, felice!...
E se la prese tra le braccia soffocando l’amarezza dei suoi pensieri nella violenza delle carezze, in una fittissima pioggia di piccoli baci sul capo dell’amata, mentre come una luce improvvisa, un proponimento fortissimo gli si affermava nell’anima, mentre dinanzi agli occhi passava la visione luminosa di un avvenire lontano, più bello e più ridente. Il pensiero dell’arte che dà il pane dell’anima e quello del corpo, gli splendeva dinanzi fulgente e consolatore.
— Lavorerò! — si disse.
INDICE
_Storia di una sciabola_ Pag. 9 _Camere mobiliate_ » 17 _Il gran rapporto di capo d’anno_ » 27 _Per un giorno di consegna_ » 37 _Al distretto_ » 45 _Cambio di guarnigione_ » 57 _Il segreto di Rosario_ » 65 _Campo in montagna_ » 79 _Prima guardia_ » 89 _Fisiologia dell’attendente_ » 97 _Compagni di sventura_ » 113 _Picchetto armato_ » 121 _Pasqua in fortezza_ » 131 _Lettera di Natale_ » 139 _La caccia alla volpe_ » 149 _L’uomo volante_ » 157 _Irene_ » 171 _Piccola licenza_ » 193 _Zulù_ » 201 _Dura lex...._ » 211
DELLO STESSO AUTORE:
=_CAPORAL BERRETTA_=, (esaurito).
=_STORIE DI CASERMA_=, (Novelle militari). VIII edizione, con illustrazioni di V. CORTE e M. BASSO. — Milano, A. Vallardi, editore. Cent. 50.
=_FANTI E CUORI_=, (Novelle militari) con illustrazioni originali di M. BASSO. — Milano, A. Vallardi edit. Cent. 50.
_=IL ROMANZO DI GUIDO FORTI=_, III ediz. — Roma, E. Voghera editore. Cent. 60.
_=ALLA PROVA DEL FUOCO=_, (Romanzo). — Roma, E. Voghera editore. Cent. 60.
=D’imminente pubblicazione:=
IL ROMANZO DI MARIA, (Novelle mondane). — Roma, E. Voghera editore.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.