La vita Italiana nel Risorgimento (1831-1846), parte 3 Seconda serie - Lettere, scienze e arti
Part 6
Come vedete, alcuni fatti che d'ordinario sono semplici accessori, che si presentano come collaterali di una funzione principale, possono, in certi casi, raggiungere così grande sviluppo, da acquistare per se stessi la dignità di una vera e propria funzione. Questo accade per la luce emessa dagli organi fosforescenti degli insetti, come pure per le manifestazioni elettriche della torpedine, del gimnoto, del siluro che, grazie alla evoluzione di organi particolari, si sono resi capaci di emanazioni elettriche potentissime, mentre, d'ordinario, l'elettricità che si svolge dagli organi funzionanti, può essere appena avvertita da apparecchi delicatissimi.
Non per questo essa ha meno importanza pel ricercatore di fatti biologici, che anzi la corrente tenuissima che si può raccogliere da un muscolo che si contrae, la così detta corrente d'azione vale a farci comprendere la potentissima scossa emessa da un pesce elettrico.
Si disse come le manifestazioni funzionali dell'organismo siano dovute a processi di combustione che si svolgono in seno agli elementi costitutivi dei nostri organi. Ma il lavoro determina necessariamente il consumo del combustibile, ed anche, benchè meno rapidamente, della macchina. Sicchè un organismo non potrebbe presentare una funzione continuata se ai fatti distruttivi, che sono il fondamento o la conseguenza delle sue varie forme di lavoro, non facessero equilibrio fatti antagonistici di reintegrazione, capaci di ricostituire le forze impiegate nell'attività e le strutture consumate dall'uso, che in altre parole servono a rimettere nuovo carbone nel fornello, ed a raccomodare quegl'ingranaggi che vanno di mano in mano sciupandosi. Per questo un organismo si può considerare come continuamente oscillante fra due atti chimici opposti: quelli distruttivi, che si manifestano in forma di movimento, di calore, di luce, di elettricità o d'altro: e quelli ricostitutivi, che accumulano nuovi materiali combustibili e reintegrano i tessuti sciupati dalla funzione.
Può accadere che questi due fatti antagonistici corrispondano perfettamente gli uni agli altri, come può avvenire che l'uno di essi predomini sull'altro, e voi facilmente comprenderete quanto sia importante pel biologo di assistere agli avvicendamenti chimici che si svolgono nell'intima trama degli organi viventi. Questo ci è in parte concesso quando si raccolga e si registri graficamente, per mezzo di apparecchi delicatissimi, le variazioni elettriche dei tessuti che vivono, vale a dire che si nutrono e che funzionano. Infatti, i processi distruttivi determinano nelle parti che ne sono la sede una certa condizione elettrica che si chiama negativa; e i fenomeni opposti di reintegrazione danno luogo a manifestazioni elettriche di segno contrario, provocando cioè uno stato che si dice positivo.
Si capisce, perciò, come non si ottenga alcuna manifestazione elettrica da un organo nel quale i processi chimici opposti, distruttivi e reintegrativi si fanno equilibrio, perchè in esso agiscono due forze eguali e contrarie che si neutralizzano, mentre vediamo diventare negativa quella parte nella quale si esagerano i processi demolitori, o positiva quella nella quale predominano i fatti di riparazione organica.
Così l'agente misterioso che lungo i nervi è l'intermediario fra il cervello e le parti del nostro organismo, facendosi il messaggero delle azioni di senso e di movimento, si rivela a noi come un'onda di negatività, che percorre i cordoni nervosi; così l'attività di un muscolo, di una glandola, di un organo di senso danno luogo a variazioni elettriche negative della parte funzionante. Noi riusciamo inoltre a raccogliere dalla superficie del nostro corpo cangiamenti elettrici, variazioni di potenziale, come si dice, che corrispondono col loro avvicendarsi al ritmico battito del cuore. Per contro, quest'organo centrale della circolazione, quando sia arrestato da azioni nervose particolari che ne esagerino gli atti ricostitutivi, a scapito di quelli che sono la base della sua funzione meccanica, dimostra questi cangiamenti con variazioni elettriche opposte di carattere positivo.
Come vedete, le oscillazioni elettriche dei tessuti, raccolte e registrate coi nostri apparecchi, possono esprimere all'esterno le intime modificazioni chimiche che si svolgono nei più remoti recessi del nostro organismo, e possono tracciare dei veri ed autentici rapporti autografici di esse. Sicchè per mezzo della elettricità animale ci è concesso di possedere una immagine, per quanto sfumata e vaga di quel ritmo chimico che forma il sottostrato delle manifestazioni di un essere vivente; o, se volete, un'eco assai attenuata, ma pur fedele, dell'armonia della vita. E non è probabilmente lontano il giorno nel quale indagando le correnti d'azione dei centri nervosi noi sorprenderemo le cellule cerebrali nella loro attività elaboratrice della sensazione e del movimento.
Ma non facciamoci troppe illusioni, perchè si capisce che in questo caso non otterremo che la rappresentazione esteriore di uno dei sintomi dell'atto mentale, come il sorriso che solleva il labbro della _Gioconda_ del divino Leonardo non è che il simbolo di uno stato d'animo di quella vaghissima donna. Ma forse che per questo esso è meno attraente? Forse che esso non ci affascina tanto più quanto maggiormente è misterioso ed impenetrabile?
_Signore e Signori!_
Un filosofo tedesco, celebre nella storia della elettrofisiologia, Emilio Du Bois-Reymond, in un suo discorso, accennando alla scoperta del Galvani, esclamava: «È con orgoglio che l'investigatore della natura, osservando i fili telefonici che attraversano le nostre strade e le nostre piazze, si rende conto di quanto hanno fatto tre generazioni umane di genio e di diligenza, partendo da un sì oscuro principio,» e si domanda col Gherardi, pensando al parapetto di ferro sul quale il Galvani fece la sua osservazione: «Se quel parapetto fosse stato di legno o di pietra, chi può assicurarci che avremmo un galvanismo.... e tutto il resto?»
Certo è incommensurabile l'importanza della scoperta del Volta, e ne fanno fede le innumerevoli applicazioni che sono tanta parte ormai delle nostre manifestazioni materiali ed intellettuali, e che sotto forma di luce, di calore, di movimento, di trasmissione di energia a distanza, di utilizzazione di forze naturali, di azioni terapeutiche, e più ancora di nuove ed efficaci dottrine che simboleggiano in forma scientifica i fenomeni della natura, in quanto hanno di più recondito, danno alla nostra vita individuale e sociale un particolare indirizzo.
Ma pur prescindendo dal fatto che senza la rana del Galvani non vi sarebbe forse stata la pila del Volta, mi sarà lecito di affermare che anche la elettricità animale, che serve a rivelare l'intimo meccanismo nutritivo dei più remoti ingranaggi di un organismo vivente è, nelle mani del biologo, un istrumento di conquista non meno efficace di quello che maneggiato dal fisico ha contribuito potentemente a dare un'impronta nuova al secolo che muore. E ciò dobbiamo soprattutto a quelli italiani che, in sullo scorcio della prima metà di questo secolo, mentre si preparavano le armi della riscossa nazionale, ripresero e rinnovellarono gli studi del Galvani, quasi per affermare, una volta di più, che l'Italia non è e non sarà mai la terra dei morti, perchè nel nostro paese anche i morti resuscitano a maggior gloria di tutti!
APPENDICE
LE MONTÉNÉGRO
CONFERENZA DI CHARLES YRIARTE
Quelles que soient les destinées réservées au peuple Monténégrin s'il garde sa persévérance, sa sagesse et sa valeur; il devra conserver à jamais un culte et une tendresse profonde pour l'étroite vallée et le cirque de montagnes où il s'est refugié au moment où les Turcs, déferlant comme une vague sur les Balkans, ont envahi la vieille Serbie. Laissez-moi marquer ici à grands traits les étapes de son histoire.
Dans la grande famille Serbe dispersée par l'invasion, les clans Monténégrins, dès le moyen-âge avaient déjà eu une sorte d'autonomie, et sa Dynastie qui régnait sur la Serbie, la famille des Némania, avait même pris naissance dans la Zéta, qu'ils occupaient alors. Après la sanglante _Bataille de Kossovo_, d'où date la dispersion, le Prince Cernovich, incendiant le pays qu'il laissait derrière lui, se retira avec tout ce peuple en armes dans la montagne noire, la Cernagora. Il s'arrêta d'abord à Rieka, puis à Cettigné. Les Turcs avancent encore, ils ont déjà pris Constantinople; la Serbie est à eux toute entière; ils vont s'efforcer de soumettre ces réfractaires. Ils prendront les Monténégrins à revers, et après avoir chassé les Vénitiens de Scutari, Soliman pacha pénétrera jusqu'à Cettigné, qu'il livre aux flammes; c'est l'apogée de la défaite. Les Monténégrins ont désormais perdu la riche Zéta, le Brda, le Lac de Scutari, deux cents kilomètres de rivage sur l'Adriatique; et les quatre montagnes rocheuses où ils ont transporté leurs foyers sont tout leur domaine. Ce sera leur citadelle, ils y conserveront toujours vivante la flamme du patriotisme, la confiance dans leur destinée et une énergie indomptable. Alfieri fait dire à un peuple qui gémit sous le joug: «_Esclaves.... oui, nous le sommes, mais esclaves toujours frémissants._» Les Monténégrins n'accepteront jamais le joug; depuis Kossovo, en 1356, jusqu'à la prise d'Antivari et de Dulcigno en 1878: ce peuple décimé vivra dans une alerte continuelle, la main sur le kandjiar. C'est avec le premier des Pétrovich, Danilo, à la fin du 17^e siècle que commence l'ère des grandes batailles décisives; jusque là, ce sont des incursions rapides, des razzias, des surprises; les montagnards fondent sur l'ennemi, ils l'envahissent, prennent des territoires, les perdent pour les reprendre encore, et harcèlent sans cesse. Mais tel sera désormais l'effort vers la rédemption et si terrible l'énergie de ce peuple indomptable, que de grands empires, la Russie et l'Autriche, voient en eux des auxiliaires hardis, et lui proposent des alliances.
Pierre-le-Grand s'avance le premier: «L'histoire (dit-il dans son message), nous a appris que vos anciens rois, vos princes, étaient hautement révérés comme appartenant au noble sang slave, et que les triomphes de leurs armes les ont rendus célèbres par toute l'Europe jusqu'au jour fatal de leur défaite. Rendez vous dignes de cette gloire, imitez vos illustres ancêtres; combattez pour la foi, la patrie, la gloire, l'honneur, pour votre liberté, votre indépendance et celle de vos fils.»
On combat en effet. L'année suivante à Carlevatz trente mille Turcs restent sur le champ de bataille; le Musulman recule; on respire pendant quelques années, on organise et on vit sans combattre, mais sans désarmer. Mais prenant sa revanche, l'éternel ennemi attaque de trois côtés à la fois avec cent-vingt-mille combattants dont les Monténégrins vont triompher à la journée de Cevo.
Les Pétrovich ont la vie dure; le premier vient de régner soixante ans, celui qui lui succédera dans l'histoire, Pierre I^er, est un saint et un héros. Dès les premières années de son règne, Marie Thérèse, étonnée à son tour de l'énergie et de la persévérance du peuple Monténégrin, inaugure vis-à-vis de la Cernagora une politique, que n'ont que trop bien suivi ses successeurs. Le second Pétrovich reçoit son ambassadeur, et Radonicht, délégué Monténégrin, ira à Vienne même dicter les conditions du traité d'alliance que l'Impératrice a proposé. Les conditions du Monténegro sont fières.
«L'alliance sera offensive et défensive; nul servage en échange. — Si le territoire Serbe venait à être délivré des Turcs, la Zéta supérieure, Podgoritza, Spuz, Zabliac, le Piperi, la Brda et l'Herzégovine seraient réunis au Monténegro qui pourra battre monnaie. Aussitôt que le Cabinet d'Autriche sera en guerre avec la Porte, S. M. Impériale enverra la poudre, le plomb et les armes. Si l'Autriche fait la paix avec la Porte, les Monténégrins seront compris dans le traité.»
Après trois ans de combats et de fortunes diverses, les Autrichiens acceptent la paix; mais comme le territoire n'a pas été délivré des Turcs: les concessions promises par l'Autriche au Monténégro sont lettre morte.
Pierre I^er ne se décourage point, et les Monténégrins vont attaquer tout seuls; ils défont les Turcs sur le Lac de Scutari, dans un combat naval et plus tard dans une rude bataille où Mohammed pacha trouve la mort, et l'impression est telle à Constantinople que l'indépendance pour laquelle les peuples Monténégrins ont versé tant de sang depuis Kossovo est enfin reconnue.
Mais un nouvel ennemi, plus puissant encore, s'avance. Les Français sont en Dalmatie; Pierre va se mesurer avec les lieutenants de Napoléon: avec Lauriston d'abord qu'il défait, puis avec Marmont duc de Raguse qu'il tient en échec.
Pris d'enthousiasme, le Czar Paul I^er, reprend la tradition de Pierre-le-Grand, envoie ses présents et ses insignes à tous les Voivodes, et alloue au Prince un subside de neuf mille ducats annuels. Mais en acceptant simplement un appui noblement offert, le Vladika Pierre n'a abdiqué aucun de ses droits; le gouvernement Russe s'étant un jour immiscé dans l'administration ecclésiastique de la Principauté, le gouverneur Vuk Radonitch et tous les serdars, voivodes, kneze, porte-enseignes, prêtres, nobles et autres autorités protestent respectueusement, mais avec une singulière fermeté.
«Le peuple du Monténegro et de la Brda (dit Radonitch), n'est aucunement sujet à l'empire Russe, il se trouve seulement sous sa protection morale, parce qu'il est de la même race, et parce qu'il a la même foi; mais par aucune autre raison. Nous avons attachement et fidélité et nous voulons garder ces sentiments éternellement, mais nous défendrons de toutes nos forces la liberté dont nous avons hérité de nos prédécesseurs, et nous mourrons plutôt l'épée à la main, que de subir une servitude honteuse d'une puissance quelconque.»
Pierre I^er le Saint, pouvait seul faire entendre un tel langage au Czar de toutes les Russies. Ce Vladika, qui règne pendant quarante-huit ans, n'a connu que des victoires; il fut aussi un civilisateur, et reste le vrai héros de la Dynastie. Sur la hauteur qui domine Cettigné, là où se dresse le monument que la piété d'une Monténégrine devenue Princesse Italienne a dessiné de sa propre main en souvenir de Danilo, fondateur de la dynastie des Pétrovich, on voudrait voir s'élever la statue du vainqueur de Kara Mahmoud et le rival heureux de Marmont duc de Raguse.
La grande tâche n'est pas achevée; après dix ans du règne de Pierre II, grand poète, pacificateur, qui s'applique à adoucir les mœurs et à propager l'instruction tout en tenant l'épée d'une main ferme; un fait important au point de vue du gouvernement va s'accomplir. Jusqu'ici se confondent dans la personnalité qui dirige et qui règne, le caractère sacré du Vladika et celui du Prince. Pour devenir Vladika, évêque, il faut être moine et renoncer au mariage; Danilo I^er qui devait comme successeur et neveu de Pierre II assumer ce double caractère, avait fait ses études à S^t Pétersbourg; il renonça à l'église, et inaugura le pouvoir séculier. Ce règne est court, il finit par un évènement lugubre, l'assassinat du souverain, victime d'un fanatique: mais il reste encore inoubliable, car Danilo a la gloire d'avoir protesté devant l'Europe contre la Turquie, relevée par la guerre de Crimée, qui a osé dans un document parler du Monténegro comme d'une province Turque: et aussi, deux années après son avènement, il conduit ses troupes à Grahovo et met en déroute l'armée Turque dans une bataille qui eut de tels résultats, qu'on la regarde encore comme la revanche de Kossovo.
Quand Danilo tombe sous le coup d'un assassin, le prince qui règne aujourd'hui, Nicolas I^er, son neveu, fils de ce Mirko, le héros de Giahovo, quitte à la hâte Paris où il achève ses études au Collège Louis-le-Grand et assume le pouvoir. Il n'a pas encore vingt ans, mais les Monténégrins, mûris par l'exemple, avant vingt ans sont des hommes. Chacune des étapes de ce règne, auquel il faut souhaiter la durée de celui du premier Pétrovich, est marqué par un effort pour l'indépendance, un progrès dans la culture, une négociation heureuse, en même temps que Medun, Danilograd, Martinch, Rasina-Clavica, Nicksich, Antivari et Dulcigno; sont autant de noms de victoires coup sur coup remportées, qui forcent l'Europe à compter avec le Monténégro.
Le pays ne sera plus réduit à sa plaine étroite et aux quatre montagnes; vers la vieille Servie il a des plaines fertiles; la Zéta, la Brda lui appartiennent, il a pris de l'essor du côté de Scutari, et les princes aux longs règnes ont fini par tailler à coup d'épée dans la terre Serbe une principauté nouvelle. Cette principauté cependant n'est point encore le prix du sang, ni le territoire sur lequel on régnait cinq siècles auparavant. Berlin a effacé San Stefano. Depuis lors on s'est réfugié dans le travail sans sacrifier ses espérances: l'ère de la paix est celle des progrès, et une grande œuvre est accomplie. Le Soldat s'est fait Législateur, le code monténégrin est promulgué. Un juriste fameux, Bogisïc, sous l'inspiration du Prince, a recueilli les règles du Droit coutumier, appliquées naïvement jusque là par le peuple. Cette sagesse du Prince, cette prudence alliées à une énergie qui n'abdique point; ont eu leur récompense dans de grandes alliances qui n'ont pas eu seulement la politique et l'intérêt pour base, mais qui se trouvaient d'accord avec les raisons du cœur.
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Quelles seront les habitudes, les tendances, l'aspect, le caractère d'un peuple dont l'histoire n'est qu'une longue «vendetta» et une perpétuelle revendication?
Le voyageur qui aborde le Monténégro par les bouches de Cattaro, après avoir gravi les soixante lacets taillés dans le roc qui donnent accès à la Montagne Rocheuse, s'avance désormais vers Niégouz et Cettigné sans rouler comme autrefois sur sa selle avec les pierres du chemin. L'homme a dompté la nature; des routes nouvelles donnent un accès facile jusqu'à la frontière de Serbie; l'extension de la carte du pays a fait la vie moins rude. Si la montagne est aride de Cattaro à la plaine, le pays frontière de la vieille Serbie est fertile: quelques parties sont même riantes comme une petite Brianza. La Zéta, Vassoacwitz, Kolaschi, Niksich, et les bords du lac de Scutari, sont des lieux pleins d'aménité, qui contrastent avec la montagne.
On sait que la terre donne peu de blé, mais le maïs abonde, comme la pomme de terre, et la sécheresse est toujours le grand ennemi. Au fond le pays est surtout pastoral et partout où la montagne est verte, le grand et le petit bétail abondent; aux temps héroïques les clans se disputaient tel ou tel revers de montagne, où la verdure était grasse et épaisse.
C'est par le bétail que le Monténégrin vit et s'enrichit; par le tabac, par le sumak, cet arbuste dont la feuille sert à la tannerie tandis que son bois est utile à la teinture, par les pêcheries de Stekline au lac de Scutari, qui produit une sorte de sardine très demandée en Albanie et qui s'écoule aussi dans l'Italie méridionale et en Serbie.
De ces divers produits, le tabac est le plus avantageux, régulièrement vendu par le gouvernement à la régie autrichienne qui y trouve son compte. Mais l'empire d'Autriche a fermé sa nouvelle frontière au bétail Monténégrin, et établi des cordons infranchissables, il fait une guerre de tarifs à outrance. Tout bœuf qui passe la frontière paie dix-huit florins de droits — c'est-à-dire — presque autant que le prix de l'animal même. Il a fallu s'ingénier, chercher des nouveaux débouchés. En Italie, à Brindisi et Bari; à Marseille, où s'est créé une Chambre de commerce.
Au point de vue industriel, les scieries mécaniques fonctionnent là où l'eau abonde, comme aussi la meunerie, pour la farine. Une fabrique d'armes pourvoit sinon à l'armement au moins à son entretien, et les routes, sans parler de la grande voie qui de Cattaro se continue jusqu'à Pogdoritza, sont amorcées partout à la fois, en même temps que les anciens forts turcs des Iles de Scutari, démantelés, permettent un service régulier entre Rieka et Scutari. Un service de poste, très sérieusement établi, sévèrement surveillé, et d'une parfaite régularité facilite les relations et les échanges.
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Voyons l'homme dans le Pays. Toujours soldat au fond, le Monténégrin est resté fier et d'aspect réservé; riche ou pauvre, il a de la dignité dans l'accueil et exerce l'hospitalité avec simplicité, son type est noble et grave. Comme nous nous étonnions de voir dans un clan tant d'hommes de belle allure, un chirurgien militaire nous fit observer que la nature ici, fait sa sélection l'hiver, dans la montagne; les faibles s'en vont, les forts restent seuls et grandissent. Le peuple est pasteur, agriculteur, éleveur et la culture de la terre ennoblit: il a horreur du petit commerce, et des petits métiers assis, les brodeurs, les vendeurs. Il fait fi de certains travaux manuels, ne porte pas volontiers de fardeaux et laisse les petits négoces aux Albanais venus de Scutari. Il aime passionnément la musique, les récits faits à voix basse, il murmure d'une voix gutturale des chants épiques d'un rhytme triste et d'un ton voilé.
On connait le costume du Pays, élégant, de couleur claire avec quelques taches sonores, et complété par des armes brillantes.
L'arme exerce sur le Monténégrin une séduction irrésistible, il ne se sépare jamais de son arsenal. Un fusil, un revolver nouveau modèle l'enchante, il les convoite et les admire. L'enfant lui-même dès qu'il est armé se redresse plus fier. Quand j'étais là, on s'efforçait de recruter une bande de petits musiciens; mais souffler sans gloire dans un turlututu, et marcher sans fusil à l'épaule ou sans pistolet à la ceinture répugnait à ces adolescents. On les arma d'un Martini, et le clairon retentit bientôt dans la montagne. Il est singulier que toujours armé ainsi, le sang ne coule presque jamais, et les prisons soient presque vides. Le Pays n'a pas de pauvres, la sobriété est la règle, l'ivresse est très rare, la porte du logis peut toujours rester ouverte, car le vol est honteux et impossible par l'absence absolue du réceleur.
Avec le temps, grâce aux princes qui s'y sont tous appliqué, une certaine férocité native — reste d'atavisme des époque épiques, et des combats des ancêtres, qui se développait par les luttes nouvelles soutenues par chaque génération — peu à peu s'est apaisée et attendrie. La _Vendetta_, cette plaie des familles, passe au domaine de l'histoire, comme aussi cette habitude chez les Monténégrins, à l'âge où on croit à l'amitié éternelle, de se choisir un frère de sang, un _Pobratim_, union touchante de deux jeunes hommes, qu'aucun lien de famille unit, qui échangent leur sang et leurs armes en récitant la prière «_l'Adelfo poisio_» devant le prêtre, et jurent de périr l'un pour l'autre, et de s'entr'aider même au péril de leur vie. Quand le pouvoir central existe, c'est la loi qui doit venger l'injure, la _Vendetta_ est donc devenu un crime. Quant au _Pobratimat_ un voyageur poète peut le regretter. Mais il faut considérer que contracté entre deux Monténégrins de deux clans différents entraînait souvent deux levées de boucliers et déchaînait les luttes fratricides. La vengeance aujourd'hui est l'œuvre de la justice.
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La Monténégrina, montagne ou plaine, est-elle belle? ou simplement jolie? — Un Français répondrait: elle est bien pire. Elle a de l'Orient l'expression grave qui inspire le respect, une grâce touchante, une absence complète d'affeterie ou de manière, un teint mat, qui chez la femme riche ou aisée que la bise et le hâle n'ont pas flétri, garde souvent une belle pâleur d'ivoire, souvent frêle et délicate, sous des apparences de faiblesse son énergie a fait de la femme l'auxiliaire de l'homme dans les combats.