La vita intima e la vita nomade in Oriente

Part 6

Chapter 63,845 wordsPublic domain

Ho detto testè che eravamo alla fine del Carnevale ed i miei ospiti mi ritenevano ben fortunata di esser giunta in tempo per godere di questi divertimenti più semplici che numerosi. Tutte le feste avevano per teatro i tetti delle case che, comunicando con scalette od anche con scale a mano, costituiscono una specie di pubblica piazza, ove gli abitanti di uno stesso quartiere circolano liberamente pur restando al riparo da un'invasione di estranei. La popolazione armena di Cesarea (il numero dei greci vi è assai ristretto) se ne stava dunque tutta quanta in cima alle sue case, dal principio alla fine del giorno, nelle più ricche vesti. Per gli uomini il maggior lusso consiste nella bellezza delle loro pelliccie; ma le donne non sono contenute in fatto di acconciatura in limiti così rigidi. Portano, come tutte le donne in oriente, pantaloni larghi, lunghe vesti che formano come delle guaine aperte sui fianchi per dar adito al rigonfiamento dei pantaloni, vari corpetti, messi l'uno sopra l'altro, di stoffe e colori diversi, una sciarpa attorcigliata alla vita, un fez, capelli a treccie pendenti e sovra tutto ciò monili formati di monete. I modi di combinare le varie parti di quest'abbigliamento possono variare come anche la disposizione degli accessori e degli ornamenti. Le armene di Cesarea si segnalano, fra le donne delle altre città dell'Asia Minore, per la delicata armonia dei colori delle loro stoffe, per la ricchezza ed il buon gusto dei ricami che adornano le loro bustine ed anche per l'acconciatura del capo. Queste donne eleganti non si avvolgono il capo con quelli orribili fazzoletti di cotone stampato che ogni anno dalla Svizzera sono spediti in Asia a migliaia. Il fondo del fez ed il fiocco che ne pende sono ricamati in oro ed anche, talvolta, in perle. I capelli formano dodici o quindici treccine di uguale lunghezza che scendono più in basso che sia possibile; ma qui le monete, che sono d'oro, non sono relegate all'estremità delle treccie, sono cucite su un piccolo nastro nero che si applica poi sulle treccie a mezza strada fra la nuca e le reni, così da formare un quarto di circolo rilucente che spicca, in modo caratteristico, sulla tinta scura dei capelli. Una profusione di questi stessi zecchini copre la parte anteriore del fez, pende sulla fronte e dalle orecchie, cinge d'una corazza il collo, il seno e le braccia. Fra tante monete si trovano pure altre gemme; così fiori in diamanti sono collocati in giro al fez o sui capelli che incorniciano la fronte; fermagli in pietre preziose, collane o catene di perle servono ad abbottonare la bustina sotto il seno, o passano sotto il mento andando da uno all'altro orecchio. Le figlie da marito di genitori ricchi sono le più sontuosamente adorne perchè portano indosso, a guisa di giojelli, tutta la loro dote che sale talora a somme molto forti; è vero che, dopo qualche anno di matrimonio, gli zecchini e le pietre tendono a diminuire, ciò che mi indurrebbe a credere che la dote delle giovani armene di Cesarea non è così garantita come quella delle nostre signorine europee dalle usurpazioni maritali.

Era effettivamente uno spettacolo curioso quello di tutte queste signore che si pavoneggiavano all'aria aperta coi loro diamanti, a una altezza che nei nostri paesi non è aggiunta che dai gatti e dagli spazzacamini. Esse passeggiavano, si facevano delle visite, sempre sui tetti e si dedicavano lietamente ai giochi ed ai balli. Musicanti girovaghi andavano e venivano ed appena apparivano su una terrazza, quelle vicine riversavano su di essa tutti i loro abitatori più giovani, poi il ballo cominciava intorno ai suonatori. Non vi è che un ballo in tutto l'impero ottomano ed è lo stesso per i turchi, gli arabi e tutte le nazioni mussulmane sparse sul territorio dell'impero; è lo stesso per i greci e gli armeni sudditi della Sublime Porta, ed a dire il vero quest'esercizio così diffuso merita a stento il nome di ballo. Due persone dello stesso sesso, ma sempre vestite da donna, si collocano l'una in faccia all'altra, recando in mano delle castagnette se le hanno, e se non le hanno, due cucchiai di legno che ne fanno le veci od anche con nulla in mano; ciò che è di rigore è il moto delle dita e la pantomima delle castagnette. I due ballerini piegano e stendono, o per essere più esatti, stirano le braccia, scuotono rapidamente le anche, mentre fanno ondeggiare più adagio la parte più alta del corpo e scuotono leggermente i piedi senza per altro staccarli dal suolo. Mentre proseguono queste varie contorsioni, si avanzano, arretrano, girano su sè stessi ed intorno a chi sta loro dirimpetto, mentre la musica, che consiste, di solito, in un tamburo a sonagli, in una gran cassa ed in un piffero da pastore, segna il tempo vieppiù concitato. Non so cosa questa danza possa avere di grazioso; ma gli occhi meno esperti sono subito colpiti dalla sua indecenza.

A Cesarea avevo potuto osservare i turchi nell'abbandono di una festa popolare. Uno di quei contrasti che riserba spesso l'Oriente, mi doveva colpire a breve distanza da quell'antica capitale, a Giudiesu[15], città ove trovai una popolazione greca rinomata per la sua attività commerciale. Di lì vengono i principali droghieri di Costantinopoli. Scesi nella casa di uno dei maggiorenti che era stata posta a mia disposizione e mi fu servita una colazione abbondante preparata secondo gli usi locali, tanto diversi dai nostri che non ho mai potuto acconciarmivi. Il riso cotto, che per noi è una minestra, è sempre servito alla fine del pasto, del pari che il piatto forte, che può consistere anche in un capretto od in un agnello tutto intero. È vero che indipendentemente dal riso è talora servita una zuppa, ma fatta col sugo di limone e quindi insopportabile per dei palati europei. Il resto del pasto è costituito da quindici o venti piattini: palline di carne tritata, legumi d'ogni specie cotti nell'acqua o nel grasso, zucchette condite coll'aglio e col latte agro cagliato, paste di riso o di avena pestata avvolte in foglie di vite crude, «purée» di zucca, pasticceria e marmellate servite in mezzo a tutto il resto; frutta secca e candita, frutta fresca o maturata nella paglia, miele, farina d'avena cotta nel latte e nel miele, infine tutto ciò che può soddisfare l'appetito più vigoroso ed il gusto meno difficile. Siete condannati a non bere durante tutto un pasto così mostruoso perchè l'uso vuole in Oriente che non si mescolino i cibi solidi ai liquidi. Finito il pranzo vien portata una compostiera od una grande coppa piena di «Scerbett» cioè di acqua e siroppo, con intorno una fila di cucchiai di legno; ognuno dei commensali ne prende uno e l'immerge alternatamente nel «Scerbett» e nella sua bocca quante volte gli garba.

Mi ero alzata da tavola quando mi fu annunciata la visita delle autorità e degli ottimati locali e del clero greco. Questi si compone di un vescovo o patriarca, de' suoi coadiutori, e di un giovane prete stabilito da poco nella città come capo di una nuova scuola fondata pe' ragazzi greci. Questo sacerdote che aveva una fisionomia intelligente, dolce e triste, insegnava a leggere e a scrivere il turco ed il greco nonchè l'aritmetica, la geografia, il catechismo, un po' di storia e di francese. Aveva circa 300 scolari di cui un po' meno di un terzo erano fanciulle. Mi aveva invitato a visitare la sua scuola: glielo promisi ed egli, tutto contento, se ne andò per prepararsi a ricevermi, faccenda di maggior conto ch'io non potessi pensare. Ritornò un'ora dopo ad annunciarmi che tutto era pronto e che i suoi allievi mi aspettavano. Partiamo, traversiamo una parte della città e, tirandoci dietro quasi tutta la popolazione, arriviamo all'edificio della scuola che parrebbe molto bello anche in Europa. Costrutto in cima alla montagna, accanto alla cinta murata, esso domina in tutta la sua ampiezza la conca occupata dalle case di Giudiesu. Un portico sostenuto da colonne serve da vestibolo ad una sala vasta, ben illuminata e ben arieggiata, arredata con banchi e leggii ed in fondo una cattedra per l'insegnante. Tutto, dai banchi ai leggii, dai quaderni ai libri era di una nettezza scrupolosa ed avrei proprio potuto credermi trasportata in una cittadina della Germania o della Svizzera. Ammiravo l'influenza salutare che un uomo illuminato ed attivo può esercitare su tutta una popolazione e non volevo tardare ad esprimere tutta la mia soddisfazione al degno ecclesiastico autore di quei prodigi, senonchè il valent'uomo pensava allora a ben altro che a ricevere delle congratulazioni. Egli ci aveva preceduto per correre alla scuola e lo vedemmo tosto dirigersi verso di noi in abiti pontificali e guidando i suoi allievi che dietro a lui cantavano inni greci. Si allinearono nel vestibolo per lasciarci passare, e al nostro seguito entrarono nella sala; dovetti salire sulla cattedra e prendervi posto mentre il professore disponeva gli scolari in due file in faccia a me. Cessati i canti greci furono sostituiti purtroppo con altri in francese composti sul momento in mio onore e di cui ebbi una copia scritta di propria mano di uno degli allievi. Da quella strana poesia fui condotta alla conclusione che gli allievi avevano ben poco da perdere se la lezione di francese dovesse cessare di far parte del programma dei loro studii; nondimeno è un gran passo nell'incivilimento di quella popolazione orientale il propagarvi in tal guisa la conoscenza, sia pure superficiale, di una lingua europea. I più ricchi abitanti di Giudiesu avevano eretto la scuola a spese loro e, fatto venire il professore dall'isola di Candia, gli pagavano seimila piastre (all'incirca mille cinquecento franchi) all'anno. È un esempio che i greci del resto dell'impero hanno veramente torto di non imitare ed incoraggiare. Informatami dell'appoggio che i greci di Giudiesu avessero potuto trovare nel concorso a tale iniziativa dei loro compatrioti di Costantinopoli, venni a sapere con mio rammarico che questi ultimi avevano assistito quasi indifferenti ad un simile saggio di rivoluzione pacifica, come può ben definirsi l'apertura di una tale scuola in una povera cittaduzza dell'Asia Minore. Ma temo assai che il prete, consacratosi con tanto zelo e con tanta abnegazione a quest'opera di incivilimento, non abbia a soccombere fra breve ad una fatica così grande. Come potrebbe infatti bastare un sol uomo ad educare ed istruire centocinquanta fanciulli e settanta fanciulle? Devo soggiungere purtroppo che, in tutto il mio viaggio in Asia Minore ed in Siria, non ho mai visto nulla che, nemmeno alla lontana, mi potesse rammentare la scuola ed il professore di Giudiesu.

Qualche giorno più tardi camminavamo in mezzo a montagne sempre più alte che preannunciavano la catena del Tauro. Mi ricordo di una notte passata ai piedi di una di quelle montagne che porta il nome di Allah-Daghda[16]. Sostammo per la notte in un piccolo villaggio: il caldo era eccessivo quando smontammo di cavallo in pieno mezzogiorno; ma non appena il sole era scomparso dietro le cime dell'Allah-Daghda, la neve cominciò a cadere ed il freddo divenne intollerabile. Ci chiudemmo nella parte della stalla che ci era stata destinata e là, avvolti nelle pelliccie, ascoltavamo il fragoroso soffiare della tramontana che, dapprima impetuosa, finiva per cadere alla base delle roccie. Da qualche momento la tempesta era stata seguita dal silenzio ed io sentivo che il sonno a poco a poco gravava sulle mie palpebre, sulle mie membra e sui miei pensieri quando fui riscossa di soprassalto da un colpo battuto alla porta. Un uomo della scorta mi mandava a chiamare in gran fretta perchè stava male e si credeva in pericolo di morte. Alzatami mi copersi alla meglio con tutti i mantelli che trovai a portata di mano ed escii con colui ch'era venuto a cercarmi. Ma mi fermai appena posto il piede sulla soglia rimanendo estatica ad ammirare. Era notte alta da gran tempo; là dove prima fosche nubi serravano tutto l'orizzonte precipitandosi come masse d'ombra nelle strette gole delle montagne, io non scorgeva sopra il mio capo che un cielo turchino come lo zaffiro, sparso di stelle così scintillanti che l'occhio ne era abbagliato. La luna raggiava sopra l'Allah-Daghda, diffondendo sul villaggio e sul tappeto di neve circonvicino la sua luce dolce. Nemmeno un soffio d'aria moveva i rami degli alberi che sorgevano qua e là intorno alle case. Era una delle più belle notti che avessi ammirato in vita mia ed il suo fascino era accresciuto dalla serata tempestosa alla quale succedeva quasi senza transizione. Attraversai il villaggio addormentato e le strade deserte per giungere alla capanna occupata dal malato che si trovava all'altra estremità di quel gruppo di case. Il poveretto era semplicemente in preda ad un delirio manifestatosi in lui come in un accesso. Gli feci prendere un calmante, lo tranquillai come mi fu possibile e rientrai nel mio antro.

Di buon'ora giungemmo l'indomani a Medem[17], che è città ben nota nell'impero turco in grazia delle sue miniere di piombo. Fui alloggiata dal Direttore delle miniere che ne aveva pure l'appalto e che mi accompagnò a visitare i forni, primitivi quant'altri mai. Il minerale veniva gettato in grandi buche in mezzo alla fornace, donde il piombo liquefatto esciva traverso piccoli canali scavati nella terra e veniva a cadere ed a raffreddarsi in una cavità aperta sotto alla fornace. Qua e là nella montagna vi sono parecchie di queste miniere, in maggioranza non ancora sfruttate. Se osservavo la quantità di piombo che esciva continuamente dai forni, il numero ristretto degli uomini che accudivano all'estrazione e l'estrema semplicità dei mezzi adoperati dovevo concludere che la speculazione fosse propizia all'intraprenditore. Lo pregai di darmi qualche indicazione sulle spese ed i profitti dell'impresa. Egli non domandava di meglio, ma sgraziatamente mi accorsi subito che si era cacciato in un'iniziativa per lui temeraria non essendosi mai posto i quesiti intorno ai quali io l'interrogavo. Mi chiese allora il permesso di far venire il suo amministratore che sarebbe stato meglio in grado di illustrarmi i particolari, come egli li voleva chiamare; ma padrone e collaboratore erano allo stesso punto. Rinnovando le mie domande in varie forme, ottenni che i due «Effendi» cominciassero a darmi qualche risposta colla quale provavano per altro che non mi capivano, sicchè era ancora peggio di prima.

Medem è alle porte del Tauro, e appena si è perduta di vista la città ci si ritrova in mezzo alle montagne note sotto questo nome. Per Tauro, Anti-Tauro, Libano, Anti-Libano non sono designati monti come il San Bernardo, il Sempione, il Monte Bianco, bensì grandi catene di montagne come le Alpi, gli Appennini, i Pirenei, racchiudenti vasti territori ed una molteplicità di cime e di vallate. Ci occorsero cinque giorni per traversare il Tauro, cioè per andare da Medem ad Adana[18]. Consacrammo quei giorni ad errare di valle in valle, percorrendo un paese magnifico, ma completamente deserto, senza un villaggio e solo qualche rovina in cui gli armeni od anche qualche turco intraprendente hanno stabilito delle locande per i viaggiatori. Inutile descrivere quei cinque giorni, insistere sui soliti incidenti che derivano sempre in certe parti dell'Oriente dal cattivo stato delle strade e degli ospizii. Più di una tappa faticosa mi separava tuttora dal termine di questo primo periodo di viaggio di cui mi preme di affrettare il racconto. La società turca, quale può essere osservata in regioni che gli europei non visitano quasi mai, è tratteggiata in questi primi quadri della mia vita nomade. Ad Adana si entra in una contrada che è la parte dell'Oriente meglio nota ai viaggiatori od almeno creduta tale, ed ove l'azione della civiltà dell'Occidente si fa sentire in modo più diffuso. Avrei potuto ormai osservare i Franchi accanto agli Orientali ed ero abbastanza iniziata alla vita intima di questi ultimi per poter paragonare a mio agio le due società così avvicinate in ciò che esse hanno di essenziale e di caratteristico.

II.

LE MONTAGNE DEL GIAURRO — L'HAREM DI MUSTUK BEY — LE DONNE TURCHE

IL GIAUR DAGHDA — UN VILLAGGIO FELLAH — IL PASCIÀ D'ADANA

Dal giorno in cui avevo lasciato la tranquilla mia vallata nell'Asia Minore avevo avuto, come si è potuto vedere, non poche occasioni di avvezzarmi agli stenti ed ai pericoli della vita dei viaggiatori nel Levante. Da Angora ad Adana mi ero fermata poco e di rado, mentre le marcie erano state faticose e quasi continue. Pertanto i pochi giorni che passai ad Adana, giorni di riposo e di festa rallegrati dalla presenza di europei ed anche di italiani, mi hanno lasciato un ricordo gradevole. Debbo dire che il fascino di quel mio soggiorno mi era aumentato dall'idea che avrei dovuto affrontare altri pericoli appena lasciata la città.

Sul punto d'intraprendere una spedizione abbastanza pericolosa attraverso il Giaur-Daghda (montagne del Giaurro), mi sentivo meglio disposta ad apprezzare qualche momento di calma trascorso in mezzo ad amici devoti. Vi è in ogni vita attiva qualcuna di queste tregue, quasi sempre troppo brevi e che hanno un incanto tanto maggiore quando devono esser seguite da un domani avventuroso.

Ma cos'era dunque questo Giaur-Daghda, che mi si descriveva ad Adana con colori così poco rassicuranti? È una catena di montagne tre volte più vasta dell'Alvernia e con una popolazione di 500 mila anime. Io ripeto quanto mi è stato detto senza garantire nulla. Questa popolazione è divisa in due gruppi che potrebbero essere chiamati dei deboli o sedentari e dei forti o nomadi: i primi abitano i villaggi, i secondi errano lungo le strade. Converrà parlare degli uni e degli altri.

La parte sedentaria e pacifica di questa popolazione consiste in vecchi, in donne e in bambini; numerosi villaggi sparsi sul fianco delle montagne o celati in fondo alle valli sono il loro rifugio. Il mussulmano, bisogna riconoscerlo, ha un gusto istintivo per le bellezze della natura. Fabbrica sempre i suoi villaggi all'ombra di begli alberi, nel mezzo di verdi aiuole od in riva a limpidi ruscelli. Se gli domandate le ragioni che gli hanno fatto scegliere un posto più di un altro per dimorarvi, sarà imbarazzatissimo a rispondervi, perchè non saprebbe spiegare a sè stesso le sue preferenze. Quand'egli cerca le posture pittoresche obbedisce al medesimo istinto che guida l'aquila fra le roccie, che spinge la rondine ad annidarsi sotto ai tetti, il passero a rifugiarsi nei giunchi, la quaglia a nascondersi nel grano. Egli ha udito ai piedi di un albero, sulla vetta di quella collina il gorgoglio dell'acqua fra le erbe alte od il fruscio del vento nel bosco vicino: l'ombra gli è parsa gradevole e l'aria imbalsamata e si è fermato. A qual pro andar più innanzi? Così sorge un villaggio turco laddove la vita è parsa facile e la natura aveva l'aspetto ricco ed attraente. I greci, ben diversi dai turchi, non vedono che il lato positivo nella collocazione dei villaggi. Nella scelta di una dimora si preoccupano, a ragione, che il terreno sia solido, le pietre per costruire abbondino e non manchino le comunicazioni coi mercati periodici. I greci non disdegnano la vicinanza degli alberi, ma allo scopo di fare assi dei tronchi e fascina dei rami. Così a prima vista e da lungi un villaggio greco si può distinguere da uno turco. Il primo è triste e repugnante, attraente il secondo; ma purtroppo la differenza cessa quando si penetra nelle strade. Vedute da vicino le case greche e le case turche si rivelano tutte egualmente brutte, tetre ed inabitabili.

Gli abitanti validi del Giaur-Daghda non s'incontrano, come ho detto, che lungo le strade e quei rozzi montanari non sono vicini molto comodi. Guai alle carovane che essi sorprendono ed alle tribù che vivono nel raggio delle loro incursioni! Ogni popolazione che abita in case di legno facili a bruciare o che non ha granaio per ricoverare i suoi cereali è trattata da nemico dagli abitanti del Giaur-Daghda dediti alle avventure. Perciò le strade che attraversano il loro paese sono le meno frequentate che esistano al mondo. Un bey, dipendente dal pascià di Adana, delegato del potere imperiale, dovrebbe, è vero, governare nelle montagne del Giaurro, ma non si può negare che il potere centrale qui non esiste che in apparenza. Per quanto gli ordini di Costantinopoli possano essere promulgati nel Giaur-Daghda, imponendo leve e tasse, non troverete un montanaro che indossi l'uniforme o che versi un centesimo al fisco. Agiscono così, non per vigliaccheria, ma per amore della vita indipendente. Il Levante novera molte popolazioni nello stesso caso e dalla Siria all'Egitto potrete incontrare i Drusi, gli Ansariani, i Mettuali, ecc. Tanti popoli ad un tempo non potrebbero esser fronteggiati che da eserciti così numerosi come quelli di Senacheribbo e per ottenere qualcosa da schiatte così indomite è preferibile ricorrere ai mezzi pacifici. Nondimeno talvolta scoppiano delle crisi ed un pascià si risolve a mandare alcune compagnie di fantaccini contro le tribù ribelli. Queste allora hanno due vie da seguire: o si ritirano in massa in rifugi sicuri e lasciano le truppe regolari in balìa dei rischi di marcie mal sicure, in paesi deserti, oppure sdegnose della tattica di Fabio prendono l'offensiva, dopo essersi assicurate una grande superiorità numerica. Per esempio 25,000 montanari affrontano un migliaio di soldati, gesto che di regola basta a terminare le ostilità. Le truppe rientrano nelle loro caserme; i montanari riprendono le loro faccende e si ristabilisce la buona armonia fra governo e popolo fino alla prossima leva od alla scadenza delle imposte.

Ecco il popolo di cui dovevo traversare il territorio dopo aver lasciato Adana. Aspettando il giorno della partenza vivevo come ho detto, molto piacevolmente. Ero lieta di dimorare finalmente in quella vecchia terra delle palme e dei cedri, fra genti arabe che nel tipo e nei costumi evocavano ai miei sguardi le splendide scene della Bibbia. È sotto il cielo d'Oriente che dovreste leggere le pagine dell'antico Testamento. I casi del vecchio Giobbe, fra gli altri, si rinnovano qui ogni giorno. La ricchezza di un abitante della campagna non consiste che nelle sue greggi; l'orientale non tiene capitali in deposito in una banca o presso un notaio. Il ricco non ha denaro in maggiore abbondanza del povero; ma ha i suoi granai, grandi buche scavate nella terra e riempite di grano avuto in cambio dei prodotti del bestiame, ha il bestiame stesso, dal quale ricava tutto ciò che gli occorre. Con questi cespiti, i granai e le greggi, il ricco deve pure mantenere una famiglia e un gran numero di servi, ha una tenda sempre aperta al viaggiatore o all'amico che presentandosi trova una tavola sempre servita, se si può dare questo nome al vassojo di stagno che piega sotto il peso di agnelli e di capretti arrostiti intieri e ripieni d'uva secca e di fichi. Ecco ciò che nel Levante si chiama un ricco proprietario, un gran signore; ma che accadrà di lui se un'eruzione infetta le greggi di questo potente? Se un fiume inonda i suoi granai? Esattamente quello che è accaduto al vecchio Giobbe, giacchè non gli rimane che la terra che qui non ha alcun valore venale. Io non dubito che vi sia a quest'ora più di un Giobbe in Oriente, e, se molti secoli ci separano dai tempi biblici, si può dire che le grandi famiglie arabe, dalle quali furon tratti quei tipi, hanno serbata intatta in fondo la loro fisionomia e che, a differenza degli altri popoli, non hanno subito profonde metamorfosi.