La vita intima e la vita nomade in Oriente
Part 5
Feci servire il caffè per guadagnar tempo, ma solo il capo accettò; i discepoli si scusarono, allegando la gravità delle prove che dovevano superare. Io li guardavo; erano serii e impassibili come uomini che aspettassero la visita di un ospite, anzi di un padrone venerato. Dopo un breve silenzio, il vecchietto mi domandò se i suoi figlioli potessero cominciare; ed io risposi che non dipendeva che da essi, risposta che fu interpretata come un incoraggiamento, sicchè il vecchio fece un segno ed uno dei dervisci si alzò. Anzitutto andò ad inginocchiarsi dinanzi al capo e baciò la terra; il capo gl'impose le mani in atto di benedirlo e gli disse a voce bassa alcune parole che non afferrai. Alzatosi il derviscio lasciò cadere il suo mantello, la sua pelliccia di pelo di capra, tolse di mano ad uno de' suoi confratelli un lungo pugnale che aveva l'impugnatura guernita di campanelli e si pose in piedi nel mezzo della stanza. Da principio era calmo e raccolto, ma gradatamente si animava sotto l'azione di una forza interna: il suo petto si sollevava, gli si gonfiavano le narici e roteava gli occhi nelle orbite con una velocità straordinaria. La trasformazione era accompagnata e certamente agevolata dalla musica e dai canti degli altri dervisci che, avendo preso le mosse dal monotono recitativo, trascorsero tosto a grida, ad urli in cadenza, seguendo un certo ritmo misurato dai colpi regolari ed affrettati di un tamburino. Quando la febbre musicale raggiunse il suo parossismo il primo derviscio prese ad alzare e ad abbassare successivamente il braccio che stringeva il pugnale senza sembrare d'aver coscienza de' suoi movimenti e quasi obbedisse ad una forza estranea. Un brivido convulso percorreva tutte le sue membra; egli univa la sua voce a quella de' suoi confratelli, ma presto li ridusse all'umile ufficio di accompagnatori, tanto le loro grida erano soverchiate e dominate dalle sue. Il ballo s'aggiunse alla musica ed il protagonista eseguì salti così prodigiosi, pur seguitando ad inneggiare come un energumeno, che il suo torso nudo era madido di sudore.
Era il momento dell'ispirazione. Il derviscio protese il braccio, brandendo il pugnale che aveva sempre nelle mani, facendone risuonare i campanelli alla menoma scossa, poi d'un tratto ripiegò con forza il braccio, infisse il ferro nella guancia fino a farne escire la punta nell'interno della bocca. Il sangue sgorgava dalle due aperture della piaga e non potei trattenere un gesto per far cessare quell'orribile scena. «La signora vuol vedere più da vicino» disse allora il vecchio che non mi perdeva di vista. Fece avvicinare il paziente e, per farmi constatare che la punta del pugnale aveva realmente traversato le carni, non fu soddisfatto finchè non mi ebbe costretta a toccare col dito quella punta.
— Siete convinta che la ferita di quest'uomo è reale? — soggiunse il vecchio.
— Non ne dubito menomamente — risposi con ogni premura.
— Basta figliol mio — riprese egli allora indirizzandosi al derviscio che era rimasto durante l'esame colla bocca aperta piena di sangue e col ferro nella piaga, — andate a guarirvi.
Il derviscio inchinatosi tolse il ferro dalla piaga, s'accostò a uno de' suoi colleghi e inginocchiatoglisi dinanzi gli offerse la guancia perchè gliela lavasse di fuori e di dentro colla propria saliva. L'operazione non si prolungò più di qualche secondo, ma, quando il ferito si rialzò e si volse verso di noi, ogni traccia di ferita era scomparsa.
Un altro derviscio, colla medesima messa in scena, si inferse una ferita al braccio, che collo stesso metodo fu medicata e guarita. Un terzo mi riempì di spavento: era armato di una grande sciabola ricurva che prese colle due mani per le due estremità e dopo essersi applicata la lama dal lato concavo sopra il ventre ve la fece penetrare con un leggero movimento bilanciato. Tosto una linea porporina si disegnò sulla pelle lucida e bruna, ed io supplicai il vecchio di non spinger più oltre quelle prove. Egli sorrise e mi assicurò che non avevo ancor visto nulla, che quello non era che un prologo, e che i suoi figli si tagliavano impunemente tutte le membra ed occorrendo anche la testa, senza che ne derivasse loro il menomo inconveniente. Io credo ch'egli era stato contento di me, e mi riteneva degna di apprezzare i loro miracoli, ma ne ero mediocremente soddisfatta.
Fatto sta che io rimaneva meditabonda ed imbarazzata. Di che si trattava? I miei occhi avevano ben veduto? Non avevo toccato colle mie mani? Il sangue non aveva forse sprizzato? Avevo un bel rammentarmi i giochi dei nostri più celebri prestidigitatori, non ritrovavo ne' miei ricordi nulla che potesse avvicinarsi a quello che avevo visto testè. Avevo dinnanzi uomini ignoranti e della massima semplicità, come semplicissimi erano gli atti loro che non lasciavano alcun campo all'artificio. Non pretendo d'aver assistito ad un miracolo, narro fedelmente una scena che da parte mia non saprei spiegare.
Ero molto commossa, lo confesso, e l'indomani ascoltai senza sorridere il racconto di altri fatti meravigliosi di cui mi parlò il dottor Petranchi stabilito da molti anni ad Angora con funzioni di Agente Consolare inglese. Il signor Petranchi crede che questi dervisci possiedano secreti naturali, o per dir meglio soprannaturali, coi quali compiono prodigi simili a quelli degli antichi sacerdoti egiziani. Non enuncio la mia opinione; mi contento di non averne alcuna, è l'unico modo di non sbagliarsi in certi casi.
Giunse finalmente il giorno fissato per la mia partenza da Angora. Durante il mio soggiorno in quella città ero stata piuttosto ammalata e quando mi ritrovai sul mio cavallo non in piena campagna, ma in pieno deserto (come è l'intervallo che separa qui le grandi città), esposta a tutte le brine, senz'altra difesa che le mie pelliccie, senz'altro riparo che un misero tetto e alla peggio la mia tenda, mi sentii stringere il cuore in segreto. Occorre maggior forza d'animo di quanto si potrebbe credere a prima vista per intraprendere simili viaggi. Non è la fatica che spaventa, giacchè non si cammina più di sette od otto ore al giorno, al passo od ambando, su dei cavalli facilissimi; i pericoli sono piuttosto immaginari che reali, le privazioni tollerabili, perchè, oltre le provviste che il viaggiatore reca con sè, può esser quasi sicuro di trovare ovunque galline, ova, burro, riso, orzo, miele, caffè e dei materassi. Ma quando ci si pone a riflettere che non sarebbe possibile procurarsi altro, che quand'anche le forze venisser meno, dopo sei ore di marcia, bisognerà nondimeno terminare la tappa, che la malattia ci troverà senza risorse, che la strada si svolgerà senza rifugio e che la neve e l'uragano possono sorprenderci nel corso della marcia, una specie di debolezza angosciosa ci assale involontariamente, sentimento che occorre respingere, perchè guai al viaggiatore che vi indulgesse!
CESAREA E LE CITTÀ DEL TAURO
Mi si permetta di mutare ancor qui di colpo la scena. Avendo lasciato la Galazia per venire in Cappadocia, siamo fra le popolazioni turcomane. Da quattro giorni abbiamo lasciato Angora alle spalle. Dobbiamo raggiungere la città di Adana, traversando Kirsceir, Cesarea e qualche altra località notevole per i suoi ricordi o per l'importanza che ha tuttora. Uno degli incidenti caratteristici di questo viaggio si svolse nel villaggio chiamato Cuprin. Io dovevo cambiare la scorta in quel villaggio e vi ebbi campo di adempiere all'ufficio di medico presso una giovinetta malata da un anno, e che suo padre, superando la propria avversione pei Cristiani, mi aveva pregato di visitare. I miei compagni di viaggio si erano allontanati quando vidi apparire la giovane accompagnata dalla madre. Era una magnifica creatura alta e di proporzioni grandi, ma perfette: un bel viso ovale, occhi tagliati a mandorla e di un nero vellutato, un naso piuttosto aquilino che greco, un colorito che doveva esser stato stupendo e che risplendeva tuttora, ma ormai di quell'ardore malsano che la febbre sostituisce alla freschezza. Questa bella giovane aveva l'aria profondamente triste ed era impossibile di guardarla senza prendervi interesse. Sua madre, ancor bella dello stesso genere di bellezza della figliola, sembrava molto inquieta ed afflitta dello stato dell'ammalata, e quelle due donne si rivolgevano a me, manifestandomi una benevola fiducia che contrastava col riserbo arcigno del padrone di casa.
Non faticai a convincermi che la giovine soffriva di malattia di cuore e, sebbene rifugga dalle ipotesi romantiche, fui presa dal sospetto che la malattia avesse cause morali. I privilegi del medico sono quasi illimitati in questi paesi ove i medici sono così rari, ed io non temetti di commettere una indiscrezione informandomi se qualche dolore, qualche scossa accidentale non avesse preceduto i sintomi della malattia.
— Ahimè, sì, — mi rispose la madre — fra otto giorni compirà l'anno dal dì che la mia povera figliola provò un terribile spavento ed è da allora che langue così.
— E posso conoscere la ragione di questo spavento?.
La madre guardò sua figlia che arrossì, abbassò gli occhi, e vidi il suo seno sollevarsi in fretta come se il suo respiro divenisse sempre più difficile e faticoso.
— Ma perchè ti turbi a questo modo? — riprese la madre. — Sai bene che bisogna dir tutto al medico. — Si voltò poi verso di me: — La poveretta non può ascoltare la menoma allusione a quella notte funesta senza sentirne ancora il contraccolpo; ma si allontanerà per qualche momento ed io vi racconterò ogni cosa.
Infatti la giovinetta si alzò e si avvicinò alla finestra, mentre sua madre, chinandosi verso di me si preparava alla confidenza: ed io pensava fra di me: ci siamo; che si tratti di un amante scoperto da quel padre snaturato?
— Ebbene, signora, voi dovete sapere che la mia figliola, dopo esser stata a passare la giornata presso un'amica, rincasava allo scendere della notte; nel salire la scala senza lume accompagnata da una delle sue donne, un essere esce da una delle camere disopra, scende qualche gradino dinanzi a mia figlia, la raggiunge, inciampa nelle sue vesti e la fa cadere; essa getta un grido, si rialza.... la luna appariva in quel punto e la mia povera figliola credette di scorgere un gatto nero che fuggiva a gambe levate. Forse non era vero, forse era semplicemente un gatto grigio; è quello ch'io mi sforzai invano di farle capire; ma non fu possibile di torle dal capo che il gatto dal quale era stata rovesciata fosse un gatto nero.
Io aspettava sempre la fine della storia; ma non vi era più nulla e la storia era finita. Cercai di scoprire, senza peraltro tradire la mia ignoranza in una simile materia, ciò che vi fosse di particolarmente spaventoso in tale incontro. Tutto ciò che potei comprendere fu che i gatti neri sono degli spiriti malefici il di cui incontro è del più cattivo augurio. Per quanto assurda ne fosse la causa tuttavia il male esisteva per davvero. Raccomandai la distrazione, il moto; ma quali distrazioni è possibile procurarsi, che moto si può fare nel recinto di un harem, e sopratutto d'un harem di campagna? Mi ripromisi di non passar più da Cuprin nel mio viaggio di ritorno perchè mi sarebbe costato di vedere quali danni altri mesi di malattia avrebbero potuto arrecare alla graziosa figliuola del mio burbero ospite.
Durante i tre giorni che seguirono la nostra sosta a Cuprin, la pioggia cadde quasi ininterrottamente e non ci abbandonò che a Kirsceir. Di tutte quelle lunghe ore di marcia non mi è rimasto che il ricordo di una serata trascorsa in un villaggio turcomano chiamato Merdecè. Eravamo arrivati poco prima del cader del sole e, mentre il nostro cuoco ci preparava la cena, io escii dal villaggio dirigendomi verso la fontana, che ne era poco discosta. Appena vi era giunta quando una processione di giovinette escita dall'abitato venne per attingervi l'acqua. Esse portavano pantaloni larghi di colore azzurro legati alla caviglia, una sottanella stretta di color rosso aperta sulle anche e con una coda dietro che era rialzata e trattenuta da cordicelle multicolori. Una sciarpa arrotolata più volte intorno alla vita separava la sottana rossa da una giacca dello stesso colore colle maniche strette e lunghe solo fino al gomito, aperta sul seno che solo copriva una finissima camicia di stoffa bianca. Recavano in capo semplicemente un fez con un lungo fiocco adorno e quasi interamente ricoperto di monetine. I capelli legati in treccie giungevano quasi sino a terra ed ogni treccia era terminata da un pacchetto di altre monete che erano come seminate su tutte le parti dell'acconciatura, sul giubbetto, sulle maniche, sulla camicia. Ognuna di quelle giovini portava in testa l'anfora appena riempita e la riportava a casa nello stesso modo. Quando esse giunsero alla fontana risonò tutto un grazioso concerto di chiacchiere, di risate e di canzoni. La mia presenza che prima sembrava imbarazzare le loro espansioni finì per eccitarle. Alcune mi si avvicinavano timidamente per esaminare il modo in cui i miei capelli erano rialzati e gettavano delle esclamazioni di meraviglia allo scorgere il mio pettine; altre, più audaci, si arrischiavano a toccare la stoffa del mio mantello, poi scappavano via correndo e ridendo come se avessero compiuto un atto di straordinario coraggio. Intanto il sole era scomparso dietro le montagne, le greggi traversavano il fondo della vallata per avvicinarsi alle case; i cani, guardiani fedeli della proprietà dei loro padroni, si accoccolavano dinanzi alle porte; veloci si stendevano le ombre e qua e là si accendevano dei fuochi. Fu forza lasciare il gaio sciame delle ragazze, la limpida fontana, la verde vallata per rincasare. Che simpatica serata!
A Kirsceir[12] potemmo comprendere come l'ospitalità orientale aumenti di valore in seguito alle traversie che spesso ne sono in pratica il preludio. Un uomo ci aspettava alle porte della città per condurci sino al nostro alloggio; lungo il tragitto un sospetto ingiurioso sulla fedeltà della guida ci tormentava. Erravamo in un labirinto di stradette e di angiporti affondando nella mota fino al petto dei cavalli, inciampando in grosse pietre mal celate nei pantani, dando di cozzo nei tetti spioventi delle botteghe, incrociando lunghe file di camelli che spaventavano i nostri cavalli d'Anatolia. Disperavamo quasi di raggiungere ormai un tetto ospitale quando la nostra guida entrò con gran premura in un portone che dalla strada si apriva su una vasta corte selciata; vi erano riuniti il nostro dragomanno, la nostra scorta, il padron di casa con parenti, amici e conoscenti, tutti convocati per farci festa. Fummo ben alloggiati, salvo la completa mancanza di finestre; ma chi ci pensava più? Nel camino la legna scoppiettava accesa, sorgente di infinito diletto per chi da tanti giorni aveva dovuto ricorrere, come noi, al combustibile dei Turcomani, cioè alle dejezioni disseccate degli animali, mucche, buoi, cavalli e camelli e che si bruciano in quei paesi privi di alberi. Non c'è male per scaldarsi e, checchè se ne pensi, dal focolare non esce alcun cattivo odore; ma ci si perde d'animo riflettendo che simili carboni servono a cuocere i cibi: e che dire quando vi è recato un narghilè acceso con tal metodo e che dovreste aspirarne il fumo? Confesso che la mia filosofia non ha mai avuto la forza di vincere questa prova e ho preferito di bruciare i piuoli di tutte le mie tende piuttosto che piegarmi a respirare un fumo prodotto da quel carbone animale.
Il nostro ospite di Kirsceir volle presentarci uno de' suoi amici, trasformato per l'occasione in mastro di cerimonie. Era un arabo d'Algeria che voleva farsi passare per un francese e pretendeva di conoscere bene gli usi occidentali. Aveva infatti abbandonato tutto il riserbo e la serietà che vigono in Oriente e poteva gabellarsi di fronte a' suoi compatriotti asiatici come un saggio delle buone maniere europee. Entrò ridendo clamorosamente fregandosi le mani, dondolando la testa e dimenandosi più che poteva. Parlava però in arabo: — Sono francese, signora — si indirizzava a mia figlia: — Signorina — e questa era per me. — Sono francese, servitor vostro, — poi alzò una bottiglia che teneva sotto il braccio: «Volete acquavite? Ordinate, disponete di me e di tutto quello che mi appartiene». Proseguiva su questo tono, portando ad ogni tratto alla bocca la bottiglia, facendo schioccare la lingua dopo ogni bevuta, rovesciandosi sul divano, alzando le gambe in aria, abbandonandosi a tutte le pazzie naturali in un uomo ubbriaco che si crede tutto lecito, col pretesto di essere un francese in mezzo ai Turchi. I miei compagni di viaggio finirono per metterlo alla porta senza offenderlo menomamente, a quanto pare, ma sorprendendo un poco il nostro ospite, suo amico, che credeva di averci offerto uno de' nostri simili e aveva attribuito tutte quelle stravaganze agli usi dell'Occidente.
Non saprei veramente qual motivo abbia potuto determinare tanti personaggi illustri a venir a morire in una città così poco importante come Kirsceir, il cui nome è sconosciuto a tutte le carte. Per una ragione o per l'altra, certo è che la città è popolata, ricinta di tombe. La maggior parte sono moschee, costituite da una specie di cappella o di cupola, alla quale si giunge per una scala esterna, e sotto la quale giacciono le ceneri del morto. Uno di questi monumenti è, a dir il vero, un lavoro mirabile, sia per la vastità delle sue proporzioni, che per la grandiosità del disegno, la ricchezza e l'eleganza dei particolari. Forma una gran sala con dodici pareti, ciascuna aperta su una stanza in ismalto azzurro, riservata un tempo come abitazione di un derviscio. Questi dodici dervisci avevano la mansione di vegliare e pregare sulla tomba. Accanto a questo edificio sorge un minareto benissimo conservato, in terra cotta, di una tinta più pallida di quella dei nostri mattoni, intramezzata di smalto bleu che risalta gradevolmente su quel fondo grigio rossastro. I muri del monumento sono ricoperti, nella loro parte superiore, da iscrizioni che non si possono esaminare nè copiare senza l'aiuto di una scala, tanto sono collocate in alto. Non mi sembravano scritte in caratteri turchi e, avendo domandato agli abitanti in quale lingua fossero redatte: in arabo mi fu risposto da taluni, in turcomano, da altri. Questa seconda versione mi parrebbe più plausibile, perchè i caratteri arabi non sono diversi dai turchi. In tal caso non potremo mai tradurre queste iscrizioni, perchè i caratteri turcomani non sono più in uso, e non credo che esista, nemmeno nel collegio di Francia o a quello della Propaganda a Roma, un professore che conosca il turcomano antico o letterario. Quel popolo ora non parla che il turco, anzi, a sentirlo, dovrebbe essere il turco più puro.
Rimanemmo un giorno a Kirsceir per fare qualche provvista ed il secondo giorno dopo il nostro arrivo ci rimettemmo in cammino. Da che avevamo lasciato Angora, il paesaggio aveva preso un aspetto sempre più cupo, pioveva, i villaggi divenivano sempre più rari e la popolazione malevola. Si continuò a peggiorare da Kirsceir a Cesarea. Camminavamo delle giornate intiere nel fango, quando non era nella neve, fra montagne tagliate a picco, o arrotondate come delle zolle, senza poter posare lo sguardo su una linea gradevole o per lo meno nuova. Nei miseri villaggi ove passavamo la notte, non scorgevamo che dei visi torvi, talora anzi minacciosi e non udivamo che insulti. La nostra scorta di regola non ci serviva a nulla e talvolta poteva anche esserci di danno, rappresentando agli occhi di quel popolo scontento l'autorità di cui gli pesa il giogo. Ci avvicinavamo per altro a Cesarea. Sbucando fuor da una gola stretta e fosca che si apriva fra montagne nude, di una roccia grigia, ci ritrovammo in una immensa pianura, limitata ad occidente ed a mezzogiorno da catene di montagne. Questa pianura è tagliata da tanti corsi d'acqua che nella maggior parte non consiste che in paludi, dimora di una moltitudine di anitre selvatiche. All'imperatrice Elena[13] è attribuita, come tutte le opere analoghe di origine antica, la strada selciata che si inoltra fra quelle acque stagnanti; il menomo scarto dei nostri cavalli ci avrebbe precipitato in un mare di fango. Lontano, dal lato di mezzogiorno, e quasi al piede delle montagne, una linea incerta e rossastra ci indicava Cesarea[14]. Ci eravamo fermati a far colazione in un paesino perduto in mezzo alle paludi, ove ci avevano offerto in abbondanza un latte buonissimo. Stavamo per risalire sui cavalli, quando vedemmo accorrere a briglia sciolta un cavaliere vestito press'a poco all'europea che mise piede a terra e, presentandomi una lettera, ci rivolse un saluto in italiano.
Era la prima volta dopo la nostra partenza dalla vallata d'Eiaq-Maq-Oglu che una voce umana ci rivolgeva la parola in una lingua famigliare e cara. Il messaggero non era però che un greco, ma aveva vissuto per lunghi anni in mezzo agli europei ed aveva acquistato i modi e le abitudini dell'Occidente. Il suono di quegli accenti, così ben noti e da tanto tempo stranieri a' miei orecchi, mi aveva tanto scossa che non apersi subito la lettera e restai per qualche istante pensierosa. Chi mi scriveva era il console inglese di Cesarea, il signor Sutter, che è il solo ad esercitare un compito di ospitalità a favore di tutti gli europei di passaggio. Egli mi annunciava che una casa da lui approntata era a mia disposizione e che il suo cavass era incaricato da lui di accompagnarmi fino a quella dimora. Stavamo dunque per partire quando una cavalcata, questa volta molto numerosa, comparve nelle vicinanze del villaggio e vi si fermò, mentre due cavalieri venivano a congratularsi, in nome del pascià e dei principali cittadini, del nostro arrivo nella loro città. Il pascià mi mandava inoltre un cavallo con una ricca bardatura sul quale mi invitava a fare il mio ingresso in Cesarea, cortesia un poco imbarazzante, giacchè non mi sorrideva di cambiare il mio cavallo al quale era tanto avvezza, con uno che non conoscevo. Il nostro ingresso nella città di Cesarea si effettuò colla maggior pompa. La nostra cavalcata era composta di più di trenta persone, parecchie delle quali vestite con tutto il lusso che implica tuttora l'Oriente. A dir il vero noi non facevamo troppo buona figura, colle nostre vesti sdruscite e maltrattate dalla polvere e dal fango, in mezzo a quei colori smaglianti ed a quei sfarzosi ricami di oro e di seta. Nondimeno tutti gli sguardi si fermavano sopra di noi, nello stato in cui eravamo o meglio in cui ci aveva ridotto il viaggio. Eravamo ospiti di un ricco negoziante armeno, padre di una numerosa famiglia. La sua figlia maggiore, già sposa e madre, era ritornata ad abitare nella casa paterna mentre suo marito viaggiava per commercio. Alcuni parenti, che dimoravano nella provincia, si erano riuniti presso il ricco negoziante per godere degli ultimi giorni del Carnevale e dei suoi divertimenti. Le tre o quattro camere che compongono una casa in quella parte del mondo erano ricolme di una quantità di donne, di giovinette, di ragazzi e di bimbi, in abito di gala come se dovessero andare ad una festa e ciò dall'alba al tramonto e dal cader della notte al mattino, giacchè in Oriente non si usa svestirsi per andare a riposare. Potete rivedere il mattino, tanto presto quanto volete, quelle stesse acconciature che avete scorto la sera prima, naturalmente un po' spiegazzate. È un uso generale che non presenta grandi inconvenienti per i ricchi i quali possono cambiar d'abito nel corso della giornata come noi facciamo nell'andare a letto e nell'alzarci; ma gli effetti sono disastrosi nei poveri che tengono sul loro corpo gli stessi stracci durante un mese ad anche più.