La vita di Cola di Rienzo

Part 3

Chapter 33,916 wordsPublic domain

_Era l’uomo un assistente al Frullone o, come dire, bidello; ovvero, come detto avrebbe con arguzia peregrina il segretario Bastiano de’ Rossi, Sergente del Castaldo, incaricato di trarre il sacco, di versarlo e scoterlo nella Tramoggia, dopo averne registrato la misura il peso e la bulletta al Campione. L’avevo preso perché mi aiutasse, anche co’ piedi, a compiere la mia difficile raccolta de’ Testi di lingua usati a stampa nel Vocabolario. Conosceva le botteghe dei vecchi librai fin sopra le cimase degli scaffali e ne’ ripostigli del banco. Andava fiutando rovistando frugolando per tutto, con quel suo passettino bilenco e scricchiante, con quel suo collo a vite, con quelle sue mani di rematico dalle nocca levigate come l’avorio d’una stecca da tagliare i fogli, con quella sua guardatura biava or di sotto or di sopra le lenti, con quel suo ombrelluccio color pulce ch’egli pareva tenere in pregio come fosse il serviziale dell’abate Anton Maria Salvini, sal mi sia. Un giorno che mi tirò da parte per confidarmi a bassa voce d’essere in traccia dell’Ariosto con le figure di Gerolamo Porro e del rarissimo Pecorone stampato da Gio. Antonio degli Antonii, notai che inchinandosi verso me alzava un piede e lo teneva così in aria alquanto. Da allora non seppi imaginarlo se non in quell’atto, su le soglie dei librai, immobile nel presentimento del testo raro, come il can da fermo dinanzi alla beccaccia; e, nell’imagine, non tenevo più conto delle lenti e dell’ombrello._

_Non ammetteva si potesse attribuire una qualche importanza ad altri libri che non fossero gli allegati dal Vocabolario. Credo che le più famose Biblioteche del mondo avrebber potuto ardere senza suo rammarico, purché salva rimanesse la raccolta dell’Academia o quella del Tortoli venerato arciconsolo. Se gli accadeva di dover rimettere nel suo luogo un libro vano ch’egli trovasse su la tavola, non mancava mai di capovolgerlo in segno di condanna. Quando con un inimitabile suono diceva “e’ Citati„, tre secoli di stacciature biancheggiavano in lui; e veramente pareva ch’egli avesse in corpo un burattello._

_Non credo che alcun mio libro gli fosse familiare. Tuttavia mi dimostrava una qualche ammirazione per non conoscere pur tra i virtuosissimi Academici un linguaio più ghiotto di me._

_Certi giorni, in fatti, quando era per mantenere qualche promessa di cosa eccellente o esquisita, lo aspettavo non senza impazienza. Sorridevo in me di quel sorriso indistinto che dentro mi nasce quando la grazia della mia vita converte una nota inclinazione dell’intelletto in un sentimento di novità inebriante. Quale uomo ignaro mostrava all’ospite frutti di così duro guscio che la sua gente non sapeva usarli se non in luogo di selci per le lapidazioni? Or questi li apriva facile con la lieve unghia, conoscendo e il punto e il modo; e la polpa virginea gli era un nutrimento quasi divino. Anche si racconta di non so qual tribù che non sapeva usare delle sue donne floride e chiuse, palpandole e scrutandole invano. Or avvenne che l’ospite improvviso, nell’ombra della tenda, rivelasse a taluna il piacere e la rendesse ferace; onde tutte poi si partirono in traccia del giacitore._

_La stanza dei libri dava sul lastrico d’una corticella inverdita dallo scolo delle docce; dove piante dalla fronda lustra, magnolie e camelie, ingrassavano nel terriccio dei larghi vasi di terra invetriati. Un delicatissimo cancellino, del secolo di Giannozzo Manetti, ne’ cui scompartimenti il ferraio aveva imitato a martello la figura del ragnatelo, riferiva a sé tutte le cose naturali con la seduzione dell’arte. Per la sua stessa tenuità pareva rendere più difficile l’adito e affinare il colore verdiccio della luce sino alla chiarezza di quella specie di berillo onde si dice fossero fatti gli occhi della Minerva nel tempio di Vulcano ad Atene._

_Se ne veniva col fardelletto il mio procacciante; e si soffermava sul limitare alzando un pochettino quel piede. Tentando io di togliergli il tesoro per impazienza, egli si schermiva aggirandosi, secondo il Testo, “al modo della trottola, ovvero ancóra dello stornello, ovvero palèo„. Per aizzarlo gli dicevo: “Sa Ella, cruscone, che ho messo la mano su _La leggenda e vita e penitenzia del grolioso Santo Guiglielmo d’Oringa eremita molto divoto e servo di Dio, il quale fu de’ Reali di Francia e duca de Pitavia_?„ Egli stava un poco ad ascoltare, con le ciglia inarcate sopra agli occhiali di traverso; poi spallucciava e ghignava rispondendo: “Non è de’ Citati„. Seguitavo io a punzecchiarlo: “Come? come? Ed ecco qua anco il _Trattato delle Quattro Stagioni di Messer Aldobrandino da Siena volgarizzato da Zucchero Bencivenni_„. Egli levava l’una delle mani libera, con l’indice teso, negando: “Non è de’ Citati. La non si confonda. La guardi quie„. Con infinita cautela disfaceva il nodo delle quattro cocche d’una gran pezzuola rossigna che doveva esser la pezzuola da sudore di Carlo Dati; e metteva fuori un opuscolo impresso su quella bella carta forte del Magheri che al tasto suona, o un volume giuntino che la vacchetta di Moscovia non aveva salvato dalle tarme, o un di quei Testi in carta turchina stampati all’insegna di Dante e distinti con l’impresa del Fruitone, “Ci si bei„ diceva “ci si bei.„_

_E la fragranza del beato Trecento si diffondeva fra gli scaffali. Ed egli mi spiava di sotto alle lenti, mentre io riscontravo i capitoli, mentre qua e là prelibavo le pagine; oppure si sedeva, si toglieva gli occhiali di sul naso e si metteva a nettarli con un de’ capi di quella pezzuola, restando fisso ma con l’orecchio teso, quasi ad ascoltare il battito del mio cervello. Ed era come se si fosse tolta una mascheretta; tanto quel suo viso, immiserito dal rinchiuso, dallo stantìo, e dal regime del lesso academico, si faceva più nobile e più dolce, da poterlo assomigliare con qualche indulgenza a una figura della vecchiezza di Giotto, a una di quelle che nella cappella dei Bardi o dei Peruzzi sopravvivono pur sì maltrattate. E mi piaceva allora, d’attribuirgli il candore di Ricordano e d’assegnarlo alla generazione di quei semplici i quali tenevan per fede che la reina Belisea, moglie di Catilina, andasse alla messa nella calonaca di Fiesole._

_Credeva quel semplice del farinaiuolo che l’officio mio fosse simile a quello dell’assaggiatore il quale scioglie la bocca del sacchetto, soppesa nella sua palma il fior della farina, lo fiuta, lo lecca, lo gusta, lo trova ottimo e gli mette il prezzo! Io dentro di me in quel tempo, o amico, ero giunto al sommo dell’arte magica, in ogni ora e su ogni caso o creatura pronto sempre a fare incantamento nascosto. Contenevo in me la mia poesia, corrente come il mio sangue, affinché non mi divenisse pel metro una forma compiuta e duratura ma mi fosse nei miei giorni una forza della mia vita libera, mi fosse il ritmo stesso della mia libertà e della mia intrepidezza. In ogni occasione tutto avventurare era non soltanto nel mio istinto ma nel mio proposito. Distruggermi e accrescermi a vicenda, talvolta quasi nel tempo medesimo, talvolta nel medesimo atto, era il mio gioco assiduo. Avevo ottenuto nel mio mondo interiore una sì maravigliosa instabilità che non soltanto il più lieve urto ma il soffio più lieve bastava a smuovere e scrollare immensi strati di coscienza, di cultura e di sogno con rivolgimenti mutamenti scioglimenti pari a quelli delle più rapide catastrofi. Professavo e interpretavo per me nel più alto senso quell’eresia che Valentino tentò di propagare nell’isola di Cipri: “Tutto è lecito a chi una volta ha ricevuto la grazia„. La grazia mi si manifestava in un succedersi quasi ininterrotto di epifanie. Ogni pensiero, ogni sentimento rilevati prendevano il carattere delle apparizioni. Certe sere, spiavo dentro me il levarsi della stella Espero, che doveva rendermi visibile il mio cuore. Certe notti, tutto in me era musica; e, come nell’orchestra il motivo passa per le famiglie degli strumenti sviluppandosi e trasformandosi, così mi pareva udir passare il mio tema fugace nell’infinita sinfonia dei secoli e delle genti. Il presagio della possibilità d’una vita divina, dopo tante vite da me vissute e distrutte, mi faceva ansare come su la soglia della morte. Io potevo forse volgere al mio significato umano la parola terribile: “Dai morti giacenti sul mio cammino, riconoscerete che io sono il signore„. Anche, negli alti silenzii fermi che sono i meriggi dello spirito, intendevo l’altra parola: “_Non alia sed haec vita sempiterna._ Questa tua vita è la tua vita eterna„. Poi sopravveniva l’allegrezza temeraria, quando il poeta gioca a dadi col demone e non sa s’egli creda più nel suo corpo o più nella sua anima, ché l’una è la verità o la menzogna dell’altro. Poi ritrovavo il mio buio; e della mia coscienza non mi rimaneva se non un aspetto misterioso e pauroso, simile a quei muri dei cimiteri monumentali, onde si veggono sopravvanzare soltanto le teste bianche delle statue funerarie._

_O amatore di libri, un certo mio modo di amarli e di possederli ti sarà sempre sconosciuto; né io saprò mai rendertelo chiaro. Niun d’essi viveva intiero; ma in tutti era un punto sensibile che sapevo cercare e premere, con la stessa perizia di quel medico di piaghe che in un capitoletto di questa _Vita_ sùbito ritrova l’osso nel collo di fra Moriale. Allora, per virtù d’intenzione, come già gli asceti seppero ottenere le stimmate, quel punto sensibile si trasponeva in me. E, come da una fitta in un fianco o all’apice d’una scapula nasce una febbre che invade tutto il corpo ed esalta il tono di tutto il sangue, da quello nasceva una potenza impreveduta operante in tutti i cerchi del mio spirito con un tumulto creatore. E forse quella rapida e splendida imagine dell’opera somigliava a quella che lo scrittore aveva avuta prima di comporla. E, dopo, come oggi, pensavo esser vero che l’arte di scrivere libri non fu ancóra scoperta. E consideravo gran parte de’ miei come quei nemici mortali che Ferdinando d’Aragona si piaceva di tener presso di sé bene imbalsamati a guisa di mummie, dopo averli fatti morire con le invenzioni più crudeli._

_“O Filotete, figliuolo di Pean, tu non saresti nell’isola di Lennos, col nostro peccato!„_

_Coglievo con l’occhio scorrente a piè d’una pagina questo grido e, non so perché, il cuore mi balzava come se a un tratto avessi udito gridare una voce eroica sul mio capo: mentre l’uomo dabbene con le sue dita nocchiute radunava le schede._

_Ed ecco s’alzava un compianto sublime. “O Cillaro, la tua bellezza non ricomperò te combattente!„_

_Ed ecco, più oltre, qualche parola s’adeguava al limite del silenzio. “La figliuola di Saturno aperse una porta, _e non fece stridore volgendosi il ganghero_„._

_E alcun’altra, ecco, si scioglieva al confine dell’aria. “Finalmente, piagnendo si disfece in fino alle tenere midolle; _e a poco a poco diventò vana ne’ lievi venti_.„_

_E in queste la voce della profonda saggezza pareva salire come per una vena tortuosa e alfine compirsi in una sentenza tonante. “Tutte le cose si mutano: niuna cosa muore. Lo spirito erra, e non muore in alcuno tempo. E sì come l’agevole cera si segna in nuove figure e non sta ferma com’ella era, e non osserva quelle medesime forme, ma pure ella è una medesima; così ammaestro io che l’anima è sempre una medesima, ma ch’ella va in isvariate figure. Adunque, acciò che la pietà non sia vinta dal desiderio del ventre, non vogliate turbare l’anime, che sono vostre parenti, con crudele morte: e ’l sangue non sia notricato col sangue. E però ch’io tratto di grande materia, e ho date le vele piene a’ venti; niuna cosa è in tutto il mondo che stia ferma.„_

_Ma altrove, in un dialogo più breve del vagito e del rantolo, tra un savio e un eroe entrambi innominati, la crudele morte era impeto di libertà e certezza di vittoria. “Onde venisti? — Del ventre. — Come ci venisti? — Piagnendo e nudo. — Dove se’? — Nel mondo, — Perché ci se’? — Per combattere, — Ove vai? — Alla morte. — Perché vai? — A vincere alfine.„_

_Forse il dabben uomo, in punto di sonnecchiare per la fatica dell’erta vecchia di Settignano, traudiva nel sopore i sussulti e gli intoppi del Frullone; ché di tratto in tratto si riscoteva. Io udivo nel silenzio il rombo dell’Arno gonfio alle Mulina, lo scalpitar d’un cavallo, l’uggiolar d’un cane, lo strillo d’un bimbo ai campi, il rodìo prossimo d’un tarlo, il polso del mio vigore; e divinavo, di là dalla parola impressa, i rapporti musicali della malinconia. Mezzo insonnito, col labbro di sotto un poco penzoloni, imbambolendo come se si ritrovasse su le ginocchia della reina Belisea, il cruscaio biasciava a quando a quando: “Ci si bei, ci si bei„._

_Or come il divoto del Santo Venerando Fiorentino Pastore Zanobi, quasi fosse untato col zibetto del Demonio, poté egli fare la fine di Messer Pietro divoto del suo Monichio e divotissimo della Zaffetta, della Nanna, della Pippa, della Riccia o di Matrema-non-vuole?_

_Un giorno mi giunse più saltabellante del consueto, con gli occhi vispi, con i pomelli rossi, con un ventoso zimarrino tanè tutto grinze e svolazzi, con un non so che d’insolitamente arzillo nel passo e nei modi, come se venisse dall’annuale Stravizzo academico, mezzo cotticcio e invaso dalle veneri della Cicalata. “Che novità?„ Mi rispose con uno schiocco di lingua così sguaiato che me ne scandolezzai. Mi portava una lauta ghiottornia: il _Viaggio al Monte Sinai_ di Simone Sigoli fiorentino del popolo di San Nicolò Oltrarno, un testo del Trecento, e de’ Citati._

_La lettura del _Milione_ m’aveva già empito d’un diletto e d’una maraviglia non dissimili a quelli che provai sfogliando per la prima volta la raccolta dei disegni di Pisanello e di Iacopo Bellini, lassù, nella stanza del Conservatore, entro il vano d’una finestra a’ cui vetri fumigava la nebbia della Senna grassa di cloache. Avevo cercato avidamente altri _Viaggi d’oltremare_, quello di Frate Nicolao da Poggibonizzi, quel di Frate Riccoldo da Monte di Croce, quel del Beato Oderico da Pordenone, e quelli del Frescobaldi, del Gucci, di Ser Mariano, prose più saporite assai che le “pomora di paradiso„ ivi laudate,_

_Apersi il volume come si apre una mela rosa, misi la stecca nelle pagine intonse come il coltello negli spicchi. “Al nome di Dio amen. Qui appresso faremo menzione delle nobiltà delle Terre d’oltremare quando si va al Santo Sepolcro di Cristo e de’ loro costumi e modi, e appresso quante giornate si fa da una Terra a un’altra e quello si truova in quel mezzo; e tutte le dette cose e condizioni e modi, personalmente le voglio dire io Simone Sigoli negli anni Domini 1384, quando andai a Santa Caterina al Monte Sinai e al Santo Sepolcro e nell’altre sante luogora con questa compagnia cioè Lionardo di Niccolò Frescobaldi, e Andrea di M, Francesco Rinuccini, e Giorgio di Guccio di Dino Gucci, Bartolommeo di Castel Focognano e Antonio di Pagolo Mei lanaiuolo, e Santi del Ricco vinattiere con sei nostri famigli. Partimoci di Firenze a dì 13 d’Agosto....„_

_Il cruscaio s’era seduto, non senza una certa inconvenienza; e mi teneva mente, con i pollici in quelle incavature del panciotto che stanno sotto le ascelle. Io scorrevo le pagine con una curiosità simigliante alla “disordinata vaghezza„ che i Padri tacciano di peccato; e mi soffermavo a ogni tratto, ritenuto dai capiversi come da quei freschi tralci che ti s’avvolgono quando entri nel vitalbaio. Mosso dalla delizia, leggevo qua e là ad alta voce. “Poi la sera quando appare il cielo stellato ciascuno comincia a mangiare carne e ogni cosa che a loro piace e manucano tutta la notte. E ciascuno prete d’ogni popolo va la notte tre volte con uno tamburello sonando per lo popolo suo, chiamando i suoi popolani per nome, dicendo: Manucate e non dormite, e fate la tal cosa scolpitamente, cioè di lussuria, acciocché la legge di Macometto si accresca....„_

_A questo punto udii un suono di natura indistinta, che in sul primo mi fece pensare a Barbariccia in Malebolge, poi al primo cigolare di certi congegni vocali nascosti nel corpo di certi autòmati e messi in movimento dalla chiave, poi a un organetto a manovella sconquassato dove qualche canna strida, qualche altra soffii, qualche altra sibili. Ed era uno scoppio di risa! E, come il cruscaio si sforzava di contenere la non decente ilarità, il suo stomaco ne pareva intimpanito._

_“Ora racconteremo della giraffa che bestia ella è„ io lessi, contraffacendo ad arte la mia voce, per una bizzarria subitanea di mettermi al gioco, “La giraffa è fatta quasi come lo struzzolo, salvo che lo ’mbusto suo non ha penne anzi ha lana....„_

_Non avevo più dinanzi a me l’uomo del Buratto ma, sia venia al bisticcio, un vero burattino di cenci e di stecchi agevolissimo i cui fili erano tutti nella mia mano. Lo spiritello della stravaganza, quel “mazzamurello„ che ebbe il suo nascondiglio nella carbonaia della mia casa paterna e che fin dall’infanzia m’ha in balìa, era apparito e incominciava a scapricciarsi come suole. Il sentimento della realtà m’abbandonava, una vita fantastica palpitando fra quelle tre pareti fitte di libri che sembravano a poco a poco inarcare e gonfiare i dossi come i gatti quando fanno le fusa. Ma, non so perché, udendo quello strano riso meccanico che pareva dislogare e disarticolare l’armatura del fantoccio su la seggiola scricchiolante, ridendo io medesimo, ben sapevo d’avere dinanzi a me la mia vittima prefissa._

_“Ancora diremo del leofante che bestia ella è e come egli è fatto.„_

_Quel pio Simone misurava tutto a braccia, come tutto fosse drappi di seta o pannilani: villate, castella, granai, giardini, torri tonde, gambe code corna di animali, cappelli bàtoli maniche barbe di saraini, cadì turcimanni e preti di moschette: cento braccia, braccia due e mezzo, braccia tre, e due bisanti d’oro al braccio, e il bisanto fiorini uno d’oro e un quarto, e la carne di castrone danari sedici la libbra di nostra moneta, e le quaglie vive denari sei l’una di nostra moneta, e anco pelate dal pollaiuolo. La sua beata goffaggine mi rammentava quella dei miei cucciolotti, più graziosa della grazia stessa. Il riso irrompendo dai precordii mi travolgeva le sillabe nella lettura. Con la coda dell’occhio sorvegliavo il mazzamurello dal muso di furetto, temendo ch’egli fosse per trascinarmi in una delle sue gighe vertiginose._

_“Del nìffolo gli esce uno budello quasi fatto a modo d’uno corno da sonare, e quando vuole egli il dilunga bene otto braccia e più quantunque egli vuole; e con questo budello piglia l’acqua che vuole bere; et io il vidi co’ miei occhi che mise questo budello in una bigoncia, e in uno punto con questo budello trasse più d’uno barile d’acqua in meno che tu non avresti bevuto un mezzo bicchiere di vino; e con questo budello piglia ogni cibo e metteselo in bocca. E quando vanno per cammino e trovassono alberi, non è sì grosso albero ovvero ramo, che se il leofante vi gitta suso il budello, incontanente lo schianta e tiralo a terra, tant’è la forza ch’egli ha in questo budello: e se niuno gli s’appressasse per modo ch’egli potesse aggiugnere con questo budello, darebbegli con esso a traverso e gitterebbelo in alto ben venti braccia e più, e poi il riceve sulle sanne, e si è morto„._

_Il cruscaio, sollevato di su la seggiola e agitato da una ilarità irresistibile da quanto il ballo di San Vito, si sbatteva qua e là fra tavola e scaffali, ora sfondando nell’urto una fila di vocabolarii, ora rovesciando una cassetta di schede, ora roteando e rimbalzando dalla spera celeste al mappamondo terrestre, senza poter più fermare il calcagno, senza poter più serrare le mascelle, mezzo uomo, mezzo autòmato, convulsione umana in carcassa di legno, stridore meccanico in ossatura viva, stravagantissima fra tutte le stravaganze da me imaginate mai. E il mazzamurello ruzzante e beffardo, aggraffate le falde dello zimarrino, me lo spingeva addosso o lo tirava nel canto con tanta facilità che io lo vedevo a vicenda appressarsi e allontanarsi indefinitamente come le figure labili dei sogni. E, appressandosi, il fantoccio levava il suo braccio di stoppa fin sotto al mio naso e barbugliava: “Con questo budello....„ E poi si divincolava e quasi pareva spezzarsi in due, a una nuova stretta di riso che lo pigliava pe’ fianchi, gli torceva il bellìco, gli chiudeva lo stomaco. “Se vi gitta suso il budello....„_

_Come schiantato, si riabbandonò di colpo su la seggiola rovesciandosi in dietro; rimase per un attimo in bilico, con quel gorgoglio arido nella gola aperta. Un golino del mazzamurello gli diede il tracollo. Seguì egli nella caduta la spalliera greve, levando all’aria per l’ultima volta il piede cionco; squittì, strise; batté la capata nel duro, non si mosse più. “E si è morto.„_

_Or a chi dunque ero io per confidare i miei quaderni da mettere nella tramoggia? Di quegli spiriti ilari che, come vuole Galeno, “o per titillazione o per allegrezza„ diffondendosi riempiono il cervello e storcono la bocca, ahimè, non mi rimaneva se non una inquietudine simile al rimorso. Il lavoro mi diveniva increscioso e vano. Avevo lasciato in mezzo alla vigna impantanata, là fuori di Porta San Lorenzo, il proposto di Marsiglia Pietro di Agapito Colonna, con la pappagorgia segata dalla sguerruccia di Sgariglia beccaio, supino in una pozza d’acqua piovana e di sangue imbelle. Or anche a me, come al signore di Genazzano, non riesciva di sfangare. Udivo la pialla di Maestro Annibale, la martellina del Romanelli, il martello del Contri, lo scarpello del Betti, suoni discreti dell’opera diligente; e io strascinavo la penna, parendomi di non più sapere dove si fosse “la bontà e virtù della locutione„, simile a uno scolare svogliato. E sospiravo la ben posta Domasco del buon Simone Sigoli, dove mi sarebbe stato dolce vivere da calligrafo copista, tagliando col temperino affilato il calamo de’ paduli di Bambilonia al modo del rostro dell’aquila, polendo con l’ovo di cristallo la carta di Samarcanda tinta in gruogo, facendo da me il mio inchiostro con la filiggine intrisa di gomma e di miele, avendo meco per ogni mio bene la mia scatola miniata di dentro e di fuori a custodia del calamaio di porcellana, dell’ampolla d’acqua, del crivelletto per la sabbia azzurra, del vasetto per la colla di farina. E avrei seguita la scuola dei Sette Maestri d’Asia Minore, esperto di molte scritture, e anche di scrivere con l’unghia come Nizham-eddin Bokhari; e domandato avrei mille piastre per pagina e una cogna d’acqua rosa. “Di fuori di Domasco ha di bellissimi giardini ben pomati d’ogni ragione frutti che tu sai divisare„, mi diceva Simone “e quando sono fronzuti è tanta la quantità, che ’l sole non vi può; e per questo gli uomini e le donne vi pigliano grandissimi piaceri. Ancora, ne’ detti giardini ha grandissima quantità di rose per tale che vi si fa l’anno molte migliaia di cogna d’acqua rosa, ed è della buona del mondo; e veramente egli è un gran piacere a vedere quella pianura con quelli bellissimi giardini.„_

_Ignava era la luce autunnale che ingiallivano i vetri tondi ne’ piombi. Di tratto in tratto, essendo in amore Pinchebella dagli occhi citrini, tutte le mute ululavano insieme di spasimo come i cinquemila cani di Bernabò Visconti. Un sol pensiero di bellezza lontana bastava perché il cervello costretto mi si sfaldasse come galestro. Non rifioriva in quel tempo il sanguine per i boschi e per le siepi della Versilia? E anche in un luogo dell’Apennino pistoiese ch’io so, lungo la fiumana che muove le cartiere; e anche laggiù, tra Ravi e Tirli, nella Maremma dove in quel tempo cominciavano certo ad arrivare le prime greggi, e i cinghiali abbandonavano i piani per rifugiarsi nei forteti, e tutti i laschi biancicavano di brina, e la beccaccia frullava d’improvviso uscendo dai capannoni di roghi, dai macchioni di sondro e di mortella, dalle felci infoltite sotto le sughere. Che avrei dato per ricamminare nella viottola di sabbia, a Bocca d’Arno, stretta tra ciuffi d’erbe e cannucce pieghevoli, quasi rosea, come una scriminatura!_