Part 2
_Sere d’autunno tra il Monte Ceceri e il Poggio a’ Pini, tra Mugnone e Zambra, quando sopra Borgunto a un tratto s’allargava una nuvola turchina, bassa come un tetto di lavagne, e per tutto era un silenzio molliccio come quel d’una cisterna coperta, e ogni piega della terra era già come un labbro proteso alla prima gorgata, l’odore piovano giungendomi al cuore innanzi che all’orecchia lo stroscio! Giungeva di lontano, e non proprio come un odore terrestro ma come una ricchezza indistinta, ma come un umido spirito che seco rapisse tutte le grazie fiesolane sparse tra Sant’Ansano e Belcanto, tra gli angeli di Luca e le modanature di Michelozzo, avendo toccato la rosa e lo smalto, il marmo e la dàlia. E mi gli volgevo come un poeta in sogno, di su la groppa, inspirato dal fiato di Fiesole medìcea. Ma, quando le fitte aste della pioggia cominciavano a risonare contro le picche dei cipressi, tralasciavamo la delizia come quei partigiani Neri e Bianchi che, stando a godersi in Santa Trinita un ballo di donne, spinsero di sùbito i cavalli l’un contro l’altro e s’azzuffarono. Partivamo a trotto chiuso verso Castel di Poggio, entrando nel fosco della rimbombante selva come nell’ombra ostile del secolo remoto, con l’animo d’una masnada che cavalcasse a vendicare una soperchieria contro un dei Manzecca, risoluta a non tornare indietro se non dopo avergli fatto quel che il masnadiere dei Donati fece in calen di maggio a Ricoverino di Ricovero. Rinforzando il rovescio, senza allentare il trotto giù per la discesa motosa, passavamo sotto i piombatoi di Vincigliata, poi lungo l’intorbidita Mensola sino al Ponte, e dal Borghetto su per l’erta vecchia di Settignano ove risfavillavano le selci. Travedevo i campi inondati, i solchi mutati in rivoli, i fossi traboccanti, qua e là una faccia del cielo riflessa in un di que’ specchi fuggitivi. I lauri del Belritorno aulivano come se la pioggia li avesse dirotti coi suoi mille e mille coreggiati d’argento. Balzavamo di sella, su lo spiazzo, fradici d’acquazzone e di sudore fino all’osso, palpando il collo della bestia generosa col guanto inzuppato. I garzoni accorrevano. Dai canili i cani rinchiusi abbaiavano rizzandosi contro i cancelli, ficcando tra le sbarre i musi lunghi e gli occhi ardenti. Chiamavo per nome i tornati, che mi saltavano addosso con le zampe lorde di fango, ansandomi in viso. Se taluno de’ più fiacchi rimasto per via mancava alla chiama, era un gran fischiare, un gran vociare, come in una Caccia di Franco Sacchetti o di Nicolò Soldanieri._
“Tè, tettè, tettè!„ “Ulivo, torna qua!„ “Va su, va su, Donnà!„
_Allora entrava in me una virtù singolare, vigilante e pronta ma pure involta di non so che sogno, di non so che bagliore fantastico, quasi avessi bevuto una qualche stupenda mescolanza. Respiravo in quella calda bestialità con tutti i miei pensieri concitati come nel furore della poesia. Vedevo, nel forte delle faccende, sorgere le figure segrete che si disformano quando l’arte le tocca, V’era luogo per qualche piccola divinità nella posta occupata dall’importanza del cavallo che aveva fatto il suo sforzo e che doveva essere ben governato. I movimenti consueti, resi agevoli ed esatti dalla pratica quotidiana, componevano il ritmo misterioso della perizia, che pareva regolato dalla mia ispirazione. Il palafreniere curvo su la lettiera asciutta, nell’ombra della pancia zaccherosa, e quello che stropicciava il fianco schiumante con una manciata di paglia per ogni mano, e quello che tuffava la spugna nella secchia tenendo la coda o il piede, ognuno accompagnava la bisogna con un certo soffiare ch’era come un suono lieve di persuasione e di blandimento, onde talvolta si formava non so che parola comunicando all’inquietudine della bestia sensibile la pena e l’amore dell’uomo._
_Credi tu ch’io fossi più ebro di me quando nel Deserto d’Arabia alla sosta della sera abbiadavo con un po’ di crusca o con un pugno d’orzo il mio stornello impastoiato, cominciando la luna appena a segnare tra immensità ed eternità il miracolo della mia ombra? Anche là, in quella stalla chiusa, tutto era lontananze e apparizioni dello spirito, tutto era disegni e scritture dello spirito, azioni mutue tra me e gli iddii subitanei. Anche là sentivo il mio cuore divenire più profondo e il mio occhio riacquistare la limpidità infantile, come nel Deserto, come su la spiaggia pisana, come intra du’ Arni, come al Gombo, come nella Versilia, come quando nasceva, dal mio respiro Undulna. Era ben là Undulna, trasfigurata in una grande cavalla baia che meritava il nome della pieghevole dea “dai piè d’ali„. Non docile, abbassava le orecchie, increspava le labbra mostrando le gengive, guardava a traverso mostrando il bianco venato di vermiglio; ma per entro i suoi belli occhi biechi scoprivo l’essere sconosciuto e divino che mi spiava come io un giorno tra le canne del Serchio spiavo il Centauro._
_V’è certo una Musa velata che conferisce un che di simile a quella grazia detta abituale dai teologi. Io ne fui ricco, all’aperto e al coperto. Le mie imaginazioni non erano se non atti di fede. Sapevo come i fantasmi da me veduti fossero più veri dei corpi e dei movimenti che li cagionavano. Tuttavia non mai accadeva che la mia attenzione esterna si interrompesse o si rilasciasse. La cigna sfibbiata, la sella tolta di sul dosso fumante, il riflesso d’una lanterna sopra una groppa lisciata dal torcione, la voce data dall’uomo per far poggiare o per calmare l’impaziente, uno sbuffo strepitoso, un nitrito più tenue che un fremito di gazella, l’odore della canfora, l’odore della farina nel beverone caldo, un bel guizzo di luce sul viso acceso d’un mozzo, la strana cifra segnata dai peli bianchi in un mantello rabicano, ogni gioco delle apparenze mi commoveva come la rivelazione d’una novità che in me solo toccasse il sommo del suo pregio. Di posta in posta, palpavo con la mano senza guanto la spalla le reni l’anca per sentirle asciutte; e più d’una volta eccitavo lo zelo con l’esempio, in gara di prontezza, ché tu sai quanto mi piaccia fra i destri esser più destro e a tutto mostrarmi accomodato. Nel canile, quasi carponi, in maniche di camicia, serrando il levriere tra le ginocchia, gli stropicciavo le zampe, le costole, la schiena, pel verso del pelo, sentendo con orgoglio le masse formidabili dei muscoli nelle cosce, i secchi tendini tanto possenti e pur tanto delicati. O sedentario amico, qual mai nostra sintassi eguagliò la virtù di quelle strutture? Esaminavo io medesimo, volta per volta, i piedi messi a dura prova dalla strada toscana ov’è re il barocciaio. Se mi parevan sensibili, li bagnavo con una ottima infusione di scorsa quercina e d’allume che raccomando ai miei seguaci spedati. D’un tratto, su la paglia fresca dei banchi le risse scoppiavano. Sotto la frusta che non valeva a separare i contendenti, tutto era fuoco d’occhi e ringhio di mascelle armate. Prendevo su le mie braccia il ferito che guaiva: gli trovavo lo sdrucio nella pelle fina, quasi strappo nella seta. Il combattente feroce ora frignava come un bimbo, lasciandosi medicare dalle mie dita leggère. Bisognava parlargli nella sua favella, consolarlo con le sue moine. Certo, amico, non ebbi mai tanta accortezza nel collegare i membri del periodo e nel volgerli alla clausola giusta, quanta ne dimostrai nell’usare l’ago del cerusico e nel mettere le fasce intorno a così difficile irrequietudine. E non mai, veramente, come tuffando le dita nella bacinella, considerai nel sangue un simbolo tanto sublime._
_Hai tu mai pensato che imbestiare può in un certo senso essere un modo di trasumanare? Non so più dove io abbia trovato, ma mi sembra in un Dialogo del Tasso, un detto il quale io non voglio più ricercare per non esser costretto di trascriverlo con esattezza e d’interpretarlo altrimenti che a mio modo. “Così come vi piacque imbestiarlo, vi piaccia anche deificarlo„. Vedo che il mio segreto lirico è in una sensualità rapita fuor de’ sensi. E questo non può sembrare un semplice bisticcio alla tua mente umbra, o cittadino di Todi._
_“Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in sull’uscio mi spoglio quella vesta cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali e curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che _solum_ è mio, et ch’io nacqui per lui....„ Te ne ricordi? Nel tempo delle nostre letture ad alta voce, una sera, come fui giunto a questo passo, non potei seguitare, tanto la commozione mi vinse. E una gentile donna, quivi presente, ricevette il mio tremito sin nel fondo del suo cuore; e credo che di poi meglio mi amasse._
_Ma che mai poteva essere per me ogni altro cibo? Mentre su le alte lettiere i cavalli copertati e abbeverati tritavano con agio l’avena, io veramente a mensa non mangiavo se non la mia anima mista, consentendo al medesimo Torquato che “niuna cosa è più soave della mistura„. Quivi sedeva la mia compagna per la notte; ma non ero ebro se non di me, come se fossi solo al mondo, dedito a tutto ottenere da me e a rifoggiare in simiglianza di me tutto ciò che intorno viveva, per deificarmi. Mi prolungavo nel passato, mi ricongiungevo alla mia eternità; ma come a dentro mi toccava la bellezza presente di quelle rose d’ottobre che ornavano la tavola, ancor molli di pioggia, un poco malate di freddo e d’ombra, più tènere e più misere che le piccole pugna chiuse dei poppanti assopiti!_
_La mia vita segreta era così bella che ogni giorno più la profondavo nel suo silenzio vivente. Bastava talora un grido in mezzo ai campi o uno stormire di cipressi perché ella si levasse in un sùbito tutta quanta con l’ansia di prendere la forma dell’arte. Ma le facevo violenza, la ricacciavo nella profondità._
“O profondato mare, altura del tuo abisso!„
_E vivevo in palese un’altra vita, mi sottoponevo a una disciplina avversa, curioso come fui sempre di conciliare l’inconciliabile e di concordare la discordia, per meritare dinanzi a me stesso quel titolo di Amimetobio male usurpato dalla grossezza romana di Antonio e de’ suoi compagni._
_Per ciò, invece di secondare il mio genio, m’imposi un cómpito determinato, allogai a me stesso un lavoro di lena, impresi a trattare una materia ignuda con la mia maestria, come i miei artieri settignanesi nella mia casa trattavano il legno, il ferro, la pietra. Anche nella scelta fui duro; perché da prima avevo pensato al Re Giannino e a una Siena affrescata con la maniera di Ambrogio Lorenzetti. Avevo di poi pensato a quel Bianco dell’Anciolina che tu ben conosci, al povero gesuato cantore di laudi ebro come Fra Iaco, al giovinetto lanaiuolo distrutto d’amore per l’immacolato Agnello, come apparve “bellissimo e delicato garzone„ all’uomo di Dio Giovanni in punto di partirsi da Siena per andare a Viterbo con rami d’ulivo incontro al Papa, quando Caterina Benincasa compieva vent’anni e cantava anch’ella la sua laude nel suo piccolo verziere intrecciando la ghirlanda di rose con le dita insanguinate dalle spine in commemorazione del divin Sangue. Avevo di poi pensato a Gentile Bellini, a Misser Zentil dalla collana turca, e al suo passaggio d’oltremare su la galera di Melchiorre Trevisan, e alla Bisanzio ancor profumata di neo-platonismo dopo la migrazione degli ellenisti, alla Costantinopoli di quel Maometto Secondo il qual non pregiava se non la guerra lo studio e la voluttà. M’ero pur volto a quel difficile nodo di vizii e di virtù ch’era Filippo di Filippo Strozzi, spirito diverso e ricco quant’altro mai, fatto a ogni cultura e a ogni licenza; e veduto l’avevo, corrotto e magnanimo, ambizioso e molle, sospetto a tirannide e sospetto a libertà, nella Napoli aragonese, nella Roma di Clemente Settimo, nella Firenze d’Alessandro e d’Ippolito, nella Parigi del Cristianissimo, ai suoi Banchi di Lione, in Vinegia col suo caro Lorenzino dal pollice stronco, verso Montemurlo a cavallo con la zagaglietta in mano, sotto le mura della mia Prato messo in sul ronzino al ludibrio della canaglia, lui, il magnificentissimo, il greculo amatore di putti, il “delitioso paradiso„ di Camilla Pisana, il “_dimidium animae_„ dei mignoni e delle meretrici, nelle cui braccia soleva obliare l’agrezza della viragine domestica e smarrire il filo dei Comentarii di Plinio._
_Or in un giorno di nebbia e d’uggia, per aver risognato un gran campo di papaveri visto quell’anno nella Campagna che n’era cruentata come d’una carneficina di baroni, e per aver fantasticato d’un nido di poiana scoperto nella medesima state, imbottito di crini di cavallo e putrido dei resti d’una donnola d’una biscia e d’una botta, mi si presentò la maravigliosa figura di Giovanni Vitelleschi propria alla terribilità dell’Agro quanto la vertebra d’un acquedotto o il rudere d’un colombario. Considerandola, mi sembrò che col medesimo punzone fosse coniata la medaglia di Cesare Borgia, al colpo secco del medesimo martello. Con che acerbo e profondo segno era da imprimerlo nella mia materia quel prete di Corneto che da scrivano del Tartaglia capo di bande s’era fatto despoto irresistibile e “terzo padre„ di Roma! L’impresa borgiana delle Marche, l’eccidio di Pietro Gentile in Recanati, l’espugnazione di Vetralla, la grande e radicata schiatta dei Vico quivi tronca di netto, il tagliamento dei Savelli e dei Colonnesi, l’abbattimento delle rocche in tutto il Lazio fumante, la statua equestre decretata al trionfatore in Campidoglio, Palestrina rasa di terra e lasciata come stoppia in cenere, Foligno occupata nell’oro e nel sangue dei Trinci, il crollo repentino di tanta potenza al ponte di Sant’Angelo sopra la gialla fiumana ineluttabile come la sorte, l’ultima spronata senza galoppo, l’agonia squallida nella prigione, il cadavere portato alla Minerva di notte “in giupetto, scalzo, e senza brache„, la spoliazione e l’infamazione postuma: quanti scorci profili contorni gagliardi per i miei cartoni, quanta convenienza alla maniera secca cruda e tagliente! Ma era alcuna grazia in alcuna di quelle figure, in altra era non so che rispondenza con certi miei sogni e ricordi; sicché le une e le altre avrei potuto amare o ammirare, essendo traboccante d’amore e disposto a donarmi. Per ciò me ne distolsi; e so che la cagione non può esserti chiara, né a qualtivogli. D’un tratto, tra lagno e strido di quel Poncelletto Venerameri capopopolo mandato dal Vitelleschi al supplizio e attanagliato e sbranato in Campo di Fiore, parvemi udir sibilare la pancia del Tribuno di Roma forata dallo stocco di Cecco del Vecchio. Onde avvenne che, quasi vòlto dal Cornetano medesimo verso quell’altro più antico prelato condottiere ch’ebbe nome Albornozzo, io mi rimanessi in Roma e nel Lazio e tra la baronìa facinorosa._
_Ecco per qual vicenda, o amico, mi costrinsi al lavoro improbo che richiedevano una mia _arcana disciplina voluntatis_ e la comunanza assidua con i miei artieri. Stabilito il cómpito, temperata la penna, composta con tutta pulitezza la prima pagina, mi sembrò far parte del loro corpo e in me raccogliere l’armonia di ognuno._
_Non ne serbi memoria tu che per me facesti qualche allogazione stando sul tirato più che tu potevi, sicché tu sembrasti “un po’ durettino„ al mio buon Romanelli? Di lui non ti rammenti?_
_Aveva un viso di melacotogna che di lanuginosa si fosse fatta setolosa, ché il rasoio non ci poteva, tanto la barba gli si rinfittiva in una notte, anche a luna calante. Ingoiava di continuo la saliva, ragionando e tacendo, quasi quel suo gran pomo d’Adamo gli si riseccasse di continuo nell’andar su e giù per quel collo che non pareva appiccarsi alle spalle ma nascere dal tallone riducendo a sé la lunga magrezza dinoccolata di tutto il corpo. E aveva un sorriso dolce che mi faceva pena, per quell’ingoiare che l’interrompeva sempre in su lo schiudersi; e due occhi umidi innocenti inquieti come quelli d’un lepratto, se bene egli mostrasse amare il Carmignano infiascato più che la rugiada su’ brocchi. Maestro di cazzuola ottimo, sol nel prendere la calcina dal vassoio con la punta della mestola e nello schiacciarla su la commettitura rivelava una mano sapiente nervosa e istintiva come quella d’un violinista; e starlo a guardare nell’opra m’era un diletto quasi musicale che m’arieggiava il mito ritmico delle mura tebane, sicché per baia io lo chiamavo Maestro Anfione da Feliceto e gli promettevo una martellina d’oro massiccio._
_E il Contri fabbro? Certo egli era stato a bottega col Caparra e, come per me aveva contraffatto a miracolo il famoso alare che mi mancava al paio, così aveva certo lavorato a quel che mandarono a prendere per il donzello i signori Capitani di Parte Guelfa costretti di contare prima i danari sopra l’incudine. Debbo però dire ch’egli mi faceva credenza e l’arra mi chiedeva di rado, tanto lo rapiva il gran sentimento ch’io avevo dell’arte sua e il mio piacere a vederlo battere e tirare il ferro bogliente e rinvenire l’antiche specie. Roco era e fioco e quasi sempre imbacuccato, per un’angustia de’ bronchi de’ polmoni, come direbbe il Redi; col quale credo consentisse anch’egli nel pregiare tanto il vino vermiglio quanto il bianco il dorato ed il mezzo colore. E si lamentava che la cura della Porretta non gli giovasse e si rammaricava che ora avesse a passare per l’acqua un ch’era passato per tanto fuoco. “Si sa: ci vuol tempo„ gli diceva il medico, quel nostro caro Andrea Nasini, sodo come il peperino del suo Montamiata, schietto come un fonte di Castel del Piano. Rispondeva egli, fioco, quasi da una fucina di sotterra: “Il tempo va e il ferro mi si fredda, sor dottore„. Ma con una nuova invenzione d’una beffa, ci venne fatto di prendere vendetta di quel certo vecchio che, al dire di Francesco Bracciolini, “tutto Il giorno sta co ’l polverino in mano„. Incomodato dall’aver continuo per casa un goffo smoccolatore di ceri e di lucerne, disperato di scoprir per tutto le macchie delle smoccolature e di soffrire a ogni momento il puzzo delle moccolaie, stufo di star sospeso tutta notte ai capricci del lucignolo e ai ghiribizzi dello stoppino, volli rassegnarmi ad accogliere nel bel palagio con pratello e corte, che fu de’ Tanagli e de’ Capponi, ahimè, l’atroce luce delle vie publiche, delle botteghe, dei teatri, delle stazioni. Or un giorno, considerando un singolare oriuolo a polvere comperato in Colonia, il quale portava otto ampolle racchiuse nella sua bella custodia di ferro battuto, mi percossi la fronte come Galileo dinanzi al lampadario del Duomo pisano. Due, quattro, sei, otto e più lampadine legate a coppia per il picciuolo potevan sostituire nella cassa le ampolle da sabbia e ingannare il vecchio Barba. Che alzata d’ingegno e che beffa luminosa! Corsi dal Contri che mi stava appunto racconciando una torciera lombarda a cui era ancóra attaccato il cerume in colature. Fece: “Questa è bona„. E, messo da parte l’altro arnese, súbito ci accingemmo a costruire il primo polverino senza polvere. In breve, su per gli stalli del refettorio, su per gli scaffali della libreria, intorno alle cappe dei camini, lungo le cornici degli armadii, da per tutto erano disposti gli emblemi dell’inesorabile Tempo, gli oriuoli d’arena dai vetri offuscati, dalle custodie arrugginite; ché avevamo perfin ritolto l’arte al guastatore. D’improvviso, a vespro, si rivelava il dolo. Il granello funebre non iscorreva più dall’ampolla nell’ampolla. Fermata era la fuga dell’attimo. La tacita misura era abolita. Tutti gli oriuoli risplendevano e illuminavano. Tu alzavi i tuoi occhi di chiosatore e dicevi in tuo latino: “_Tempus lucesci_„._
_Ma posso io non mentovare Maestro Annibale legnaiuolo, del quale ho tuttavia nell’orecchio quel suo peritoso e perpetuo “Io dirrei....„ e nel cuore quel suo mite aspetto di Giuseppe nazareno temente di calpestare i trucioli? Mi forniva un banco di canile e mi ristaurava un cassone del Quattrocento, mi componeva un gentil graticolato per sostenere una spalliera di rose e mi rabberciava un tramezzo sfondato dal calcio d’un cavallo. Lo vedo ancóra davanti a me, un poco sgomento, con la matita turchina su la bocca dove le parole gli s’ingarbugliavano, quando volle domandarmi se una certa ruota misteriosa, che io e un suo molto sveglio figliuolo detto il Morino andavamo ingegnando, fosse veramente per doventare la ruota della Fortuna o la quinta del carro._
_Te ne ricordi? Era di così raro e segreto pregio che l’avevo messa nel penetrale, in un angolo della libreria, dietro a un mappamondo; e tu le passavi accanto in sospetto come se, macchina infernale, dovesse scoppiare da un momento all’altro facendo scempio de’ Testi sacrosanti. Era l’ordegno costrutto con acume leonardesco, munito di molle nascoste che rendevano mobili e agevoli i quarti liberati dal cerchione rigido; e doveva su le vie attonite della terra sottentrare a quella tronfiona della gomma che non si salva dall’insidia dell’astuto chiodo e della vendichevole selce. Nel giorno della prova, cigolava con un suono tanto inaudito che perfino i cani più petulanti e i più tardi paperi fuggivano al passaggio. Sul primo virare, si sconquassò come un vecchio ombrello investito dalla raffica._
_Il Betti tagliapietra disse giudiziosamente: “To’, gli era meglio una macine„. Io credo che anche a questo mio scarpellatore tu paressi un poco duretto. Te ne ricordi? Aveva una testa risentita, alla maniera di Masaccio; che gli diveniva focosa per lo stare chinato come quella di Piero che cava i danari dal ventre del pesce nella cappella de’ Brancacci. E la sua testa ei l’aveva sopra un paio di brache che gli cascavano infino alle ginocchia; e non riusciva mai a tirarle su bene, in modo che restassero. E, standomi dinanzi bracalone su quelle gambe corte vestite di rigatino grinzo, mi ragionava della sua pietra bigia o serena e della sua cava di Maiano con tanta possa che pareva egli fosse il fratello minore di Monte Ceceri e che tutte le colonne della fabbrica degli Uffizii e altre innumerevoli di chiese e di palagi in Firenze fossero il suo parentado._
_Ricevuta l’allogazione, eseguiva coi gesti issofatto il lavoro. Tagliava facile nell’aria il sasso come il pattonaio una targa di pattona: ecco una soglia, ecco due stipiti, ecco un architrave. Ma bisognava vederlo quando alfine giungeva su lo spiazzo precedendo i barocci carichi che s’impuntavano nella carreggiata. Andava pur sempre bracalone; portava seco nondimeno la grana il peso e il polimento della pietra concia, come l’annunziatore porta l’annunzio. E tanto un giorno mi piacque che sorridendo incominciai per lui una Canzone pietrosa nello stile di Dante aspro._
_Caro il mio Betti, quanto mi aiutò egli a comprendere per che virtù la grande generazione fiorentina degli scultori nascesse dalle cave di macigni e come Michelagnolo sentir potesse d’aver tirato dal latte della sua balia settignanese gli scarpelli e il mazzuolo!_
_Questo lapicida mero, della generazione dei Gamberelli, dei Fancelli, dei Cioli, dei Lorenzi, dei Caprina, era certo l’uomo della sua materia, se altri mai. Ma io ebbi meco anche l’uomo della mia materia inviatomi dalla benignità di San Zanobi Spirito protettore Genio custode Nume conservadore dell’Academia della Crusca; e tu sai con che cirimonia mi fosse condotto dal più grazioso dei linguai e dal più serviziato degli amici, dal nostro Giuseppe Lando Passerini dei patrizii di Cortona litteratissimi._
_Subitamente parve che un odore di farina e di virtù si spandesse nella casa sospetta. “A gloria adunque di Dio servendo l’Academia serviamo San Zanobi, e insieme con la favella i pensieri e l’opre affinando, e purificando, l’amicizia di lui procuriamo; e se ella il più bel fiore ne coglie di nostra lingua, colga ancora a imitazione di San Zanobi, per meritare l’alta sua protezione, il più bel fiore delle virtù.„ Tu sai come io, candidato perpetuo, osservassi e l’una e l’altra regola._