La vita comincia domani: romanzo

Part 3

Chapter 33,809 wordsPublic domain

Non amori inutili, non sciocche ambizioni, ma la voglia di vincere, sola e terribile nella sua bellezza, e quest'unico amico del cuore splendente come l'acciaio, che a sua volta vinceva nei dominî liberi della scienza, che scopriva bacilli nefasti, che inventava sieri prodigiosi: questo rinnovatore che le Università si contendevano, questo violento sollevatore d'uomini che lanciava traverso il mondo possa di volumi clamorosi... Certo l'avevano contesa palmo a palmo, fraternamente, la lor terra di conquista, e ciò che aveva spronato l'uno a superare sè stesso era la vittoria del compagno; ciò che li aveva sorretti entrambi nelle ore più tragiche, era soltanto la loro scambievole fraternità. Non mai fra loro un'ombra d'invidia, che non fosse la più generosa emulazione; mai secreto nè diffidenza fra loro, tanto eran certi e fermi nel voler compiere insieme, fra qualsiasi evento, l'intero cammino della vita.

Sì, forse il malato sognava...

Sognava di lei, quando la vide per la prima volta e la guardò per la prima volta con un pensiero d'amore, così bella che gli parve una cosa inaspettata, nuova nel mondo, benchè sembrasse allora un po' malata, e non d'altro forse che della sua faticosa verginità. Si ricordava d'aver comprato per lei forse il primo, l'unico mazzo di fiori ch'egli mai desse ad una donna, e ricordava la prima volta che ardì stringerle una mano, con paura profondamente soave, per dirle infatti ch'era bella, bella, bella, e che l'amava con un cuore ignoto, con un'anima nuova, nata in quel momento...

Si ricordava quella voce di lei, così grave, così lenta, quando chinò la faccia e gli rispose:

-- Sì, Giorgio, vi sposerei volentieri, se lo voleste...

Allora gli si aperse negli occhi un infinito paradiso, e queste parole gli parvero piene d'un immenso amore, perch'egli fino a quel tempo non era stato amato mai.

L'aveva poi svestita, una notte, religiosamente, quando ancora fra i suoi capelli sciolti fluttuava l'odor nuziale della corona d'arancio; e nel vederla sua, per sè, per sempre, si sentì naufragare in una gioia troppo grande, che gli soverchiava l'anima, onde gli parve che ogni cosa di quel momento si disperdesse fuori dalla vita, in un colore d'impossibilità. Erano stati felici insieme -- o così gli parve -- qualche anno, poi... Poi, già nello svestirla quella prima notte, si era sentito ruggire dentro un male sordo, crescente...

E infine accadde che una volta fu sorpreso di attonita maraviglia nell'ascoltare la voce di sua moglie che parlava con Andrea...

Era un sogno, poteva non essere che un sogno... e l'usignolo, nell'azzurra notte, spietatamente cantava.

. . . . . . .

Ella s'avvinghiò al suo collo, seminuda, sobbalzando sul letto, e mormorava con voce soffocata:

-- Ascolta...

Tesero l'orecchio, ambedue mortalmente paurosi, verso la parete, verso l'uscio, verso la camera lontana.

-- No, t'inganni, -- egli disse. -- Non sento alcun rumore.

-- Sst... taci!

Ascoltava, protesa innanzi nello splendore del raggio lunare, che vestiva d'innocenza la sua lussuriosa nudità; teneva un braccio intorno al collo dell'amante, l'altro puntato su la sponda del letto, con le dita aggrappate nella coltre come bellissimi artigli, tra l'ansia del pericolo, atterrita ma pronta. Il respiro contenuto le gonfiava la gola, palpitante ancora di voluttà; i capelli semisciolti le ingombravano il collo bianchissimo; tra i pizzi della camicia un seno erto le sbocciava come una splendida melagrana.

Ma non udiron altro che l'usignuolo infatuato lanciare i suoi fischi melodici nell'odorosa notte, sopra una orchestra lieve che l'accompagnava in sordina, con brividi appena di foglie nei respiri del vento.

Racquetata, ella si compresse il cuore con una mano e s'allentò nelle sue braccia.

-- Se mi chiamasse di nuovo, come la notte scorsa? -- mormorò.

-- Sì, hai ragione. Làsciami.

-- Ancora un momento... Guarda quante stelle!

Ubbriacato, egli le passava le dita fra i capelli, posava la bocca su la sua pura fronte.

-- Dimmi... -- ella fece; -- una cosa orribile che finora non ti ho mai domandata... Andrea, tu che sei medico...

Per osare una tale domanda ella nascose la faccia contro di lui, affinchè non la vedesse. -- Tu che sei medico, dimmi: È grave?... è molto grave il suo male?

Egli rispose bruscamente, con una scossa che lo percorse da capo a piedi:

-- Non so! non so!

Ed ella, con un filo di voce appena percettibile:

-- Può guarire?...

-- Ah... taci!

Ma la strinse così forte a sè, che tuttavia non si sentì odiata. Allora ella cominciò a parlare sommessamente, con una voce cauta, pressochè insidiosa, mettendo lunghe pause fra parola e parola.

-- Vedi, questa notte, quando ti ho chiamato, ed eravamo curvi, tu da un lato, io dall'altro del suo letto, soli, nel chiarore di quel lume così funereo, io, come in un lampo, involontariamente, ho pensato: Se... se domani...

-- Se non ci fosse più! -- egli disse con una voce tetra.

Ed ella non li vide, ma gli occhi di lui splendettero d'una luce quasi micidiale.

-- Anch'io, -- diss'egli lentamente, con uno sguardo atono, -- anch'io ho pensato questo. Era quasi un incubo, ed avevo la visione precisa del cadavere, come se dalle sue membra immobili soffiasse già quel freddo che mandano i morti.

Rabbrividita, ella si agitò nel letto e si ristrinse contro il tepore dell'amante. Ma egli, senza un tremito, e quasi provando una gioia malvagia nel torturare sè e lei con queste parole, ricominciò:

-- Era veramente un incubo, e chinandomi sopra il suo cuore fioco, io, medico, io suo amico, sentivo solo dall'altro lato del letto il profumo che veniva dalla tua persona bella e viva, l'odore di te che mi sopraffaceva, quell'odore de' tuoi capelli un po' disfatti, che portavano ancora il segno del guanciale... e l'orrore di sentirmi così colpevole davanti a quella specie d'agonia, accresceva smisuratamente il desiderio, il desiderio fisico, intendi? che avevo di te.

Ora fu ella, smarritamente, che supplicò:

-- Taci!...

Ma egli s'inebbriava della sua propria nefandità, si esaltava della sua propria tortura.

-- Lo sai che ho dato finora tutte le mie forze umane alla difesa della vita? Lo sai che sono un medico? un salvatore? Lo sai che ho fatto rinascere centinaia di uomini, e tanto amore mettevo in quest'opera, che per salvare la più inutile vita serenamente avrei data la mia?... M'intendi? Ebbene, ora per la prima volta concepisco la possibilità astratta di rinnegare la mia missione; e questa morte, questa ingorda morte, che ho combattuto accerrimamente, con il cervello e con le braccia, nelle corsìe degli ospedali, fra i crogiuoli de' miei laboratori, questa morte che fu la mia nemica dappertutto, che odiai fino all'eroismo, la vedo per la prima volta come un'alleata, quasi come una benefattrice... e mentre le mie mani avvezze lottano ancora contro di lei, macchinalmente, su questo corpo che ci divide, il mio cuore, il mio spirito, il mio nascosto essere che vuole te, la chiama, la chiama, e le dice con un'oscura voglia di tradimento: -- Sì, che tu sii la più forte... e ch'io non ti sappia vincere mai più!

Ella gli pose una mano su la bocca, una sua mano fredda, che aveva il profumo della colpa, e quella buia fossa che andavano scavando al morituro, ancora una volta colmarono di voluttà.

III

-- Un'imprudenza? Ebbene, sì, mi è piaciuto commettere un'imprudenza! -- disse Giorgio a Novella ed al Ferento. -- Se sapeste con quale delizia un malato, come un bimbo, cerca di fare le cose proibite! Povero me!... non poter muovere un passo, non poter respirare senz'essere ascoltati!... Dio buono, diventa una vera persecuzione!

-- Sei oggi d'umore a veder tutto in nero, -- gli disse Andrea. -- Senza volerlo noi finiamo con irritarti.

-- Fors'anche sono ingiusto, -- egli convenne con un sorriso amaro. -- Ma dovete avere un poco di pazienza... ancora un poco! Vedi: mi reggo a stento: il fianco mi duole per le punture che mi fai... È doloroso quel tuo siero! Quante ne occorrono ancora?

-- Circa una decina, -- rispose Andrea, rapidamente.

-- Oh, se poteste lasciarmi un poco di pace! Voi non sapete cosa valga la pace. No!... via questi scialli! -- disse a Novella, che intanto lo ricopriva; -- basta, basta con tutte le cure inutili, con le inutili medicine! Vedete: io non sono un timido; la morte, se ha da venire, non mi spaventa affatto; ma quello che m'annoia è d'essere trattato già come un moribondo.

-- Sei di cattivo umore, ti ripeto! -- esclamò Andrea con una voce scherzosa. -- L'ho già detto a Novella ed agli altri: voi, con l'eccesso delle vostre premure, non fate che esasperarlo; curatevi meno di lui.

-- Ecco: non datevi di me alcuna pena, e vi prego, vi prego, non sacrificatevi per me! Con questo bel sole, immagino che avrete certo voglia di fare una lunga passeggiata. Stefano e Maria Dora son scesi alla fattoria: se li andaste a raggiungere? Tu, Novella, hai bisogno di aria: impallidisci ogni giorno più. Quanto a me, sto benissimo solo. E se poi mi venisse la voglia di conversare, c'è di là Marcuccio che lavora: l'andrò a disturbare. Con Marcuccio vado sempre d'accordo, perchè in tutta la casa è il solo che se ne infischi della mia salute!

-- Io ti ubbidisco, -- rispose Andrea. -- Non vado alla fattoria, ma scendo in paese.

-- Benissimo. E tu, Novella?

-- Io rimango, -- ella rispose, levando il capo da un libro che sfogliava. -- Se qui t'annoio, salirò nella mia stanza; oggi non ho voglia di camminare.

-- Ti farà male, Novella. Sono tre giorni che non esci di casa, -- disse il malato, mutando singolarmente lo sguardo e la voce nel parlare a lei.

-- Tuttavia permettimi di rimanere, -- pregò Novella con un sorriso.

-- Come vuoi.

Udirono il passo di Andrea lontanarsi per il giardino, e rimasero soli nella sala terrena, egli seduto presso la finestra, ella presso il cembalo, con una lunga striscia di sole, piena di pulviscolo, tra loro.

-- Cosa leggi? -- egli domandò.

-- Nulla: guardo un tuo libro. È «_Il Riso Rosso_» di Andrejeff. L'hai letto?

-- Non ancora.

Entrambi fissarono gli occhi su quella striscia polverosa di sole, dove s'agitava un microcosmo infuriato, una specie di convulsione continua che non faceva rumore, come le tempeste dell'anima. Avevan quasi paura entrambi di guardarsi nel viso; il silenzio li avvolgeva come uno strepito assordante.

-- Vuoi suonarmi qualcosa, oppure sei stanca? -- egli domandò.

-- Volentieri.

Si alzò, sedette macchinalmente su lo sgabello del pianoforte, con una compostezza d'automa, evitando quasi di far rumore, o forse timorosa di sbagliare in checchessia. Aperse il cembalo, scoverse la tastiera, e leggermente, con le dita veloci, cominciò a suonare una fuga di Bach.

Un bel rubino, rosso come una goccia di sangue, le macchiava la mano pallida.

Ora, non veduto da lei, dietro quel velo di sole, Giorgio abbandonò il capo su la spalliera della poltrona e rimase immoto a contemplarla. La cassa d'ebano, ferita in un fianco da quella polvere accesa, mandava dal legno curvo un gran mazzo di scintille. L'opposta parete rifletteva mutevolmente l'ombra della suonatrice. Le sue spalle trasalivano, accompagnando la nervosa celerità delle dita; il suo busto si curvava un poco in avanti con un oscillamento leggero, e messo in evidenza da quella positura su l'alto scanno appariva di una mirabile plasticità; la curva del seno, calma e forte, si delineava di scorcio, sotto le braccia irrequiete. Traverso quel raggio la sua capigliatura prendeva tutt'intorno la chiarità stessa del sole, mentre nel mezzo era fosca e folta, con riflessi color del mogano, come un caldo velluto. E nella faccia dell'infermo, non sorvegliata più dalla vigilanza interiore, s'incavava una squallida miseria, quasi un furore taciturno, una visibile distruzione. I suoi occhi erano spenti, la bocca s'appesantiva; ne' suoi radi capelli, traendone un luccicore quasi umido, penetrava il sole.

Sì, l'amava, l'amava! e morendo l'amava... il che è più disperato che tutto, più irremediabile che tutto!...

Due volte, dietro l'uscio, una vocina di bimba fece:

-- Si può?

Ella s'interruppe, e sùbito rispose:

-- Avanti.

Era Natalissa, la bambina del giardiniere, con un grande fascio di rose tra le braccia. Teneva i lunghi steli ravvolti nel grembiulino per non pungersi le dita; il visetto gaio le sbocciava sopra quei fiori con un sorriso di donnicciuola grande.

-- Il papà mi manda con i fiori da mettere nei vasi. Dice che se li deve accomodare lui, verrà più tardi, perchè adesso è occupato nell'ortaglia e sùbito non può salire.

Parlava con un cinguettìo di passera, tenendo in braccio quel gran mazzo di rose, che per la lunghezza degli steli parevano maggiori di lei.

-- No, piccina, -- ella rispose, lieta che alcuno fosse venuto a interrompere la loro solitudine. -- Dalle a me; le accomoderò io.

-- Eccole, signora. Guardi che belle rose!

E alzando le braccia quanto poteva, diede a Novella il mazzo fragrante.

-- Il papà mi ha detto che queste rose gialle sono le prime delle margotte, e di farle vedere al signor Stefano. Non c'è il signor Stefano?

-- No, è fuori; ma presto ritorna.

-- Allora glielo dica, sa...

-- Certo, piccina. Hai detto queste gialle, non è vero?

-- Sì, le gialle, signora; che si chiamano «Maréchal Niel».

-- Guarda un po' come se n'intende la piccola Natalissa!

-- Eh, già!... -- ella fece con un modesto orgoglio.

Stava tutto il giorno appresso al padre, ond'era divenuta pratica di giardinaggio. Novella prese qualche confetto in una scatola di porcellana e li offerse alla bimba.

-- Grazie, signora, non s'incomodi.

E attorcigliava con vergogna le mani dentro il grembiulino; poi accettò i confetti e se li mise in tasca.

-- E lei sta meglio, signor Giorgio?

-- Sì, piccina, sto abbastanza bene.

-- Bravo, signor Giorgio! Se viene in giardino, mi chiami, che io le mostrerò tutte le pianticelle nuove. A rivederla e grazie.

Se ne andò seria seria, con quelle sue maniere di piccola massaia.

-- Com'è graziosa e brava quella bambinetta, -- disse Novella, che si affacendava nello sciogliere il grande mazzo di rose. Egli frappose un lungo silenzio, guardò la moglie, poi disse:

-- Alle volte penso che anche tu, Novella, forse hai desiderato di averne una.

Ella odorò le rose fragranti, accarezzandole, dividendole ad una ad una, con attenzione soverchia, per disporle nei vasi.

-- Di avere una bimba?... -- fece. -- Sì, vagamente, qualche volta... come forse tutte le donne lo hanno desiderato.

-- E invece io t'ho impedito anche questa gioia legittima, che poteva darti un altr'uomo qualsiasi, perchè la nostra casa è rimasta senza figli.

Ella trasalì nell'intimo, e temendo che una vampa le salisse al viso, per nascondersi, affondò la bocca in una gonfia rosa, cárica di pólline giallo.

-- Di questo non ti ho mai mostrato alcun rammarico, -- rispose.

-- Infatti; ma il silenzio è talvolta assai peggiore di un rimprovero. Mi ammalai poco tempo dopo averti sposata, e fu bene che tu non avessi un figlio mio. Da me, Novella, non ti vennero che tristezze; talora penso che veramente mi devi odiare.

-- Ma Giorgio! -- ella esclamò nervosamente, -- odio solo questi discorsi che mi fai! Non ho alcun bisogno d'avere bimbi e mi tormenti per nulla.

-- Non sai forse che i malati sono crudeli? Soffrono ed amano far soffrire. Ma in me, vedi, è la coscienza che talora mi rimorde. Penso che ho legato senza volerlo una gioventù bella e forte come la tua alla decrepitezza d'un infermo, e penso a quello che deve necessariamente agitarsi nel tuo cuore... a tutti i desiderii che vi reprimi, perchè io non li veda.

Egli parlava con un tono ambiguo, che voleva sembrar pieno di dolcezza, mentre suonava come una indulgente ironia.

-- Non ti nascondo nulla, Giorgio, -- ella rispose, molestata. -- Sono più semplice che tu non creda.

-- Semplice, hai detto? Così mi pareva una volta, ma ora non più. Ora, studiandoti meglio, con quella divinazione dei malati che hanno tanto tempo per riflettere, ho scoperto in te un viluppo di cose inestricabili, di passioni oscure... Ed anzi non sei semplice affatto, ma un nodo mi sembri, serrato e forte.

Ella rise, accarezzando con frivolità le rose gialle disposte in un bel vaso.

-- Perchè? ma perchè tante ubbìe?... Lasciamo stare, Giorgio! Senti piuttosto queste rose delle margotte, che odore inebbriante!... stordiscono... senti!...

Gli si avvicinò, portandogli le rose da odorare. Ma Giorgio bruscamente le afferrò una mano:

-- Vorresti non lasciarmi parlare, è vero?

-- Io? perchè?... -- rispose la moglie, turbata.

-- Vorresti che fra noi, sino all'ultimo, perdurasse l'equivoco dietro il quale ti nascondi? Sì?

-- Ma Giorgio...

-- Però io, poichè sono crudele... -- via, non t'imbiancare così!... -- poichè ho taciuto così a lungo... troppo a lungo!... vorrei parlare una volta con te. Ma, vedi, quel vaso non è sicuro nelle tue mani... Perchè tremi? Pósalo giù, siéditi e dimmi...

-- Ah, ma non è vero!

-- Sì, che tremi: lo vedo. Siéditi qui vicino e ascóltami.

-- Che vuoi? che vuoi, Giorgio? Non ti affannare così; dopo starai male... -- balbettava ella smarritamente, guardandosi attorno, quasi cercasse nelle cose circostanti una via di salvazione.

-- Anzi, -- egli rispose, -- parlarti mi fa bene, un bene infinito, Novella, se tu puoi essere sincera con me. E lo dovresti essere, perchè nessuno... intendi? nessuno potrà mai amarti con l'amore mio, l'amore senza confini d'un uomo che se ne va...

-- Non dire così!... non devi dire così!

-- Ma cosa temi? ch'io t'accusi forse? o ti minacci? o sia così pazzo da domandarti altra cosa che un poco di buona e di vera sincerità? Ascóltami, Novella. Se un giorno avrai nella tua vita lontana, -- e Dio te lo risparmi! -- uno di quei dolori così grandi che non si sa come un'anima li possa contenere, soltanto allora comprenderai perchè voleva oggi parlarti quel Giorgio che sarà uno scomparso, un punto nero nella tua memoria, un'ombra... Làsciami dire; làsciami dire!... Anzi tutto sappi una cosa: non ho rancore contro di te, non il più lieve rancore, Novella, perchè ti comprendo, anzi ti difendo io stesso.

-- Ma da cosa?...

Egli scosse il capo, e seguitò:

-- L'amore non è tale se non quando giunge ad essere un'infinita bontà. Il resto è unicamente una rabida passione, la quale non può nè perdonare nè beneficare. Più tardi ricorderai quello che ora ti dico, e più tardi, poichè l'anima dell'uomo ha bisogno di generare fantasmi, più tardi, quand'io non ci fossi più, potrebbe darsi che anche nell'anima tua nascesse quella paura insoffocabile che si chiama «il rimorso». Ora io ti parlo appunto, perchè non voglio che tu lo conosca mai. Ho invece un altro sogno: quello d'aiutarti ad essere felice, se lo posso ancora, e dirti che non mi devi temere affatto, nè ora nè dopo, e lasciarti la sicurezza che tu non mi hai fatto alcun male, anzi sei stata nel mondo la mia sola felicità...

Ella smarrita lo guardava, senza bene intendere le sue parole, ma sopraffatta dal suono tormentoso di quella voce, attonita, nel vedere quel viso trasfigurarsi e risplendere per un'altezza di sentimento più che umana.

-- Quando, -- egli riprese, -- quando il tuo cuore ti dirà con un morso: «Lo hai fatto soffrire...» -- tu rispondi serenamente: «No; sono stata invece il suo pensiero più dolce, il sorriso ch'egli vide fino all'ultimo nel colore della vita». -- Quando il tuo cuore ti dirà: «Egli purtroppo conosceva il tuo amore, l'altro amore, il solo che avesti...» -- e tu rispondi serenamente: «Che importa? Egli non mi amava perchè l'amassi... Poi sapeva che nessuno può comandarsi di non amare». -- E se il cuore infine ti dicesse: «Ma è stato geloso... orribilmente geloso di te...» -- allora non rispondere nulla, perchè gelosa può essere soltanto la carne... quella si distrugge, finisce, e per lei non vale che si pianga.

Egli fece una pausa e la guardò fissamente, con una tetra luce negli occhi:

-- Saprai non ripetere nulla delle parole che ti dico?

E parve che la maschera umana, la febbre umana del suo dolore gli ricadesse d'un tratto sul viso.

Poich'ella taceva, egli disse parlando a sè medesimo:

-- Forse no; ma non importa.

Allora ella ebbe uno schianto, e dalla seggiola dov'era scivolò a ginocchi, nascondendosi fra le mani la faccia impaurita, poichè sentiva, così genuflessa, d'esser meglio rifugiata sotto l'ala della sua grande anima.

Insieme, tuttavia, poich'era invincibilmente donna, o forse per quel pensiero carnale ch'egli aveva mesciuto nella sua misericordia, le risaliva struggente nelle vene la memoria della notte trascorsa, e quasi per acuire il suo rimorso fisico riviveva in una specie di prostrazione l'ebbrezza di quei loro baci avidi e soffocati, sicchè non sapeva dividere dal terrore della sua colpa l'immagine stessa del peccato, e dall'immensa paura di quel momento in lei nasceva una più grande voluttà.

Allora, così armata della propria gioia, così piena di quell'assente che la teneva in potere, quasi per una ribellione de' suoi nervi crudeli, sentì, nel luogo della pietà, insorgere un sordo rancore contro colui che si faceva troppo umile per atterrirla, e sentì ruggire in sè, tra vena e vena, tra fibra e fibra, una specie di avversione incoercibile, quasi un odio, contro quel nemico disarmato, il quale, non altro potendo, cercava d'incatenarla con la propria bontà.

Ed allora, senza più mercede, si levò di ginocchi diritta, con una rapida mossa piena d'orgoglio, e crudamente lo fissò. In quell'atto apparve da lui così lontana, ch'egli ebbe immediata la percezione di quella inesorabile distanza.

-- Cosa vuoi dirmi? Cosa vuoi sapere da me? -- diss'ella, rattenendo a stento l'impeto della voce. -- Di cosa dunque mi rimproveri?

-- Di nulla, -- egli ripetè, chiudendo gli occhi per nascondere la sofferenza che vi saliva. -- Di nulla, come ti ho detto.

Ma ella pareva non l'ascoltasse, nè averlo ascoltato fino allora, e sentisse invece imperioso il bisogno d'una discolpa.

-- Da che sei malato, qual'è la mia vita? Ho pensato forse a me stessa? ho trascurato forse il più piccolo de' miei doveri? ho passato un giorno, un solo giorno fuori di casa?

Egli voleva interromperla, ma ella parlava concitata, con rapidità.

-- Non mi sono forse negletta come una donna vecchia? Ho riso forse? Hai veduta una sola volta la mia bocca ridere, dacchè tu soffri? Dillo, se mento.

-- Non questo, -- egli fece sconsolatamente.

-- Ti ho mai mostrato, per caso, un rancore anche ingiusto, un rammarico pur lieve, che un'altra donna forse non avrebbe saputo nascondere in una vita così dolorosa?

-- Non questo, non questo!

-- E che allora? -- ella esclamò con veemenza. -- E le mie lacrime, le sai tu? Lo sai quello che ho soffocato nel cuore perchè tu fossi meno triste?... Se tu soffri, non soffro anch'io? Se tu perdoni, sii giusto, non perdono forse anch'io?

-- Ma perchè ti difendi? -- egli gridò con tutto lo sforzo della sua voce fioca. -- Perchè ti difendi?!

-- Non mi difendo, -- ella rispose duramente. -- Mi ribello! Insorgo tutta contro l'accusa che mi fai continuamente, anche tacendo, anche solo guardandomi, e che mascheri male dietro la finzione d'una bontà che non senti. Allora, poichè hai voluto rompere quel silenzio che ci proteggeva entrambi, allora preferisco un'accusa diritta e precisa... Dimmi: di cosa m'incolpi? Sono qui per risponderti, e non mentirò.

-- Oh, questo è impossibile!... -- egli disse, mettendo nella lentezza della voce un sottilissimo scherno.

Ella si sentì pungere come da una staffilata in pieno viso, ed ebbe voglia di gridargli su la faccia l'intera sua colpa, la splendida verità, per mostrargli che infatti non mentiva.

Ma il suo senso femminile di prudenza e di pazienza fu ancora più forte.

-- Prova, -- disse, -- e vedrai!

Arretrátasi di qualche passo, entrò nella striscia di sole, che le si avvolse intorno alla gonna e parve stringere le sue ginocchia in un'armatura splendente.

Egli la guardò fiso, per qualche attimo, con odio e con stupore, poi esclamò:

-- Come gli rassomigli!