La vita comincia domani: romanzo

Part 2

Chapter 23,654 wordsPublic domain

-- Badate, Maurizio... -- ammonì Francesca, vedendogli posar lo schioppo in un angolo del loggiato.

-- Non abbiate paura: ho tutte le cariche nella cartuccera, -- egli rispose, battendosi la mano su l'ampia cintola. -- E Giorgio come va?

-- Lo stesso, o peggio, -- Stefano rispose.

-- Malinconie! -- disse il giovinotto crollando il capo. -- Malinconie! -- Poi si fece animo e riprese il tono gioviale: -- Sono in giro dalle cinque senza sparare un buon colpo. Ho tirato ad una lepre, ma i cani l'hanno mancata.

-- Tanto meglio; vuol dire che rimarrà per me.

Entrò Maria Dora come un soffio di vento:

-- Oh, l'indiano!

Lo chiamava così per il suo colorito scuro e per quell'aria di brigante che gli davan l'uose, la cartuccera, la giubba di frustagno.

-- Servitor suo, signorina, -- mormorò il giovinotto, un po' confuso.

-- La Berta dice che il caffè bolle, ma non si vedono ancora nè Andrea nè Giorgio, -- ella disse, facendo una smorfia con il musetto a quel ragazzone saldo e ruvido come un montanaro, che si era levato in piedi.

-- Non dovevate aspettarmi, -- rispose Giorgio, entrando nel loggiato a passi un poco barcollanti e con le spalle ravvolte in uno scialle di lana. -- Ordinate pure il caffè, mia bella cognatina; sono in ritardo e vi domando scusa.

-- Che scuse! neanche per sogno! -- esclamò Stefano gaiamente. -- Vedo che l'umore è buono, la cera discreta, e questo è l'essenziale.

Il buon vecchio mentiva pietosamente per infondere in quel triste malato un poco d'allegria. Giorgio rispose con un gesto vago, e sedette nella poltrona di vimini foderata di cuscini, che Novella in quel mentre aveva sospinta verso di lui. Ora, senza farne le viste, ognuno guardava curiosamente l'infermo. Egli s'accorse di quell'esame dissimulato, ed un senso di molestia, quasi di pudore, gli alterò i lineamenti. Quel suo viso era emaciato, ma pieno di chiarore, quasi lo rendesse vivido la continua febbre. Una rada barba biondiccia gl'incorniciava il mento; aveva gli occhi dolci e smarriti, una bella capigliatura, dove l'umido solco della spazzola aveva lasciata una traccia brillante. Il colletto era troppo largo per il suo collo esile, ridotto a mostrare la sua tramatura di tendini come un cànapo consunto, e nello sforzo continuo del reprimere la tosse le vene flaccide si gonfiavano con un livido colore d'apoplessia.

-- Vuoi un altro scialle? -- disse amorevolmente Francesca.

-- Grazie, sono coperto abbastanza; non ho freddo; grazie.

Gli dava noia che si occupassero di lui, che avessero tante cure della sua salute; per il che cercava in mille guise di sviare il discorso.

-- Ecco l'ultimo!... -- esclamò, vedendo entrare il Ferento. -- Speriamo che la Berta non abbia lasciato versare il caffè. Quella Berta è tanto sciocca!

E rideva, ma d'un riso così artificiale, ch'era pietà udirlo. Andrea gli battè una mano su la spalla:

-- Come ti senti?

-- Bene; quasi bene.

-- È primavera, -- disse Andrea per dargli animo; -- torna la gioventù!

-- Poeta!... -- esclamò lievemente Maria Dora, con un ironico sospiro.

-- Se lei me lo permette, signorina... -- egli disse ridendo.

Andrea Ferento era tale a vedersi, che il suo primo aspetto muoveva in chi lo guardasse una subitanea curiosità, un involontario timore. Egli era d'alta statura, un po' rigido e ben complesso nelle membra dotate di virile giustezza: il mento segnato con forza, la bocca aspra, i baffi corti, precisa la maschera del volto, fermi gli occhi ed accesi d'una insostenibile fiamma, la bella fronte piena di sovranità. Questa imperiosa fronte, come soltanto hanno i ribelli e i dominatori, stupendo segno di forza, pareva che facesse nascere, che spingesse indietro l'onda maschia della capigliatura, già venata nel mezzo e su le tempie di qualche filo bianco. Un'eleganza sobria, una singolare nobiltà, trasparivan da ogni suo gesto; e come se la natura nel foggiare il suo calco avesse voluto con un segno d'imperiosità predestinarlo al comando, l'intera sua persona raggiava magnificenza. Nell'espressione del volto, in tutte le sue membra così pienamente virili, dominava il segno d'una volontà inflessibile come l'acciaio. Diritta, piombante fra i sopraccigli, aveva incisa nella fronte una profonda ruga.

Tosto che lo vide, Marcuccio si levò e gli mosse incontro:

-- Vi aspettavo, professore, -- disse con tono declamatorio. -- Sono giunto alla fine del nono capitolo. Ho scoperto la teoria dell'equilibrio fra gli uomini e le piante, fra la pietra e l'uomo. Volete che vi legga?

-- Non ora, Marcuccio, -- egli rispose benevolmente; -- mi leggerai più tardi.

Nel frattempo la Berta entrava, recando sopra un vassoio il caffè bollente, che spargeva in nuvole di vapore il suo delizioso aroma. Non appena Marcuccio ebbe veduta la rubiconda fantesca, (poich'egli l'amava d'un amor voglioso e tutto ne ardeva nel fuoco d'una tardiva pubertà), scioccamente le si mise intorno a vezzeggiarla e provocarla con insulse risate. In quel rinascere del tempo di primavera lo scemo sentiva le sue vene gonfiarsi d'una sensuale gioventù; la florida carne della ragazza ventenne come una droga selvatica lo riscaldava di bramosie. Nel giorno l'assaliva per gli angoli della casa, la notte passava lunghe ore dietro l'uscio della sua camera, guardando per la serratura e picchiando affinchè gli aprisse; per lei verseggiava con incoerenza e scriveva lunghe pagine d'amore.

Ed ecco, lo scemo si mise a dondolarle intorno, canticchiando queste parole che aveva cucite insieme chissà con quale intendimento:

«Quando la Berta scende al villaggio non ha il coraggio di guardare in faccia nè Pippo dritto, nè Pippo storto, nè il macellaro, nè il beccamorto.

Maria Dora, nel mescere il caffè, ripeteva insieme con Marcuccio:

nè Pippo dritto, nè Pippo storto, nè il macellaro, nè il beccamorto.

Poi disse a Marcuccio:

-- Non vedi che la fai scappare? La Berta non vuol saperne di te.

-- Sorellastra, non parlare di quello che non sai! Vérsami il caffè.

Maria Dora gli riempì la tazza, ed egli si prese con ingordigia un grosso pezzo di focaccia.

-- Maria Dora, -- disse Giorgio, mentr'ella se ne andava dall'uno all'altro mescendo il caffè, -- v'ho intesa cantare tutta la mattinata: avete una bella voce.

-- Sicuro, e farò la cantante! Perchè io, -- disse con intenzione, guardando Andrea, -- non son nata per il matrimonio... Affatto! Ecco il vostro caffè, signor Andrea. E farò la cantante, con dietro uno strascico di seta lungo due metri...

Così dicendo ne faceva il gesto.

-- Bada che versi il caffè! -- l'interruppe sua madre.

-- ... e una bella parrucca di color stoppa, le labbra dipinte, la faccia imbellettata, una scollatura fin qui... E voi, signor Andrea, mi manderete un bel cesto di fiori per la mia serata d'onore... Già, ma frattanto la mattina russate così forte che vi si ode fin nel corridoio.

-- Vorrei sapere dove hai imparato a discorrere in questa maniera sconveniente! -- esclamò padre Stefano.

-- In convento, papà... dalle piccole suore! Si parlava così da mattino a sera, poi si pregava... quanto si pregava dalle piccole suore!

-- Che impertinente!

-- Volete un po' di crema, signor Andrea? È fresca.

-- Volentieri, -- egli rispose. Intanto le osservò le mani. -- Veh!... che manine ben curate avete ora! C'è dunque una manicure nel villaggio?

Ella prestamente nascose la mano libera dietro il dosso:

-- Vi burlate sempre di me, signor Andrea...

Ancora un poco discorsero insieme, poi ciascuno se ne andò per le proprie faccende; mamma Francesca nella guardaroba per curare i bucati, Maurizio con Stefano a battere la collina in cerca di lepri, Giorgio a intiepidirsi le spalle freddolose nel bel sole che allietava il giardino. Novella scese con lui, sorreggendolo mentre poneva il piede su la scalinata, e, quando furono in mezzo al viale, si volse per domandare:

-- Voi non venite, Andrea?

-- Finisco la mia sigaretta quassù, discorrendo con Maria Dora, -- egli rispose, rimanendo ritto su l'ultimo gradino e fissando la bella figura di lei, che s'allontanava. Lo scemo erasi di nuovo rannicchiato nel suo cantuccio e rileggeva gravemente le pagine interrotte.

-- A discorrere con me? -- fece Maria Dora. -- Come possono interessarvi le mie chiacchiere?

-- Molto, forse... Ma, se avete altro a fare, posso anche rimaner solo.

-- Non avrei altro a fare che finire di vestirmi... -- ella disse con civetteria. -- Sono ancora tutta in disordine.

-- Forse di donne e d'abiti m'intendo assai poco, ma mi sembra, Maria Dora, che così vestita stiate deliziosamente bene.

-- Ora, -- disse Marcuccio avanzandosi fra i due, -- ora, professore, mandate via Dora, che vi leggerò qualcosa.

-- Veramente, Marcuccio, -- egli rispose con indulgenza, -- queste letture si ascoltano meglio la sera. Di giorno c'è troppo svago e troppo rumore. Attendi fin stasera: verrai nella mia camera e leggeremo. Intanto lavora.

-- Come volete... -- rispose lo scemo, con malumore. Ma sùbito si arrese a quel ragionamento: -- Certo la sera è meglio; si è più raccolti. Solo non posso trovare il titolo per il mio libro: me lo dovreste suggerire voi.

-- Ci penserò, Marcuccio, e stasera lo avrai.

Allora lo scemo si ritrasse, parlando fra sè, con ampi gesti: -- Voglio divenir celebre, celebre, celebre!... -- Poi, forte: -- Spiegàtemi: come si fa per diventar professori?

-- Io vi dicevo, Maria Dora... -- E rispose a Marcuccio: -- Si studia e si lavora.

-- Aouff!... -- esclamò Dora stizzosa.

Ma lo scemo, senza badarle:

-- E quando avrò pubblicato il libro, mi chiameranno professore?

-- Certo, certo!

Marcuccio si allontanò mormorando: -- Celebre! celebre... professore!

-- Dunque vi dicevo, Maria Dora, che nell'abito di questa mattina voi state deliziosamente bene. Poi vi curate ora con somma attenzione; ogni volta che torno dalla città, e vi rivedo, mi serbate una sorpresa.

-- Ma sapete, signor Andrea, che non riesco bene a comprendere se parliate sul serio o per burla! -- esclamò la fanciulla, un po' confusa. -- In ogni modo so che vi divertite spesso alle mie spalle... e fate male!

-- Perchè?

-- Perchè questo, in fondo, mi potrebbe anche dispiacere...

-- Ma io dico sul serio, -- egli fece con pentimento.

Ella sùbito si rasserenò: -- Allora continuate! Fàtemi un po' la corte...

-- Ecco, dicevo che siete ora una signorina, del tutto signorina, e molto graziosa, e molto... desiderabile!

-- No... -- ella si schermì con civetteria.

-- Ma sì... molto desiderabile! Vedo anche, per esempio, che avete cambiato pettinatura; non è forse vero?

-- Sì. Vi piace questa?

-- Molto mi piace; vi sta molto bene: v'invecchia. Ora non sembrate più la piccola educanda ch'eravate all'uscir dal convento. Vi ricordate? Son venuto una volta con Giorgio e con Novella a trovarvi nel parlatorio. Cosa fanno le piccole suore?

-- Vado a visitarle di tempo in tempo e canto ancora nei cori.

-- Infatti, voi avete sempre quella freschissima voce... Anche stamane, vestendomi, v'ho intesa cantare.

-- Ed anche prima... dormendo! -- lo punse Maria Dora.

-- Già, russando, come voi dite... Ma questo non conta. V'ho intesa, in ogni modo, e voi eravate, credo, nel giardino.

-- E nel giardino, e nella sala, ed in cucina, in granaio, nel corridoio... dappertutto!

-- Ma io dico nel giardino perchè è più poetico, vi pare?... Dunque la vostra voce veniva su limpida e quasi primaverile, come se la portasser dentro i raggi del sole... È sentimentale questo? Vi piace?

-- Così, così...

-- Allora, non so perchè, ho pensato ch'eravate una signorina, una bella signorina, e ho deciso di farvi un poco la corte. Ecco, e vi faccio la corte ora, come desiderate voi...

-- Per ridere? -- ella domandò perplessa.

-- Ma... già! la corte si fa sempre per ridere.

-- Allora siete molto maleducato! -- ella esclamò con dispetto.

-- Davvero?!

-- E non so perchè vi divertiate a farmi del male...

-- Che male vi faccio?

-- Ma... naturalmente! Se io, per esempio, prendessi le vostre parole sul serio? Mi avete detto che sono una signorina, ben vestita, ben curata, con le unghie lucide... vedete... -- e gliele mostra; -- che vi piace la mia pettinatura... -- se la tocca; -- che canto bene... che la mia voce era come una primavera, mentre vi destavate appena... e tutto questo può turbare una ragazza, può farle un certo male, può darle quasi una profonda voglia di piangere... ecco!

-- Oh, no!... Allora vi domando scusa e vi prometto di non farvi mai più, mai più la corte... Va bene?

-- Chissà se va bene?... chissà... Anzi non va bene affatto!

-- E perchè?

-- Il perchè non ve lo dico. Ma voi siete un uomo crudele: lo si vede dai vostri occhi!

-- Ohibò! Ditemi una cosa: quanti anni avete ora, Maria Dora?

-- Diciannove anni e mezzo, signor Andrea!... -- ella rispose con un sospiro.

-- Oh!... e lo dite come se fosser molti!

-- Per me sono molti... -- Poi fece una pausa, una lunga pausa: -- Del resto lo so bene che non posso interessarvi per nulla... io!

Quante cose in quell'«io», così breve, così profondo!

-- Perchè, Maria Dora? -- egli fece, un po' confuso.

-- Voi domandate troppi perchè, mio caro!... I quali sono difficili a dirsi, e non si debbono dire. Credete forse che a diciannove anni e mezzo non si veda nulla? Invece si vede tutto. E si sa tacere anche... certo: si sa tacere.

Egli la guardò con un senso timoroso di maraviglia, per quel sùbito mutamento avvenuto in lei, nella frivola bimba, piena d'allegrezza e di civetteria. Ora ella parlava gravemente, come se dal volto le fosse caduta una maschera d'infantilità, e lo sguardo intenso de' suoi occhi, l'attitudine amara della bocca, la facevan singolarmente rassomigliare alla sua triste sorella.

-- Non vi comprendo più, Maria Dora... Quello che voi dite mi sembra strano.

-- Strano?... Forse. Ma, vedete, non bisogna burlarsi di me; non bisogna prendermi come un piccolo gioco, perchè io so anche pungere, se voglio. Solo, non voglio pungere voi, ed il perchè... -- Fece di nuovo una pausa, nella quale tornò ridente: -- ... il perchè lo so io sola! Non ve lo dirò mai. E per non dirvelo me ne vado. A rivederci!

S'alzò e corse via come un leggera farfalla, ridendo, e lasciando nell'aria il suo limpido riso.

II

Egli era nella sua camera, insonne, affacciato al davanzale, quando già nella casa dormente più non udivasi alcun rumore. Aveva spento il lume, per abbandonarsi al torpore delle proprie meditazioni; ma la stanza era piena d'una luce quasi fantastica, per il chiarore che vi tramandavano le infinite stelle. Splendeva il suo letto, splendeva il grande armadio vetrato, carico d'orciuoli, di fiale, di vasi, d'ampolle medicinali.

Ondeggiante, sfioccata, lontana, una striscia di nebbia navigava sopra il mare delle foreste, ogni tanto mutando colore, come un naviglio veliero, nell'incantesimo della notte. E quella striscia di nebbia era una immagine dell'anima sua, sospesa fra i più grandi abissi, incerta e pur navigante.

A stordirlo salivano dall'inebbriante giardino vampe di profumi e d'aromi, come se la primavera dormente fosse un'ara infinita e vi bruciassero incensi; ma, chiudendo appena gli occhi, vedeva un immenso lenzuolo nero scendere su quel mondo stellato e gli pareva che fantasmi orrendi si aggirassero nella tenebra disperata.

Egli pensava ancora una volta all'amore e al delitto: -- le eterne fiabe degli uomini: il delitto, e l'amore.

Poi gli parve udire quel lievissimo fruscìo noto, dietro l'uscio, quel respiro di lei che sentiva quand'era impercettibile, quel profumo di lei che lo snervava quand'era pur lontana, e si volse.

La vide infatti, che socchiudeva la porta con precauzione, appena tanto da potervi passare; la vide che tremava per un lieve scricchiolìo dei cardini, tutta raccolta nelle spalle, quasi volesse annullare anche il proprio respiro... e fu nella camera. Girò la chiave con cautela, perchè la serratura non stridesse, poi gli scivolò accanto, lieve, con un brivido, nel quadrato azzurro della finestra.

Egli non si mosse, non la baciò. La guardava. La guardava con una specie di stupefazione, tanto il timore e l'amore facevanla bella. Ma poich'erano vestiti entrambi di nero, ad entrambi sembrò che vi fosse qualcosa di funereo in quella veglia che facevano davanti alle stelle.

-- Che hai? -- diss'ella.

Il respiro della sua bocca, poichè aveva il sapore medesimo della sua carne, parvegli che fosse un bacio. Sotto quel bacio egli s'irrigidì, chiuse gli occhi, volendone quasi godere una tentazione più prolungata. Ella nervosamente gli posò le mani su le spalle:

-- Che hai? Perchè mi sfuggi?

Allora, d'improvviso, l'attrasse nelle sue braccia, se la strinse al cuore con una specie d'amor convulso, affondando la bocca nel tepore del suo collo, nel principio della sua nudità. Ella era piena d'istinti lascivi, come nella più matura estate un favo è gonfio di miele. Tanto pallore le scorreva nel viso, che di quel solo bacio pareva godesse un estremo piacere.

-- Perchè mi sfuggi? -- domandò ancora, ma contro la sua bocca. -- Durante il giorno, appena mi guardi; quando arrivi, quando parti, cerchi sempre di non parlare con me.

Egli non rispose; ma sostenendo sul braccio il peso della sua nuca rovesciata, le carezzava gli occhi dalle ciglia quasi d'oro, a lungo e piano, come si fa talvolta per addormentare un bimbo.

-- Non mi ami più?... -- ella disse, mentre invece sentiva la passione dell'amante invaderle ogni vena come una immateriale carezza.

-- Sì!... sì!... -- egli proruppe; -- ma sono un vilissimo uomo, Novella, e fra noi ci sono troppe ombre.

Allora ella si strinse nelle braccia dell'amante come in forte rifugio.

-- E adesso, dorme? -- domandò Andrea.

-- Sì, dorme.

-- Ne sei certa?

-- Sì.

-- Ti ha parlato di... noi?

-- Non ancora, ma ogni momento pare che sia per farlo.

Tre stelle filanti, lontane, veloci, caddero insieme. La notte si accendeva di chiarori fantastici, di vampe fatue, per ogni dove, come un rogo. Egli, tenendola nelle sue braccia, le fissava la fronte illuminata, quasi fissasse un punto magnetico, seguendo le bufere de' suoi propri fantasmi. E vedeva su quella fronte le radici dei capelli scintillare minutamente, quasi fossero cosparse d'una invisibile polvere d'oro.

-- Novella, -- esclamò, -- che faremo?

Egli disse queste parole con un'esausta voce desolata, e le disse, lui così forte, come un bimbo.

-- Non importa, -- ella fece, scuotendo il capo. -- Se tu mi ami, non importa! Quello che vuoi... anche uccídimi!

Parlava come in un'ebbrezza, piena di lui, sotto il potere del suo fermo sguardo. E rovesciando la gola turgida esclamò di nuovo: -- Poichè fra poco saremo scoperti, e poichè il nostro bimbo non può, non deve nascere... poichè non possiamo avere la nostra felicità... uccìdimi, se vuoi, ma con le tue mani... con le tue sole mani, che amo... non mi farai male.

Ora la sua passione la transfigurava in una bellezza più che umana, e questa offerta di martirio pareva, su la sua bocca, semplice.

Egli s'irrigidì; un lampo sinistro gli splendette negli occhi: tutta la volontà parve gli balzasse d'improvviso al sommo dell'anima, inflessibile.

-- Era il mio amico e non lo è più, -- disse con una tetra lentezza; -- era il mio fratello, e non lo è più. Ho creduto ad altre cose false nella vita, e le rinnego; una sola cosa è vera, necessaria, inevitabile: te.

Fece una pausa dura e guardò nella notte che brillava; brillava come un incendio di fosforo, su tutte le cime, vertiginosa. Poi affermò, piano con le labbra, ma forte nel cuore: -- Sì, è possibile!

-- Che dici?

-- Nulla; non voler sapere. Questo solo posso dirti: non ti perderò. Se ho potuto per questo amore giungere alla frode in cui viviamo entrambi, se ho potuto annullare la mia coscienza fino a tradirlo nella sua casa, vicino all'ora forse della sua morte... questo solo posso dirti, Novella: non ti perderò.

Ella ebbe un sorriso estatico, che le rideva fin su le ciglia, che le sperdeva gli occhi in una immensa felicità.

-- Così mi ami?

-- Così, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «più forte».

Fiumane, fiumane, quasi d'un sole notturno, invadevano lo spazio, ravvolgendo come di gloria il loro colpevole ma stupendo amore.

Sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell'antichissima quercia, un usignuolo cominciò a cantare. Le ghiaie frammiste con frantumi di vetro mandavano sprazzi, simili a quelli che davan i suoi denti nel riso d'ogni bacio, fra i due fili rossi delle labbra. Ella fu sua con tanta disperazione, con tanto delirio, che le sembrò veramente di sentirsi dare la morte, fra vena e vena, per tutto il sangue, fino al cervello, senza patirne, come aveva detto, alcun male.

Nello stesso tempo, e solo qualche passo più in là, diviso appena da leggere pareti, un uomo afferrato già dalla morte vera, da quella bieca e putrida che porta indosso un lenzuolo per coprirsi le costole nude, sussultava in un sonno angoscioso, respirando a fatica il lezzo del suo proprio respiro, con la fronte che si bagnava di uno stillar gelido, l'anima che si rompeva in un tormento senza pace: carcame d'uomo incominciato a marcire.

Ancora una volta era necessaria quella vicinanza, che non è fortuita ma universale, della voluttà con la disperazione, del nascere con il morire: inestricabile nodo che s'aggroviglia nell'ironia continua della vita. Una casa d'uomini dormiva insensibile nella notte bianca, e da due finestre vicine usciva unitamente a sperdersi nell'aria stellata un respiro voluttuoso d'amanti che s'inebbriavano ed un fioco rantolo d'addormentato, ch'era già quasi un rantolo d'agonia. Sopra questi aliti vicini e dissimili, che sono tuttavia la parola di tanti silenzi notturni, sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell'antichissima quercia, un usignuolo, come per ischerno, s'era messo a fischiare.

E forse in quel sopore affannoso, come traverso un velo di lontana irrealità, il malato sognava...

Si rivedeva nella piena giovinezza, povero ma risoluto a far molto cammino, senz'altra ricchezza nella vita che il suo forte ingegno ed un amico più forte. Questi era medico ed egli ingegnere di ponti e miniere, sbalzato dalla sorte in ricche terre inospitali, a tutte le temerità risoluto pur di conquistarsi la vita. E si vedeva nei pozzi profondi, ne' corridoi angusti, malsani di miasmi e di gas asfissianti, con le squadre di operai destinati alle galere sotterranee, armati di maschere e di lanterne cieche, non più simiglianti ad uomini ma quasi a rettili tenaci contro i forzieri della terra; si rammentava le tragedie, gli eroismi laggiù, dove il sole non è mai giunto, e riudiva quel sordo rombo della macchina calata nelle viscere della terra, per rovistarla e ferirla come una sonda nell'utero materno, e rammentava le catastrofi repentine, con gli urli delle vedove e dei figli intorno ai cadaveri carbonizzati...

Poi le ore di vittoria, quando si era messo con i cercatori d'oro, con gli impavidi pionieri che l'umanità spinge come vessilli a' suoi limiti sconosciuti, e quando, per aprire altri valichi alla potenza temeraria dell'uomo, aveva trionfalmente forato il grembo calcareo delle montagne, gettato ponti leggeri come ghirlande di ferro sopra fiumi turbolenti, e condotta l'acqua ove le terre ardevano di siccità, e deviata la piena delle valli di straripamento...