Part 9
Frattanto la sua giovine forza trionfava rapidamente sul male e il giorno giunse. Il giorno di una prima partenza è sempre di una bellezza gaudiosa. Quando uscì dalla casa, nel sole, quando fu alla stazione, quando vide giungere il treno tacque e sorrise; sorrise sempre senza che il malinconico aspetto della madre in lacrime la turbasse o la preoccupasse.
Troppe ed inconsulte erano state le lacrime della madre perchè ella ne fosse presa. Poi era la sua volta. Dopo tanti sogni partiva verso l’ignoto e il commovimento da cui era invasa dominava e allontanava ogni altro amore.
La chiusero in un compartimento per signore sole, la raccomandarono al capo treno e i consigli e le prediche non avevan più fine.
Anna ascoltava senza capir nulla, dicendo sempre “sì„. Poi il treno si mise in moto ed ella vide la sua piccola madre abbrunata agitare il fazzoletto e portarselo agli occhi; la vide incamminarsi dietro al treno, protendere la faccia sparuta, piangere disperatamente. Perchè mai tanto dolore? Ed era solo dolore? Si separavano forse per la morte? Quando si ritirò dal finestrino non pensò più ad altro se non alla sua felicità e il ricordo di quel viaggio le fu poi sempre come un sogno vissuto portentosamente. Giunse alla città destinata verso il crepuscolo. Il treno si fermò ad una piccola stazione fiorita sul Lago Maggiore. Era l’aprile.
Un brusìo festoso di gente che si avviava alle armoniose ville del Lago; una dolce luce per tutte le montagne e su l’acqua azzurra; una stazione gaia come un ritrovo d’amore. Trovò coloro che l’attendevano, li seguì stordita, senza parlare, e per quella sera non vide e non seppe se non le montagne serene, una strada fra i giardini e la sua cameretta sul lago.
Poi si ridestò. Fu anche per lei l’attimo in cui si vive la vita come un prodigio e non moriron dieci giorni ch’ella era innamorata.
Non fu una cosa improvvisa. Si rividero laggiù, per caso, ma già si eran conosciuti fanciulli nella città nella quale erano nati. Nè l’uno fu più sorpreso di incontrare l’altra, nè la loro gioia si misurò su ritmi dissimili. Si piacquero, si amarono e decisero il loro destino. Egli doveva andarsene in America, avrebbero sposato innanzi di partire.
Quaranta giorni trascorsero e l’incantesimo finì. Anna doveva ritornare. Riprese la strada come se discendesse verso il buio, verso una prigione che un mese di libertà le rendeva più intollerabile. Sentì allora di non poter amare sua madre. A volte la ribellione di lei giungeva fino al pensiero di andarsene lontana per sempre. Ma la speranza si abbranca ai minimi segni e pensava ancóra che i suoi avessero potuto assecondarla.
Armando era partito due giorni prima per far la domanda ai legittimi proprietari di Anna; ella, giungendo, avrebbe trovata la decisione stabilita. Credendo ancóra di valer qualcosa nell’atto in cui doveva compirsi il proprio destino, scrisse alla madre e al padre una lettera appassionata per prevenirli, per dir loro quale era l’anima sua e il suo desiderio, ma a volta a volta il dubbio vinceva la speranza.
Attese invano un telegramma di Armando; partì scorata.
Dopo un interminabile viaggio trovò alla stazione la madre, delirante in una convulsiva gioia lacrimosa e il buon padre più rinsciocchito che mai. Innumerevoli i baci e gli abbracci. C’era tutto il parentado strillante, ululante per la gran gioia. Una barocca fiera di esultanza. E fra la tempesta delle domande, dei baci, degli abbracci, delle lacrime, delle carezze fu trascinata via senza capir più nulla. Come le apparve orrendo il volto di quella gioia canina!... L’avevan _ripresa_ finalmente!... Era ritornata all’adiaccio fra le altre pecore, fra tutte le pecore matte del suo parentado!... Era tornata sotto le amorose grinfie de’ suoi tutori e forse non se ne sarebbe dipartita mai più!... E d’improvviso tanto fu forte la sensazione di tale realtà che ruppe in un pianto improvviso.
La signora Viani le si strinse al braccio:
— Perchè piangi, Anna?...
Non rispose. Risposero per lei le impennacchiate parenti:
— È l’emozione, poverina!...
— Era tanto che non ci vedeva!...
— Piange per la gioia!... Lasciatela stare!...
— Lasciatela stare!...
La gioia, sì! La gioia sorella della morte! E il parentame se ne andò. Rimase sola nella stanza da pranzo col padre e la madre, li guardò negli occhi, cercò di parlare. Ma la sua piccola madre non le lasciò aprir bocca una volta sola: parlava e parlava e si faceva in quattro a toglierle di dosso l’ombrello, i guanti, il velo, il cappello. Pareva temesse di udire la voce di lei. Quando aveva esaurito un argomento ne cercava un altro, poi un altro, squadernandole innanzi lo stato civile di tutti i conoscenti: matrimoni, morti, adultèri, fallimenti, crudeltà filiali, eroismi materni, tutto quanto era venuta accumulando in quaranta giorni; e ogni dieci secondi interrompeva la narrazione favolosa per domandarle notizie della sua salute, per offrirle un brodo, una tazza di latte, un uovo da bere; ma di Armando non una parola. Si capiva che il solo nome di quell’uomo era l’orrenda ansia della piccola madre e che si profondeva ridicolmente in tal guisa solo nella speranza che Anna capisse e dimenticasse. Un attimo rimase sola col babbo e ne approfittò. Lo guardò fisso negli occhi, gli domandò:
— Babbo.... hai saputo?
— Sì.... ho saputo.
— Ebbene?...
— Parlerai con la mamma!
— Non volete?
Fu un grido. In quell’istante rientrava la signora Viani. Si fermò stupita, domandò:
— Che cosa è stato?...
Capì a un’occhiata del marito e ricominciò la petulante solfa. Anna ne era stordita. Salì alla sua stanza, affranta. Incominciava a intravvedere la verità. Di un subito fu colta da uno scoramento tale che si lasciò andare su di una sedia senza dir parola, tutta abbandonata all’angosciosa tristezza. Le lacrime le scendevano a coppie per la faccia impallidita. La signora Viani finse di non accorgersi nè del pianto nè dell’improvvisa tristezza della figliuola: continuò a parlare, sempre più animata, e a moltiplicare le sue tenerezze intempestive.
Anna tacque ancóra; poi si rizzò di scatto e domandò, ferma:
— Mamma, dimmi la verità!
La signora Viani si fermò a mezzo la stanza, si rivolse e domandò stupita:
— Quale verità?
— Non farmi parlare, mamma!... Tu sai che cosa voglio dire!
— Ma.... non ti capisco, bambina mia!
— Ier l’altro è venuto qui Armando Vada....
La signora Viani non rispose.
— .... vi ha parlato....
Uguale silenzio.
— Ebbene.... che cosa gli avete risposto?...
— Ma.... — fece l’umile creatura di bontà — io non c’entro!...
— Come non c’entri?
— No.... parlerai con tuo padre!
Allora Anna fu presa da un aspro riso.
— Perchè ridi?...
Per qualche tempo la convulsiva amarezza non le concesse di parlare. Quando l’affanno le si calmò un poco, disse:
— Rido perchè il babbo mi ha risposto come te!...
— Io non ne ho colpa!... — mormorò l’umile madre. Nella pausa che seguì ella evitò di guardare la figlia.
— Che cosa gli avete risposto?
— Perchè parlarne? — fece la signora Viani, implorante.
— Dunque non dovrei saper nulla?
— Stai tanto male con noi?
— Che c’entra questo?
— Pare tu non veda l’ora di abbandonarci!
— Mamma!... Non essere ingiusta!...
— Credevo tu ci volessi più bene!... — soggiunse la piccola donna, le lacrime agli occhi.
Anna si sentiva il cuore stretto da un’amara tristezza. Disse a voce spenta, gli occhi fissi innanzi a sè, assorti in un malinconico deserto:
— Ti credevo più buona!...
Un lampo di sdegno accese gli occhi della signora Viani, ma fu subito spento.
— Dopo tutto — riprese — farai ciò che vorrai!...
E per quel giorno Anna non ricondusse il discorso sul colloquio e la madre si intenerì sempre più nella speranza che la sua buona figlia avesse dimenticato.
Nel giorno che seguì, recandosi la mattina nella stanza di Anna per prestarle gli umili, inutili servizi nei quali si esplicava tutto il suo amore, trovò la figlia seduta alla scrivania, pallida, scarmigliata, gli occhi enfiati.
Così l’aveva lasciata la sera innanzi, così la ritrovava. Le si accostò piano piano, le chiese:
— Come stai?
— Male! — rispose Anna.
— Che cos’hai?
— Non so!
— Hai dormito?
— No.
Guardò il letto; era intatto.
— Non sei andata a letto?
— No!
— Perchè?
— Perchè non ne avevo voglia!
— Ma ti rovinerai la salute!
— Poco male!
— Anna!...
Una pausa.
— Se lo sapesse tuo padre!...
Anna nascose la faccia fra le palme e ricominciò a piangere sommessa.
— Ma che cos’hai?...
— Dovresti saperlo!... — rispose la giovinetta.
— Bambina mia.... diventi irragionevole!...
Anna si levò, si rivolse verso la madre:
— Mamma, gli avete detto che non volete?...
— Ma perchè non lo domandi a tuo padre?
— Perchè tu sola hai deciso tutto!
— Io?
— Sì. Il babbo fa quello che tu vuoi.... Tu lo sai convincere.
— Ti giuro che non gli ho parlato!
— Non vuol dire! Avrà capito dalle tue reticenze.
— Quali reticenze?
— Le puoi sapere tu sola.
— Dunque non mi credi?
— Ma io credo tutto!... Voglio sapere solamente quello che gli avete detto!
— Sei ben cocciuta!
— Non si tratta di cocciutaggine, si tratta della mia vita! Credo di avere il diritto di sapere come volete disporne.
— Noi vorremmo che tu non ci abbandonassi mai!
— Vorreste ch’io rimanessi sempre la vostra piccola figliola da condurre a spasso!
— Anna!
— È la verità!
— Sei crudele!
— Non più di quello che tu non lo sia con me! Ma è dunque un giuoco il mio? Ma sono dunque tanto trascurabile che il mio cuore e la mia volontà non valgano nulla in tutto questo?
— Bada.... potresti pentirtene!
— Di che cosa?
— Di aver fatta la tua volontà.
— E perchè?
— Perchè non hai esperienza.... perchè alla tua età si vedono le cose da un falso punto di vista!
— Vorresti forse ch’io fossi vecchia prima del tempo?
— Come rispondi!...
— E lasciatemi la mia gioia!... Ne ho avuta così poca nella mia vita!...
— Anche questo mi rimproveri?
— Non è un rimprovero. Io vedo che il giorno in cui mi si apriva innanzi una strada infinita, in cui potevo farmi una vita mia, tu e il babbo vi opponete, mi respingete verso il mio passato, mi dite: — No, non vogliamo!... — Non posso ribellarmi, ma nello stesso tempo non posso ubbidirvi!
La signora Viani stupiva sempre più. Chiese tremando:
— Gli vuoi tanto bene, dunque?
Il volto di Anna ebbe un subito rossore.
— Se gli voglio bene?... Da morirne!... Devi saperlo perchè è così, perchè sarà sempre così! Se domani vorrà ch’io lo segua, te lo dico prima, mamma, andrò con lui anche senza averlo sposato, lo seguirò senza nessuna vergogna. E farà di me ciò che vorrà. Nulla mi fa paura!
— Tu faresti questo, Anna?...
— Sì, lo farei!
— E a noi non pensi?... Siamo dunque un niente per te?...
— Ed io che cosa sono per voi?
— Tutto!
— Sì, fin che non vi abbandono! Se domani partissi senza il vostro consenso diventerei indegna del vostro amore!
— Tu vuoi vedermi morta!
— Non dire cose insensate, mamma!
Ma la piccola madre aveva trovato il tasto opportuno ed insistè su quello come l’unico che potesse torla d’imbarazzo con onore e farle riacquistare il terreno perduto.
— Sì.... vuoi vedermi morta!... È meglio ch’io muoia!... Tanto sono inutile.... non servo a niente.... non faccio che far del male!...
E si abbattè su di una sedia singhiozzando follemente; convulsa, stravolta, convinta di destare pietà.
E la pietà giunse con la sua faccia spaurita, e attanagliò il core della giovinetta.
L’anima generosa ed ingenua della nuova creatura, non resse al dolore della madre e si piegò affranta verso di lei. Mormorò parole di scusa, si umiliò. La piccola madre intese così quanto fosse opportuno il suo còmpito di vittima e da quel giorno tanto parve malata ed esausta da destare in tutti il convincimento ch’ella fosse presso a morire.
Tutto il parentame si allarmò; la voce corse di casa in casa per la piccola città accigliata. Fu detto che la santa donna se ne andava perchè Iddio chiama più presto i buoni presso di sè; le regalarono una malattia nuova ogni giorno e la pallida vittima vestì da quel tempo le gramaglie e più non le tolse. Anche si parlò sommessamente di Anna.
Qualcuno disse:
— È una testa romantica!
E qualcun’altro:
— È un’ingrata!
Il parentame materno, uno sciame di donnacole, vergini per l’ira di Dio, mise in circolazione l’ingratitudine di Anna.
E benchè i medici non riscontrassero alcuna malattia nella signora Viani, questa non si ritenne guarita mai più, e ogni tanto, a conferma del suo male interiore, digiunava fra la strillante preoccupazione della fantesca e del marito.
Ma frattanto chi intristiva veramente era Anna.
Armando aveva rimesso la partenza di mese in mese e quasi un anno era trascorso. Nulla era mutato nel frattempo. La signora Viani, superando le sue possibilità finanziarie e riempiendo di debiti il miser’uomo del quale si era impadronita, copriva di regali la figlia e piangeva e sorrideva e si moltiplicava per sostituirsi, nel pensiero di lei, all’uomo odiato che voleva togliergliela. Esaurì in tale còmpito tutte le sue scarse arti troppo ingenue. Ma la piccola madre aveva incrollabile la coscienza dei suoi diritti materni e le pareva di essere buona buona buona, e se lo sentiva dire tante mai volte dalle sorelle, dalle zie, dalle cugine, dalle attinenti che, nella sua piccola testa, per poco non si santificava al cospetto del suo Iddio microcefalo.
❦
Aveva stabilito tutto tranquillamente, fin dal giorno prima, senza affrettarsi, con la precisa sicurezza che dànno le decisioni meditate a lungo.
Aveva nascosto la valigia nel cassetto dell’armadio; sapeva già, ad una ad una, le cose che avrebbe prese con sè.
Nulla l’aveva tradita. Era stata anche il giorno innanzi, come sempre, ferma nel suo raccoglimento interiore, un poco triste, impartecipe alla scimmiesca allegria del parentame che da qualche mese frequentava quotidianamente la casa, col compito di renderla gaia.
Nessuno aveva intravveduto in lei alcunchè di mutato. Era l’Annetta di sempre: imbroncita, coi grilli per la testa. E su questi chimerici grilli le zie ridanciane si divertivano un mondo, bofonchiando come coloro che vorrebbero entrare per una porta vietata e tentano timidamente la maniglia dell’uscio, pronte a ritirarsi al minimo suono.
A sera se ne erano andate profondendosi in baci ed abbracci come per una separazione eterna. Anna non aveva detto che poche parole; il puro necessario.
Salita alla sua stanza, aveva atteso tranquilla e indifferente le tre o quattro sorprese materne, serrando poi l’uscio a doppia mandata.
Ora disponeva le cose necessarie nella valigia. Non era in lei alcuna emozione all’infuori di un’aspra volontà di agire. Era giunta a quel passo attraverso ad una landa squallida, per un crepuscolo bigio. Aveva pianto tutte le sue lacrime. Era stanca, stanca di oppressione e di tristezza. La sua sostanza vitale cercava la libera vivacità dei cieli violentemente. Ella non avrebbe più potuto opporsi a sè stessa. Doveva andare. Nel buio dell’anima sua non era ormai se non quell’unica luce verso la quale si protendeva per una necessità imperiosa.
Era giunta per vie sì lunghe al suo divisamento che ormai non ne provava più ansia nessuna. Era una cosa fatale e necessaria che ella compiva: o allora o mai più. Armando le aveva scritto: “Entro la settimana entrante mi imbarco. Sabato sarò a Bologna. Ti aspetto ancóra, dove sai. Sciegli e decidi. O col tuo amore o contro l’amor tuo!„. Ella aveva risposto: “Sabato alle dieci sarò da te„. La voce d’invito, precisa nella sua concisione, aveva trovato un subito acconsentimento risoluto. Tre volte l’aveva trattenuta la pietà filiale. Aveva sperato in una diversa via di uscita, ma la piccola madre, sempre che Anna avesse tentato ricondurla a parlar del suo amore, aveva dato in ismanie ripetendo la minaccia consueta che non aveva ormai più valore d’incubo:
— È meglio ch’io muoia!... Ne avrete per poco ancóra!... Sono una disgraziata!...
Anna si era ridotta al silenzio. E la signora Viani non vedeva il consumamento della figliola, intenta solo a impedirle il suo radioso destino.
Il padre non aveva avuto nè volontà, nè voce. Fiacco come ogni uomo caduto nel piccolo mondo di una femmina sciocca, imbastardito nella mollezza che aveva dispento in lui ogni impeto virile, si era appaciato in una indifferenza beota senza chiedere, senza indagare, senza desiderio di un qualsiasi convincimento profondo. E la mamercula aveva avuto facile campo alla sua conquista.
Ma non nel forte cuore della vergine. La bell’anima combattuta decideva di sè stessa. Si avviava per la via del suo destino senza rivolgersi; gli occhi asciutti e il cuore suggellato.
Il treno partiva alle due.
Aveva calcolato sul sonno dei suoi.
Per non far rumore nell’andarsene aveva trascelto certi suoi scarponcelli estivi che ammorzavano il passo.
In breve tutto fu compiuto. Lasciò sulla scrivania una lettera breve indirizzata alla madre. L’aveva scritta da vari giorni. Aprì l’uscio lentissimamente. Si protese ad ascoltare. Il sonno faceva la casa vuota, corsa solamente da qualche ignoto cricchiare, da un brivido di respiro nell’ombra. Le sue pupille si dilatarono nella tenebra. Fece qualche passo nel corridoio, salì una scaletta che conduceva sul ripiano delle scale, si accostò all’uscio della stanza nella quale dormivano i suoi. Nulla. Il sonno misterioso col suo respiro eguale nella tenebra densa. Ritornò sui suoi passi. Iddio la vegliava. Quando fu sul punto dell’estrema decisione ebbe un tremito al cuore. Non vi badò. Pallida ma ferma, socchiuse l’uscio, si accostò al letto, infilò il mantello, si ravvolse in un velo fitto. Era pronta. Ancóra ascoltò. Ebbe un tremito di morte ad un tratto, chè le parve di udire il passo della madre. Indietreggiò fino alla finestra. No... non era lei!... Era la sua paura, la sua folle paura di non potere!...
Prese la valigia, spense il lume. Era il punto. Si accostò all’uscio a tentoni, lo aperse, lo richiuse. Ristette sulla soglia ancóra, respirando come chi abbia dinanzi la visione di un incubo. Appoggiata la mano al muro del corridoio, per seguire la via diritta, proseguì nell’ombra. Ora la tempestava dentro l’ansia di superare quel poco spazio, quel nulla ch’era più di una dolorosa eternità. Fu alla scaletta di legno, ne salì i gradi ad uno ad uno, sbucò nella stanza che immetteva nelle scale. Superata la stanza poteva dirsi salva. Ristette un attimo ancóra, abbrividì, le pareva di udire un respiro vicino. Qualcuno respirava di fronte a lei nella tenebra. Mosse un passo, poi due, poi prese la via, risoluta. S’intravvedeva in fondo alle scale un bagliore. Erano i lumi della strada che rischiaravano un poco l’andito a terreno, per i vetri della rostra. Era la luce che l’attendeva, il suo ultimo porto. Avanzò ancóra, fu per uscire; ma, sul punto in cui stava per sbucare sulle scale, una voce transumanata, non sapeva se orrida di spavento o di ira, gridò a due passi da lei:
— Chi è?... Chi è?...
Indietreggiò impietrita. Sentì il cuore arrestarsi e tutte le vene corse da un subito gelo. Non rispose. Le mascelle le si inchiodarono, l’una contro l’altra duramente. Sentiva la faccia come fosse di marmo. La valigia le cadde di mano.
E ancóra un soffio vicino e la stessa voce e la stessa domanda:
— Chi è?... Chi c’è qui?
Non rispose, non seppe il senso delle parole, non seppe più nulla.
— Sei tu, Anna?... Anna, Anna?...
Era un urlo. Poi una porta si dischiuse. La stanza si rischiarò.
Stettero di fronte terrorizzati. Si guardarono negli occhi il padre, la madre, la vergine impietrita.
E nessuno pianse. C’era, al di sopra di loro, qualcosa di più grande, di più oscuro, di più tragico che non fosse il loro cuore con le sue torve passioni.
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E gli anni passarono come un’acqua di palude, torbida di una putrida vita. Anna dormì ancora fra il padre e la madre.
Le avevan vietata la morte per tre volte. Si scoraggì, si piegò, s’insciocchì poveramente come una cosa disfatta negli anni torbidi e fermi come un’acqua di palude.
E la piccola madre sempre la pettinò alla mattina, innanzi allo specchio, e sempre le disse, come dall’alba dimenticata:
— Come sono belli i tuoi capelli!...
E la vestì per trarsela dietro per le vie, la vestì sempre più vistosamente; ma la gente non si volgeva ormai più, non guardava più la vergine insciocchita dai larghi occhi senza lume.
E Anna rise, immiserita, dimentica, e si curvò all’Iddio microcefalo della madre, per trovare almeno nella cassa, almeno nella morte un fiore: un piccolo pallido inutile fiore che sorridesse al suo crepuscolo.
E dopo tanti e tanti mai anni erano quasi vecchie ad un modo la madre e la figlia; e la buona gente ne rise e le chiamò, “le scimmie„.
L’ORA GRIGIA.
Ormai don Pietro viveva d’accatto e poco usciva e quando gli toccava di andare da un luogo all’altro allora il povero prete si faceva piccino, si accappucciava e seguiva le prode dei fossi senza fermarsi mai, senza rivolgersi mai, senza ascoltare e senza rispondere e senza vedere le facce grifagne de’ suoi persecutori.
Un prete era una macchia nera in quei paesi di rivoluzione, e don Pietro sapeva questo. Egli era in peccato continuo e nessuna acqua lustrale poteva mondarlo della sua colpa originaria. E sì che se per miseria si poteva essere apostoli del Signore, egli era uno di questi; chè non aveva mai toccato prebende e doveva viver di un nulla come la lucertola, tantochè la sua vecchia serva lo chiamava:
— _La furmighina del Signor!_ (la formichina del Signore!).
E don Pietro:
— State zitta, Costanzina, chè siamo tutti di un _alzòne_!
E voleva dire: — Siam tutti pari, tutti ad un’altezza, tutti poveri ad un modo.
Coltura no, non ne aveva, povero don Pietro, ma era vecchio di quasi ottant’anni e se qualcosa aveva imparato, al tempo de’ suoi dubbi studi, questo qualcosa si era smarrito per la lunga via.
Be’, nessuno gli rimproverava la sua semplicità, chè le sue rarissime conoscenze erano del suo stesso candore.
Costanzina, che viveva con lui da più di trent’anni, e qualche altra vecchia; in tutto quattro o cinque creature, a sommar gli anni delle quali si andava verso il millennio.
L’ultimo uomo timorato di Dio che più aveva resistito alla bufera e gli si era mantenuto fedele fino all’estremo possibile, era stato Barroccio, il campanaro. Barroccio abitava una capanna su l’argine della palude, esercitava la pesca e la caccia di frodo, era celibe, aveva un sacro orror delle femmine, digiunava sei giorni della settimana, era balbuziente e un poco scemo e nessuno avrebbe potuto pensare mai che un tale arnese dovesse far gola agli uomini di partito, a coloro che dominavano le campagne; eppure anche Barroccio era stato del numero.
Per venti anni Barroccio aveva esercitato l’arte supplementaria del campanaro senza che nessuno lo avesse tormentato mai, perchè era uno di quegli uomini che non s’immischiano nei fatti degli altri, che non cercano compagnia, ma, paghi del loro silenzio, attendono all’opera quotidiana con metodica regolarità, fino alla morte. Per venti anni, percependo il lauto stipendio di tre lire l’anno, Barroccio era salito al suo campanile due volte il giorno, senza contare le feste, e, lanciati all’aria i tocchi rituali, era partito lungo le siepi senza scambiar parola con anima viva se non rarissimamente. Ed era ormai, per le genti della canonica e per i contadini circostanti, come l’ombra della meridiana che viene e va senza far rumore, sempre su lo stesso muro, fra i numeri convenuti, nel gorgo del tempo.
Verso sera, qualche volta, don Pietro lo vedeva discendere dal campanile e allora gli si faceva incontro.
— Come va, Barroccio?...
— _Ssss.... sssi cccc.... cccampa!_...
— Hai fatto buona pesca?
— _Cccc.... cccosì!_...
— Vuoi bere?
— _Cccc.... cca no sssed!_... (Non ho sete!)
— Buona sera, Barroccio.
— _Ffff.... ffalicia sera!_...
E toccatasi la gialla _galosa_ se ne andava per gli affari suoi atterrando gli occhi, curvo e silenzioso come profondasse nel nulla.