Part 8
I mali dei nervi, lo creda allo esperto, si guariscono meno con le medicine, che con la propria volontà. Animo più riposato, genere di vita mutato interamente, e aria, e aspetti di cose nuove li cacciano via: ella lo sa pur troppo; alle Murate mi visitarono garbatamente tre accidenti nervosi, epilettici; temeva che la munificenza di Leopoldo II mi avesse donato per sempre questo guiderdone reale — dacchè gli antichi lo chiamassero morbo regio — ma ridottomi qui, sedato l'animo, mutati modi di vivere, esponendomi sempre all'aria, immergendomi nel mare, sento a poco a poco scomparire il male. Ella adoperi il medesimo sistema, e si faccia animo; ai giorni nostri si vuole la donna forte, che scuote l'avversità come la polvere dalla testa. È molto tempo, che sapevo la morte del povero Chiarini, e delle misere condizioni della famiglia: anch'io mi adopererò fare quanto più posso. Egli era uomo di fede. Con dolore odo non diminuito, ma cresciuto, il morbo costà, e, da due ordinari mancandomi lettere dell'amico Corsi, me ne spavento. Qual sobbisso di guai sono piovuti sul mio povero paese! E non siamo a mezzo. Mal fa chi dipinge il futuro di rosa; il futuro è nero; il mio cuore è pieno di compassione per quei matti, che stanno a sciupar tempo in processi puerili, e non vedono qual beccheria il tempo appresta per loro, ed anche per noi. Un giorno di febbre, accompagnata di delirio, agiterà il mondo: questo non credono, a questo non pensano; se tu lo predichi, ti ridono in viso, si sa; è decretato, nessuno si ricrede dalla sua infamia. — Cotesto paese, veduto da lontano, fa figura di decrepito cascato in melensaggine; — melensaggine bizzosa, cattiva, ma melensaggine da vecchi decrepiti. — Così piacerebbe sempre a cui piace; ma altro è popolo, altro è governo, e la distinzione quest'altra volta sarà detta in guisa che non sarà più dimenticata. Ma noi altro non possiamo che contemplare e compatire tutti, amici come nemici, però che, quando la mano di Dio percuoterà, non vi saranno amici nè nemici, bensì unicamente sventurati. — Che fa la signora Teresa, che la sorella, che il babbo? Non temano; bravi; la paura è mezza malattia; io traversai due cholera senza pensare a ripararmi, e sì che furono fieri, ma fieri davvero! — State sani, amateci, ed abbiate grati i saluti miei, dei nepoti, e della famiglia.
_Bastia, 30 ottobre 1855._
_Aff. Am._ F. D. GUERRAZZI.
A Ferdinando Bertelli
_Bastia, 29 9mbre 1855._
Cariss.o Amico_
Sempre care mi arrivano le notizie sue, e di casa: vorrei fossero migliori quelle della Ersilia, e penso, che la risanerebbe, qualora per parecchio tempo stèsse lontana dalla città su le rive del mare, o su l'alto di una montagna, mutando affatto genere di vita: bisogna pensarci.
Qua il cholera procede con molta severità, ci ha portato via parecchi conoscenti, e le donne in casa stanno di mala voglia; ma ormai partirci è dannoso quanto il rimanere; e bisogna far muso duro alla fortuna; sarà quello che sarà, e poi io mi governo un po' a uso Turco: era destinato!
Tempi mai più visti, piagge sformate, piani straripati, monti franati, ogni cosa per la peggio. Fame, miseria, orrori: e tutto questo a cagione della profezia: l'_empire c'est la paix!_
Della guerra niente; buttano fuori bolle di pace, ma non c'è da crederci. La Russia vuole rifarsi; certo ella sta su le spine, ma nè gli Alleati riposano su le rose. La guerra andrà per le lunghe, e si strazieranno, finchè l'Austria e la Prussia non ci entrino di mezzo. La Inghilterra già ci ha guadagnato!
Nè a noi sento meglio. Grande insegnamento sarebbe questo, che tanta mole di danni deriva dall'avere o con frode o con violenza rapito le libertà oneste ai popoli: ma sì, egli è un predicare alle rondini.
I miei saluti alla signora Teresa, e alle figlie per parte mia, di Maria, e di tutti. Mi voglia bene.
_Aff. Am._ D. GUERRAZZI.
A Teresa Bertelli nata Guerrazzi
_Bastia, 30 dicembre 1855._
_Cariss.a Parente ed Amica_
Sempre grati mi giungono i suoi caratteri, comecchè non mi annunzino liete novelle.
Senta bene, e mi dia retta, unico rimedio di Ersilia, che ritroverà infallibile, è recarsi in campagna remota, e copiosa di paesaggi: darsi moto, accomodare lo stomaco, e il sangue, cibando latticini quanto più si può: insomma ingagliardire il sistema _venoso_ onde vinca il nervoso: in altro non isperi: ed io l'ho provato.
Che tempi orribili avemmo, signora Teresa mia, e in parte abbiamo: qui non caro, ma mancanza assoluta di moltissime cose, qui cholera in fiocca; qui diluvio universale: tutto adesso è cessato, non la fame. Quaggiù per ora non si può più reggere, che alle miserie l'Italia ha aggiunto le sue: meglio di 10,000 contadini sono venuti quaggiù: e, orribile a dirsi! da Lucca mandarono orfani, i quali si vendevano pubblicamente da 10 a 12 franchi a capo.
Queste cose eravamo riserbati a vedere in mezzo del secolo decimottavo.
Le auguro anno migliore del bruttissimo che muore; saluti tutti in casa per parte mia, e dei miei, e col desiderio, non con la speranza di rivederla, mi confermo
_Suo aff.o parente ed amico_ D. GUERRAZZI.
_Bastia, 23 giugno 1856._
_Cariss.a parente ed amica_
Certamente voi immeritevoli colpisce la fortuna matta e maligna; ma mi riesce di non mediocre consolazione udire come rimetta alquanto dei suoi rigori, e se, come spero e desidero, l'aria, e i bagni di mare, renderanno la salute intera all'ottimo Ferdinando, non la malediremo del tutto. — Per ora la stagione corre contraria: ieri ebbi a vestire di panno: oggi poi fa caldo. Sono stato a viaggiare per l'isola: natura aspra, e gli uomini altresì, ma di cuore, la più parte s'intende.
Per iscrivere sopra un argomento, quante volte ho potuto mi sono recato su i luoghi, e me ne sono trovato bene.
S'ella non ha da darmi nuove, pensi se io, che vivo appartato in questa remota parte di mondo.
Di tornare a casa non desidero nè spero. Con la libertà ne sono uscito, e non vorrei tornarci che con la libertà. Quantunque gli anni incomincino a farsi molti, io ho fiducia in Dio, che la patria nostra tornerà a godere le oneste franchigie, che sono bisogno della odierna civiltà, e cesserà il mal governo dei pessimi, che in ogni tempo di miseria pubblica scappano fuori, come erbacce da un campo non coltivato.
Saluti tanti in casa, ed ella mi abbia sempre
_Per aff.o suo parente ed amico_ D. GUERRAZZI.
A Ersilia Bertelli
_Bastia, 21 agosto 1856._
_Cariss.a Sig.a Ersilia_
Avrei dovuto rispondere prima alla sua lettera graditissima del 12 corrente, molto più che la materia lo meritava davvero: ma ho dovuto procrastinare, stante che ancora io ho sofferto un disturbo intestinale di cui non sono per ancora rimesso. Sento con infinito dispiacere, che la salute del buon Ferdinando non migliora, e a parere mio non fu savio repugnare al taglio dello ascesso; ma forse a questa ora lo avrà fatto coll'opera dello Zannetti: tanto io, quanto Maria e gli altri di casa, desideriamo avere notizie del Babbo, e le auguriamo migliori. Possa questa speranza non rimanere delusa! In attenzione di suoi riscontri, pregandola di dire tante cose a tutti, io mi confermo
_Suo aff.o amico_ D. GUERRAZZI
A Teresa Bertelli nata Guerrazzi
_Comigliano, 20 novembre 1856._
_Cariss.a parente ed amica_
Ella mi narra disgrazie, io le taccio le mie, e se le mie consolassero le altre non mi starei in silenzio; ma come le crescerei il fascio senza pro, sicchè meglio e fare come faccio. — Il freddo mi travaglia, e non siamo a nulla. Non ho mente a scrivere per ora, ma quanto prima qualche cosa di fatto uscirà in luce. Sto solo in una villa arcigrandissima, e messa su alla grande: ci abitò la ex regina di Francia moglie di Luigi Filippo, ed ora la sua nuora mi sta poco lontana. Curiosa! tutti frantumi gettati alla spiaggia.
Parliamo di lei. Intorno a Ferdinando, pazienza, dacchè il male se ne va; per Ersilia poi, finchè non muterà affatto sistema di vita, non guarirà mai; vuolsi aria montanina, e molto affaticarsi, e nudrirsi, e ingrassare.
Quanto mi ragguaglia, circa a femmine, è brutto; più di tutto mi dolse dell'Alberti, di cui le sembianze tanto erano gentili, ma costumi secondo tempi, come frutti secondo gli alberi. Noi Toscani siamo ludibrio per la nostra codardia, e rilassatezza.
Addio, stia sana, e si ricordi di noi. Salute a tutti.
_Aff.o parente_ D. GUERRAZZI.
A Ferdinando Bertelli
_Genova, 5 giugno 1857._
_Caro Ferdinando_
Ho ricevuto la carissima sua del 17 maggio, e da questa mi pare dovere intendere che la signora Ersilia ebbe la bontà di mandarmi due lettere senza ch'ella ne avesse risposta. Che sia cosi non l'impugno, dacchè l'afferma; quello che le posso affermare è, che io ho risposto sempre esattamente, onde ci dobbiamo dolere che le abbiano ad essere andate smarrite.
Mi rincresce che la sua salute non migliori; ma pure, avvertendomi ella, che per guarire radicalmente abbisogna per due mesi dei bagni di mare, mi è dato argomentare che sia in cammino di guarigione. — Con tutti i voti le desidero, che questa avvenga per lei, per la famiglia, e per gli amici.
Non disperi; dopo uno sforzo successe sempre il periodo della prostrazione: questo importa nulla: a tempi quieti ci siamo noi che non pieghiamo mai. Quanto a salute sto bene. A Torino non vado; attendo a stabilirmi a Genova; dove ella venendo mi figuro, che mi vorrà onorare ospite. A tutti in casa salute, e ricordi amorevoli e grati.
_Aff.o Am._ GUERRAZZI.
_Genova, novembre 1857._
_Cariss.o Ferdinando_
Io sentirei con molto dispiacere le nuove del suo stato poco migliorato di salute se la giocondità della sua lettera non mi porgesse argomento, che per lo meno spera di rimanere in breve immune da ogni infermità. — Ho letto il bollettino dei Carnefici: vada franco, Dio ci è, e, quantunque non paghi il sabato, sempre paga. — Mi rincresce non poterle mandare l'_Asino_, come desidera: e sì che ci avrebbe un po' di diritto, essendo nato quando compiva l'opera di carità di venire a visitare i carcerati; e bisogna che si contenti della buona intenzione, che avrei di mandarglielo. — Procuri inviarmi migliori nuove di lei. Tanti saluti all'avvocato Serpente, e grazie della buona mente per me; gli dica, che gli sarò tanto e poi tanto obbligato se vorrà favorirmi qualche fatto, che si presti a farci sopra un bel racconto: negli spogli che fa, certo gli dovrebbero capitare fra mano casi stupendi; e gli dica ancora, che a scrivermi non rimetterebbe altro, che un po' di tempo. Ella potrebbe prendere la lettera e mandarla al mio amico a Livorno. Saluti a tutti e carissimi in casa.
_Aff.o suo_ D. GUERRAZZI.
A Ersilia Bertelli
_Genova, 12 novembre 1857._
_Mia cara signora Ersilia,_
Davvero, che durano troppo le nuove non buone della sua famiglia, le quali quanto mi sieno di gravezza lascio a lei immaginarlo; confido però sentire che questa volta i bagni di mare tornino proficui al padre suo. La sorella bisogna che avverta a migliorare il sangue; per me ho fede nei bagni dolci prolungati, e nelle pozioni di salsapariglia, insieme con un regime rigoroso di vita.
S'ella non ha nuove, figuri io! Che ormai sto da parte, avendo isperimentato avversi uomini e casi; non maledico persona, amo che altri si affatichi per la patria, ma comprendo essere più che stolto non richiesto mettersi nella calca a farsi pigiare. O quelli, che mi fecero il tiro veramente patrizio, o che fanno eglino? Che pesci pigliano? Educano i bachi da seta; bene; bravi; Dio li consoli.
Saluti di cuore Mamma, Babbo e la sorella e mi abbia sempre
_Per suo aff.o_ F. D. GUERRAZZI.
_Genova, 13 decembre 1857._
Cariss.a signora Ersilia_
Avvicinandosi il natale, le scrivo per darle mie nuove, e domandare le sue. Sono usi vecchi, ma io non sono giovane, e poi, in certe ricorrenze rammentarsi degli amici e volgere loro un saluto, non so in che noccia alla sapienza moderna. Sicchè ella a mano a mano si rifà: coraggio! ogni maggio rinnova i suoi fiori, e le sue fronde: tutto ben pensato, il peggio è morire.
Anco Ferdinando sta meglio; guarirà; ma gli dica che non abbia tanta smania di levarsi tutto il cattivo da dosso: badi bene prima a quello che ci rimarrà.
Mi ricordo che una volta, andando a Volterra, e trovandomi in compagnia del signor Nervini, andammo a visitare le saline; dov'è uno staderone a bilico, sul quale passano gli asini carichi di sale; e se ne piglia il peso. Il prelodato signore si mise su la bilancia per farsi pesare, intanto che domandava: «Ma pesando l'Asino, e il sale in massa, o come fanno a conoscere il peso del sale?» — Signor mio, risposergli, si fa tara asino, e quello che rimane è sale. Dopo lui entrai io, e dopo pesatomi, io dissi al custode: «Per me non fate tara asino, perchè non rimarrebbe nulla.» — Il gaglioffo non intese. Questo racconti alla Colomba Andreozzi, se la vede, che la divertirà.
Me ne dimenticai nell'_Asino_; sarà per la 3a edizione, che la seconda è uscita.
Saluti in casa alla signora Teresa, alla sorella, e a tutti, e, se le riesce, insaponi le scale al casigliano.
_Aff.o A._ D. GUERRAZZI.
_Cariss.a signora Ersilia_
Le scrivo per avere nuove primamente del signor Ferdinando, dacchè le ultime non mi giunsero come avrei sperato soddisfacenti, e poi di tutta la famiglia che non dubito sana, e come si può in _hac lacrymarum valle_ contenta.
Anche questa stagione perversa. Per ben 40 giorni mi sono chiuso in casa, tormentato da tutti i malanni dello inverno. Adesso vado meglio, e, mitigatasi la stagione, continuerà il bene essere.
Malgrado il tempo reo, la gente insanì nelle bestialità carnevalesche; però meno dell'anno passato, e di Torino meno assai; dove la morte nel carnevale menò strage. — Torino si bandisce la seconda città d'Italia, e si rallegra di avere attinto in pochi anni 1785 anime tra buone e cattive. Sicuro eh! quando gli altri Stati italiani ci mandano ad abitare il meglio e il buono, non deve fare maraviglia se cresca in popolazione, decoro, sapienza, e civiltà. Ma se domani ognuno può tornare a casa, Torino rimarrà come prima.
Si sollevi, si prevalga del tempo sereno, e dell'aria di campagna. Saluti cordiali a tutti in casa e addio.
_Genova, 18 marzo 1858._
_Affezionatiss.o P._ D. GUERRAZZI.
_Genova, 7 aprile 1858._
_Mia cara signora Ersilia_
Sono sorpreso della sua lettera, perchè non corre gran tratto di tempo, ch'io le scrissi chiedendole sue nuove, e dei parenti, e dandole le mie, e dei famigliari.
Per certo la lettera deve essere andata smarrita. Ora la ringrazio dell'ultima gentilissima sua, perchè, oltre al bene di vedere i suoi caratteri, mi porge due notizie consolanti, la prima della migliorata salute del buon Ferdinando, l'altra delle nozze prossime della signora Emilia. Io gliele auguro di tutto cuore felici, e confido che Ferdinando spalancherà bene gli occhi per accertarsi che le abbiano a riuscire tali. E di lei o perchè non mi scrive niente? Il tempo non le ha recato veruna consolazione?
Io vivo la vita dell'esule, rimpiangendo la patria, e desiderando di starmi lontano finchè durano le presenti condizioni. Quanto a speranze, io non ne ho veruna.
Tante cose per me alla signora Teresa. Quanto al signor Ferdinando, io vado orgoglioso di avere contribuito alla sua eterna salute (a suo tempo); perchè, se egli esercitò tutte le virtù corporali puntualmente, come quella di visitare i carcerati, vado sicuro, che un bel seggiolone imbottito di crino per la estate, e di lana pel verno, lo aspetta in paradiso. A rischio però di essere ripreso d'ingratitudine, io non vorrei contraccambiarlo. Stia sana; saluti in casa tutti per parte mia, e dei miei, e si persuada, che le sue lettere saranno sempre per me argomento di contentezza. Mi abbia sempre
_Per aff.o suo_ D. GUERRAZZI.
_Genova, 28 giugno 1858._
_Mia cara signora Ersilia_
Come la trattano questi calori? Seguì il matrimonio della sorella? Come va la signora Teresa? E soprattutto come sta Ferdinando? Spero avere di ciò risposta soddisfacente. Ma voi altri che siete ostriche, le quali, attaccate allo scoglio, non si muovono mai? O perchè non venite mai quaggiù? Non fosse altro per vedere la figura, che fa questo grappolo di libertà malmenata dalla crittogama d'Italia e dall'altra di Francia.
A mano a mano mi si fanno più rade le lettere del mio paese; ed a ragione; perchè gli esuli sono mezzo morti, e più che stanno fuori più muoiono. Ora, siccome so che i morti hanno sempre torto, mi taccio; e poi che dirmi che io non immagini? — Lamenti sempre indecorosi, ed anche ingiusti.
Però anco qua vedo una svogliatezza, e i segni manifesti di decadenza in tutto; casca il commercio, cascano le case, cascano le pratiche religiose, e ripeto per isvogliatezza. Se così dura, lo sbadiglio diventa re del mondo.
Ciò che adesso si fa sentire di più vivo, sono le cicale.
La riverisco unitamente alla buona Maria, e la preghiamo di fare gradire in casa a tutti i nostri saluti e voti per la loro felicità.
_Aff.o amico_ D. GUERRAZZI.
_Genova, 13 Agosto 1858._
_Carissima Signora Ersilia_
Desideriamo sapere quale buon resultato abbiano per questo anno ottenuto dai bagni di mare. Sarebbe veramente tempo che la fortuna lasciasse in pace il corpo; quanto allo spirito se vogliamo possiamo provvedere anche noi. Poichè non c'è speranza vedere alcuno di voi da queste parti, Maria si dispone di venire costà, e intanto mi commette dirle, che dia bando alla malinconia, e che beva del buono: che tutto il suo male nasce dal bevere acqua, e che, se venisse a stare un mese qui meco, in questa mia meravigliosa villa, in mezzo della città, donde la vista, e i visceri rimangono confortati, n'escirebbe calafatata, e spalmata da durare contro tutte le tempeste dell'Oceano. Forse si promette troppo Maria, che l'aria non sana tutte le doglie del cuore; tuttavolta merita il pregio di tentare.
Rispetto al sangue verde, deve essere così, perchè siamo impazienti e bisogna esserlo, ma gli eventi si maturano e, quello che deve avvenire, forza è che avvenga. Ma qui non è luogo di favellare su tanto argomento. Questo però abbia dinanzi gli occhi sempre, che il nostro destino è dentro noi, non fuori di noi, e ognuno ne porta il suo pezzetto in mano. Gli omei cacciano fuori le donne partorienti, non gli uomini operatori, e quindi degni di sorti migliori.
Saluti alla Mamma, al signor Ferdinando, ed alla Emilia, e abbiatevi tutti le consolazioni che meritate, e che il mio cuore vi desidera.
_Affezionatissimo amico_ D. GUERRAZZI.
_Genova, 2 dicembre 1858_
_Carissima Signora Ersilia_
E come fa a dire, che io non le scrivo? come può accusarmi, ch'io non rispondo? Scrissi col mezzo dell'Avv. Corsi, e s'egli non portò, o mandò la lettera, quale colpa ne ho io? Sappia ch'io rispondo sempre, chè così mi persuadono il debito, la natura ed il costume.
Io, quanto a salute, non istò di peggio; dico di peggio perchè quei tali colpi nel capo si fanno di tratto in tratto sentire, non come dolore acuto, ma come un peso che pure vale ad impedire ogni occupazione. Dono regio contratto in prigione.
Sento, che Babbo va migliorando. Signore! o quanto ci vuole a scattivirlo? Stia di buono animo, chè spero co' bagni, a stagione calda, guarirà.
Notizie non le so dare, perchè vivo in campagna, quantunque in città. La nepote non è più meco; pigliò il volo come fanno tutte le colombe, e si è maritata. Io le ho data la dote in quattro bei mila scudi di mio; e la partita è saldata. Benedette figliuole! Veniste al mondo col levarci una costola, ma bisogna confessare che ci vivete logorandocene due. Eppure, senza donne non si può fare, tanto vero, che ho qui in casa una bambina di 5 anni che un mio amico ci lascia stare a sollievo della mia solitudine.
Maria sta bene, e saluta lei e tutti i suoi parenti. Le auguro, o piuttosto torno ad augurarle, buono anno, carnevale allegro, oblio del passato, contentezza avvenire, milioni, cavalli, carrozze, e una collana di diamanti grossi come mele appiole.
Lo stesso alla Mamma, meno i diamanti e l'oblio del passato.
Lo stesso alla sorella, eccetto l'oblio.
Lo stesso a Ferdinando, con meno i diamanti e con più la spalla sanata.
Tutto suo
_Affezionatissimo amico_ D. GUERRAZZI.
_Comigliano, 4 del 1858_
_Carissima Signora_
Sento dalla cara sua, nuove non buone, e mi duole non potergliene cambiare con buone; ancora io mi sento infermo di spirito e di corpo; ma, risoluto non lasciarmi abbattere, con lo aiuto di Dio supererò anche le presenti traversie. Siccome vivo romito, non so dirle niente del mondo per ora basta vivere. Mi rincresce che il capo doloroso non mi permetta trattenermi di più con la sua cara compagnia. Si distragga, faccia viso tosto alla fortuna, e viverà.
I miei augurii sinceri al Babbo, alla signora Teresa, a lei, e alla sorella, e si ricordino di me.
_Affezionatissimo amico_ D. GUERRAZZI.
_Carissima Signora Ersilia[16]_
Dopo molte inaspettate vicende, e pericoli non mediocri, arrivo qui in Genova, e vi ricevo sue lettere. Sento che la malattia non vuole lasciare ancora casa sua, ma, via, con un po' di cura, ne verrà a capo. In procinto di partire per Torino, non posso come vorrei scriverle più a lungo. Quando mi risponderà, mandi secondo il solito la lettera al Dott. Mangini. Saluti a tutti, e desideri di meglio.
_Affezionatissimo amico_ GUERRAZZI.
A Ferdinando Bertelli
_Carissimo amico_
Sento con piacere che la sua salute non va di peggio, e vo' sperare, che questa volta Livorno le gioverà assaissimo. Le donne poi col mare si rimettono come fiori, e pare che sentano come Venere nacque dal mare. La cagione del mio silenzio, avrà veduto, se legge il _Diritto_: lì scrivo; lì stampo i discorsi alla Camera.
E' pare che non abbiano smesso il vezzo delle pantraccole laggiù. Io non sono amico, anzi avversario aperto del ministro Cavour; però non ho mancato dargli ragguagli, e consigli sul mio paese; ahimè! indarno. La marea monta, e per colpa dei vili quanto inetti moderati un'altra stella sorge in Italia, che temo forte non iscombussoli ogni nostro concetto.
Stia sano, mi raccomandi alla sua famiglia intera, e ringraziandola della buona memoria, che conserva di me, mi confermo
_Suo affezionatissimo amico_ D. GUERRAZZI.
A Ersilia Bertelli
_Carissima Signora Ersilia_