Part 9
— Sarebbero più in istile quelle fanciulle che il pittore chiama: _Primavera ellenica_, ma.... troppo nude — interruppe la intellettuale. — I pittori abituati alle crudezze dell'Accademia dimenticano spesso che vi sono al mondo anche delle signore.
— Delle _vere_ signore, — accentuò la proprietaria della corona marchionale dilatando le narici del suo gran naso.
— Un quadro per il suo salotto, marchesa — interruppe il signore dal ventaglio — potrebbe essere quello del giovine simbolista: _Viene!_
— Ah: no, mi impressiona troppo. Non posso esimermi dal pensare che vi è un ladro nella camera vicina.
— Che idea!
— È così. Dal volto dell'adolescente spira un terrore, un'ansia....
— Ammetto l'ansia, ma la spiego diversamente.
La signora che aveva dimestichezza con Burne Jones e con La Sizeranne aperse una parentesi per dire:
— Non mi pare che appartenga alla scuola simbolistica. È al contrario di un verismo che colpisce.
— Si può essere simbolici e veri nello stesso tempo. Che ne pensa la marchesa?
— Penso che ad ogni modo la cornice è di cattivo gusto.
Le signorine Lamberti si alzarono.
— Se potessimo trovare Flavio! — mormorò Anna.
Elvira non rispose, pallida e oppressa da una stanchezza a cui la breve fermata non aveva recato alcun ristoro.
Ripresero così il lento andare in mezzo alla folla, afferrando a volo brani di conversazione, mezzi giudizi, parole staccate che si incrociavano bizzarramente.
Un vecchiotto arzillo, con baffi alla Vittorio Emanuele e cappello di panno verdone posto alla sgherra, si appoggiava fortemente sul braccio di un compagno, brontolandogli nell'orecchio con attitudine da congiurato:
— Bisogna che ritornino alla pittura storica; non c'è altra salvezza. Cosa vogliono dire tutti codesti fantocci? La fantasia! Il sentimento! Baie. Storia ci vuole; e disegno ci vuole. Non c'è più nessuno che sappia disegnare. Vedere a' miei tempi l'Induni, il Focosi.... Vedere l'Emanuele Filiberto che getta ai piedi dell'ambasciatore spagnuolo le insegne del Toson d'oro!
Il chiacchierio di due ragazze passò sopra alla voce del brontolone.
— .... il basso della gonna filettato di bianco.
— E i bottoni bianchi.
— No, neri.
— Meglio bianchi.
Le signorine Lamberti trasalirono all'improvviso. Qualcuno aveva detto: “Il premio....„ Ma non poterono udire altro. Elvira, tacitamente, infilò il suo braccio sotto il braccio di Anna.
Giunsero infine alle ultime sale. Un drappello di giovani mascherava il quadro di Flavio, tanto che sembrava poco possibile potersi avvicinare. Anna tuttavia che era più alta della sorella si sollevò un istante sulla punta dei piedi e ricadde subito, stringendo nervosamente il braccio di Elvira. Aveva visto il cartello del premio affisso sul quadro.
— Lascia vedere anche a me, — disse Elvira con voce velata da insolita commozione.
Tremanti, felici, pallide, le due sorelle bevettero insieme a quella larga onda di gioia. Si parlava molto e forte intorno a loro, ma non erano più in grado di intendere nulla. Appena se videro, e confusamente anche questo, il signor Pompeo ritto accanto alla tela premiata sorridendo al pubblico con benevolenza.
— Andiamo, — mormorò Anna.
Rifecero una sala o due, ma il bisogno dell'aria pura le portò ben presto nel piccolo giardino della Mostra il quale era stato per la circostanza provveduto di fiori e di alte felci che aggruppate artisticamente davano per gli occhi l'illusione della frescura. Si erano da poco accomodate sopra una panchina, in un cantuccio discreto e ombroso, quando Flavio venne a raggiungerle.
Il povero fanciullo raggiava tutto attraverso una velatura indefinibile di mestizia rimastagli dalla sua triste infanzia e che il successo non poteva cancellare interamente. Egli aveva inoltre quella vera modestia che fa del trionfo un piacere raccolto, che lo sottrae alle manifestazioni turbolente e chiassose per innalzarlo ad una specie di rito intimo, quasi ad un patto religioso e solenne coll'anima.
— Suo, suo, tutto suo! — Alludendo al trionfo così Flavio rispose stringendo la mano di Anna, turbata anch'essa e felice, eppure mesta di una mestizia che anzichè essere in lei l'ombra del passato sembrava un'oscura prossima minaccia.
Elvira indugiava a parlare. Col busto per metà rovesciato sull'appoggiatoio della panchina fissava Flavio con uno sguardo ardente, insolito in lei, che non tardò ad esercitare sul giovane una singolare potenza di attrazione. Ella era in quel divino momento della giovinezza che conferisce ad ogni cosa viva il massimo della sua potenza. Per quanto casta e severamente educata, ed anche innocente, usciva da tutta la sua persona un impetuoso fascino di desiderio. Flavio lo sentiva, e nello stato di sovreccitazione in cui trovavasi gli riusciva impossibile la difesa. Si guardavano così, rapiti, colle pupille molli di involontarie seduzioni.
Quel silenzio parve ad Anna insopportabile; volle romperlo in qualche modo e incominciò a volgere a Flavio una quantità di domande la cui volubilità era troppo palese perchè ella stessa non avvertisse un senso di stonatura. Avrebbe allora voluto muoversi, riprendere la passeggiata affannosa in mezzo ai quadri, ma si erano appena sedute ed Elvira sembrava stanca assai. Guardandola in quella sua posa languida, col momentaneo pallore che le ingentiliva il volto, col busto giovanile fasciato di rose e il collo nudo emergente nel trionfo della linea che nessuna orma di tempo aveva ancor tocca, ne subì suo malgrado il misterioso impero. Sua sorella le apparve in quell'istante più che mai straniera ma armata di invincibili diritti. Piegò il capo e seguendo distrattamente cogli occhi il disegno della ghiaia per terra cadde in un profondo silenzio.
Un'orchestrina mascherata da un gruppo di felci gigantesche eseguiva un'aria dell'_Orfeo_. Le note delicatamente appassionate cadevano nel piccolo giardino non ancora invaso dalla folla, dove aliava un fresco odore di azalee appena dischiuse, dove il caldo greve ancora ma non contaminato conciliava un soave torpore sognante.
— Come si sta bene qui! — sospirò Elvira a fior di labbro.
Nello stato di sensibilità acuta in cui si trovava Flavio, coi nervi vibranti, la fantasia in tumulto, tutto il suo essere sollevato da un'onda di vita, anche quelle semplici parole si vestirono di imagini dolcemente accese quali fiaccole sul limitare di un sentiero nuovo, sconosciuto e tentante. Gli occhi di Elvira erano quel giorno straordinariamente larghi, natanti in un'ombra violacea di una morbidezza sofferente e voluttuosa e si attaccavano a quelli del giovane con un lungo, insistente richiamo, con bagliori inconsci di febbricitante.
— Temo — continuò Elvira sorridendo di un sorriso infantile — che i suoi ammiratori vengano a rapirla.
— Non è facile, — balbettò Flavio senza sapere molto quel che si dicesse, invaso come era da un dolcissimo turbamento.
Quando Anna sollevò gli occhi li vide stretti in un colloquio di brevi parole: brevi e interrotte come le parole che si erano scambiate poche ore prima a casa e che non aveva potuto comprendere. Vide pure il braccio destro di Elvira, dal quale ella aveva tolto il guanto, abbandonato sulla spalliera in vicinanza di quello di Flavio e benchè l'atto fosse giustificato dalla lunga confidenza, Anna ne ricevette una impressione disgustosa. Deviando lo sguardo avvertì la singolare animazione degli occhi di sua sorella.
— Stai meglio, mi pare?
— Sì, molto meglio. Era il caldo eccessivo delle sale che mi opprimeva. M'è rimasto un po' di cerchio alla fronte, ma passerà anche questo.
Senza volerlo Anna tornava a guardare il braccio nudo di Elvira. Avendo fatto un movimento per accomodare il cappello la manica le era scivolata in alto scoprendo per un istante il gomito.
— Dov'è andato a finire il tuo guanto? — domandò Anna con calma.
Elvira e Flavio si mossero insieme per cercarlo; esso cadde dalla panchina e Flavio lo raccolse prontamente ridendo.
— Non sarà quello della sfida, — gli disse Elvira a bassa voce.
Flavio rise ancora senza rispondere. Cingeva entrambi una zona luminosa, calda di invisibili correnti, dove sbocciavano le loro tenere giovinezze come fiori che il sole ha raggiunti. Anna pensò che riso e parole si riferivano senza dubbio a qualche loro precedente discorso e fu presa da un sentimento penoso di umiliazione che la ripiombò nel silenzio. Ella sentì in quel momento l'amarezza della vita che passava.
. . . . . . .
La folla riversandosi ora nel piccolo giardino li fece fuggire. Elvira dimenticò ancora il suo guanto e intanto che Flavio tornava indietro a prenderlo Anna disse con una certa impazienza:
— Ma dovresti rimetterlo una buona volta!
Dolcemente Elvira ubbidì, infilando le dita del guanto ad una ad una, finchè rimase il solo pollice che fece sparire con un movimento rapido spingendo il braccio in avanti e tendendolo così per qualche secondo, bianco e nudo, nella luce del sole che ne indorava la leggera pelurie.
— Come sono sottili gli abiti delle donne! — esclamò ingenuamente Flavio, fissi gli sguardi sulla manica di Elvira.
— Le piace questo?
— Molto. Fin dal primo istante che lo vidi mi colpì il disegno del trifoglio. È leggiadrissimo.
Anna aveva un abito simile nella stoffa e nel disegno: diverso solamente per il colore che le era parso troppo giovanile. Ma Flavio non se ne era accorto.
— Prima di andarcene vogliamo vedere il quadro un'ultima volta? — disse Elvira con grazia provocante, mostrando un interesse che toccò Flavio nelle più intime fibre dell'amor proprio.
Dinanzi al quadro Elvira si appassionò, si esaltò quasi, trovando parole ardite, dolci, profonde, misteriose, le quali finirono di versare nelle vene del giovane la turbatrice ebbrezza del più capzioso dei liquori.
A un tratto impallidì, aggrappandosi alla parete, coll'occhio che accennava a spegnersi, tutto il corpo preso da un subitaneo languore. Anna e Flavio la sorressero, ma si riebbe subito. Accettò nondimeno il braccio di Flavio per uscire dalle sale.
Giunti a casa fu consigliata di coricarsi perchè si reggeva a stento. Ella non ne volle sapere, assicurando che un po' di riposo in libertà, sul terrazzo, l'avrebbe rimessa completamente. — Quando però fu l'ora del pranzo la debolezza era aumentata.
— È il caldo — andava dicendo a chi insisteva perchè si mettesse a letto. Intanto le durava negli occhi quella strana fosforescenza e nel fondo delle occhiaie si addensava l'ombra violacea.
Volle prendere il suo posto a tavola, ma non toccò cibo. Lagnavasi ancora del caldo e parlava, parlava animatamente della Mostra, del premio, delle persone incontrate. Anna la osservava con inquietudine.
Subito dopo pranzo scese Flavio.
— Non va troppo bene, — gli disse Anna nel vano dell'uscio. — Vorrei chiamare il medico.
Flavio si turbò.
— Speriamo non sia nulla di grave, — soggiunse Anna avvedendosi dell'impressione fatta.
— È sempre grave per me ciò che le riguarda, — rispose Flavio semplicemente.
Elvira era ritornata sul terrazzo. Quando vide Flavio gli sorrise con grande dolcezza e gli fece posto accanto a sè.
— Senta la mia mano. Anna pretende che abbia la febbre.
Flavio le prese la mano.
— E senta qui! — gli tese la fronte. — Scotta?
Flavio non disse nè sì nè no, temendo di spaventarla, ma il suo sguardo cercando quello di Anna lo tradì.
— Sono dunque ammalata davvero? — esclamò Elvira, — e domani che si doveva andare in campagna!
— Giorno più, giorno meno, non importa, — disse Anna in tono conciliativo. — Andremo dopodomani.
Parlarono un po' di tempo di boschi, di montagne, di sentieri ombrosi, di escursioni da farsi tutti e tre insieme, perchè Flavio doveva andare a trovarle. Elvira se lo fece promettere ripetutamente. A poco a poco però l'ardore del conversare le venne meno, il corpo le si piegava spossato, affranto.
— Vieni a letto, — le disse ancora Anna. — Vieni!
Questa volta non oppose resistenza. Si accommiatò da Flavio gettandogli uno sguardo umido e ardente e sorretta dalla sorella si trascinò fino alla sua cameretta attigua alla camera di Anna.
Non aveva nemmeno più la forza di spogliarsi. Anna dovette slacciarla, ritirarle gli abiti ad uno ad uno, coricarla al pari di una bambina. Era la prima volta che Anna si trovava in un contatto immediato con Elvira e per quanto una pietà gentile le consigliasse quell'aiuto non poteva vincere in se stessa il ribrezzo della di lei carne. Perfino dalle vesti di lei, ammucchiate sul tappeto, saliva alla sua sensibilità irritata un'impressione di nausea che la faceva soffrire nell'intimo delle viscere, per cui sollevò rapidamente il cumulo della biancheria ricacciandola in fondo della camera.
— Brucio, — diceva Elvira, e questa parola ripetuta ad intervalli con voce fioca era la sola che ella ormai pronunciasse.
Anna propose di non affrontare la notte senza udire il consiglio del medico.
— Sì, sì, — rispose Elvira, — chiamalo e che mi faccia guarire presto!
Durante l'aspettativa si assopì lievemente. Anna, che la vide chiudere le palpebre, allontanò il lume perchè potesse riposare e oppressa ella stessa dalle fatiche della giornata, si appoggiò al davanzale della finestra respirando l'aria a larghe ondate.
“Non sarà nulla certamente„, pensava sprofondando le pupille nel vuoto oscuro. “Un po' di stanchezza, l'afa di oggi, la commozione.... Era vera commozione? Ma perchè? Lo aveva ella amato fin da piccino? Lo aveva protetto quando gli altri lo deridevano? Aveva ascoltate le prime voci di quell'anima così tenera e così sensibile? Si era fatta il suo pensiero e la sua coscienza?... O non lo aveva invece sempre deriso e disprezzato? Perchè dunque sarebbe commossa lei? Perchè?„
Un gruppo di affanno le strinse la gola. Tutte le scene della giornata le sfilarono davanti: le parole, i silenzi, gli sguardi, i sorrisi. Egli aveva ventun anni e lei diciassette....
“Come riposava ora tranquilla! Non sarebbe nulla certamente, tuttavia....„
Una rapida visione di giovani vite troncate sul fiore le attraversò la memoria.... Sobbalzò, i suoi polsi batterono un istante con violenza; il cuore le si volle schiantare contro le braccia conserte.
“Nulla: non sarà nulla!„ disse a voce alta quasi per combattere un incubo — e chiuse le persiane con precauzione per non svegliare la dormente.
Per quanti giorni, per quante notti il tifo tenne sospesa la sua orribile falce sula vita di Elvira! la ingorda falce grondante di tanto sangue giovane. Finalmente la febbre era cessata. Se non riappariva nella ventitreesima notte l'ammalata poteva considerarsi salva.
— Guarirà! guarirà!„ affermava Anna con gli occhi ardenti nelle guancie infossate, con una eccitazione nervosa che teneva essa pure in uno stato quasi febbrile. Anche quando gli altri, sfiduciati, temevano, Anna ripeteva insistentemente con una specie di furore, quasi prevenendo un'accusa: “Guarirà„. E rammentava tutte le malattie sorpassate da Elvira nella puerizia; una scarlattina delle peggiori, la difterite, che più? non era ella caduta, ai primi passi, per tutta la lunghezza della scala senza farsi il benchè menomo male?...
Flavio non esprimeva alcun giudizio, ma i suoi silenzi pieni di angoscia e le lunghe soste al capezzale dell'inferma avvincevano con forza sempre maggiore la sua anima all'anima della vecchia casa ancora una volta piangente. In qual modo non avrebbe egli amata la dimora che racchiudeva tutto il suo mondo, se alla trama dell'amore passato ogni ora aggiungeva un filo di più? se egli non si sentiva vivere che sotto lo sguardo di Anna e nella vicinanza dolcemente turbatrice di Elvira? La malattia della fanciulla, scoppiata nel giorno stesso che la commozione del premio lo investiva, preceduta dalle inconscie seduzioni delle loro giovinezze, ammantava di un carattere sacro l'attrazione naturale dei sensi. Egli considerava Elvira come la predestinata, colei che doveva unire per sempre il suo destino al destino dei Lamberti e curvo sul letto dove ella soffriva spiava trepidamente le fasi della malattia con una attitudine sicura dove già delineavasi l'idea del possesso.
Quella sera, dopo la sentenza del medico, Flavio indugiava più che mai ad accomiatarsi. Poche ore ancora di angoscia, di aspettativa, e quelle ore doveva passarle solo, nella sua camera, lassù al secondo piano dove tante notti egli aveva già vegliato spasimando.
— Se rimanessi qui.... con lei? — aveva detto ad Anna.
Ma prima ancora che Anna rispondesse comprendeva la necessità di lasciarle qualche ora di riposo.
Lui partito, Anna si soffermò alcuni istanti nella camera dell'inferma per prendere gli ultimi accordi colla suora di guardia. Elvira dormiva, tranquilla, colle lunghe treccie sciolte sul guanciale, le braccia fuori della coltre, velate appena dalla tela sottile della camicia da notte che si arrestava passato il gomito con una arricciatura di trine. Non era più il braccio rigoglioso che sfuggendo al guanto sembrava sfidare la luce nella procace sicurezza della sua nudità; era un povero braccio scarno, madido di sudore: Anna guardandolo lo confrontò macchinalmente colle proprie braccia. E tornò a sentire il ribrezzo di quella carne nuda, perseguitata dall'odore straniero che emanava e da quell'altro odore preferito da Elvira, l'odore molle e scipito d'eliotropio che trovavasi in tutte le sue biancherie e che nell'ambiente chiuso, tra la fuga sottile degli eteri schierati sul tavolino, metteva una nota bassa leggermente nauseabonda.
— Dio le fa la grazia, — disse la suora, — non vede come riposa in pace?
Metodicamente, colla calma dell'abitudine, la suora prese una boccetta di fra le tante che erano sul tavolino e ne versò alcune goccie in un bicchiere; poi andò a riporre la boccetta sopra una mensola riflettendo a voce alta:
— È meglio. Uno sbaglio è subito commesso.
Anna volle guardare la boccetta che la suora aveva creduto di non confondere colle altre. La prese in mano e vide che portava un cartellino con sopra una testa da morto.
“È un calmante„, pensò, rimettendo a posto la boccetta con un istintivo movimento di repulsione; poi si mosse in punta di piedi.
Era il tocco. Se avesse potuto dormire quattro ore, almeno le quattro ore che la separavano dall'alba! Da molto tempo il sonno le era diventato ribelle. Si spogliò tuttavia e si pose a letto, provando l'istantaneo sollievo degli abiti sciolti e delle lenzuola fresche che le conciliarono a tutta prima un soave torpore dove i suoi nervi si distesero e la sua fantasia si acchetò beneficata da un pietoso oblìo. Ma la fiammella del pensiero non riusciva a spegnersi interamente.
Attraverso le nebbie del sonno, l'angoscia dell'idea fissa la martellava nella forma inconsistente dell'incubo. Si sentiva premere il cuore da due mani invisibili, mentre un riso schernitore usciva dalle tenebre senza voce e senza labbra come il riso di uno spettro. E un sogno delineavasi. Ella non aveva riposta la boccetta del veleno sulla mensola, bensì sul tavolino, insieme alle altre; la suora, sbagliandosi, aveva dato il veleno ad Elvira. Una inchiesta era stata aperta e si sapeva che lo sbaglio veniva da lei. — Vero sbaglio?... Vero sbaglio?... — le chiedevano. Una visione raccapricciante della Corte d'Assise e dei giudici le sfilò davanti. Il cuore le si schiantava più che mai stritolato dalle invisibili mani; l'oscuro riso, fischiando, gridava: — Avvelenatrice. — E quella parola sorgeva dalle tenebre in caratteri di fuoco, si avanzava lampeggiando, la investiva, la copriva tutta. Ora non era più una parola, era un volto: un terribile volto sconosciuto che somigliava a Elvira.
Mise un grido e balzò a sedere sopra il letto, colle pupille sbarrate, ansimando. Due rivoletti di sudore le scendevano da una parte e dall'altra delle tempie, mentre una sensazione di gelo la paralizzava nella linea del dorso obbligandola a tenere la testa eretta e fissa in una attitudine di stupore. Riconobbe a poco a poco che si trovava nella sua camera; guardò senza vederle le pareti istoriate, la finestra, il lavabo; allungando le braccia le sue dita si impigliarono nei trafori del merletto che ornava la coperta. Così, muta nel velo delle ombre, Anna assistè gradatamente allo sciogliersi dell'incubo, allo sparire del fantasma, al risorgere della propria coscienza veggente e sicura. Era libera, era monda.
Ricadde supina chiudendo gli occhi.
Ma il sonno non tornava. Una inquietudine, dapprima leggera, le faceva battere i polsi adducendovi un fastidioso prurito che il caldo e l'afa della notte non tardarono a rendere insopportabile. Voltandosi e rivoltandosi pensava: “Sono sicura di aver messa la boccetta sulla mensola?„ E si immaginava di non averla messa, di addormentarsi placidamente e di venire svegliata dai gemiti di Elvira agonizzante. Allora faceva uno sforzo di mente per ricordarsi con esattezza il movimento della sua mano quando aveva deposta la boccetta. Non vi poteva essere alcun dubbio; risentiva ancora nel palmo la sensazione di sfregamento contro la mensola di legno e rammentava l'idea che le era allora balenata di sostituirla, alla guarigione di Elvira, con una mensola di porcellana, di fabbrica fiorentina, più elegante e più gaia.
Posava qualche istante su queste visioni liete, sulle prime passeggiate che farebbero insieme, sulle prime visite; ma lo stesso eccitamento della fantasia in cerca di immagini gioconde le accresceva l'insonnia. A un tratto il dubbio la riprese con violenza: “E se mi fossi sbagliata?„
Ciò che la turbava più che tutto era quella persistenza nel figurarsi la morte di Elvira; nel pensare che l'aveva avuta sempre presente, che le era in certi istanti sembrata quasi necessaria, e in fondo a quel continuo dubbio vide una tentazione mostruosa.
Dormire in tale stato non era più possibile. Accese il lume, scese dal letto, si coprì appena con una vestaglia leggera e lasciando il lume in camera propria entrò in quella di Elvira rischiarata da una fioca lampada. Le sue sottili pianelle non producevano alcun rumore ed ella camminava così leggermente movendo a guisa di stelo l'esile persona che il suo passaggio non spostò neppure una particella d'aria. Solo quando fu presso al letto di Elvira la suora che teneva le palpebre chine sul rosario le sollevò con lentezza mormorando:
— Riposa ancora.
Anna fece scorrere le dita sulla fronte della sorella. La suora disse:
— Non c'è (alludeva alla febbre). — Dio le fa la grazia.
Anna girando gli occhi verso la mensola riconobbe la boccetta del veleno e trasse un lungo respiro. La suora aveva reclinate le palpebre sul rosario.
“Pure„, pensò Anna ricordandosi le parole del medico “del tifo non si è mai sicuri fino a guarigione completa. Se il delirio la riprendesse? La suora mi sembra stanca. Molti ammalati nel delirio sono sfuggiti alla sorveglianza. La suora potrebbe addormentarsi, non sarebbe una cosa straordinaria. Nemmeno sarebbe straordinario che Elvira stessa movesse a prendere quella boccetta. L'ha proprio di contro a lei, a' piedi del letto„.
Il sangue le diede un tuffo. “Io non ne avrei colpa„, mormorò. “Nessuno ne avrebbe colpa„.
Fece alcuni passi verso l'uscio, poi retrocesse titubante. Non sarebbe meglio levarla anche dalla mensola? Portarla fuori di camera addirittura?... Oh! ma tutto ciò era insopportabile alla fine. Prese una decisione violenta ed uscì, dritta, movendo a passi risoluti per la casa tutta aperta nel silenzio della notte d'agosto.
Come era tiepida la notte! e profonda e misteriosa. Dalle finestre spalancate l'argenteo chiaror lunare entrava a illuminare la lunga fuga delle stanze, così alte sotto i loro soffitti a vôlta, nella imponenza maestosa ed elegante dei grandi usci fiorati tra gli stipiti d'oro dolcemente luccicanti nella penombra.