Part 8
Washington si accinge dunque a ripigliare in parte l’opera fallita a Parigi. E la ripiglia dalla questione dei mari cui il Congresso di Parigi voltò le spalle per frugare nelle tasche della Germania qualche miliardo di più, o per recuperare qualche quadro rubato un paio di secoli fa. Non poteva essere altrimenti. Risaliamo con la memoria di otto anni il corso della storia; e scopriremo facilmente perchè la questione dei mari è vitale oggi per tutta la civiltà occidentale.
Una pace sonnolenta regnava allora sulle acque. Primeggiava per numero e per reputazione la flotta inglese. Ma le cresceva accanto la flotta tedesca, più piccola, tutta nuova, tutto ardore e impazienza di mostrare quel che sapeva fare; e sapeva — al Jutland si vide — manovrare e tirare meglio dell’inglese. Venivano poi la armata americana, poderosa per numero di navi e potenza d’armi; la francese, un po’ invecchiata e di crescita lenta, ma illustre per tradizioni e memorie, forte di navi magnifiche e condotta da ufficiali valenti; l’italiana, giovane, un po’ ineguale, ma plastica e di forza crescente; la russa, ferita dalla sconfitta recente e in convalescenza; l’austriaca, piccola ma saldamente annidata nell’Adriatico. Nell’Estremo Oriente la cadetta della famiglia, ma già celebre e ammirata per le prodezze compiute nell’ultima guerra: la flotta giapponese.
Tutte queste armate si facevano allora equilibrio con il solo mostrarsi, nella sottintesa volontà comune a tutti i popoli di rispettare il mare come la grande via del genere umano, e di non intralciare l’accesso alle terre, se non con un protezionismo ancora blando, non universale, e quasi dappertutto temperato da trattati di commercio. Che nei libri dei giureconsulti e negli archivi dei ministeri sonnecchiasse un diritto di guerra sul mare barbaro e corsaro, chi lo sapeva? Il mondo viveva beato nella sicurezza di tutti i suoi mari, finalmente esplorati in ogni più recondito seno, finalmente purgati dagli ultimi avanzi della pirateria, liberi finalmente e aperti a tutti i popoli laboriosi.
Che resta di questo bell’ordine, meraviglia dell’ultimo secolo? Tre di queste flotte sono sparite in fondo al mare: la tedesca, l’austriaca, la russa. Due — la francese e l’italiana — vegeteranno per molti anni, scarseggiando il denaro a mantenerle. Scomparse o declinanti le altre armate, l’Inghilterra è ormai padrona dell’Atlantico e del Mediterraneo, il Giappone del Pacifico. L’armata inglese sarà anch’essa costretta, per economia, a rimpicciolirsi, ma senza danno, perchè resterà più forte dei rivali che nel 1914, alcuni di questi essendo morti, gli altri feriti. Il Giappone invece è diventato in questi sette anni un colosso dei mari. Arricchito dalla guerra mondiale e liberato dalla rivalità della Russia, giganteggia nell’Estremo Oriente come il campione dell’Asia contro i barbari dell’Occidente.
L’equilibrio delle forze è rotto sui mari; e con l’equilibrio delle forze qualunque nozione di diritto. Nessuna dottrina o tradizione, nessun trattato o pezzo di carta tenta neppure più di definire, nonchè di garantire, i diritti che i più deboli potrebbero vantare contro i più forti sui mari. La libertà dei mari, di cui godevamo prima del 1914, era uno stato di fatto, mantenuto dall’equilibrio e dal consenso; e perciò vacilla ora che, venuto meno l’equilibrio delle forze, non si sa più se il consenso sussista ancora. Se l’Inghilterra, _per il momento_, non sembra voler abusare della sua forza, il Giappone è un enigma. Il Congresso di Parigi, infuriato a disputarsi i brandelli dell’Europa, ha lasciato il Giappone e l’Inghilterra impadronirsi dei mari senza condizioni, restrizioni e servitù, in tempi in cui un furore selvaggio di prepotenza agita tutti gli Stati, e il mondo sembra voler ripiombare in un secondo Medio Evo, irto di monopolî e di pedaggi.
Ha lasciato: o piuttosto, avrebbe lasciato, se non ci fosse stata l’America. Gli Stati Uniti sono ancora in grado di varare una flotta pari all’inglese; e perciò possono assumersi il compito di chiarire se il tridente di Nettuno sia un gingillo, da borseggiare nelle sale di un congresso diplomatico, approfittando della distrazione degli altri Stati.
Gli Stati Uniti non furono delusi dalla guerra meno che i grandi Stati europei. Cadute la Russia e la Germania, indebolite la Francia e l’Italia, mutato in un odio e in un sospetto universale quel tacito consenso dei popoli, che era la legge non scritta dei mari, l’America s’è trovata, a guerra finita, minacciata sui due fianchi.
In fondo ai due Oceani, che ne bagnano le coste e che sono le sue porte sul mondo, stanno ora le due potenze egemoni del mare. Che esse vogliano abusare della loro forza, non è provato: ma quali garanzie offre il futuro? Chi potrebbe, per esempio, impedire domani al Giappone, alleato con l’Inghilterra, di tentar di fare della Cina una colonia? La Russia per il momento è in catalessi.
Molte cose, intorno a cui l’Europa farnetica assai, si spiegano se non si dimenticano questi fatti. Si spiega che gli Stati Uniti abbiano stracciato il trattato di Versailles, il quale imponeva loro grandi obblighi e non riconosceva nessun diritto. Si spiega che vogliano varare una grande armata. Si spiega che esigano i loro crediti di guerra. Si spiega che convochino la conferenza di Washington. Non si spiega invece — o si spiega come una contraddizione dei tempi babelici — che vogliano fare di Panama un passaggio americano privilegiato: pericoloso esempio, che l’Inghilterra potrebbe ritorcere contro gli Stati Uniti.
La Conferenza di Washington, massime se l’America, come si dice, tenterà di indurre le potenze ad un accordo, che apra a tutti egualmente le porte della Cina e che limiti gli armamenti navali, tenterà dunque per la prima volta di strappare gli Oceani a quell’anarchia della forza, a cui il Congresso di Parigi li ha abbandonati. Le potenze navali minori, quelle minacciate più seriamente dalla presente anarchia, provvederanno al proprio interesse aiutando l’America, perchè se la Conferenza non riescisse in questo suo compito, non resterebbe a queste potenze minori, che lasciare la gara degli armamenti infuriare tra i due colossi superstiti sino al cozzo definitivo; e cercare allora che questo termini con la distruzione del più forte e l’irrimediabile spossamento del più debole. Se spesso la saggezza è impotente, qualche volta l’impotenza è saggia.
III.
Guerra e pace al Congresso di Washington (20 novembre 1921)
Per trent’anni la pace fu la più solenne tra le imposture ufficiali. Ogni Stato era solito dichiararsi pronto a disarmare, se gli altri avessero dato l’esempio; e siccome tutti aspettavano che qualcun altro incominciasse, nessuno si muoveva. Non si potrà negare agli Stati Uniti il merito di aver rotto questa tacita cospirazione di pravi intendimenti e di aver preso le altre potenze in parola, dicendo loro: «se davvero siete disposte a limitare gli armamenti, purchè una grande potenza prenda l’iniziativa, son qua io. Eccomi pronta».
Dopo tante promesse, dopo tante menzogne, dopo tanti sofistici contorcimenti, questa rude e quasi brutale franchezza è un ristoro. Gli Stati Uniti hanno fatto quello che la Francia, l’Inghilterra, l’Italia avrebbero dovuto fare a Parigi due anni fa. Hanno posto al mondo il quesito, se vuol la pace o la guerra, se vuol rinascere o dissolversi; hanno messo il mondo a confronto con la propria coscienza; gli hanno intimato di uscire dalla torbida contraddizione, in cui si logora da tanti anni, preparando la guerra mentre dice che vuole la pace.
Il merito è grande. Ma grande è pure la responsabilità. La prova è ardua per gli Stati Uniti non meno che per gli altri Stati. Che benedizione sarà, per l’intero universo, se il tentativo riesce, anche soltanto in parte. Ma se non riesce?
Al quesito, posto così rudemente dall’America: «volete la pace o la guerra?», tutti gli Stati hanno risposto: «la pace». Quale avrebbe osato rispondere: «la guerra?» Ma non lasciamoci illudere dalla unanimità di queste risposte. Il mondo non farà senza disperate resistenze l’esame di coscienza e la scelta, a cui l’America lo sforza con così categorico invito. La proposta americana non ha trovato e non troverà innanzi a sè che sorrisi, inchini e vie cosparse di fiori! Nessuno oserà affrontarla a viso aperto. Ma attenta alla spalle! Quante insidie la minacceranno nei particolari tecnici, nelle applicazioni pratiche, nelle commissioni segrete!
Quelli che mi fanno paura sono i «periti», gli «esperti», i «tecnici», che gli uomini di Stato hanno condotti a Washington in tanto numero. Che curioso personaggio, l’«esperto», della guerra mondiale! È quasi sempre un uomo oscuro e ignoto, pescato in fondo a qualche pubblico ufficio, il quale in virtù di una competenza indefinibile dovrebbe sapere tutte le cose, che nessun altro sa, anche le più difficili e oscure. Come sarebbe: quali siano i giusti confini tra due Stati, che non esistono ancora; o quali i necessari armamenti di due Stati, che non sanno se sono amici o nemici. A Parigi gli «esperti» furono i piloti nascosti che condussero a rompersi su scogli invisibili molti buoni propositi.
In verità sono una delle tante imposture moderne: compiacenti prestanome, dietro i quali gli uomini di Stato, con il pretesto della competenza tecnica, mettono in salvo la propria responsabilità. Confini e armamenti sono materie che appartengono non ai professori di statistica e di geografia, o agli ufficiali di terra e di mare, ma alla grande arte di governo, in cui l’uomo di Stato deve essere solo esperto, perito, competente e maestro, con piena responsabilità. Se avessimo uomini veri di Stato, essi creerebbero dalla propria mente i principî direttivi della limitazione degli armamenti, consultando gli uomini dell’arte militare soltanto per i particolari e per l’applicazione. Con uomini come quelli che oggi reggono tanti governi, deboli, incerti, poco autorevoli, gli «esperti» possono diventare gli occulti e irresponsabili sicari, che strozzeranno al buio, con i sofismi e gli egoismi della propria arte limitata, un’idea di valore universale.
Nè la tecnica è il solo pericolo. Non si potranno limitare gli armamenti, se non si freneranno le cupidigie e le ambizioni che si appiattano dietro le armi e che le muovono. Un disarmo parziale suppone una parziale pacificazione; e perciò richiede che almeno alcune tra le maggiori discordie, da cui i popoli sono oggi fatti l’uno all’altro nemici, siano composte con una transazione, che accontenti per qualche tempo tutte le parti. La Conferenza sarà dunque costretta a tentare di comporre le discordie e le rivalità di maggior momento: compito arduo, nel quale i nemici occulti della pace cercheranno di colpire a morte il piano della limitazione degli armamenti.
I popoli vogliono la pace, ma non sempre ne sanno il prezzo, o son disposti a pagarlo. Facilmente si accendono per rivalità e per interessi, che un giorno o l’altro li obbligheranno alle armi, quando meno se lo aspetteranno e quando sarà troppo tardi. Dalla rivoluzione francese in poi tutti i macchinatori di guerre hanno approfittato di questa debolezza dei popoli, per sforzarli a combattere. Ne hanno approfittato a Parigi, per deludere l’universale desiderio di pace; e ne approfitteranno per far fallire anche il Congresso di Washington!
È necessario dunque che l’opinione di tutti i paesi vigili; perchè molti tentativi saranno fatti per ingannare anche a Washington «lo spirito del mondo». La stretta è forse decisiva; perchè chi potrebbe prevedere gli effetti di una seconda delusione, che seguisse quella di Parigi?
In Europa la disperazione si impadronisce dello spirito pubblico, in tutti i paesi. Pur sapendo che se gli Stati non conchiudono almeno una tregua di mezzo secolo, nessuno potrà sfuggire ad una ruina totale, i popoli hanno quasi perduto la speranza che questa tregua salvatrice si possa mai stringere. Se dopo Parigi, anche Washington dovesse fallire, la disperazione diventerebbe irrimediabile. Gli odî e i sospetti tra gli antichi alleati, già così grandi, divamperebbero irrefrenabili. Nulla esaspera più che un tentativo fallito di pacificazione. O la conferenza di Washington riuscirà ad assestare un po’ le cose del mondo, o sprofonderemo nell’anarchia e nel disordine per generazioni.
Sarebbe puerile imaginare che Washington possa comporre tutte le discordie, che oggi aizzano gli uni contro gli altri i popoli. Ma avrà fatto poco meno di un miracolo, se riuscirà a comporre alcune di queste discordie, _perchè avrà mostrato con i fatti all’universale scetticismo che il comporle non è impossibile_. Indicibile sarà il conforto che questa rinascente fiducia infonderà nello spirito del mondo, oggi sgomento. Riconfortato, lo spirito del mondo che oggi sta per abbandonarsi disperato alla minacciosa oscurità del destino, ritroverà la forza di provvedere alla propria salvezza. In ogni impresa, il difficile è cominciare.
Siano i popoli questa volta, più attenti, più chiaroveggenti, più fiduciosi, che non durante il Congresso di Parigi. È il solo consiglio, che sembri quadrare con la realtà, sulle soglie della nuova Conferenza, nell’imminenza della seconda prova.
IV.
Concatenazione (3 dicembre 1921)
Il proposito del presidente Harding di circonscrivere le discussioni è già stato in parte deluso. La terra e il mare, l’Oriente e l’Occidente sono così legati, che da tre settimane le discussioni di Washington si svolgono attive e feconde solo quando si allargano, mentre quelle che non si allargano si spengono.
È apparso subito chiaro che non si potevano bilanciare secondo una certa proporzione le tre maggiori armate del mondo, lasciando fuori del conto le due minori: Francia e Italia. Ma come fissare una proporzione tra le due flotte minori e le maggiori, e tra l’una e l’altra delle due flotte minori senza pesare almeno i maggiori interessi inclusi in quella che si suole chiamare la politica mediterranea? Francia e Italia sono potenze continentali. Le armate navali e gli eserciti di terra sono i due bracci della loro difesa. Se nell’Estremo Oriente la necessaria potenza delle flotte dipende in parte dalla Cina, dalle sue rivoluzioni, dalla politica che le potenze vogliono seguire nel vasto impero di mezzo, nel Mediterraneo dipende in parte anche dall’assetto del continente europeo. Per questa sola concatenazione, la questione dei mari tende ad allargarsi fino ad abbracciare mezza la terra. Ma non è la sola.
Si è discusso e si discute assai, a Washington, dei sottomarini. Ma le sorti dei sottomarini sono legate al diritto di blocco e al contrabbando di guerra. Sinchè l’Inghilterra non rinuncierà a dichiarare contrabbando di guerra tutto ciò che le piace, e al diritto di fare morire di fame i suoi nemici, che hanno bisogno del mare per nutrirsi, nessun popolo potrà gettar via quest’arma.
Il sottomarino è la fionda di David nel duello contro il Golia dei mari. I tedeschi l’hanno infamato, distruggendo le navi invece di catturarle; ma hanno ricorso a questo odioso procedimento, perchè i loro porti erano troppo distanti dai mari dove operavano. Nel Mediterraneo i sottomarini potrebbero far la guerra di corsa come gli incrociatori, catturando e rimorchiando nei porti le navi mercantili del nemico, in regola con la coscienza del mondo.
Sembra che la discussione intorno agli armamenti terrestri si sia già o stia per arenarsi a Washington, nonostante gli sforzi della delegazione inglese e della delegazione italiana. Chi può meravigliarsene? Armi e trattati di pace sono legati tra loro in Europa. Dei trattati conchiusi nel 1919 e nel 1920 alcune parti di maggiore importanza non si reggono, se non perchè sono puntellate da parecchi milioni di baionette. L’Ungheria e la Bulgaria stanno ferme, solo perchè strette in una cerchia di ferro. Il trattato di Sèvres è un pezzo di carta, perchè l’Intesa non ha le forze per imporlo. Limitare l’esercito francese e voler piegare la Germania sotto il mezzo protettorato del trattato di Versailles, è un controsenso.
Il Briand ha fatto al Congresso una pittura della Germania, che all’ingrosso è fedele. La Germania si chiude in un odio torvo che, se è impotente per ora, è già una tacita sfida ai vincitori. È quindi probabile che un parziale disarmo della Francia accrescerebbe piuttosto il coraggio di questo odio che non ne addolcirebbe il furore. Ma se la tesi ufficiale della Francia si ferma qui, un osservatore imparziale deve procedere oltre e chiedersi per quale ragione la Germania, che pure anch’essa ha tanto bisogno di pace, ritorna a desiderar nel fondo del cuore la guerra. La risposta è sicura: perchè nel trattato di Versailles sono scritte alcune condizioni così umilianti, che nessuna grande potenza accetterà mai, anche se possa essere costretta per qualche tempo a subirle da una forza soverchiante. I posteri stupiranno, che uomini di Stato si sieno illusi di poter fare della Germania un Marocco europeo, senza condannare l’Europa alla guerra perpetua.
Un Congresso, che non possa o non voglia considerare nel suo insieme lo stato presente dell’Europa tutta, potrà soltanto sfiorare la questione degli armamenti.
Si direbbe che l’universo intero prema alle porte del Congresso di Washington, per invaderlo con tutti i suoi disordini, le sue furie, i suoi dolori, i suoi feroci egoismi; e che nella angusta sala in cui si radunano, gli uomini del Congresso facciano forza alla porta, perchè resista alla spinta. Il giorno in cui la porta si spalancasse e l’Universo irrompesse con il suo terribile corteo, gli uomini del Congresso dovrebbero fuggire saltando dalle finestre!
Si ricasca in quel tormento che non dà pace agli uomini dal giorno in cui la guerra è cominciata. Il mondo è diventato troppo grande, troppo complesso, troppo difficile, per la mente degli uomini, che devono governarlo. La creatura è confusa dalla enormità della propria creazione; e si perde in piccoli vaneggiamenti. Che cosa fu il Congresso di Parigi, se non la tragica frantumazione e dispersione di un pensiero universale? Si doveva rifare il mondo; ma l’Inghilterra era ipnotizzata da pochi pozzi di petrolio, la Francia dal Reno, l’Italia da Fiume. Spaventato dalla grandezza del mondo e dei compiti che nel mondo lo aspettano, lo spirito della civiltà occidentale corre a rifugiarsi in se medesimo, facendosi piccino piccino. Quanto siamo lontani dal pensiero sintetico e costruttivo, che regnò nel Congresso di Vienna! Di qui l’universale trionfo, proprio quando più necessiterebbero le grandi menti, di tanti piccoli sofisti e di tanti piccoli rètori: i primi, abilissimi nel rimpicciolire le cose grandi, i secondi nell’ingrandire le piccole, e gli uni e gli altri nel confondere, illudere, ingannare insieme lo spirito pubblico.
V.
La Germania e il suo riscatto (17 marzo 1921)
Non mi ero ingannato.
Il nodo delle indennità tedesche è peggio che un nodo gordiano, perchè non può essere nè sciolto nè tagliato. È inutile tormentare tabelle, numeri e cifre per sapere se la Germania possa o non possa pagare: gli oracoli matematici non rispondono della volontà dell’uomo. La Germania non vuole pagare; il popolo tedesco tutto quanto, dai contadini e dagli artigiani ai magnati dell’industria e della finanza, non vuole espiare la guerra mondiale con mezzo secolo di lavori forzati. I vincitori si trovano alle prese non con le arti e gli accorgimenti volpini d’un governo; ma con la chiara, risoluta, brutale volontà di un popolo. Non pago! Hanno essi il mezzo di piegarla?
Nel governo tedesco, che dovrebbe essere il collettore del riscatto, gli Alleati non hanno trovato e non troveranno che un’invincibile malavoglia, figlia di un deliberato proposito e di una reale impotenza. Rovesciata la monarchia ereditaria, il governo tedesco deriva oggi i suoi poteri, la sua autorità, la sua legittimità dal suffragio universalissimo. La repubblica tedesca sarà, se volete, un’impostura in tutto il resto; in questo no. L’unico appoggio su cui può far leva, per agire, è la volontà del popolo, vera o supposta, espressa dal suffragio universale. Ma poichè il popolo tedesco non vuol pagare il riscatto, il governo tedesco dovrebbe far leva sulla volontà del popolo per violentarla proprio nel suo desiderio più vivo e più forte. Questo è, come avrebbero detto gli antichi, un «problema d’Archimede»: la quadratura del circolo.
Se gli Alleati vogliono il riscatto, dovranno andare a riscuoterlo da sè. Questa è la verità. La logica implacabile dei loro errori e delle loro illusioni li spinge a invadere la Germania. Fanno ora un primo passo, timido e incerto, sperando di spaventare il governo tedesco, di forzargli la mano e di poter tornare presto indietro con la cambiale firmata, annunciando ai popoli che la questione è assestata e che il riscatto sarà pagato. Hanno essi, gli invasori, almeno tanta voglia di poter domani ritornare indietro, quanto i tedeschi di vederli partire! Ma anche questa è una nuova illusione. Ceda o non ceda il governo tedesco, firmi la cambiale o la laceri, non ci sarà guadagno. Sinchè il popolo tedesco tutto quanto non voglia nè intender ragione nè espiare nè pagare — e pur troppo non lo vorrà mai — gli Alleati dovranno passo passo avanzare in Germania sino ad occuparla tutta: operazione gigantesca, che supera le forze degli Alleati, che costerebbe più che non possa fruttare, e che, riuscendo, sconvolgerebbe l’Europa.
Se la Germania fosse governata da una monarchia autorevole e potente, come era ai suoi bei giorni quella che cadde nel 1918, essa potrebbe forse, in una certa misura, costringere il popolo a pagare il riscatto ai vincitori. Ma ora c’è la repubblica, il governo del popolo anche in Germania; il suffragio universale anche in Germania ha debellato il principio dinastico e calpestato il diritto divino; e non c’è mezzo di venire a capo di nulla con quest’obbligo, che pure dovrebbe essere sacrosanto per tutti i tedeschi, di aiutare le loro vittime a rifarsi il tetto e il focolare distrutto. Ma i popoli sono dei bestioni irresponsabili, peggio dei re assoluti di un tempo, dallo spirito semplice, che non si curano di molti proprî interessi, perchè non li conoscono neppure; che non chiedono sul serio se non pace e lavoro, pane e companatico, circensi e baldorie; che di solito si contentano di buone parole e di bei discorsi. Ma guai se alcuno di questi bestioni si fissa in una idea semplice, che sia capita dal suo grosso cervello e che esalti qualche sua forte passione! Nessuna forza dello spirito e della materia potrà vincere quell’ossessione. I ragionamenti dell’Equità, della Saggezza, del Buon senso e della stessa Evidenza non avranno altro effetto che di mettere il bestione in un furore indicibile. Nessuna parola, neppure se risuoni dal cielo, troverà la via della sua mente e del suo cuore. Nessuna frusta, o bastone, o flagello, o catena avrà ragione del suo cuoio indurito, anche se i suoi guardiani osassero adoperarli. Ma i guardiani non oseranno adoperarli; perchè appena il bestione monta in furia, fuggono tutti spaventati a rimpiattarsi.
Di nuovo la Francia vede insorgere contro di sè le dottrine e i principî della rivoluzione che essa ha bandito al mondo per liberarlo; è delusa in un suo diritto da quel suffragio universale, per cui versò il suo sangue migliore nel ’48. Quale è l’oscuro e profondo disegno della Provvidenza — uso il linguaggio della Chiesa — nel ferire la nobile nazione con le armi stesse della sua spensierata generosità? O vecchio mandarino cinese, forse tu solo hai letto a libro aperto nella storia dell’Europa, che per tanti di noi è ancora un libro chiuso. Ad un illustre deputato socialista belga, che alcuni anni fa si trovava a Pechino, e che magnificava la rivoluzione francese, il vecchio mandarino disse, scrollando il capo:
«Sì, sì: la rivoluzione francese è stata un grande evento. Ma è ancora molto recente. Sarebbe forse prudente, prima di giudicarla, aspettare a vedere dove va a finire!»