Part 7
La Polonia, se ha commesso molti errori nel suo primo anno di vita, ci ha almeno risparmiato questa calamità. Ad una condizione però: che Francia, Italia, Inghilterra sappiano meritare l’insperata fortuna delle vittorie polacche.
La politica russa dell’Intesa è viziata da una contraddizione, che è la ragione profonda di molti guai presenti e che sarà seme di infiniti mali futuri.
L’Intesa vuole che la Russia risusciti. Lo sprofondamento del grande impero ha fatto in Europa ed in Asia un tal vuoto, che l’equilibrio dell’intero pianeta è stato alterato. Sinchè questo vuoto non sia in qualche modo riempito, non si potrà rimettere in pernio e bilanciar bene nè l’Europa e nè l’Asia. Ma poichè i grandi e sùbiti rivolgimenti ripugnano alla natura umana, sembra ai governi dell’Europa che più prontamente e meglio di ogni altro riempirebbe quel gran vuoto uno stato che rassomigliasse all’impero caduto: ossia unito e vastissimo. Si aggiunga che nel vuoto fatto dall’impero russo sprofondando, è sparita anche una parte della fortuna dell’Europa. Non potendo scendere nell’abisso a rintracciare i suoi tesori, l’Europa non vedrebbe di malocchio che di sotto ai rottami uscisse un nuovo gigante, capace di riportarli sulle sue spalle alla luce del sole. Francia e Inghilterra sognano un impero sifatto, che pagherebbe i debiti contratti dall’antica Russia.
Per queste ragioni l’Intesa vorrebbe che la Russia rinascesse con la forza e il vigore e la ricchezza di un tempo, se non maggiore. Ma aspettando che risorga, la mura viva in precedenza, per il giorno della resurrezione, nell’interno dell’Europa e dell’Asia. L’Inghilterra l’ha isolata dal Baltico, con la sua oscura politica, che mira a far clienti le repubblichette sorte negli ultimi anni sulle sponde di quel mare. La Polonia è stata ricostituita, perchè sia la sua carceriera dalla parte di Occidente e della Germania. Il trattato di pace con la Turchia consegna Costantinopoli all’Inghilterra, alla Francia e all’Italia; e sbarra di una triplice porta le sue comunicazioni con il Mediterraneo. Il trattato tra la Persia e l’Inghilterra, per fortuna già sospeso e che sarà abrogato, sarebbe stato un altro sbarramento, che la Russia, ritornata a vita, avrebbe trovato nell’Asia Centrale.
È possibile supporre che la Russia, il giorno in cui ricuperasse una parte dell’antico vigore, si acconcerebbe a vivere entro quella prigione? I trattati di pace firmati nel 1919 e nel 1920 portano nei loro fianchi molte guerre future; e tra queste anche una grande guerra tra l’Inghilterra e la Russia e una grande guerra tra la Russia e la Polonia. La Russia non potrà tollerare, se non per debolezza e impotenza, di essere esclusa dal Baltico, di esser sorvegliata ed isolata in Europa da una Polonia diffidente ed ostile, di aver tre grandi potenze europee come sue carceriere a Costantinopoli. Quel che farebbe la Russia il giorno in cui avesse recuperato le forze, si può argomentare da quel che fa oggi, quasi agonizzante.
Nè si creda che l’Europa avrebbe da guadagnare, per questo rispetto, da un mutamento di regime. Qualunque fosse il governo con cui si reggesse la Russia, anche fosse un governo insediato dalle armi dell’Intesa, sarebbe costretto a tentar di lacerare i trattati di pace del ’19 e del ’20, appena potesse, da una necessità vitale.
Questo stato di cose spiega in parte, se non giustifica, l’attacco della Polonia. Esso è stato severamente biasimato. Non si negherà che da un popolo, al quale la forza e la conquista avevano inflitto tanti tormenti, si poteva aspettare di meglio, che questa fretta famelica di conquistatori arrivati troppo tardi! Senonchè non bisogna dimenticare che la Polonia è stata posta dall’Intesa in una posizione quasi disperata di sentinella morta e che deve pensare ai casi suoi. Si trova tra due giganti feriti; e sa che il primo, che abbia fasciate le sue piaghe e recuperato le forze, le salterà addosso, se non le salteranno addosso tutte e due insieme. Se anche prima della guerra presente essa si faceva delle illusioni, non potrebbe più ignorare che in una guerra con la Russia, essa non può sperare nessun aiuto se non di consigli e di parole dai suoi alleati di Occidente. Essa deve perciò cercare di indebolire quanto più può la Russia, anche con guerre aggressive, per non ritrovarsi domani a subire una pace simile a quella che i bolscevichi volevano imporle; poichè non c’è altra alternativa finchè un nuovo spirito non soffi sull’Europa. O la Russia muore di estenuamento e si dissolve in pulviscolo; o risorge, e la Polonia non può sperare miglior sorte che di essere la sua protetta e il ponte che la congiunge alla Germania.
Se ne ricordi, chi vuol orientarsi nel caos presente. Occorre, se si vuol ridare la pace all’Europa, rifare la pace con la Russia; ma sarebbe imprudente credere che la pace con la Russia sia minacciata soltanto dall’imperialismo polacco. Grande e lodevole è lo zelo per la pace di Lloyd George, dei pacifisti e dei laburisti inglesi; ma si risveglia un po’ tardi. Sarebbe stato meglio si fosse manifestato non soltanto quando i polacchi incominciavano ad essere respinti dagli eserciti rossi; ma allorchè il Governo inglese firmava il trattato con la Persia, o incominciava la sua oscura politica baltica, o compilava il trattato di pace con la Turchia.
Se lo spirito e l’indirizzo di tutta la politica dell’Intesa verso la Russia non mutano; se non si cesserà di considerare la Russia come un moribondo, caduto sul campo di battaglia, e che i saccomanni possono spogliare prima ancora che sia spirato, le vittorie dei polacchi non serviranno a nulla.
VII.
Il protettorato del mondo (10 agosto 1921)
Ho riletto in questi giorni, uno dopo l’altro, tutti i trattati di pace, che avrebbero dovuto sigillare per qualche secolo le porte di Giano. Mi è parso di leggere un nuovo capitolo delle «Mille e una notte». Poichè in quei trattati sta scritto il protettorato del mondo: nè più nè meno. In forza di quei trattati la Francia, l’Inghilterra, l’Italia e il Giappone si assumono di governare, o ciascuna in nome proprio o tutte insieme, o per governo diretto o per via di protettorato, l’Europa, l’Africa e quasi tutta l’Asia, ad eccezione dei territori in potere dei bolscevichi: quello, insomma, che per gli antichi era il mondo.
Non si potranno accusare i vincitori della guerra mondiale di soverchia modestia!
Il trattato di Versailles sottopone le armi della Germania e le industrie che fabbricano le armi alla sorveglianza di commissioni permanenti delle potenze alleate. L’obbligo delle riparazioni, nella forma in cui è stato imposto alla Germania, necessita il controllo delle finanze. La commissione delle riparazioni ha già ricevuto ampi poteri dal trattato di Versailles; ma questi non bastano. Già si parla di una vera e propria commissione internazionale, che riveda i conti dello stato tedesco, imponga economie e balzelli, impedisca alla Germania di frodare i creditori dissipando la sua fortuna. Ma dal controllo delle armi e delle finanze al controllo della politica estera il passo sarà breve. È una catena. A che giova controllare le armi ed i conti, se poi si lascia libero lo stato disarmato di cercare alleanze, che compensino la sua debolezza? La Germania è dunque ormai un protettorato collettivo della Francia, dell’Italia e dell’Inghilterra. Quella che era ieri la prima potenza del mondo è oggi protetta da tre potenze, ciascuna delle quali è molto più debole di essa!
Eguale è la condizione in cui i trattati di pace hanno posto l’Austria, l’Ungheria e la Bulgaria. Le potenze vincitrici si sono assunta la sorveglianza delle armi e delle finanze. Dell’Austria anche la politica estera è sottoposta a controllo, almeno nei riguardi della Germania.
L’Ungheria invece è sorvegliata, se non dai trattati, dalle Cancellerie, nelle sue istituzioni interne, poichè non può sciegliere tra la repubblica e la monarchia o eleggere un nuovo re senza il consenso dei vincitori.
Dell’antico impero turco la Siria, la Palestina, la Mesopotamia sono diventate, sia pure per l’interposta persona della Società delle Nazioni, e con la formola dei mandati, protettorati dell’Inghilterra e della Francia. Le chiavi dei Dardanelli passano alla Commissione degli Stretti, ossia all’Inghilterra, alla Francia, all’Italia. Il trattato di Sevrès vorrebbe che il Califfo difendesse l’Islam da Costantinopoli non più sua, come inquilino e protetto delle grandi potenze europee, mezzo cristiane e mezzo miscredenti. Disarma la Turchia e sottopone il suo esercito alla vigilanza di una commissione; le impone una gendarmeria comandata da ufficiali europei, alleati o neutri; crea una commissione finanziaria, che rivedrà i conti del governo turco, e sarà composta dai rappresentanti dell’Italia, della Francia, dell’Inghilterra e della Turchia, ma quest’ultimo a solo titolo di consultazione. Senza il consenso di questa commissione nessun bilancio sarà valido e il governo turco non potrà alterare nè imposte nè dogane!
Nè basta. Già il 13 dicembre del 1914 l’Inghilterra aveva proclamato l’Egitto un suo protettorato, spezzando, con una prepotenza innanzi a cui anche i tedeschi avrebbero forse esitato, quella che si potrebbe chiamare l’ossatura legale di una civiltà tanto antica. Nel ’19 essa tentava di impadronirsi, con un trattato, della Persia. Infine le grandi potenze vittoriose si sono impegnate ad aiutare con denari, con consigli, con funzionari, con appoggi diplomatici, gli stati nuovi e vecchi, che sono nati o si sono ingranditi sulle rovine dell’impero russo e della duplice monarchia: le repubbliche baltiche, la Polonia, la Czeco-Slovacchia, la Rumenia, la Jugoslavia, la Grecia. Anzi è già incominciata la gara per assicurarsi la clientela di queste piccole potenze, in cambio di una benevola protezione. La Francia mira alla Polonia, alla Czeco-Slovacchia, alla Rumenia, alla Jugoslavia; l’Inghilterra alla Grecia e alle repubbliche baltiche.
È noto a tutti, infine, quel che accade tra il Giappone e la Cina. Ma Giappone e Cina, per fortuna, sono molto lontani.
Siamo dunque i padroni del mondo. Roma è oscurata. Proconsoli, pubblicani, amministratori: avanti! Se ci siamo assunti di governare tre continenti e tante lingue, razze e religioni così diverse, vuol dire che il genio politico corre le strade.
Non voglio qui discutere se questo «sistema» attui o rinneghi le dottrine bandite dall’Intesa durante la guerra. Ma vorrei chiedere invece se l’Italia, la Francia e l’Inghilterra — poichè il Giappone si chiude negli affari dell’Oriente Estremo — hanno tutte insieme e singolarmente i soldati, le intelligenze, la scienza di stato, necessaria a reggere un così vasto e molteplice impero che abbraccia tanti popoli e stati diversi. Chi non vede che occorrerebbero milioni di soldati, ingenti capitali, un personale esperto che conoscesse a fondo tutti questi paesi, dei governi saggi, risoluti, concordi nell’azione comune, onniveggenti, che sapessero tenere d’occhio i quattro punti cardinali, conoscere egualmente bene quel che matura in Germania, nei Balcani, nell’Asia minore; provvedere con pari prontezza e sagacia a un pericolo o a un bisogno che nascesse o sulle frontiere della Persia o sulle rive del Baltico? Ci sono in Italia, in Francia, in Inghilterra questi soldati, questi capitali, questi funzionari, questi governi di esemplare saggezza? E se non ci sono, questo «sistema» non crollerà un giorno sul capo degli incauti architetti, come una torre di altezza spropositata?
Si rimprovera spesso a quei trattati lo spirito imperialista. Se almeno fossero davvero imperialistici! La forza è una forza, se esiste davvero, anche quando abusa. Ma i vincitori della Germania hanno voluto abusare di una forza, che non possedevano. I trattati sono non imperialisti, ma chimerici, perchè per applicarli occorrerebbero forze che non ci sono. Sembrano aver pensato solo ai vantaggi che assicuravano ai popoli, non agli impegni e alle responsabilità che assumevano in loro nome, imponendo certe condizioni ai nemici; cosicchè per disarmare, diminuire, umiliare il nemico vinto e obligarlo a risarcire una parte del male fatto, hanno caricato sulle spalle dei loro disgraziati popoli un peso, che questi non possono sopportare.
Dei quali pesi il più grave è forse il disarmo dei nemici vinti, che nella ingenua convinzione dei vincitori doveva essere il loro maggiore sollievo. I trattati di pace hanno disarmato la Germania, l’Austria, l’Ungheria, la Bulgaria e la Turchia; ma i loro sagaci autori non sembrano aver pensato che, disarmando questi stati, i popoli vincitori si assumevano la responsabilità dell’ordine interno e della sicurezza esterna degli stati disarmati, ossia di immensi territori in Europa e in Asia, dei quali la maggior parte sfugge e sfuggirà sempre alla loro potenza. Dopo averli disarmati, gli Stati vincitori non possono e non potranno, se gli Stati vinti siano assaliti da nemici esterni od interni, dir loro che provvedano ai casi propri con le piccole forze di cui dispongono, anche se queste non bastano! Abbandonerebbero una terza parte dell’Europa all’anarchia.
L’Alta Slesia è un bell’esempio dei pericoli, che aspettano al varco questi protettori del mondo senza forze sufficienti. Inebriata dalla vittoria, l’Intesa si è immaginata che lo spirito di Salomone si fosse incarnato in lei; e che potrebbe dividere secondo giustizia l’Alta Slesia tra polacchi e tedeschi. Senonchè al momento di procedere alla spartizione, il novello Salomone si è accorto che spartire il paese non bastava, bisognava anche persuadere o costringere i due contendenti ad accontentarsi della parte che sarebbe toccata a ciascuno di loro. Quanto ai tedeschi, finchè la Francia potrà mantenere sotto le armi 700.000 soldati, Salomone, salvo l’imprevisto, non dovrebbe correre pericolo di essere vituperato come un giudice iniquo a Berlino. Ma i polacchi? Con qual mezzo costringerli a rispettare la giustizia di Salomone?
Il nodo insolubile dell’Alta Slesia è questo. L’Intesa non ha nessun mezzo sicuro per farsi obbedire dai polacchi. I cannoni della flotta britannica non servirebbero molto più che i discorsi di Lloyd George. Se i polacchi si ribellassero a Salomone, l’Intesa dovrebbe o permettere alla Germania di difendere i suoi diritti da sola annullando il disarmo, o impegnarsi essa in guerra con la Polonia a difesa della Germania disarmata. Chi può credere che la Francia acconsentirà ad annullare da un giorno all’altro il disarmo imposto alla Germania dal trattato di Versailles, senza i compensi e le garanzie che nessuno vuol dare? Chi può credere che i soldati francesi, inglesi e italiani rischieranno la vita per difendere gli interessi e i diritti tedeschi nell’Alta Slesia?
Ma l’Alta Slesia è il primo dei grossi imbrogli, nati da questo impotente protettorato del mondo. Il primo, non il maggiore. Altri nasceranno, e più pericolosi, in Europa e in Asia. Lasciate che i tempi e gli eventi maturino. Che peso è e sarà questo protettorato del mondo, assunto da Stati che dovrebbero piuttosto pensare ai casi proprî!
VIII.
La politica realistica
I vincitori della guerra mondiale vogliono:
_a_) disarmare la Germania, imporle il proprio protettorato, costringerla a pagare una taglia di centinaia di miliardi;
_b_) mutilare l’Ungheria e fare la guardia all’Austria;
_c_) murare la Russia nell’interno dell’Asia e dell’Europa, addossandola ai ghiacci del polo;
_d_) togliere all’Islam Costantinopoli, smembrare l’impero turco, conquistare l’Asia minore, la Siria, la Palestina, la Mesopotamia;
Nel tempo stesso:
_a_) hanno espulso dall’alleanza l’America;
_b_) si son fatti tra di loro mille dispetti e tradimenti, cosicchè oggi il Belgio ha ragione di rinfacciare ai grandi alleati la loro ingratitudine, l’Italia può lagnarsi a ragione d’essere stata maltrattata, sotto sotto c’è un gran malumore tra Inghilterra e Francia;
_c_) l’Inghilterra ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; l’Italia ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; il Belgio ha congedato quasi tutti i suoi eserciti; restano ancora sotto le armi 700.000 francesi, che devono sostenere la pace e l’ordine del mondo; e la Francia si rovina per mantenerli.
Nel secolo XX questa si chiama «politica realistica».
PARTE QUARTA.
VINTI E VINCITORI NEL CAOS DELLA PACE
_La quarta parte si compone di articoli pubblicati nel_ Secolo _tra il 1921 e il 1923, che analizzano e studiano alla luce delle idee le conclusioni esposte nella terza parte, gli eventi di maggiore importanza accaduti in quei due anni: la conferenza di Washington e quella di Genova, la proclamazione dell’indipendenza dell’Egitto, le difficoltà dell’Europa orientale, la riscossa della Turchia nell’Asia Minore, la questione dei debiti, l’aggrovigliarsi del nodo delle riparazioni, la nuova guerra tra la Francia e la Germania, incominciata con l’occupazione della Ruhr. Mentre tutti questi eventi si spiegano con le conclusioni della parte precedente, a loro volta le confermano, mostrando come molte delle previsioni precedenti si sono verificate._
I.
L’Europa dopo due anni di pace (8 novembre 1921)
Sono due anni che la pace è stata scritta sulla carta. In che condizione si trova l’Europa? Diamo un’occhiata in giro.
I trattati avevano intimato ai vinti di consegnare le armi. Invece di obbedire, la Turchia le ha passate al governo di Angora, il quale demolisce con quelle il trattato di Sèvres prima ancora che entri in vigore. La guerra mondiale continua in Oriente; e gli Alleati possono soltanto dare ai turchi e ai greci dei buoni consigli, che nessuno dei belligeranti ascolta. Invano l’Inghilterra ha spinto innanzi la Grecia! Mezza Asia Minore è devastata; la Grecia è rovinata e speriamo non susciti per disperazione o per vendetta qualche grosso disordine; gli affari d’Oriente precipitano in una anarchia, a cui non ci sarà per lungo tempo rimedio. Strana ironia del destino! Quando tanti eserciti formidabili della coalizione germanica si sono sciolti o sono stati sbaragliati, tiene il campo, nell’interno dell’Asia, invincibile, un piccolo esercito raccogliticcio di turchi, che si sostiene come può.
Un po’ meglio vanno le cose in Bulgaria. Qui almeno c’è un partito, il quale riconosce giuste e prende sul serio le intimazioni e le minaccie dell’Intesa... Ma quanto pesa la Bulgaria sui destini del mondo?
Come procedono le cose in Ungheria si è visto or ora.[14] L’Ungheria non ha disarmato, ma ha nascosto armi e soldati dietro una tenda; quanto basta, affinchè le apparenze siano salve, e l’Intesa possa far le viste di non vedere. Di chi la colpa? L’Italia sospetta la Francia, la Francia l’Inghilterra, l’Inghilterra l’Italia. Ma la colpa è della Geografia che non vuole essere, come l’opinione degli uomini, umile ancella della Vittoria. L’Ungheria fa oggi il comodo suo, perchè due anni dopo l’armistizio, le grandi Potenze dell’Intesa non hanno più nessun mezzo di imporle il disarmo, mancando tra l’una e le altre quella contiguità di frontiera, che tiene gli stati deboli nella soggezione dei forti. Gli stati nuovi che circondano l’Ungheria e la isolano, non hanno potuto assumersi il compito di imporre e di controllare di giorno in giorno il disarmo, perchè hanno cento altre faccende e forse anche perchè il compito supera le loro forze. Hanno preferito stringere la piccola Intesa.
L’Ungheria non ha disarmato e non disarmerà, come non pagherà il suo riscatto. E poichè è stata in certe parti mutilata a capriccio, sta in agguato, aspettando l’occasione. Carlo di Absburgo ha avuto troppa fretta. Il paese è spossato, acefalo, in guerra con sè medesimo. Ma che di qui a qualche anno ritrovi un po’ di forza, un governo ed una occasione...
La Germania è, insieme con l’Austria, la sola tra le nazioni vinte che abbia disarmato davvero, costretta dalla contiguità territoriale con la Francia. La Germania, dunque, se non ha adempiuto proprio alla lettera il trattato di pace, ha consegnato le armi che per quattro anni furono il terrore del mondo; e per il momento non è in grado di minacciare nessuno. Possiamo almeno qui respirare? Consolarci, che la minaccia tedesca è sventata? Che la Francia potrà a sua volta deporre l’armatura che la schianta?
Proprio all’opposto. La Francia e il Belgio sono costretti a tenere sotto le armi quasi un milione di uomini, perchè hanno disarmato la Germania. Questo è il paradosso, che strangola l’Europa come un laccio.
L’ho già scritto e lo ripeterò una volta ancora, perchè questa semplice verità è la chiave di tutto il disordine presente. Il trattato di Versailles, con le clausole del disarmo e con certe clausole che riguardano le riparazioni, ha fatto della Germania un protettorato comune dell’Italia, dell’Inghilterra e della Francia. Immaginarsi che quella che era ancora, sette anni fa, la prima potenza del mondo, accetti di diventare il Marocco di tre potenze, discordi tra di loro e ciascuna più debole, è vivere con la testa nelle nuvole. La Germania subirà questo protettorato, nella misura in cui la forza lo imporrà. Ha disarmato perchè ai confini c’era un milione di soldati, pronti ad invaderla. Sinchè questo milione di soldati minaccerà le sue frontiere, obbedirà ruggendo di furore.
Ma per quanto tempo la Francia potrà mantenere, insieme con il Belgio, questo milione di soldati sotto le armi? La Francia, già indebitata per trecento miliardi?
Dal giorno dell’armistizio è cominciato tra la Francia e la Germania un nuovo duello; incruento, muto, quasi direi immobile, ma non meno implacabile e terribile che la guerra. C’è in Germania un partito, che vuole eseguire il trattato, come esso dice, «nella misura del possibile». Questo partito governa oggi. Ma perchè neppure questo partito riesce a tranquillare la Francia? Perchè, in Francia, l’ansietà pubblica non si calma mai, sia che il governo tedesco accenni ad eseguire il trattato, sia che mostri di rifiutarsi? Perchè anche quella debole e vacillante volontà di eseguire il trattato è legata, in Germania, alla minaccia imminente di quel milione di uomini in armi. Ma ad eseguire il trattato occorrerà, a dir poco, mezzo secolo almeno; e chi può illudersi che la Francia, spossata dalla guerra, oberata di debiti, reggerà per mezzo secolo al compito erculeo? La Germania non ebbe da tendere altrettanto muscoli e nervi, dopo il 1870, per far rispettare il trattato di Francoforte; eppure non ha resistito più di 44 anni, e alla fine fu, dallo stesso suo sforzo, precipitata nella guerra. La resistenza passiva della Germania metterà la Francia ad un cimento forse più terribile che la rivolta aperta.
Il tragico nodo della pace per la Francia è proprio questo. Quel milione di soldati, con cui oggi la Francia e il Belgio impongono alla Germania l’obbligo suo, non possono restare per anni ed anni a guardare un nemico, che resiste passivamente, come non l’hanno potuto, e in condizioni meno difficili, i grossi eserciti della Germania vittoriosa dopo il 1870. Presto o tardi, se si lasciano andare le cose per la loro china, accadrà o che i debiti rovineranno e sposseranno la Francia, o questo esercito precipiterà sulla Germania, trascinato dalla sua stessa mole e dal suo stesso peso, come una valanga che si stacca dal monte. Le occasioni e le ragioni non mancheranno. Per quanto si guardi, non si vede a quale altro fine siano avviate le cose dell’Europa, se non o a una grande crisi in Francia o all’invasione della Germania, o forse all’una e all’altra.
In tutti e due i casi avverrebbe il grande schianto dell’Europa. Una grande crisi interna in Francia diroccherebbe quel che resta dell’ordine sociale; e chi potrebbe prevedere tutti gli effetti di un’invasione della Germania? Entrare in Germania sarà facile ad un esercito francese e belga. Il difficile sarà d’uscirne.
Washington si accinge intanto a ripigliare l’opera fallita a Parigi. Il Congresso, convocato dal presidente Harding per le limitazioni degli armamenti, ha incominciato a sedere.
II.
L’America e i mari (25 ottobre 1921)