La tragedia della pace

Part 2

Chapter 23,718 wordsPublic domain

«Questo sistema di alleanze, al quale — lo dichiaro subito — io non rinuncio, è il pensiero che mi guiderà alla conferenza, se la vostra fiducia mi ci manda. Le quattro grandi potenze che la guerra ha riunite, devono restare unite dopo la guerra, e affinchè restino unite, son pronto a fare i sacrifici necessari....».

La pietra angolare della pace dovrebbe essere dunque un’alleanza degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia e dell’Italia, sostenuta da armamenti preponderanti, e da frontiere ben munite, non da pezzi di carta, come le convenzioni per la limitazione degli armamenti o per gli arbitrati. Quasi a dissipare ogni dubbio il ministro ha aggiunto di lì a poco: «Quanto alle garanzie internazionali, io dichiaro che, se si lascia alla Francia il compito di provvedere alla propria difesa — perchè essa non vuol rivedere le invasioni — se essa resta arbitra dei propri ordini militari, io accetterò ogni nuova garanzia _supplementare che potrà essere aggiunta_».

Il pensiero sembra chiaro. Le garanzie internazionali possono aggiungersi ma non tener le veci degli armamenti. Anche in questo dunque l’avvenire dovrebbe rassomigliare al passato. Sorga pure, sotto il nome di Lega delle Nazioni, una seconda Corte dell’Aja, in mezzo alla gara illimitata degli armamenti, archivio venerabile di inutili protocolli.

Senonchè, se fino a questo punto il ministro francese procede chiaro e coerente nell’esporre il suo pensiero, sembra invece contraddirsi ad un tratto nel periodo che segue:

«_Je vais plus loin; si les garanties son telles, qu’elles exigent des sacrifices de preparation militaire, je les ferai avec joie car je ne veux pas imposer à mon pays des sacrifices inutiles_». Le garanzie internazionali non sono più considerate come _supplementari_, ma come _supplettive_ delle armi; non si aggiungono a queste, ma ne fanno le veci, riducendole. Dunque, il ministro intende in un doppio modo le garanzie internazionali e considera tanto gli armamenti quanto la loro riduzione come «un sacrificio». Quando il Clemenceau dice di essere disposto, se le garanzie internazionali lo esigono, a consentire dei «_sacrifices de preparation militaire_» sembra considerare la limitazione degli armamenti come alcunchè di penoso per la Francia: un onere o una diminuzione. Invece quando aggiunge che consentirà a questi «_sacrifices de preparation_» con gioia, perchè non vuol imporre al suo paese dei «_sacrifices inutiles_» definisce sacrificio non la limitazione degli armamenti, ma ogni preparazione militare, di cui si possa fare a meno. La limitazione diventa quindi un bene. Nuova contraddizione, che riprova come su questo punto il pensiero dello statista è oscillante.

Disgraziatamente quella contraddizione è la oscura nuvola sospesa sul nostro capo, in cui dorme forse più di un uragano. Il punto che l’Europa deve decidere oggi è proprio questo: se le garanzie della pace abbiano ad essere _supplementari_ o _supplettive_ delle armi; se debbano aggiungersi o farne le veci ed in quale misura; se la penna possa e in qual misura supplire la spada. Se devono essere _supplementari_ la Società delle Nazioni sarà un inutile ingrandimento dell’antica Corte dell’Aja; la guerra mondiale continuerà mutando forma ed armi; nè si potrebbe predire chi vincerà da ultimo: se i latini, i tedeschi o gli anglo-sassoni; se qualche nuova forma di dittatura, la democrazia o il bolscevismo. Qualora invece le garanzie internazionali riescano davvero a far le veci, in larga misura, delle armi, la Società delle Nazioni sarà il principio fecondo di un nuovo ordine internazionale, in seno al quale ogni popolo potrà ricomporsi. Ma è di cattivo augurio per la pace che il capo del governo francese non veda chiaro su questo punto. Tutto il discorso ribocca di un invincibile attaccamento alle vecchie dottrine politiche del secolo XIX, e nel tempo stesso di una fantasticità mascherata da realismo politico. Come credere che un’alleanza eterna tra l’Italia, la Francia, la Inghilterra e gli Stati Uniti sia altro che un sogno? Affinchè un’alleanza duri, non dirò in eterno, ma per parecchie generazioni, è necessario posi o sopra un principio, o sopra un interesse permanente, o su tutti e due. La Santa Alleanza ha durato — si può dire — un secolo, perchè posava sul principio dinastico e sull’interesse delle dinastie a difendersi, difendendolo, contro le dottrine e i partiti rivoluzionarî. Oggi invece non si vede nè il principio nè l’interesse, che potrebbero legare per cinquant’anni la quadruplice imaginata dal Clemenceau. La paura della Germania e del militarismo tedesco? Ma bisognerebbe ammettere che la Germania e il militarismo tedesco saranno nei prossimi cinquant’anni uno spavento e un pericolo come furono durante la guerra: il che non è probabile, e ad ogni modo non è sicuro. Il mondo aveva dimenticato che la integrità della Francia è necessaria alla libertà dell’Europa. La Francia ha diritto di essere sostenuta e difesa nei suoi confini storici contro la forza preponderante della Germania, che di nuovo la minacciasse, anche da una alleanza mondiale, anche a costo di una nuova gara illimitata di armamenti, anche a costo di una nuova guerra più lunga e sanguinosa di quella che or ora è finita. Ma ad una condizione: che sia chiaro esser i nuovi sacrifici inevitabili, perchè la Germania e la Germania sola si è rifiutata, apertamente o subdolamente, ad ogni ragionevole componimento ed accordo. Credo invece che la Germania avrebbe poco da temere un trattato di alleanza tra la Francia, l’Italia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti, il giorno in cui entrasse nei popoli il sospetto che gli armamenti e gli odî delle nazioni continuano, non perchè la Germania, ma perchè le potenze vittoriose non hanno voluto fare i necessari sacrifici di ambizione e di forza.

PARTE SECONDA.

IL CONGRESSO DI PARIGI

_Questa seconda parte contiene alcuni studi sul Congresso della pace che, come i lettori ricordano, si tenne a Parigi tra il Gennaio e il Luglio del 1919. Di questi studi i primi cinque furono scritti a Parigi nei mesi di Marzo e di Aprile, da me passati nella capitale francese appunto per studiare le cose del Congresso: ma il quarto solo fu pubblicato nel_ Secolo, _gli altri quattro sono nuovi, facendo parte di un_ Diario della pace _inedito, in cui scrivevo le notizie e le riflessioni di maggior importanza. L’ultimo studio, il sesto, è un articolo pubblicato nel_ Secolo _il 31 Dicembre 1919: occhiata retrospettiva all’annata e al suo lavoro per la pace._

_Ristampo questi studi tali e quali, lasciando in essi quell’apprensione sospesa per un pericolo intravisto, ma non ancora ben delineato nei suoi contorni, di cui sono pieni. I lettori vedranno in questi studi definirsi a poco a poco più precisamente i dubbi già espressi nella prima parte intorno alla fermezza e sincerità, con cui i vincitori compirebbero il loro ufficio di improvvisati campioni dell’89 e del ’48. E vedranno spuntar l’idea che mi farà scrivere un anno dopo le_ Memorie e confessioni di un sovrano deposto _e che mi sembra oggi la chiave di tutte le presenti difficoltà dell’Europa: il principio monarchico è caduto, ma il principio democratico, invece di trionfare, vacilla sulle rovine del principio rivale; onde una insicurezza universale che sembra dover durare a lungo e che richiederà rimedi più profondi di quelli a cui pensano i medici oggi in voga._

_Nell’ultimo di questi scritti è enunciato un primo e risoluto giudizio sul trattato di Versailles. Esso non è riconosciuto dai vinti come un obbligo d’onore, riposa sulla forza soltanto; è dunque un trattato di Francoforte, capovolto e di proporzioni più grandi._

I.

Il Reno[6]

Arrivammo a Parigi, Mario Borsa ed io, dopo un viaggio lungo e incomodo, in un treno zeppo di ufficiali, che tornavano dall’Oriente. Sentimmo tutti e due lo stesso fluido dell’aria. Sarei tentato di definirlo: l’ossessione dell’indennità. Non s’è ragionato, si può dire, d’altro. Tutti parlavano dell’indennità con una specie di gioia vendicativa e maligna, come se tutto stesse ormai nel fare una richiesta enorme, strabiliante, inaudita, ed ai tedeschi non restasse più che impegnare il giaciglio e le pentole per pagare i vincitori; come se la vittoria conferisse ai vincitori un diritto illimitato sui vinti. Ho cercato di persuadere qualche viaggiatore che se l’imporre una taglia sulla carta è facile, il riscuoterla è più difficile; che, a tirarla troppo, anche questa corda potrebbe spezzarsi. Fiato sprecato! «_Que les Boches payent, d’abord!_» È il ritornello obbligatorio.

Impressione penosa e prologo di cattivo augurio. Ho paura che questo stato d’animo abbia a fruttificare grosse difficoltà per tutti. Che le riparazioni stiano a cuore ai francesi, agli italiani, ai belgi e a tutti i popoli devastati, si capisce. Ma le riparazioni appartengono al regno della materia; e noi dobbiamo ricostruire in Europa, oltre le case ed i muri, anche l’ordine. Badiamo, per la fretta di rifare le case e i mobili, di non distruggere l’ordine per un secolo: chè allora non solo le case e i mobili distrutti dalla guerra non sarebbero rifatti, ma correrebbero il pericolo di essere distrutti anche quelli che dalla guerra sono scampati!

Appena arrivato, corsi, come al solito, da M.....[7] Lo trovai nel suo ufficio: un meraviglioso salone d’oro, fulgente delle più belle eleganze di Luigi XV. Gli chiesi non senza una certa trepidazione, come andava il Congresso della pace. Il suo viso si rannuvolò.

«La conferenza non va — mi disse — perchè non crede in nessun principio e manca di direzione. Il solo che tenta di trovare questa direzione, è Wilson; ma è solo, è combattuto aspramente, conosce poco l’Europa, ha idee confuse, non vede chiaro egli stesso nel suo pensiero e nei suoi principî, e perciò non può far molto o almeno non può far tutto ciò che sarebbe necessario. Negli affari dell’Europa, — Reno, Austria, Boemia, Polonia e via dicendo — l’Inghilterra è assente, mezzo assonnata, senza opinioni chiare e ferme, come se si trattasse di un altro pianeta. Quando non c’è di mezzo un porto, uno stretto, un canale, una linea di navigazione, su cui mettere le mani, l’Europa non esiste. E poi Lloyd George deve correre tutti i momenti a Londra, per qualche affare interno. Uno sciopero dei suoi ferrovieri lo mette in ansie e lo tiene in pensiero più che i confini della Polonia o la sorte dell’Austria. Anche l’Italia è taciturna e passiva. Resta la Francia... Non avendo voluto accettare i principî di Wilson come un abbozzo per chiarirli, svolgerli, precisarli con le dottrine politiche che la Francia difende da più di un secolo; non avendo voluto o saputo infondere loro la chiarezza del nostro pensiero, la nostra esperienza, lo spirito costruttivo di cui una volta eravamo dotati, gli uomini che rappresentano la Francia sono stati costretti a ripiegare, più o meno consapevolmente, per trovare delle direttive, sulle tradizioni della politica francese: mescolo, come lei sa, di Antico Regime, di Rivoluzione e di Impero. Ma Wilson ha in orrore queste tradizioni. Onde lunghe e accanite discussioni, in cui Clemenceau e Wilson disputano, senza intendersi, perchè parlano un linguaggio diverso, e delle quali è spesso arbitro Lloyd George, che ha assistito alla discussione distratto, senza capir bene nè l’uno nè l’altro, pensando all’Egitto, all’Irlanda, ai ferrovieri, che ogni tanto gli giuocano un tiro birbone. Wilson spesso ha ragione, ma non sa quasi mai difendere bene il suo punto; e alla fine cede all’avversario, che, più esperto delle cose europee, più agile e pronto, lo mette all’impiccio, gli strappa una dopo l’altra le concessioni e le transazioni, imaginate troppo spesso da Lloyd George, che hanno la virtù di scontentar tutti. I piccoli popoli hanno capito a volo la discordia dei grandi, e tirano l’acqua al loro mulino, senza scrupoli. Aggiunga la questione dell’indennità, che imbroglia ancor più le faccende...».

Lo interruppi per accennare a quell’ossessione dell’indennità, di cui lo spirito pubblico mi sembra schiavo; e gli dissi che mi pareva di scorgere in quell’ossessione un pericolo.

«Ha ragione — mi rispose. L’avvenire dell’Europa dipende dal prezzo del riscatto che il Congresso imporrà alla Germania. Se il Congresso si sbaglia ed eccede, l’Europa sarà prima o poi _chambardée_ da capo a fondo. I tedeschi firmeranno il trattato, ma poi studieranno ogni astuzia per non eseguirlo, e faranno il possibile e l’impossibile per buttar tutto all’aria».

Gli chiesi che prevedesse.

«Potrebbe anche accadere che il Congresso si sciogliesse, senza aver conchiuso la pace. Speriamo di no, perchè sarebbe una calamità spaventosa. Ma anche se arriverà a conchiudere la pace, che stento sarà! _L’Europa, non può fare la pace, perchè non sa quello che vuole._ Io mi domando a volte, se non incomincia in Europa una guerra di cento anni!»

* * *

Da due settimane ogni giorno ha confermato le previsioni dell’amico. Questo Congresso è la Torre di Babele rifabbricata ai piedi di Montmartre. Da due settimane mi pare di penetrare tutto quanto, con il corpo e con la mente, nel più intimo e profondo senso filosofico del racconto biblico. Ogni giorno odo le lingue del genere umano confondersi ai piedi della torre, che l’orgoglio e la leggerezza umana hanno edificata.

Non mi ero, purtroppo, ingannato punto, quando avevo visto nel discorso di Clemenceau sulla pace un segno di stanchezza — sua e della Francia. L’antico trionfa sul nuovo; il passato risorge dalla tomba per strangolare in culla l’avvenire. Povera Lega delle Nazioni! Qui a Parigi tutti, inglesi e francesi, ce l’hanno a morte con Wilson. Si accusa il presidente americano d’essere tenero della Germania, di non rendere giustizia alla Francia, e ai suoi sacrifici, di guastare, impacciare e paralizzare il Congresso, con le sue ideologie di professore e di protestante, di voler imporre all’Europa la Lega tra le Nazioni, che è una utopia ridicola; di essere un ignorante, un visionario e un primaire. A volte mi domando se è questa la città che poco più di due mesi addietro intesseva per il presidente Wilson tante ghirlande. È mutato il vento dell’opinione popolare? O quelli che oggi lo vituperano tacevano allora?

Si sente nell’aria che forze occulte e potenti hanno agito sull’opinione pubblica per irritarla contro il presidente. Napoleone, scoperchiata la tomba degli Invalidi, presiede la conferenza, mentre Wilson si nasconde ormai esautorato e impotente nel suo palazzo della _Place des Etats-Unis_. Sul Reno e nell’Europa la pace porterà il sigillo dei Bonaparte. Wilson riuscirà ad imporre qualche addolcimento: quanto basterà per imputare a lui, di qui a qualche anno, tutte le delusioni di questa pace in ritardo.

Si cercherà di disarmare la Germania, come Napoleone tentò di disarmare la Prussia, togliendole le armi che ha e proibendole di fabbricarne delle nuove. Si cercherà di minare sotto sotto, se sarà possibile, la sua unità. Si cercherà di creare sul suo fianco orientale una _forte_ Polonia, una _forte_ Boemia, una _forte_ Rumania, una _forte_ Jugoslavia, come se la forza di questi stati dipendesse dal volere e dall’interesse delle grandi potenze che hanno vinto la Germania e che vogliono mettersi al sicuro dalle sue vendette; come se nessuno di questi stati, dopo essersi fatto, con il nostro aiuto, le ossa e i muscoli, non potesse tradire i suoi protettori e passare al nemico. Si studieranno insomma delle combinazioni più o meno artificiose di forze, simili a quelle in cui si ostinò si illuse e si suicidò il grossolano empirismo di Napoleone; e a cui dovrebbe servire di ragione l’interesse degli stati che le fanno. Come se uno stato potesse esistere soltanto per il comodo e l’utilità d’un altro!

«Ma crede lei — mi accade di ripetere quasi ogni giorno a questo e a quello dei numerosi artefici della pace, maggiori e minori, che mi vien fatto di incontrare — crede proprio che i tedeschi, i ruteni, i lituani, condannati ad arrotondare a loro dispetto i territori della nuova repubblica polacca; o i tedeschi, gli ungheresi, i ruteni che la Boemia riceverà in dono, e tutti gli altri allogeni che la Conferenza vuol consegnare ai nuovi stati dell’Europa orientale senza una carta, senza uno statuto, senza una garanzia e per nessun’altra ragione, se non perchè così torna comodo a questi stati e alle Potenze che oggi compilano il trattato di pace, obbediranno? Un Governo si regge parte per la forza e parte per il consenso, per un sentimento sincero del grande numero, che riconosce come legittimo il comando e doverosa l’obbedienza. Questi due elementi — forza e consenso — devono incontrarsi ed integrarsi, perchè ciascuno è impotente da solo. Il consenso cederebbe presto, anche nei popoli più docili, all’istinto della rivolta, se la forza non stesse all’erta pronta a reprimerlo appena leva il capo. Ma neppur la forza sola, senza l’aiuto del consenso spontaneo, non riesce a governare. Nessun stato può mettere un gendarme a fianco di ogni uomo, il quale non si riconosca obbligato ad obbedirgli, perchè professa una religione diversa, perchè parla un’altra lingua o perchè ha la pelle tinta di un altro colore. Crede lei, per citare solo questo esempio, che i tedeschi di cui il Congresso vuol far dono ai polacchi e ai boemi riconosceranno per legittima e si sentiranno in coscienza obbligati ad obbedire alla repubblica del professore Masaryk e del pianista Paderewski?

«L’ordine che il Congresso di Vienna impose all’Europa non ha durato che 44 anni; e qualche strappo, come nel Belgio per esempio, l’aveva già ricevuto prima del ’59. Eppure un secolo fa il prestigio delle Corone era così grande, che in ogni paese un re, quali fossero le sue virtù o i suoi vizi, poteva farsi riconoscere per un sovrano legittimo, mandato da Dio. Tanto è vero che, per indurre i popoli a gettare quelle Corone nella Neva, nella Sprea e nel Danubio, c’è voluto un secolo di lotte e di guerre, il risveglio del sentimento nazionale, il fermento delle idee liberali e democratiche, l’incredulità quasi universale, un immenso rivolgimento della ricchezza e una rovina apocalittica. Ma oggi? Oggi il solo crisma che abbia forza di attribuire ad un Governo il carattere sacro di autorità legittima è lo spirito nazionale. Il Congresso non è il Papa del Medio Evo: può assegnare dei territori; non può dispensare patenti di legittimità. I polacchi ed i boemi obbediranno al proprio Governo: non i tedeschi, gli ungheresi, o i ruteni al Governo, per essi straniero, dei polacchi e dei boemi. Di fronte ai popoli allogeni i nuovi stati non avranno che un titolo di autorità: la forza».

«Nè basta: siete poi sicuri di quello che fate? Anche ammesso che questi sudditi incorporati a forza irrobustiscano davvero la gracile complessione dei nuovi stati, resteranno poi tutti fedeli al giuramento di odiare fino all’estremo sospiro il nome tedesco?

«Gli umori dei popoli, come le inclinazioni degli stati, non sono eterni: esempio, il Piemonte. Il Congresso di Vienna aveva sprangato con il Piemonte le porte d’Italia in faccia alla Francia. Anzi perchè la spranga fosse più robusta, la aveva saldata con i territori della repubblica di Genova: quella astuta e intraprendente repubblica, che nel seicento e nel settecento aveva sempre fatto parte a sè; che era stata l’alleata e il banchiere della Spagna nella guerra dei trenta anni. E il calcolo riuscì. Per trentatrè anni il Piemonte fece la guardia sulle Alpi, sentinella vigile della Santa Alleanza contro la Francia. Ma un bel giorno, nel ’59, la sentinella invece di chiudere le porte d’Italia alla Francia, le aprì, e lasciò passare un esercito francese, perchè l’aiutasse a scacciar l’Austria dalla valle del Po e a diroccare l’ordine di cose costituito dalla Santa Alleanza in Europa».

«Non sarebbe savio far tesoro di questo insegnamento? Riordinare il mondo cascato nel caos, creare stati nuovi, dire ad uomini, che sino a ieri furono un gregge di sudditi: «da questo momento siete un popolo, levatevi e governatevi», non è forse esercitare sulla terra un frammento della potenza divina? Ma un popolo non diventa da un giorno all’altro Dio o Semidio solo gonfiandosi nel suo orgoglio, o ripetendo sino a ubriacarsi: «Noi siamo i vincitori, i vincitori... i vincitori». Uno stato non può sussistere per la sola virtù della forza; gli occorre anche un’anima: o una tradizione, o una dottrina politica, o un principio giuridico, o una fede religiosa, o una passione nazionale. I due scalpelli che deve maneggiare lo scultore di stati sono la spada e la penna. Con la spada sola e con la sola penna non si scolpisce che qualche sgorbio....».

Fiato sprecato! Questi discorsi sono avidamente ascoltati e capiti solo dagli estranei al Congresso. Quando li tengo a qualche membro, illustre od oscuro, della Conferenza, mi pare di discorrere, io nella mia lingua ed egli nella sua, con un tibetano. Entrando in quella che chiamerei la zona del Congresso, mi pare di trovarmi come isolato in un vuoto, in cui del mondo troppo lontano non giunge più che qualche rumore affievolito. È una illusione mia? O costoro sognano, e impostano sotto forme di stati nuovi delle ipotesi, che il tempo rovescierà?

Ma non è questo il peggio. Il Congresso brancola e tasta la strada col bastone, come il cieco, proprio là dove dovrebbe veder più chiaro e procedere più risoluto. La Francia ha vinto la Germania, ma con l’aiuto di una coalizione mondiale. A sua volta la Germania, se è stata vinta da una coalizione mondiale, ha distrutto l’impero russo; e se non si vuole o non si può smembrarla, a lei spetteranno le spoglie opime di questa vittoria sul grande impero slavo: il primato del numero. La Germania, restando unita, sarà la nazione più numerosa dell’Europa, sinchè la Russia non risusciti, anche se non riuscirà a incorporare in sè i tedeschi dell’Austria. E poichè la Germania ha provato di saper adoperare la forza del numero molto meglio della Russia, neppure questa terribile guerra ha tolto via dal centro dell’Europa quello squilibrio di forze, che fu lo spavento e il tormento della nostra generazione. Alcuni vogliono persino che l’abbia accresciuto. E il Congresso che siede appunto per restaurare questo equilibrio, che cosa pensa di fare? Vengon i brividi a pensarlo!

Vuole innanzi tutto ricorrere al grossolano empirismo di Napoleone, disarmando la Germania con una ingiunzione unilaterale, sorretta da un diritto perpetuo di vigilanza sullo stato tedesco. Sembra incredibile, eppure è vero. Francia, Inghilterra, Italia, America, Giappone insieme non hanno saputo trovare altra garanzia di pace fuorchè questo rozzo e screditato espediente, il quale fallì già clamorosamente più di un secolo fa! Eppure chi non lo vede? Le amputazioni territoriali e le taglie di guerra possono fare strazio del corpo e della carne di uno stato: il disarmo unilaterale e la sorveglianza ledono l’autonomia e l’indipendenza, feriscono l’anima. Costretta a rendere l’Alsazia, la Lorena, la Polonia, e financo ricacciata sulla sponda destra del Reno, la Germania sarebbe sempre uno stato, eguale a tutti gli altri stati europei. Disarmata in mezzo ad una Europa padrona delle proprie armi e vigilata, degraderà a stato protetto, come la Persia o poco meno. E c’è al governo del mondo gente così stolta da credere che un popolo in armi fino dagli albori della storia, che la più formidabile potenza guerresca di tutti i secoli deponga umilmente e per sempre la spada, solo perchè i signori Clemenceau, Lloyd George, Wilson e Orlando hanno fatto un cenno?