Part 1
GUGLIELMO FERRERO
LA TRAGEDIA DELLA PACE
DA VERSAILLES ALLA RUHR
EDIZIONI ATHENA 1923 MILANO — VIA VIGENTINA 7-9
PROPRIETÀ LETTERARIA
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._
COPYRIGHT BY G. FERRERO 1923
Si riterrà contraffatto qualunque esemplare di questo 2.º migliaio che non porti il doppio timbro a secco della Società Italiana degli Autori.
TIPOGRAFIA SOCIALE — VARESE
PREFAZIONE
_Questo libro è stato scritto per coloro, che vogliono nutrire la mente di cibi sostanziosi, non di ciarle e di parole. Se sieno molti o pochi non so. Vorrei che fossero molti; ma anche se saranno pochi, mi riterrò largamente compensato della fatica, avendola spesa per gli spiriti eletti. L’Europa muore di inanizione intellettuale. La lucerna del pensiero si spegne. I pochi che posseggono ancora un po’ dell’olio, con cui si alimenta la preziosa lucerna, hanno il dovere di mantenerla viva, anche se spiacciono ai troppi fabbricanti di bengala, che a quella pura luce vorrebbero sostituire i loro pirici lampi._
_Questo libro si compone di articoli pubblicati nel Secolo, ai quali è stato aggiunto un «Primo discorso ai sordi», in parte pubblicato nell’_«Illustration», _nella_ «Revue Universelle», _nell’_«Hearst’s Magazine», _in parte inedito; e alcuni lunghi brani, pure inediti, di un diario della pace. Spero tuttavia che non sarà un cartoccio di briciole, simile a quelli che troppo spesso si offrono ai frettolosi lettori del nostro tempo; ma un libro, nel quale i singoli saggi sono stati fusi, quanto si poteva, in una unità organica. Per fonderli fu spesso necessario o scorciarli, o allungarli, o rinforzarli di aggiunte e di attacchi. Non furono toccate le previsioni, così quelle che si sono come quelle che non si sono avverate; e degli articoli del Secolo fu indicata la data della pubblicazione, per i lettori che fossero avidi di confrontare il secondo testo con il primo._
_È stato possibile, e non troppo difficile, fondere in un tutto questi scritti, staccati nel tempo e nello spazio, perchè erano riuniti da un unico pensiero, che li legava come un filo. Credo di poter affermare senza iattanza, che tra gli uomini di penna dell’Europa, sono stato uno dei pochissimi, se non il solo, il quale dal 1914 in poi abbia pensato e scritto, non obbedendo alle impressioni mutevoli degli eventi o alla dottrina ufficiale di un partito o di uno Stato, ma seguendo una idea. Un’idea che, se è venuta allargandosi e rafforzandosi, a mano a mano che aderiva a una realtà enorme e sempre in sussulto, ha potuto in una certa misura dominarla, perchè è rimasta sempre la stessa, non curante di essere fraintesa e vilipesa dagli opposti partiti o negletta dalle volubili infatuazioni dello spirito pubblico. Chi legga senza preconcetti questo libro e i tre precedenti che hanno studiato via via gli avvenimenti dell’ultimo decennio_ — La Guerra Europea, La Vecchia Europa e la Nuova, Memorie e confessioni di un sovrano deposto — _vorrà, spero, rendermi questa testimonianza_.
_Ma appunto perciò il lettore dev’essere preparato a ritrovare anche in questo libro, come nei precedenti, una inquietitudine e quasi uno spasmo, che ricomincia, si rinnova, si esaspera, invece che calmarsi, con le incessanti riprese e sorprese della terribile vicenda, a cui sottostiamo da quasi dieci anni. Anche questo spasmo è — in una certa misura — una prova di verità. Dopo avere riconosciuto nella guerra mondiale la prima delle grandi catastrofi, a cui negli ultimi anni della pace avevo veduto correre quella aspirazione a una illimitata potenza che è propria dei nostri tempi, fu facile di orientarsi, perchè bastò applicare la dottrina agli eventi, dopo aver sfrondato la storia del secolo_ XIX _delle leggende spesso puerili con cui i partiti l’avevano falsificata. Ma che tragedia! Chi, comprendendola, non sente la vertigine degli abissi?_
_Nel 1914 sembrò, per un attimo, che l’Europa volesse fare uno sforzo eroico e ritrovare la salvezza in una dottrina, antica o nuova, di austera saggezza. Ma il buon proposito non durò a lungo. A poco a poco la guerra esaltò tutte le funeste passioni, che l’avevano scatenata. «La chimera della potenza illimitata» — scrivevo nel 1916 — ha abbagliato anche i paesi latini. Molti maledicono oggi la Germania, ma con parole turbate e confuse, che, a chi le intende, la lodano invece e la magnificano. Dopo tanto sangue, dopo tante perfidie e violenze, molti nemici della Germania oscillano tra l’orrore e il desiderio di imitarla[1]». E aggiungevo: «Per ritemprarsi e rinnovarsi» l’Europa dovrà «affrontare un tempestoso periodo di disordine spirituale e di anarchia politica»; perchè una istituzione sola sarebbe emersa «intangibile da ogni rivoluzione e reazione: il suffragio universale... sovrano fanciullo, capriccioso e incosciente, bonario e crudele, facile vittima, per pochezza di mente e per rude semplicità di passioni, della furberia e della impostura».[2]_
_E allora nessuno prevedeva ancora che il sistema monarchico dell’Europa sarebbe stato distrutto!_
_Dopo la rivoluzione russa, durante le terribili prove del ’17 e del ’18, quando alla baldanza del ’15 e del 16 succedè di nuovo lo scoramento e la paura, di nuovo sembrammo porgere l’orecchio all’angelo del buon consiglio. Ma dopo l’armistizio la chimera della potenza illimitata entrò, come uno di quei diavoli di cui parlano le leggende del medio evo, nei vincitori e li fece uscire di senno. Cadute le grandi monarchie dell’Europa, spezzata l’ossatura che da un secolo reggeva l’ordine sociale del vecchio mondo, sopraffatti i sentimenti e le dottrine della democrazia e dell’umanitarismo con cui la guerra aveva alimentato il proprio ardore, dalle passioni della vittoria — risentimento, cupidigia, ambizione — l’Europa precipitò in una anarchia rissosa, travagliosa, prepotente e impotente. Chi conosca i vizi profondi della civiltà quantitativa non può meravigliarsene._
_«Tutte le autorità sono cadute» — scrivevo nel 1920 — «e perciò la sola forza governa il mondo; la forza sola e nuda, o coperta appena di qualche cencio rosso o di qualche brandello di bandiera nazionale; e governa il mondo come può, per accessi e sussulti, senza discernimento, straziandolo, perchè la forza è così debole quando è sola e nuda! Non illudetevi o uomini! i soli titoli di autorità che ancora valgono sono il ferro e l’oro. La libertà è morta, insieme con il diritto divino. A volta a volta governerà chi riesca a farsi obbedire per un’ora da centomila baionette; e a impadronirsi dei torchi ufficiali che stampano la moneta. Il fatto deciderà del diritto, non il diritto del fatto! La Rivoluzione ha finito la sua fatica: a furia di accrescere la forza dei governi a scapito dell’autorità, li ha ridotti ad essere pura forza, null’altro che forza, ossia volubilità, violenza, ferocia, sospetto, cupidigia, venalità, orgoglio, ipocrisia, odio, incapacità e debolezza... Quanti anni passeranno, prima che una autorità giusta, serena, intelligente, nobile risplenda di nuovo sull’Europa, come un generoso sole di autunno che indora e non accieca, che matura la succulenta vendemmia e non prosciuga gli umori vitali, che sfolgora il terso azzurro e non aduna tempeste!»[3]_
_Il libro, che presento ai lettori, racconta la storia di questa catastrofe e tenta di ritrovare in mezzo alle macerie la via dell’ordine, della libertà e della saggezza. Non che ci si trovi la formula della salute o, come oggi si dice, di quella restaurazione, che gli uomini di Stato promettono tutti i giorni ai popoli per l’indomani. Il male è troppo profondo, perchè chi lo conosce possa illudersi guarisca in pochi anni e per effetto di una ricetta miracolosa. La confusione e l’agitazione, in cui viviamo, dureranno a lungo. Vedremo i popoli oscillar da una parte all’altra delle dottrine più opposte, rovesciar oggi quel che adoravano ieri, per inginocchiarglisi di nuovo innanzi domani. Vedremo a volta a volta la ciarlataneria, la violenza, forse anche la pazzia, conquistare il comando, sfregiare la libertà e la giustizia. Nella storia sopraggiungono ogni tanto generazioni, che, tutte intente in qualche opera particolare spesso meritoria e talora anche gloriosa, innamorate della propria intelligenza e attratte dalla speranza di una immaginata felicità nuova, si staccano dall’esperienza dei secoli, dimenticando le regole elementari ed eterne dell’arte di governarsi e di governare. Ma proprio in queste età, spesso gloriose per altri meriti, lo Stato e la Società sembrano ricascare in infanzia. Quando i Greci si fecero innanzi, con le loro colonie, coi loro commerci, con le loro arti, con le loro filosofie, con le loro conquiste, con le perenni rivoluzioni delle loro aristocrazie, tirannie e democrazie, scompigliando il Mediterraneo nel tempo stesso in cui l’abbellivano e l’istruivano, i sacerdoti egiziani, che li osservavano dall’alta specola di una antica esperienza e saggezza, li giudicarono dei «bambini». Non accade alcunchè di simile ai nostri tempi? Giustamente, ma troppo orgogliosi della loro scienza, potenza e opulenza, essi vogliono governarsi e non sanno più che cosa sia uno Stato, un principio di autorità e di legittimità, un ordine legale, un trattato; come un governo si faccia obbedire e si regga, come si debba fare la guerra, come si possa fare la pace e mantenerla._
_Quanto questo stato di cose durerà nella civiltà occidentale, nessuno potrebbe predire. Ma è certo che non durerà eterno._
_Come il mondo antico ritornò con i Romani, dopo la capricciosa infanzia greca, alla maturità che sa governarsi e governare, così l’Europa uscirà un giorno da questa sua presente infanzia politica, piena di ingenuità, di errori e di imprudenze. Coloro che non hanno perduto interamente il senso della eterna saggezza; coloro che anche in questi tempi di anarchia vogliono sapere che cosa è uno Stato, un principio di autorità e di legittimità, quale è la forza di una legalità, come si fa e come si mantiene un trattato, preparano la futura maturità dell’Europa._
_Firenze, 14 marzo 1923._
PARTE PRIMA.
L’ALBA TORBIDA DELLA PACE
_Questa prima parte contiene un breve discorso sulla pace pronunciato nei primi di Gennaio del 1919, pubblicato nel Secolo pochi giorni dopo, il 14, sotto il titolo «Le baionette e l’idea»; e un articolo pubblicato nel Secolo il 7 Gennaio del 1919 sul discorso pronunciato dal Clemenceau, negli ultimi giorni di Dicembre del 1918, alla Camera, sulla Francia e la pace._
_L’uno e l’altro scritto sono documenti dei due torbidi mesi, che corsero tra l’armistizio e l’apertura del Congresso della pace, e del fermentare e smarrirsi dello spirito pubblico, che in quei due mesi incominciò. Ristampo il primo perchè è la chiave di tutto il libro, contenendone l’idea madre; la sola — a mio giudizio — che dia un senso a tutta la tragedia degli ultimi otto anni e la faccia capire: la guerra mondiale esser terminata con la catastrofe del sistema monarchico e aristocratico dell’Europa, ossia con un così inaspettato e paradossale trionfo della rivoluzione francese e dei principi del ’48 che già sin d’allora un conoscitore un po’ esperto della storia del secolo XIX non poteva non restar perplesso e inquieto. Ristampo il secondo, perchè il discorso del Clemenceau è un documento importantissimo, a cui la frivola dissipazione spirituale di quei mesi non fece attenzione. In esso si coglie sul vivo, nel suo primo movimento quasi direi riflesso, quella subitanea paura della propria inaspettata vittoria, da cui la rivoluzione francese fu presa, nell’uomo e nel governo che allora reggevano la Francia, e il suo ripiegamento frettoloso sulle tradizioni del passato: prima conferma delle perplessità esposte nel precedente discorso._
I.
Le baionette e l’idea[4]
La rivoluzione francese fu definita da Napoleone: «una idea che avrebbe trovato milioni di baionette». Noi potremmo capovolgere il motto e definire la guerra mondiale: «milioni di baionette che cercano un’idea».
Una bella mattina, due mesi fa, ci siamo risvegliati in pieno ’48. Non è la repubblica del ’48, con il suo berretto frigio, la gonna e la giubba plebea, il codazzo di operai vocianti e di vessilli scarlatti, quella che si fa avanti nel cuore dell’Europa, tra le rovine fumanti degli imperi germanici? La bandiera rossa che sventola sul palazzo di Potsdam e sul castello di Schoenbrunn non è quella che gli operai di Parigi offrirono, nei primi giorni di marzo del 1848, alla Repubblica francese e che Alfonso Lamartine non osò innalzare sull’_Hôtel de Ville_? Di sotto ai rottami dei due imperi sfasciati, non sbucano forse al sole, liberi alla fine, i popoli e le città che il ’48 aveva tentato di redimere dal servaggio moscovita, austriaco o prussiano: la Polonia, l’Ungheria, la Boemia, Trieste? L’aquila bianca non ritorna a fare il nido nelle foreste della Polonia e il tricolore non sventola sulla vetta delle Alpi Giulie? Non sono fuggite ventiquattro dinastie; e i soldati, reduci dal fronte, non alzano sulle proprie spalle, acclamandolo sovrano del mondo, il suffragio universale? In mezza Europa la Rivoluzione convoca uomini e donne, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, a darsi una libera legge. L’Inghilterra accoglie le donne nella città politica. Il Re del Belgio, appena rientrato nel piccolo regno, ha invitato il suffragio universale a sedersi sui gradini del trono. Repubblica, Costituente, Suffragio universale, Sovranità dei popoli, Liberazione delle nazioni oppresse, Resurrezione della Polonia: tutti i sogni del ’48, crudelmente delusi per settanta anni, si compiono.
Senonchè la sapienza dei popoli ammonisce che l’apparenza inganna. Tragico groviglio di controsensi, la guerra mondiale termina in un controsenso supremo. Sì, è finita la lunga guerra tra i popoli e il diritto divino, tra le dinastie e le nazioni, che dalla rivoluzione francese in poi, ha insanguinato l’Europa. Il diritto divino e il principio dinastico sono caduti con l’impero russo, con l’impero austro-ungarico e con l’impero tedesco. Il dramma, il grande dramma, di cui la rivoluzione francese fu il prologo, è finito; ma in che modo e con quali sorprese! La Repubblica è oggi acclamata proprio dai popoli che non l’avevano mai desiderata. Trionfa il suffragio universale, proprio quando tutte le forme del governo rappresentativo, di cui la civiltà occidentale ha fatto la prova, sono screditate come non furono mai. Mezza Europa si precipita in braccio alle Costituenti, per il ribrezzo e lo schifo che incutono i Parlamenti ora in seggio. Sono incoronate e collocate sul trono le nazioni, all’improvviso, trenta anni dopo che i popoli oppressi erano stati abbandonati al loro destino da tutti, dalla Poesia, dalla Scienza, dalla Storia, dalla Filosofia, dai partiti, dai governi; quando l’imperialismo, più tracotante che mai, li minacciava di nuove catene e il socialismo li consigliava a cercare altre liberazioni; quando tutti avevano cominciato a disperare.
Il principio popolare e nazionale ha sgominato in questa guerra il principio dinastico ed aristocratico; ma poco meno di mezzo secolo dopo che, riconosciutosi debole, aveva conchiuso con questo una tregua; e dopo una mischia accesasi per tutt’altro motivo. La guerra mondiale è nata dalla sfida che gli imperi centrali lanciarono nel 1914 all’impero russo, antico alleato nelle guerre contro la Rivoluzione; le democrazie occidentali sono state rimorchiate in questa «guerra civile delle monarchie», ciascuna da ragioni e interessi particolari, che non figuravano punto nell’asse ereditario della rivoluzione francese. Eppure il destino ha voluto che le tre monarchie di diritto divino mordessero insieme la polvere, anche l’impero russo, che pure aveva combattuto con la parte più forte; ha voluto che le democrazie occidentali si ritrovassero ad un tratto e all’impensata vittoriose, non solo con le armi ma anche con le dottrine, di cui tanta parte avevan già ripudiata come falsa e chimerica, con il cuore e con la indifferenza se non con le labbra e con gli atti. Non si affrettano i vinti a imparare quel linguaggio arcaico del ’48, che le democrazie occidentali avevano quasi dimenticato? Drammaturgo imaginoso, la storia teneva in serbo per l’ultimo atto del dramma, incominciato con la rivoluzione francese, la più spettacolosa delle sorprese.
Ma questa appunto è la ragione per cui non mi sento tranquillo e non posso a meno di diffidare. Diffidare, intendiamoci bene, non al modo di coloro che sospettano nella rivoluzione tedesca una commedia, inscenata per strappare ai vincitori condizioni migliori di pace. Non si fanno rivoluzioni per finta! Ma a rischio di far dire che il mio pessimismo è incurabile: io diffido di questo improvviso epilogo del grande dramma, perchè pare nitido e chiaro, ed è faragginoso e confuso. Si ritrova nell’epilogo il difetto che fu proprio del dramma intero: quella violenza e quella confusione di aspirazioni, reali o chimeriche, ma contradditorie, che da un secolo mettono l’Europa alle prese con tanti nodi insolubili, e la esasperano, e la trascinano, e la trascineranno giù per i precipizî di Satana, di tragedia in tragedia, di catastrofe in catastrofe, finchè gli uomini non avranno imparato a ritrovare la chiave della ragione e della equità in un più chiaro ed umano senso dei limiti. Troppe cose che combattono insieme chiedono i popoli oppressi alla libertà, improvvisamente ricuperata, per troppa parte dono grazioso della fortuna più che acquisto meritato del sacrificio. Troppe cose che non vanno d’accordo tra loro sperano i popoli vinti, dall’impeto di collera con cui hanno rovesciato le istituzioni, di cui furono, per amore o per forza, solidali nella sanguinosa avventura. Troppe cose che si negano a vicenda esigono i vincitori dalla vittoria, dimentichi che in questa guerra essi non avranno vinto davvero il nemico se non vinceranno anche se stessi! Onde i vincitori ed i vinti sembrano scambiarsi i programmi; e i vincitori balbettano un po’ vergognosi il tracotante linguaggio con cui i vinti, ai tempi delle liete speranze, sbigottivano i nemici e gli spettatori; e i vinti scimmiottano, come possono, il generoso linguaggio che fluiva così copioso dalle labbra dei vincitori, quando non erano ancora sicuri della fortuna. Perciò tutti i movimenti nazionali scivolano verso l’imperialismo come se in essi rivivesse lo spirito della Germania, che forse nella Germania agonizza. Perciò ai principi del ’48 che trionfano finalmente in Europa, si oppone — e si oppone, o ironia delle cose! proprio nella Russia — un nuovo regime aristocratico ed una nuova dottrina di privilegio. Il bolscevismo, quando esclude dal potere tutti coloro che non sono proletari, non tenta di costituire una aristocrazia a rovescio? E non rinnega, con un nuovo privilegio di classi nuove, così la rivoluzione dell’89 come quella del ’48?
L’idea che milioni di soldati avevano visto scender dal cielo e porsi alla testa dei loro battaglioni, e dar il segnale dell’assalto in tante cruente battaglie, e consolare di una suprema speranza e di una suprema promessa l’agonia di tanti caduti, sembra essersi dileguata, non appena i protocolli dell’armistizio sono stati firmati. Il principio o i principî, che dovrebbero riconciliare i popoli dell’Europa sotto una legge comune, sembrano aver poca forza. La pace si annuncia come un caos di passioni e di interessi rivali, meno sanguinoso della guerra, se pure non del tutto incruento, ma non meno tempestoso. Vuol ciò dire, come molti sussurrano, che quell’idea era una vasta fantasima creata astutamente dalle ipocrite ambizioni dei governi, per illudere i combattenti? Chi ragiona così, ha occhi ma non sa leggere in questo caos; e non sa leggere in questo caos perchè ha smarrito il buon senso, forse per acquistare qualche parte di quella scienza profonda e molteplice, di cui il nostro secolo è così ricco. Ma il buon senso invece vede chiaro anche in questo caos; e dice agli uomini che vogliono e sanno ascoltarlo: «quando i governi avranno compilate le loro tabelle mortuarie, risulteranno uccisi in questa guerra non meno e forse più di dieci milioni di uomini. Un quadriennio solo ha versato più sangue che tutti i secoli dalla fondazione di Roma al principio del novecento; e per giunta ha incenerito metà delle vostre ricchezze, frutto di così lungo lavoro; ha rinnegato sedici secoli di cristianesimo, due secoli di umanitarismo, un secolo di libertà; ha rovesciato su se medesime le fondamenta dell’ordine morale e politico. Oggi dal Mar Giallo al Reno e alle Alpi, gli avanzi di tre imperi, incendiati dal fuoco greco della rivoluzione, bruciano e fumano lentamente sotto i nostri occhi; e le democrazie occidentali tremano che il vento trasporti qualche favilla di quel fuoco sul loro tetto. Voi avete scatenate tutte le forze di distruzione che sonnecchiavano nella civiltà occidentale. E se avete fatto tutto ciò chiedete a voi stessi, al presente, al passato, all’avvenire, alla saggezza dei grandi e al buon senso degli umili: possiamo noi illuderci, se non vogliamo suicidarci, che per incatenare queste forze di distruzione basti far sulla carta dell’Europa alcune rettifiche di confini, sia pure giustissime; arraffare qualche territorio di proprietà contestabile; aggiungere qualche miliardo sul conto degli indennizzi dovuti dal nemico; e ricominciar poi la gara degli armamenti e il gioco a rimpiattello delle alleanze offensive e difensive?»
No: la pace è un caos, perchè l’Europa ha un’anima doppia, travagliata da un male profondo — vizio od errore, e forse nel tempo stesso vizio ed errore; e perirà, trascinando nella propria rovina l’America, se non scende nella profondità della sua coscienza, per scoprire ed estirpare questo vizio e questo errore. No: soltanto nella pace la guerra può scoprire le ragioni e quindi vincere per sempre l’orrore di se stessa. No: soltanto il giorno in cui la civiltà occidentale si accingerà con fermo e chiaro proposito a questa riforma dei suoi principî e dei suoi istituti, i milioni di baionette avranno finalmente trovato o ritrovato l’idea, per cui hanno combattuto senza saperlo.
II.
Il discorso e il pensiero di Clemenceau[5]
Clemenceau ha parlato. Ha parlato la Francia. Noi conosciamo il pensiero ufficiale della repubblica sulla pace. Ahimè! Questo pensiero è debole, incerto, oscillante, timido e vecchio. Proprio così: timido e vecchio. Invano si cercherebbe in quello una traccia del vigore, che l’uomo e la nazione hanno mostrato nella guerra. Si direbbe che abbia paura dell’avvenire come di un abisso che gli si spalanca dinnanzi e perciò vuol ributtarsi indietro nel passato.
«C’è un vecchio sistema — ha detto il capo del governo francese — che oggi sembra condannato, ma al quale io resto fedele in questo momento. I paesi hanno preparato la difesa delle loro frontiere...». Interrotto qui da uno dei soliti battibecchi parlamentari, il presidente del Consiglio ha ripreso il suo pensiero, per ribadirlo. «I paesi dunque hanno provveduto ad una salda difesa delle loro frontiere, con i necessari armamenti, con l’equilibrio delle potenze...». Nuove interruzioni, quetate le quali l’oratore ha soggiunto: «Questo sistema sembra oggi condannato da solenni autorità. Eppure io faccio osservare che se l’America, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia si fossero accordate per dichiarare che chi assalisse una di queste potenze avrebbe avuto a che fare con tutte le altre...» A questo punto una salva di applausi ha tagliato la parola dell’oratore che, sicuro di essere stato compreso, non ha indugiato per terminare la frase, la quale del resto, anche monca della sua conclusione, era chiara.