Chapter 9
--Tutto! rispose con selvaggia energìa Emilio. Tutto, ti dico: e persuaditi bene che nulla... nulla, capisci... mi potrà fare rinunziare al mio proposito, nè impedirmi d'eseguirlo. Ah! tu mi hai respinto, disprezzato, amareggiato, abbeverato di fiele, con una crudeltà inesorabile... Hai tu creduto che il mio amore si estinguesse per l'ira e pel dolore? No; si è anzi rinfiammato viepiù, si è invelenito, inciprignito... è un amore feroce, che forse somiglia all'odio, ma che vuole soddisfazione... Da tanti anni ho vagheggiato questo momento; l'ho voluto e l'ho preparato, mi sono corrosa l'anima all'aspetto della felicità d'un altro, ho sofferto spasimi infernali, ho dissimulato, ho sorriso. Sono diventato agnello... E ora che tengo in pugno la mia vendetta, lo sfogo della mia passione, ora mi arresterei a quattro tue parolette, alle tue lagrime, forse al muto aspetto di quel vecchio addormentato? No. L'agnello scompare, si rivela il leone, e a nulla serviranno le tue preghiere.
--E chi ti dice che io voglia pregarti? proruppe con fierezza Matilde, riparata sempre dietro la tavola. Senti, Emilio! Fino da bambini, io ho indovinato in te un'anima scellerata. Da ultimo ho fatto forza al mio istinto che mi inspirava per te la più viva ripugnanza. Ho avuto torto... Ora ti odio e ti disprezzo... e piuttosto che subire pur l'ombra d'un tuo oltraggio, preferisco la morte.
--Frasi! frasi!.... Veniamo ai fatti! disse Emilio, che si slanciò verso di lei per afferrarla.
Ella, smarrita, spaventata, si diede a fuggire per la stanza; ed egli a rincorrerla coll'accanimento d'un segugio dietro la preda.
A un tratto l'idea venne a Matilde di salvarsi per la finestra.
Avesse anche dovuto uccidersi cadendo, si sarebbe ad ogni modo sottratta a quello scellerato. Corse, vi giunse; ma le invetrate erano chiuse; la sua mano, per l'agitazione, tremolante; e quando appena era riuscita ad aprire i vetri, il suo persecutore le fu sopra, e l'abbrancò alle spalle.
O Dio! la finestra! diss'egli con feroce scherno. Che vecchiume! Roba da romanzo di cinquant'anni fa... Via, via, non far pazzìe... Conserva una madre ai tuoi figli... e fa felice, almeno per un'ora, un uomo che fin da bambino ti adora.
Ella si voltò in una specie di parossismo di rabbia, che aveva vinta la paura.
--Lasciami! lasciami! gridò, e gli cacciò le mani nella faccia con tutta la sua forza, raddoppiata dal furore.
Emilio non potè trattenere un'esclamazione di dolore.
--Ah, maledetta!... Tu hai la bellezza d'un angelo, ma gli artigli d'un demonio... Angelo o demonio, io ti soggiogherò.
Successe una ignobile lotta: la povera donna si difese con tutta l'energìa di cui era capace; ma la stanchezza sopravvenne, l'emozione la vinse, il terrore l'invase: a un punto si sentì mancare ogni vigore, si sentì perduta. Mandò un grido acuto, quasi supremo appello di soccorso, e mezzo svenuta s'accasciò fra le braccia del suo nemico.
Egli, con un ghigno di trionfo, la trascinava verso l'alcova.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Alberto e Cesare facevano galoppare senza interruzione a forza di frustate il cavallo giù per la strada deserta, presi ambedue da un'ansietà angosciosa e da una pungente paura, che s'accresceva ad ogni momento. In tre quarti d'ora giunsero al punto in cui dall'alto d'un poggetto vedevasi la villa: li sgomentò maggiormente, nella facciata scura, la finestra della camera coniugale vivamente illuminata. Poi videro di quella finestra aprirsi le invetrate, e due ombre, che non potevano discernere bene, agitarsi in quel quadro: una di esse Alberto era sicuro che fosse sua moglie. Nuove frustate fecero ancora più precipitare la corsa del cavallo...
Erano a pochi passi, quando udirono suonare in quella quieta aria della notte il supremo grido disperato di Matilde.
Alberto si precipitò dal biroccino. Cesare ne seguì l'esempio, abbandonando a sè il cavallo; corsero ambedue alla casa. Con mano convulsa il marito di Matilde aprì l'uscio di cui aveva seco la chiave, e su per le scale, in due salti fu alla soglia della camera da letto. Entrando vide in un batter d'occhio lo suocero disteso sul sofà come morto, e un uomo che trascinava il corpo inerte di Matilde. Colla rapidità della folgore, disarmato com'era, ma col coraggio e le forze raddoppiate dal furore, egli si slanciò su quell'uomo, lo afferrò al collo, poco mancò lo strozzasse, e lo avrebbe strozzato, se le braccia di Emilio abbandonando Matilde, questa non fosse caduta a terra. Ma essa aveva riconosciuto il marito, e un grido di gioja le uscì in quella dalle labbra col nome del suo salvatore.
--Alberto!
Questi lasciò il collo di Emilio, il quale invano tentava con mani convulse liberarsi da quella stretta; poi, dato un potente pugno sul capo al creduto assassino, Alberto si affrettò a sollevare la moglie.
Emilio, già vacillante per la soffocazione, da quel colpo sulle tempie fu mandato a rotolare tre passi in là sul pavimento.
Matilde, tornata in sè, gettate le braccia al collo del marito, si sentiva a rinascere, piangeva, rideva, non sapeva esprimere i suoi sentimenti che ripetendo quel caro nome:
--Alberto! Alberto!
Emilio, sbalordito, stette un momento immobile per terra: poi cominciò a sollevarsi del tronco, puntando una mano sullo spazzo. Innanzi a lui i due sposi abbracciati teneramente si baciavano.
Una rabbia, un furore inesprimibile si dipinse sulla figura di quel tristo; la faccia lacerata dalle unghie della donna e gocciante sangue, le guancie d'un rosso cupo e gli occhî che mandavano lampi di malvagità feroce, la schiuma che gli imbiancava la bocca fremente, lo rendevano orribile a vedersi. Nè anco Cesare che s'avanzava in ajuto del cognato, lo riconobbe.
Emilio, sostenendosi sempre colla mano sinistra, colla destra levò di tasca la rivoltella, e la puntò verso il gruppo di Matilde e di Alberto; ma non ebbe tempo di far fuoco, chè Cesare, venutogli di dietro senza ch'egli se ne accorgesse, di colpo gli afferrò con tutte e due le mani il polso, e il projettile deviato dalla scossa andò a piantarsi nel soffitto. Stringendo forte il braccio del cugino, Cesare gli fece cader l'arma di mano, e ratto se ne impadronì. Allora Emilio si volse, invelenito, a quel nuovo avversario, e Cesare lo riconobbe.
--Emilio! esclamò. Tu!
Emilio s'alzò lentamente: sotto le righe di sangue che gli solcavano la faccia, sotto le chiazze di cupo rossore che stavano sulle sue guancie, la carnagione giallognola era diventata verde.
--Emilio! ripetè Alberto attonito, volgendosi verso di lui. Possibile!
Il tristo levò con risoluzione la testa, e rispose impudentemente:
--Sì, sono io... Tu mi hai rapito la mia felicità, e io ho voluto contaminare la tua.
--Ah! sciagurato! gridò Alberto minaccioso, facendo un passo verso di lui.
Matilde lo trattenne al suo amplesso.
--Lascialo nella sua infamia! gli disse. Dio, che t'ha condotto a tempo a salvarmi, lo punirà meglio di quanto potresti far tu.
--Bene, sì! disse ghignando. Ti aspetto al giudizio di Dio, Alberto Nori. Io ti ho fatto il più fiero oltraggio che possa un uomo: tu mi hai percosso... qui sulla fronte... Per questo non c'è perdono, non c'è oblio... Tu mi devi odiare, io ti odio... Ti odio fin da quando eravamo in collegio... Già d'allora Dio ha punito la tua tracotanza per la mia mano... che ti ha spaccata la fronte con una pietra.
--Ah! fosti tu!
--Il mio odio, covato nel più profondo dell'anima, s'è accresciuto... da far spavento a me stesso.
Alberto riuscì a liberarsi da Matilde, fu sopra al suo insultatore, e colla robustezza della sua mano, cacciatagli sulla spalla, lo fece curvare a terra.
--Miserabile! gli disse. Dovrei schiacciarti come una vipera introdottasi nel seno della mia famiglia... Dovrei...
Levò la mano poderosa sul capo del tristo chinato innanzi a lui. Matilde venne a fermargli il braccio.
--No, Alberto! Non macchiarti al contatto di quel vigliacco.
--Vigliacco!... esclamò Emilio. Sia pure... Anche degli insulti di tua moglie, Alberto, hai da rendere ragione... E me la renderai... Non in questa ignobile gara facchinesca, in cui sei facilmente maestro: ma lealmente, in pieno giorno, faccia a faccia, colle armi alla mano...
--Oh, no! gridò Matilde, che ricordò tosto l'infallibile perizia di tiratore, che rendeva sicura la vittoria ad Emilio; no, egli è indegno.
Ma Alberto la interruppe:
--Di ciò non è questo il luogo, nè il momento di parlare... Per ora colui non ha che da levarsi dagli occhî nostri. Cesare, tu bada ch'egli esca, e chiudigli l'uscio alle spalle.
Emilio fece il suo ghigno, così perfido, così insultante, che in Alberto si riaccese il furore da quasi levargli la ragione.
--Oh, digli che parta! urlò terribilmente, o ch'io non mi trattengo più, e lo schiaccio come un verme.
Emilio s'avviò lentamente; quando fu sulla soglia si volse:
--A domani! disse, e partì.
XVI.
Quando Alberto ebbe udito i particolari del tentato delitto di Emilio, fu assalito da tanto sdegno, che si pentì di non averlo addirittura strozzato, quel mostro; protestò che ogni maggior vendetta sarebbe stata poca a tanta scelleraggine, e giurò che il domani l'avrebbe ammazzato come un cane.
Allora fu un altro strazio, un altro sgomento per Matilde. Alberto contro Emilio camminava ad una morte sicura: era la felicità, era la vita di tutta la famiglia che venivano tronche. Supplicò essa, scongiurò con lagrime, convulsa, impazzita, perdendo i sensi. Che un essere come Emilio era indegno di avere a fronte un uomo d'onore; che si doveva disprezzarlo, che ben altri doveri più sacri comandavano ad Alberto di astenersi da quel duello; ad Alberto marito e padre. Non pensasse pure a lei... Essa sarebbe morta di dolore senza fallo, nulla le avrebbe impedito di seguirlo nella fossa; ma pensasse ai figli, bambini tutti, che sarebbero rimasti al mondo senz'altro sostegno che uno zio troppo giovane e il nonno vecchio e malaticcio. E ancora, questi avrebbe egli resistito a una sì fiera catastrofe? alla perdita del genero e della figliuola?... Tutte queste ragioni torturavano il cuore d'Alberto; ma il suo giusto furore era troppo perchè egli potesse accogliere l'idea di lasciare impunita la iniquità di quel traditore.
--E poi, egli soggiunse, credendo con ciò convincere Matilde dell'assoluta necessità d'uno scontro. Tu l'hai udito! Se non vado io da lui, sarà egli che mi chiamerà sul terreno; e vorresti tu ch'io commettessi la viltà di rifiutarmivi?
--No, non è viltà! esclamò la donna. Sarà anzi forza di carattere...
--Egli è capace di provocarmi in modo da farmi spregevole in faccia alla gente...
--Quando la gente sappia...
--Oh no, per Dio!... La gente non ha da saper nulla. Tutto questo deve rimaner sepolto fra di noi. Lo voglio ad ogni modo... E di resistere alle sue provocazioni no, non me ne sento la virtù. Per quanto ti promettessi, sotto un suo insulto, giuro al cielo! il sangue mi bollirebbe nelle vene... e... e forse mi perderesti tu stessa la stima, se così non fosse.
Matilde si attaccò ad una lieve speranza che le parve si presentasse...
--Or bene, sia... Provocato ancora... capisco... ma se egli non facesse più un passo, se invece si allontanasse...
--È impossibile...
--Chi sa!... Io pregherò tanto il buon Dio... Se ciò fosse, promettimi che tu non cercherai altrimenti di lui... Oh, promettimelo, per l'amore che ti porto, pel nostro tanto amore... per l'amore de' tuoi figli...
Alberto, commosso, spaventato sopratutto dagli accessi di convulsioni e dagli svenimenti che seguivano gli scongiuri respinti della povera donna, finì per cedere e promettere.
Era giunta l'alba: il vecchio Danzàno, trasportato sul suo letto dal figliuolo e dal genero, continuava nel suo letargo; tutte quelle ore passate di spasimo avevano affaticato all'estremo Matilde; la promessa strappata finalmente al marito era riuscita da ultimo a quietarne alquanto l'animo.
Ella non sapeva come; la sua mente confusa e il cervello stanco non potevano per allora suggerirgliene un modo, ma in nube aveva l'intima speranza che essa avrebbe potuto ottenere l'intento: Emilio s'allontanasse, e tutto fra lui ed Alberto fosse finito. Ai primi raggi del giorno, ella s'addormentò.
Il marito la guardava con profondo intenerimento nell'anima e le lagrime negli occhî.
--Povera donna! egli pensava. Potesse almeno dormire finchè io le ritorni sano e salvo!... Ma ritornerò io?... più facilmente no!
Un grande scoraggiamento lo invase, una gran debolezza gli occupò il cuore. Solo con sè stesso, in presenza di quell'amata donna che dormiva, presso a' suoi figli, che dormivano ignari del pericolo che incombeva sulla famiglia, tutto il suo solito coraggio svanì; egli ebbe paura.
Poi tosto un nuovo e maggiore sdegno venne a risollevarne l'animo.
--Ma è possibile, è permesso che uno scellerato riesca a turbare la quiete, a minacciare l'esistenza d'un'onesta famiglia, e che la vita d'un marito, d'un padre, la sorte e l'avvenire di innocenti creature abbiano ad essere in balìa d'un mascalzone qualunque? Dove sarebbe la giustizia di Dio?
L'occhio suo si posò più intensamente affettuoso sul dolce viso della moglie addormentata. Ogni traccia d'inquietudine era passata da quei leggiadri lineamenti, e un lieve sorriso aleggiava sulle labbra semiaperte.
--Sarà meglio, disse Alberto a sè stesso, che io m'allontani mentre essa dorme. Al suo risveglio nuove lagrime, nuove preghiere a trattenermi, commuovermi, indebolirmi. Andiamo.
In quella, Cesare cautamente mise il capo dentro dell'uscio. Alberto gli fe' cenno di non inoltrarsi, e s'affrettò a raggiungere il cognato nell'altra stanza.
--Che cosa c'è? gli domandò.
E Cesare gli porse un bigliettino, che disse essergli stato rimesso allor allora dal servo del Lograve.
Alberto lo prese e lo lesse.
«_A Cesare Danzàno_,
«Le brighe, come quella che ora passa fra me e il signor Nori, mi piace finirle presto. Aspetto senza ritardo Cesare Danzàno colle istruzioni del signor Nori, così che tra un'ora tutto sia finito.»
--Ebbene? domandò Cesare, quando Alberto ebbe letto.
--Ebbene, rispose Alberto, vacci subito, e accetta tutte le condizioni che egli proporrà, quando, s'intende, non sieno più vantaggiose per lui. Io esco subito di casa, e t'aspetterò colla risposta presso al pilone di San Giacomo. Fa di stabilire là vicino, che è luogo isolato, dove a quest'ora non passa anima viva, il terreno dello scontro.
Cesare, di gran malavoglia e con molta agitazione nell'anima, si recò presso Emilio.
Alberto rientrò pian piano nella camera, andò a dare uno sguardo ancora ai figli addormentati, di cui lievemente, ma con crudele strazio del cuore, baciò la fronte, e diede poscia anche a Matilde un bacio leggiero leggiero, in cui però c'era tutta l'intensità del suo affetto; passò nel suo studiolo, dove s'armò d'una rivoltella a sei colpi, carica, e si avviò lentamente verso il pilone, dove aveva dato convegno a Cesare.
Emilio neppure non aveva passato sopra un letto di rose le ore che avevano tramezzato fra la sua uscita dalla villetta e l'invio del suo biglietto a Cesare. L'ira e la umiliazione della sua sconfitta, la vergogna delle ricevute percosse ne avevano ancora accresciuto l'odio e la smania della vendetta. Non aveva chiuso occhio, non aveva neppure provato a gettarsi sul letto, nemmeno seduto non aveva potuto stare; un'agitazione febbrile gli concitava muscoli e nervi, cuore e cervello. Aveva passeggiato su e giù, bestemmiando, imprecando, minacciando, si era compiaciuto di passare in rivista una per una tutte le sue rivoltelle, delle migliori fabbriche inglesi, eccellenti, infallibili tutte nella sua mano esercitata. Quante volte aveva spianato or l'una or l'altra a mira, imaginandosi d'aver a giusta distanza l'odiatissimo avversario, ed aveva fatto un sogghigno di trionfo nella certezza di gettarlo a terra col cranio fracassato!
Il tempo gli tornava lungo e pesante, maledisse gli indici dell'orologio che camminavano così lentamente; mandò un'esclamazione di gioja, quando vide alla fine una striscia bianca all'orizzonte annunziare la venuta del giorno. Scrisse sopra un foglio di carta una dichiarazione (e vedremo presto quale), poi il biglietto che mandò subito a Cesare, e stette aspettando impaziente.
La faccia di Emilio, di color verzigno, corsa dalle righe sanguigne delle graffiature, era così contratta, che a Cesare fece quasi ribrezzo e poco meno che paura.
--Che cosa avete da dirmi? domandò asciuttamente Emilio ritto presso la tavola su cui erano il foglio scritto poc'anzi e le armi.
--Che Alberto accetta qualunque condizione, rispose Cesare, per quanto grave essa sia, purchè non a svantaggio d'uno degli avversarî.
--Va bene. Ci batteremo subito.
--È appunto l'intenzione di mio cognato. E anzi questi è già andato ad aspettare presso il pilone di San Giacomo.
--Benissimo: il luogo è adattissimo e ci batteremo colà. Sentite! Perchè le armi sieno uguali, voi sceglierete fra tutte queste, che sono compagne, quella che vi parrà la migliore, e la porterete a... al vostro primo. Armato ciascuno di una di queste rivoltelle a sei colpi, ci metteremo, lui al pilone, io al ponte del torrente. Di là, a un segnale che darete voi, ci cammineremo incontro colla facoltà di sparare i nostri sei colpi quando e come ci piacerà, e di avanzarci tanto che, se nessuno cade, arriviamo a metterci la canna al petto e sparare a bruciapelo. Se uno dei due, soggiunse col suo selvaggio sogghigno, potrà tornare a casa co' suoi piedi sarà stato ben fortunato... Vi va?
Cesare, perplesso, confuso, con un grande turbamento nell'animo e nel cervello, stette lì, senza sapere che rispondere. Egli non era abbastanza esperto, e non aveva bastante freddezza di mente per vedere come un gran vantaggio vi fosse per Emilio in quei patti. La distanza in cui si dovevano porre i duellanti era fuori del tiro delle rivoltelle, camminando l'uno verso l'altro gli avversarî sarebbero entrati poi nel campo del tiro; ora Emilio, dall'occhio praticissimo a misurare le distanze, appena Alberto sarebbesi trovato al punto da poter essere colpito, mercè la sua sicurezza di mira, l'avrebbe fulminato; mentre Alberto, se avesse pure voluto sparar prima, non avrebbe fatto che sciupare il suo colpo.
--E voi? riprese Emilio, dopo avere aspettato un minuto. Avete pur detto che... colui avrebbe accettato ogni condizione!
--Sì, è vero, balbettò Cesare, ma...
E l'altro, senza lasciarlo continuare:
--Non avremo altro testimonio che voi. Credo che piaccia anche al vostro rappresentato che non ci ficchino il naso persone estranee. E siccome, se mai uno di noi n'esce salvo, può avere delle noje dalla giustizia, io ho pensato di redigere questa dichiarazione, cui ciascuno di noi si metterà in tasca, e che salverà da ogni fastidio il superstite. Sentite!
E lesse:
«Per motivi miei particolari, che saranno sempre un segreto per tutti, e che prego tutti di non volere investigare, io mi trovo spinto a uscire di questa vita. Dichiaro che nessuno deve incolparsi della mia morte, e prego di perdonarmi coloro a cui questa sarà un dolore.»
--Il signor Nori scriverà questa dichiarazione tale e quale, ci metterà la data colla sua firma, come ho fatto io, e la terrà in tasca al pari di me. Il cadavere di colui che cadrà sarà lasciato lì sul posto, e quando sarà raccolto presso la giustizia questo scritto farà il suo effetto.
Cesare stette un po' a pensarci, penosamente imbarazzato.
--E se ci rimanete tutt'e due?... disse poi.
--Eh, allora, rispose Emilio col suo solito sogghigno, tu che sarai il solo superstite cercherai il modo d'aggiustarla, e il fisco non potrà d'altronde molestare nessuno dei due.
Cesare scosse tristamente il capo.
--A una cosa simile non si è affatto pensato, e io non so se Alberto sia disposto ad acconsentire. Bisogna assolutamente ch'io gliene parli.
Emilio crollò impazientemente le spalle.
--O mio Dio! che scrupoli fuor di luogo. Il signor Nori dev'essere contento ancor egli di cosa che lo mette al sicuro da una responsabilità piuttosto grave... Ma sia come volete... Per non perder troppo tempo, facciamo così: portate la dichiarazione al signor Nori; s'egli non affaccia nessuna difficoltà, la ricopia, la firma, e se la ritiene. Se rifiuta, voi verrete subito a dirmelo, e io allora lo inviterò a passare la frontiera ed andarci ad ammazzare in Isvizzera. Sono le sei: aspetterò fino alle sei e mezza: se non siete venuto, vuol dire che mi aspettate senz'altro al luogo del convegno, e io mi vi recherò sollecitamente.
--Va bene, rispose, accennando ad avviarsi Cesare, il quale non vedeva l'ora di esserne fuori.
--E non prendete copia della dichiarazione?
--Ah! è vero.
Cesare sedette al tavolino per iscrivere; ma la mano gli tremava talmente che le parole gli riuscivano sgorbi poco intelligibili.
--Aspettate che ve la scrivo io più in fretta, disse Emilio, ghignando a suo modo.
E in due minuti, con mano ferma egli ebbe scritto quelle righe, che consegnò a Cesare.
--E intanto, soggiunse, potete prendere l'arma pel vostro mandante.
Il cognato d'Alberto ne esaminò due o tre, tanto per avere l'aria di fare una scelta; poi ne prese una che si mise in tasca.
--Ricordatevi! gli gridò Emilio, mentre Cesare stava per varcare la soglia. Se non siete tornato prima, io alle sei e mezza sarò al ponte; il signor Nori dovrà trovarsi al pilone. Scorretto chi ritarda; vile chi manca! A rivederci.
E volgendo le spalle a Cesare che partiva, egli rientrò nel salotto.
Cesare s'affrettò a raggiungere il cognato che già stava aspettando al pilone. A tutta prima Alberto non trovò obiezioni da fare alle proposte dell'avversario, e parve anche a lui che quello della dichiarazione fosse un prudentissimo partito per tenere nascosto alla gente il dramma domestico, per togliere dalle peste il superstite dei duellanti. Ma dove andare a scriverla quella dichiarazione? A casa no, perchè sarebbe andato incontro a quella scena di separazione straziante da Matilde, ch'egli voleva assolutamente evitare. La casa più vicina, di cui si potesse prevalere, era quella del parroco: Alberto decise di correre colà a preparare il documento.
--Tu rimani qui, disse al cognato. Spero fare in tempo da tornarmene prima che quell'altro arrivi; ma se mai dovessi tardare, tu sarai qui a spiegargli la mia assenza e assicurarlo che non avrà molto da attendere.
Così fu fatto. Cesare rimase di sentinella al pilone, e Alberto s'avviò di buon passo verso la casa del parroco. Giunto colà, dovette aspettare un poco prima che la serva, allor allora alzatasi, venisse ad aprirgli; poi, quando fu venuta, fatte le cento meraviglie per quella visita così mattutina, la buona donna disse che il suo padrone era ancora a letto, anzi ella credeva dormisse, ma che il signor Nori avesse la bontà d'aspettare, ed ella sarebbe andata tosto ad avvertire il padrone, svegliandolo, se occorreva. Alberto non ebbe poco a dire per farle comprendere che era inutile svegliare il sor prevosto, al quale egli non aveva nulla da comunicare, che desiderava solamente avere un pezzo di carta, penna e calamajo per iscrivere quattro righe per una certa sua bisogna di premura, la qual cosa egli avrebbe potuto fare senza disturbare nessun altro, quando essa, la serva, lo introducesse un momento nello studiolo del padrone.
Era quindi passato più d'un quarto d'ora, quando Alberto potè sedere alla scrivanìa parrocchiale e cominciare a scrivere: ma rileggendo così più attentamente, come richiede l'azione del ricopiare, quella dichiarazione, Alberto non la trovò più così accettabile, anzi gli parve che e la scritta in sè stessa, e i termini in cui era redatta, non convenissero affatto.