La testa della vipera

Chapter 8

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--No, no; non ti lascio.

--Ma è necessario.

--Perchè? Che cosa hai dunque da fare? Dove vai?

--Qui dal signor Lograve.

--A far che cosa?

--Un certo interesse che ho con lui... A te non importa il saperlo.

--E io ti dico che non rimarrò qui ad aspettarti, che o ti accompagno, o non ci andrai neppur tu.

--Brava! E allora tutto il nostro disegno va in aria.

--Come?

--Gli è lui che ci deve dare i denari.

--Il signor Lograve?

--Sì.

--E perchè ce li dà?

--Perchè... perchè... questo non ti deve importare.

--Sì che m'importa. Da bravo, non farmi dei misteri... Possiamo già considerarci come marito e moglie... e non ci devono essere segreti tra di noi.

--Questo segreto, mia cara, non è mio, e non posso disporne... Ma mentre noi stiamo qui a discorrere, il tempo passa, ed è tanto di perduto. Suvvia, coraggio, Lisa, non farmi la femminetta; un minuto solo e ti raggiungo.

--No, no, insistette Lisa stringendo più forte il braccio di lui: non, istò qui, neppure per tutti i tesori del mondo... Lasciami accompagnarti.

--No, devo parlare a quel signore da solo a solo.

--Almeno fino alla porta... Là vicino alla casa, più vicino a te, non avrò più paura.

--Ebbene, sia, vieni fin là... ma non cercar d'entrare.

--No, starò fuori: ma se mai qualche cosa capitasse, che so io... potrei chiamarti... e se mai tu sarai lesto ad accorrere, non è vero?

--Sì, certo.

Giunsero al palazzotto. L'uscio era socchiuso. Per la finestra aperta di una stanza a terreno usciva nella notte un fascio di luce; traverso quella luce si vedeva andare e venire l'ombra del Lograve che passeggiava impaziente. Battista fece ancora a voce sommessa una raccomandazione alla Lisa, ed entrò. La stanza dove Emilio aspettava era subito lì a destra. Al passo del domestico Emilio si fermò e si volse verso di lui; era pallido, coi lineamenti contratti; aveva una profonda riga fra le sopracciglia e teneva le braccia serrate al petto.

Nel pomeriggio egli aveva detto al suo servitore che preparasse la valigia per una improvvisa partenza: egli sarebbe forse partito la notte o la mattina seguente, e avrebbe poi scritto dove il servo avrebbe dovuto raggiungerlo.

Rientrato in casa alle dieci, aveva domandato al domestico se i suoi ordini erano stati eseguiti, al che il servo avendo risposto affermativamente, egli lo mandò a dormire, e rimase solo nella stanza a terreno.

Sedette a tavolino e scrisse la lettera seguente:

«_Ad Alberto Nori_,

«C'è un uomo sulla terra, al quale io vo debitore delle più fiere angoscie: e quell'uomo sei tu.

«Mi hai rapito ogni bene: mi hai insultato colla tua felicità. Sono anni che aspetto la mia vendetta; e ora la stringo in pugno e me ne appago.

«Alla coppa d'amore di cui ti sei inebriato, ho voluto bere ancor io, e ti lascio la coppa contaminata.

«Vado in Isvizzera e vi ti attendo, se la rabbia e la vergogna ti daranno tanto coraggio da venirci.»

«LOGRAVE.»

Ripigliò il foglio, lo suggellò e se lo mise in tasca.

Prima d'abbandonare la villetta Nori, avrebbe lasciato questa lettera nella camera conjugale, stata teatro del suo infame attentato. Poi scese nel salotto a terreno ad aspettare con quella nervosa febbrile impazienza che non lo lasciava quetare.

--Si può? disse Battista, affacciandosi all'uscio.

--Avanti! comandò Emilio con voce rotta, imperiosa. Ti sei fatto molto aspettare.

--Ho fatto più presto che ho potuto.

Emilio, a cui premeva venire al sodo, lo interruppe piantandogli in faccia quel suo sguardo maligno.

--E dunque?

--E dunque eccomi qua.

--La chiave?

--L'ho meco.

--Dammela.

--Sì, signore, ma prima.... Ella capisce.... Lei sa...

--Vuoi i denari?... Eccoli.

Gli gettò una busta che Battista afferrò vivamente; accostatosi al lume, il servo aprì la busta e si mise a contare i biglietti.

Lisa, di fuori, udite le voci dei due uomini, non potè frenare la sua curiosità: si accostò piano piano alla finestra aperta, e tenendosi cautamente nell'ombra potè vedere e udire quanto avvenne e si disse nel salotto.

Dopo avere passato uno per uno i biglietti, Battista levò il capo, e disse con accento di rimprovero:

--Signore, mi mancano duecento lire.

--Come?

--Sissignore. Lei mi ha promesso ventimila lire; qui ce ne sono diciannovemila e ottocento. Mancano duecento lire.

--E le duecento che t'ho date jeri?

--Ah! quelle erano per le spese indispensabili per la riuscita del disegno. Devono essere all'infuori del prezzo convenuto.

--Questa non me l'aspettavo.

E Battista con insolenza:

--E io da lei non m'aspettavo una simile piccineria.

Emilio arrossì di sdegno; ma si contenne; levò di tasca due biglietti da cento e li gettò al servo senza parlare.

Battista li prese, li mise accuratamente nella busta cogli altri e la busta in tasca; si abbottonò bene il soprabito, fece un leggiero inchino e disse laconicamente:

--Va bene!

--La chiave? ridomandò con voce fremente Emilio, colla mano tesa che tremava.

Il servo gli porse la chiave che Emilio afferrò con avidità ancora maggiore di quella mostrata da Battista nel prendere i denari.

--La riverisco, disse Battista avviandosi.

Ma l'altro lo trattenne.

--Un momento. Entrato ch'io sia, non troverò più altro uscio chiuso all'interno?

--No, signore.

--Sono tutti a letto?

--Tutti.

--Sta bene. Vattene e la fortuna ti accompagni.

Battista uscì frettoloso: appena fuori si sentì serrare fra due braccia frementi; e una voce concitata, benchè sommessa, gli disse all'orecchio:

--Che hai tu fatto? Che cos'è quella chiave? Perchè il signor Lograve ti ha dato tutti quei denari?

--Vieni, vieni, susurrò Battista trascinando seco la Lisa, caricatosi dei due fardelli. Ti spiegherò poi.

--No, gridò la ragazza, voglio saperlo.

Battista pensò di gettar via i fardelli, di prendere alla vita la giovane e portarla di peso fino al luogo dove si sarebbe trovato il biroccino, ma preferì pigliarla colle buone.

--Tu ci vuoi rovinare... Ti dirò tutto, ma vieni presto... Una parola di troppo, e tutto è perduto. Io sarò obbligato a fuggire e piantarti qui.

Questa minaccia ridusse la Lisa cedevole. Correndo giunsero al legnetto che aspettava; Battista vi cacciò dentro Lisa, pose una moneta in mano al garzoncello che teneva il cavallo, balzò presso la fanciulla, prese le redini, frustò il cavallo e via di galoppo.

Emilio con un sogghigno mefistofelico stringeva in pugno la chiave ricevuta da Battista, ed esclamava seco stesso:

--La tengo in pugno la mia vendetta, e il ripago di ogni mio tormento.

Guardò l'orologio.

--Appena le undici e un quarto!... Come passa lento il tempo!... A mezzanotte--fece un ghigno--l'ora dei delitti... e degli spettri... A mezzanotte varcherò quella soglia!

Quei quarti d'ora gli parvero eterni; eppure quando udì dal lontano campanile del villaggio battere lentamente dodici rintocchi, si riscosse come assalito da un subito terrore, guardò il suo orologio, per accertarsi che quel suono di campana non lo ingannava; prese e intascò una rivoltella, e uscì con passo guardingo, ma fermo. Giunse alla porta, della villetta, e con mano sicura pose la chiave nella toppa. L'uscio si aprì.

Emilio entrò pianamente; era così pratico del luogo, che non ebbe mestieri di accendere lume per passare l'andito, salire le scale, percorrere il corridoio e arrivare all'uscio della camera in cui dormiva Matilde.

Pensava:

--Purchè non la si sia chiusa dentro a chiave! Ma l'avesse anche fatto, poco importa: con una spalla faccio saltare la serratura: il rumore non può svegliare che lei... Ed entrato ch'io sia!...

Prima di mettere la mano sulla gruccia di quella serratura, si fermò un momento: poi piano piano tentò la serratura; questa non era chiusa che con una mandata della stanghetta a scatto; girando la maniglia Emilio l'aprì; cacciò dentro la testa; tutta era bujo e silenzio; egli entrò.

XV.

Lisa non s'era acchetata. Mentre Battista badava a far correre il cavallo con ripetute frustate, la fanciulla veniva tempestando il compagno di domande, di supposizioni, di preghiere.

La sua accortezza di donna le aveva fatto capire le intenzioni del Lograve. Era la signora Matilde abbandonata, senza difesa; la buona signora Matilde tradita per quel denaro. Lisa si rivoltava contro tale iniquità.

Quella signora, tutta quella famiglia, non avevano fatto che del bene a loro due. Come aveva potuto dimenticarlo Battista?

Ah! la signora Matilde bisognava salvarla. Lisa voleva tornarsene indietro, gettare in faccia a quello scellerato il suo denaro e lui fuori dalla finestra. Quel denaro, prezzo di tanto delitto, avrebbe loro recato sfortuna. Ella pregava, scongiurava, imprecava.

Battista non rispondeva nulla, non badava che a far correre il cavallo; ma frattanto anche nel suo animo, già travagliato da un'intima scontentezza di sè, le parole di Lisa riuscivano a far nascere il rimorso.

Rinunziare a quella somma che teneva in tasca e di cui palpava di quando in quando la grossa busta, quasi a persuadersi di realmente possederla; rinunziare a Lisa, alla vita felice che aveva sognata e cui credevasi pervenuto a procurarsi, no, non poteva; ma se ci fosse pur modo di soccorrere la signora Matilde!...

Il cavallo correva sempre. Già si vedevano le prime case del villaggio di X, presso il quale bisognava passare per giungere alla frontiera. Tutto il villaggio era immerso nell'oscurità, fuori d'un'elegante villa, appartata dal resto dell'abitato. Era la villa degli ospiti di Alberto e di Cesare, dove aveva luogo il ballo. Una subita idea attraversò la mente di Battista. Un difensore, un salvatore della signora Matilde era trovato: il marito che se ne stava tranquillo a quella festa. Lo disse alla Lisa.

--O Dio! esclamò questa: ma i due uomini si sbudelleranno...

--Che! notò Battista. Il signor Alberto con un pugno schiaccierà quella cimice del Lograve.

--Ma si arriverà in tempo?

--Ah! esclamò Battista allargando le mani e curvando le spalle per indicare che questo sarebbe stato il compito della Provvidenza.

Fermò il cavallo e diede le redini alla Lisa.

--Aspetta qui due minuti... Vado e torno.

--Che cosa vuoi fare?... Cosa vuoi dire al padrone?

--Non lo vedrò neppure... Lo farò avvertire... Lascia, lascia fare a me.

E prese la corsa verso la villa illuminata. Arrivò nell'atrio di questa, ansimante e con aspetto turbatissimo, così che il domestico della casa in cui s'incontrò, prima stentò a riconoscerlo, e poi si sgomentò nel vederlo a quel modo.

--Tu qui, Battista? A quest'ora!... Oh che cosa è avvenuto?

E il servo del Nori, mezzo trafelato:

--Di' subito, ma subito, al mio padrone e al signor Cesare che corrano a casa... in fretta... senza il menomo ritardo... che corrano... ammazzino anche il cavallo... ma volino.

--Che cosa c'è?... Il fuoco?... La signora ha preso male?... Il padre della signora?

--Non farmi interrogazioni... va e fa la commissione subito...

--Ti faccio venir qui il padrone.

--No, no: io non posso fermarmi... Bisogna ch'io vada... mi raccomando... presto... presto per amor di Dio!

E senza voler aspettar altro, Battista voltò le spalle, e se ne andò correndo com'era venuto. Raggiunse il carrozzino, ci saltò dentro, riprese le briglie, e via di nuovo al galoppo.

Se Alberto e Cesare, udito di questa comparsa di Battista e delle cose da lui dette, si spaventassero, è facile a pensarci.

Imaginando chi sa quale disgrazia, fecero in un baleno allestire il biroccino, e sferzando spietatamente il cavallo, andarono verso la villa. Ma prima che vi giungessero, già era suonato il tocco al campanile del villaggio.

Matilde non avrebbe saputo dire da quanto tempo dormisse o meglio fosse assopita, quando si sentì scuotere come da un interno commovimento, da un intuito instintivo che l'avvisasse d'un imminente pericolo. Si drizzò a sedere, volse intorno gli occhî spalancati, vide un uomo che entrava cautamente in camera, si fermava come incerto del da farsi. Un grido le venne alle labbra, ma lo soffocò, perchè, coraggiosa com'era, serbando la calma dello spirito, pensò allo spavento che ne avrebbero avuto il padre, vecchio e malaticcio, e i bambini che dormivano lì presso. Si gettò giù dal letto, e, riparata dalla tenda dell'alcova, indossò in fretta e in furia una vestaglia da camera che la copriva da capo a piedi, prima che l'intruso facesse un atto o dicesse una parola. Poi essa afferrò il cordone del campanello allato al capoletto e gli diede una violenta strappata.

Emilio, nell'oscuro dell'alcova, s'accorse che la donna s'era mossa, ma non potè vedere quel che avesse fatto; di colpo la vide, tutta coperta di quella vestaglia, sbucar fuori dalle tende e correre verso la camera dei bambini. L'idea di Matilde era precipitarsi colà, chiudersi dietro l'uscio a chiave, chiamare soccorso, e ad ogni modo difendere i suoi figli.

--Matilde! disse Emilio con voce sommessa e per quanto potè soave. Non ispaventarti... Sono io.

La giovane donna si fermò.

--Tu Emilio!... A quest'ora?... E come entrato? Che vuoi?

Le venne subito il sospetto del vero, e con questo sospetto un'ira che le accrebbe il coraggio. Le pareva che un tristo simile, sarebbe bastato ad annientarlo il suo disprezzo. Lo guardava con aria di sicurezza e di sfida, e quello sguardo, nella penombra, luceva stranamente.

Quello sguardo irritò ancora, se pure ne fosse bisogno, i feroci propositi di quello scellerato.

--Che cosa voglio? egli rispose. Te lo dico subito... Ma siccome non è cosa che si possa sbrigare in poche parole, se non ti dispiace, accenderò un lume, perchè possiamo vederci meglio in viso... e sederemo sul sofà per discorrere più comodamente.

Sul piano marmoreo del camino stavano due candelabri con quattro candele ciascuno. Emilio le accese tutte, poi si volse di nuovo a Matilde. Questa si teneva stretta al seno la vestaglia colle braccia incrociate ed aveva nel contegno, come in quello sguardo che già era balenato nell'ombra agli occhî d'Emilio, una fierezza sprezzante e indignata.

Era bellissima. La veste lasciava scoperta la base del collo, modellata a perfezione, da cui con tanta grazia si ergeva quella testolina leggiadra e ne appariva un poco del candore quasi abbagliante del petto; le braccia tornite, degne d'una statua greca, uscivano dalle maniche larghe, ricadenti; tutta la venustà della ben formata persona si scorgeva sotto le pieghe di quella veste che l'avvolgeva.

--Dove hai tu presa l'audacia d'introdurti in questo modo, a quest'ora, fin qui? diss'ella severamente.

--Dove l'ho presa? egli proruppe. Nel mio amore, che non solo è sempre vivo, ma è più forte che mai.

Matilde gli troncò la parola con un moto violento, e gridò con forza:

--Non una parola di più... Vattene!

--Andarmene così subito? domandò Emilio con insolente ironia. E puoi crederlo, Matilde? Non riconosco il tuo buon senso. Capisci che non sono giunto a questa riuscita senza aver vinto molte difficoltà, e che se ho voluto riuscirci è per ottenere qualche cosa di meglio di un tuo rabbuffo. Ora, che matto o che imbecille sarei, se, appena entrato, mi lasciassi così di piano mettere alla porta?... Oibò! Oibò!... Ci sono e ci resto.

E sedette tranquillamente sul sofà.

Matilde lo guardava con uno stupore che cominciava a farsi inquietudine.

--Sei matto o imbecille a credere che io tolleri più oltre la tua presenza, e stia qui a discuter teco.

E si mosse verso l'altro cordone di campanello che pendeva verso il camino.

Emilio diede in una sghignazzata.

--Ah, ah! la scena da dramma francese. Si suona il campanello; accorre un domestico tanto fatto, come Battista: «Accompagnate il signore.»

Matilde aveva dato una forte strappata al cordone.

--Tu straccerai inutilmente quel cordone, cara mia. Se non isbaglio, hai già suonato dall'alcova... Chi è venuto?... Ebbene, non verranno di meglio adesso. Suonassi fin domani, nessuno verrà... te lo assicuro io.

--Tu hai comprato i miei servi?

--Sicuro! Senza di ciò come potrei io essere qui?

Matilde si slanciò verso l'uscio del corridojo; ma Emilio sorse di scatto, le si gettò innanzi, e la fermò afferrandole colle mani ambedue le braccia.

--Che cosa vuoi fare?... Fuggirmi?... Impossibile.

Ella s'agitava per liberarsi; la veste le si aprì di più sul petto, e gli occhî di Emilio caddero sulle seducenti curve del seno; egli strinse viepiù quelle braccia, tanto da lasciare su quella morbida pelle il livido dell'ammaccatura, le abbassò di viva forza, si curvò su quel giovane femmineo corpo fremente, e stampò un bacio che pareva un morso sul candore di quella spalla.

Matilde gettò un alto grido di indignazione, di ribrezzo, di orrore. Fece uno sforzo supremo e riuscì a svincolarsi dalle mani di lui; lo respinse lontano da sè, e presa da un accesso di spavento si diede a gridare:

--Ajuto! Ajuto! Lisa! Battista! Babbo!

Emilio stava innanzi all'uscio del corridojo ad impedirle il passo.

--È inutile ogni tuo grido, ogni tua smania. Te l'ho già detto e te lo ripeto; nessuno verrà. Lisa e Battista, a quest'ora, sono lontani delle miglia, e tuo padre, ci vuol altro che la tua voce a destarlo.

Queste ultime parole fecero correre un brivido di angoscia per le vene di Matilde: ricordò la pozione notturna, l'odore strano, le goccie versate da Emilio. Si arretrò di orrore.

--Infame! gridò, tu hai avvelenato mio padre!

--Grazie della buona stima che hai di me: diss'egli con quel suo odioso sogghigno. Gli ho dato del soporifero che lo farà dormire quieto quieto fino alle otto o alle nove. E vedrai come egli se ne sentirà meglio.

--Babbo! babbo! gridò di nuovo Matilde disperatamente... Oh il mio povero padre!... Voglio vederlo.

Ma Emilio non si tolse dall'uscio.

--È inutile, disse, tanto e tanto non lo sveglieresti; e, se riuscissi a destarlo, gli nuoceresti assai.

--Non lo sveglierò, ma voglio vederlo... Ah babbo mio! babbo mio!

Ed ecco dalla camera vicina la voce del padre risponderle fiocamente:

--Matilde! che c'è!... Hai bisogno di me! Vengo vengo.

Matilde mandò un grido di gioja, Emilio si morse rabbiosamente le labbra.

--Ah! non ha bevuto! mormorò fra i denti.

In quel momento la moglie di Alberto non pensò ad altro, se non che la presenza del padre la salvava da ogni pericolo.

--Oh vieni, vieni, babbo: gridò.

--Che fai? le disse piano, ma con forza, Emilio. Come spiegheremo a tuo padre la mia presenza qui?... Ami forse le conseguenze d'uno scandalo?

--È vero... è vero: mormorò la povera donna. No, no: gridò verso l'uscio, non venire... non scender di letto... vengo io da te...

Ma già una mano si era posata sulla gruccia della serratura di fuori e accennava ad aprire la porta.

Emilio si gettò nell'alcova, dicendo a Matilde minacciosamente:

--Taci!... Non una parola... o guai!

E si nascose dietro le tende.

Il padre di Matilde entrò. S'era gettato addosso anche lui una veste da camera e veniva portando in mano la sua lampadina.

--Che cosa t'è capitato? domandò egli con inquieta premura.

--Nulla, nulla; rispose Matilde, gettandosi all'incontro del padre, e quasi cercando impedirlo d'inoltrarsi. Perchè sei venuto?... Scendere così di letto è un'imprudenza... Torna subito fra le coltri.

Ma il padre, insistendo benevolmente, s'avanzò nella camera.

--Non ne soffrirò... sta tranquilla... Come volevi che non venissi, sentendoti chiamare ajuto?... Ma dimmi, che cosa è stato?

--Nulla, nulla; ripetè Matilde. Un sogno... un cattivo sogno... Svegliatami in sussulto, ho gridato senza saper bene io stessa...

Il Danzàno andò a posare il suo lume sul camino.

--E tutti questi lumi accesi?

--Li ho accesi io... per levarmi la paura.

Il padre sedette sul sofà.

--Bene; starò un poco a farti compagnìa.

--Oh! adesso è tutto passato.

--Sei però molto turbata ancora.

--Ho paura che tu ne soffra. Piuttosto t'accompagno io nella tua camera, e sto là un poco al tuo capezzale... finchè tu ti sia riaddormentato... Quanto mi rincresce d'averti rotto così il sonno!

--Non ero mica addormentato del tutto... Ero in una specie di dormiveglia... Hai fatto male a non lasciarmi bere tutta la pozione preparatami da Emilio... Avrei certo dormito tutta la notte... Sarà meglio ch'io beva il resto.

--No, no, s'affrettò a dire Matilde. Abbi pazienza; quei soporiferi conviene usarli con molta moderazione... Intanto torniamo a letto... Vieni, t'accompagno.

Era pensiero di Matilde ricoverarsi così nella camera del padre e rinchiudendovisi con lui aspettare che il giorno venisse a liberarla. Ma il padre adagiandosi sul sofà, con una nuova compiacenza, disse:

--Aspettiamo ancora un poco... Ci si sta benissimo qui... Mi sento prendere da una certa stanchezza...

--Ragione di più per tornare subito in letto.

--È strano come la testa mi pesa...

--Vieni dunque...

--Andiamo.

Fece per alzarsi: ma in quella un subito pensiero attraversò la mente di Matilde. Ricoverata nella camera del padre, ella sarebbe salva; ma la camera dei figli era aperta, ed essi rimanevano in balìa di quello scellerato che aveva dato prova di essere capace dei più iniqui propositi.

--Un minuto: ella disse. Do un'occhiata ai bambini, e poi sono con te.

Prese il lumicino del padre, e corse di là a contemplare i suoi figli, quasi per attingere da quella cara vista nuovo coraggio, sangue freddo e forza. Tornando indietro rinchiuse l'uscio a chiave e questa si cacciò in tasca.

Poteva ora allontanarsi tranquilla. Ma mentre essa passava innanzi all'alcova, una voce sommessa, ma minacciosa, uscì dalle tende.

--Se tu non sei di ritorno qui fra un quarto d'ora, andrò io di là a pigliarti a ogni costo.

Ella rabbrividì; ma non un lineamento della sua faccia si alterò. S'accostò al padre con un sorriso.

--I piccini dormono... Vieni a fare tu altrettanto.

Il vecchio fece di nuovo per alzarsi, e non potè.

--È strana, balbettò con lingua impacciata, mi sento mancare le gambe... Oh come la testa mi pesa!... Ajutami.

Matilde lo prese per le mani e tentò trarlo su; ma egli a un tratto ripiombò di tutto il suo peso sul sofà, e la testa gli cadde sul petto.

--Babbo! babbo! esclamò Matilde, scuotendolo.

Non ebbe risposta; il vecchio immobile, cogli occhî richiusi, pareva morto.

--O Dio! gridò spaventata Matilde, egli è svenuto.

Una mano le si posò sulla spalla, e la voce d'Emilio, venutole presso, le disse all'orecchio:

--No, rassicurati; egli non è che addormentato. Il soporifero, di cui tu non gli hai lasciato bere che una parte, ha ritardato i suoi effetti; ma pure ei ne ha bevuto a sufficienza per averne un sonno che nulla potrà interrompere, hai capito? _Nulla!_

Toccò la fronte e il polso del dormiente, sollevò le palpebre e ne osservò la pupilla volta in su.

--Per sei ore almeno quest'uomo è segregato dal consorzio dei viventi.

Matilde se ne scostò fremendo; sentiva uno spasimo tale di odio, di rabbia, di orrore, che se le fosse bastato dire una parola per incenerire quello scellerato, essa l'avrebbe detta con voluttà.

Successe un momento di silenzio. Si guardavano fronte a fronte quei due, egli con la feroce impazienza della belva che si vede innanzi senza scampo la preda, essa con quell'accesso di aborrimento, in cui cominciava pure a entrare un'altra paura. Sentivano, sapevano ambedue che qualche cosa di orribile stava per accadere fra di loro; e parevano, lui esitare ad assalire, lei sperare col suo silenzio d'indugiare lo scoppio.

Quell'angoscioso silenzio fu rotto da Emilio.

--Tu lo vedi, Matilde: non c'è nessuno che possa venire a porsi fra noi; tu sei completamente in mia balìa.

--No! rispose levando fieramente il capo la giovane donna, con aspetto di maggior coraggio e sicurezza che non fossero in lei, ma col cuore che le palpitava da farle male. No, non sono in tua balìa: fra di noi v'è il sacro capo incanutito di questo vecchio. Mi difende mio padre.

Emilio ebbe un diabolico sogghigno.

--Bella difesa, disse, un uomo che non sente e che non vede!

E il tristo fece un passo verso la donna. Questa si gettò dietro una tavola a farsene riparo.

--Come! esclamò. Oseresti?