La strega, ovvero, degli inganni de' demoni: dialogo
Chapter 6
ST. Noi entravamo di notte in casa dei nostri nimici, e talvolta degli amici, perchè ci si aprivano tutte le porte, e dormendo i padri e le madri, noi toglievamo i bambini, portandogli al fuoco, e quivi gli foravamo sotto l'ugnine con l'ago, e ponendovi le labbra a succhiare, ci empievamo la bocca di sangue, e di quello, parte se ne inghiottiva, e parte se ne votava in un bossolo per fare l'unguento da ungersi le natiche prima che andassimo al giuoco.
DIC. E perchè voi non credeste che queste fussino bugie e finzioni, e che andassino per le case, dove ammazzano i bambini con l'imaginazione e sognandosi, si sono trovati in fatto i fanciullini piangere e con le dita forate sotto l'ugna.
AP. Maravigliomi che non gridino quando si sentono pungere.
ST. S'addormentano in modo che non sentono; quando si destano poi piangon forte, e ne stanno male, e talora se ne muoiono.
AP. Perchè non muoion tutti?
ST. Gli curiamo noi altre, che sappiamo i rimedj, onde ce ne viene il guadagno.
AP. Chi v'ha insegnati i rimedj?
ST. I demonj.
AP. Non mi pare che abbia del verisimile.
FR. Al demonio non sono incognite le forze e le virtù delle erbe, le quali hanno ancora conosciute gli uomini; ed hai da sapere che già nel tempio di Esculapio erano scritte molte regole di medicina, le quali, si dice, che Ippocrate prese, e scrissele ne' suoi libri. Dicono similmente le storie molti rimedj, ed a' veleni ed alle ferite esser stati ritrovati per i sogni; e parimente leggiamo che quelli che desideravano fusse loro rivelato in sogno la medicina del lor male (come abbiamo detto di sopra) solevan dormire nel tempio di Pasife, e degli altri che erano tenuti per Dei.
AP. Che vi promettono questi vostri amadori, che speranze vi danno?
ST. Abbondanza di ricchezze e di piaceri, ne' quali continuamente ci troviamo.
AP. Hatti egli mai dato danari?
ST. Me ne dette già una volta alquanti che sparirono, eccetto pochi che mi rimaseno.
AP. O gran ricchezze! Che farebbeno eglino costoro se gli promettesse la ricchezza di Creso, ovvero quella di Alessandro molto maggiore, che fu portata da quaranta mila muli, se noi crediamo a Quinto Curzio, ovvero a Plutarco, che disse: con dieci mila muli e cinque mila cameli, basta che dia a questa feccia d'uomini tanti piaceri, quanti non ebbe mai nè Sardanapalo, nè Sandiride, nè Stratone?
DIC. Quelle erano cose umane, ancorchè brutte, ma queste sono ridicule e vane.
FR. Non le dire così vane, se ben tu l'hai chiamate finte e immaginarie.
DIC. Io certo stimo che elle siano in parte vere, cioè che l'essere loro sia qualcosa, ed in parte vane e senza fondamento nessuno; e massimamente quelle che son dette da qualcuni, della trasformazione de' buoi già mangiati, e poi risuscitati, distendendo la pelle riservata sopra l'ossa. Ma che siano portate qualche volta per aria, e che bene spesso mangino, bevano, prendano piaceri amorosi, questo non si ha al tutto da sprezzare come cosa falsa, e che repugni al vero. Potrei narrarvi molte cose affermate da testimoni d'autorità, s'io non temessi che voi vi chiamaste ingannati, perchè io volessi torvi il tempo concessovi d'udire la Strega.
AP. Serbalo di grazia a domane.
DIC. Il giorno di domane è già deputato per altre quistioni; ma se vorrete desinare meco, ancorchè noi siamo in villa, non ci mancherà da mangiare, ed aremo tempo di ragionare.
FR. Non è da ricusare il convito dell'amico, e tanto più degno, quanto che ci sarà manco da mangiare e più da ragionare.
AP. L'uno e l'altro mi piace; con l'uno si pasce il corpo, e con l'altro l'animo.
DIC. Domandate alla Strega di quello che più vi piace; io lascerò costui qui in mio scambio tanto che io torni, perocchè in tanto farò provvedere da mangiare.
AP. Avevi tu segno nessuno da chiamarlo quando tu eri nel circolo?
ST. Sì, uscendone, e chiamatolo due volte.
AP. Perchè non tre, o quattro?
ST. Non lo so, ma mi commetteva così: ed espressamente m'imponeva che io non lo chiamassi tre volte.
AP. Che dici tu di questo, Fronimo?
FR. Queste son convenzioni intese dai medesimi demonj, come sono, non pure queste che paiono chiare, ma quelle ancora che sono occulte, delle quali ha parlato il nostro Agustino e gli altri; ma io non credo già che sia alcuna cagione naturale in questo numero binario, nè penso che per questo abbia volsuto dimostrare il misterio della Diade di Mareta Caldeo, venuto ne' Platonici per mezzo di Pittagora, o fusse quel tale chiamato Zarete, all'usanza di Origene nel libro chiamato _Philosophumenon_, ovvero Zareta, il qual nome usa Plutarco Cheroneo nel dimostrare il maestro di Pittagora, interpretando una particella nel Timeo Dialogo, o veramente più tosto s'abbia a dire Zarada, citando Teodorito teologo (nel libro delle leggi) queste parole, cioè, leggi di Zarado; perchè a che proposito avea il demonio a filosofare di tal cosa con questa bestia? Ma io credo ben piuttosto che sotto tal numero ci fusse nascosto qualche inganno del falsissimo nimico; o veramente per non consentire ancora nel parlare alla santissima Trinità, che è Dio, ovvero per più discostarle dall'uso della nostra religione, o veramente più presto per qualche inganno che noi non sappiamo, insegnato a' Gentili sotto il numero pari, il quale volevano che fusse dedicato agli dei infernali, così come il numero impari agli dei del cielo.
AP. Questo mi piace. A te, Strega, parevati mai d'essere beffata dal tuo amatore?
STR. Mai.
AP. Oh, quando tu trovavi i danari essere spariti?
ST. In qualunque modo si fusse, non l'avvertivo, perocchè egli stesso ritornava, e mi rilegava di nuovo con molte carezze.
AP. Quando e' ti prometteva tante cose, e che fingeva essere guasto di te; che ti domandava egli?
ST. Niente altro, se non che io non credessi alla fede cristiana, nè vi avessi speranza nessuna; ma in quel cambio io onorassi lui, mio amatore, a lui m'inginocchiassi, e tenessilo per mio Dio.
FR. O pessimo spirito, veramente Satana, detto dagli Ebrei, avversario, da' Greci, diavolo, e dai Latini, calunniatore! Poteva pensare maggiore calunnia verso di Dio, che ingegnarsi con le sue parole, torgli la divinità; e attribuirla a sè stesso con tanta arroganza, e con tanta insolenza falsissimamente? Onde forse per questo amò il nome di demonio, o perchè dimostrasse scienza, ovvero timore. Ma il proprio suo è sempre di ordinare calunnie e fraude, e così ingannò il primo uomo sotto nome di Dei, onde si acquistò il nome di calunniatore, come afferma Giustino filosofo e martire.
AP. Ma in che modo eri tu conosciuta dalle altre cristiane?
ST. Non ci era differenza alcuna: io andavo alla chiesa; la quaresima mi confessavo dal sacerdote, e dicevogli tutti gli altri miei peccati, eccetto questo; m'accostavo all'altare a vedere l'ostia sacra, nè ci era differenza nessuna fra me e l'altre donne; nè questo mi vietava il mio amatore, solamente voleva che io dicessi certe parole piano, e che io facessi nascosamente certe cose, le quali facendo, non mi domandava altro.
AP. Dicci ogni cosa.
ST. I giorni delle feste, essendo io in chiesa (come s'usa), e cantando il sacerdote l'Evangelio, mi commetteva, che io dicessi da me stessa: non è vero, tu ne menti; e quando il sacerdote s'alzava l'ostia sacra sopra il capo, mi comandava che io non la guardassi, e che, mettendomi sotto le mani drieto, gli facessi a questo modo le fica (come io fo ora); di poi con istanza grandissima mi pregava, e con ogni sforzo m'imponeva che io non dicessi al sacerdote cosa nessuna de' nostri amori, e della nostra pratica, nè di quelle che appartenevano al giuoco. L'altre cose poi, dicessile io o no, non gli importava. Inoltre, quando io ero all'altare a farmi porre in bocca il sacratissimo corpo di Cristo, voleva che a poco a poco me lo cavassi, e mostrando di spurgarmi, lo convolgessi nel moccichino per portarlo al giuoco, per poterlo quivi sbeffare e schernire in quei modi che tu hai inteso. Portavo ancora due ostie meco cucite nella veste, mediante le quali mi diceva che io non confesserei cosa nessuna al giudice di quel che mi domandasse, dove che poi forzandomi il giudice, e minacciando di tormentarmi, quel maligno me le fece gittare in un vaso da fare mio agio postomi nella prigione, da quello che era sopra ciò.
AP. Ubbidistilo tu?
ST. Sì, che io l'ubbidii, misera me! e dirovvi una cosa molto orrenda, che avendole spezzate con una mazza, io vidi uscirne sangue.
FR. Andiamo (se ti piace) incontro a Dicasto che ritorna a noi.
AP. Mi piace.
DIC. Restaci altro?
FR. Siamo stomacati in modo, che non abbiamo bisogno di desinare.
DIC. Ritiriamoci un poco nell'orto, e spasseggiando forse ritroverete l'appetito; rimettasi lei in prigione.
AP. Non arei mai potuto credere che elle avesseno saputo trovare tante sceleranze. Io certo che prima arei facilmente perdonato a questa sorte d'uomini, stimando che il peccato loro non fusse altro che leggerezza, circa all'esser condotti in questi errori: e credevomi che le streghe fusseno ingannate, facendo parere loro quel che non è; e giurerei che elle sono sbeffate per tal via. Ma così come ho sempre mai creduto alla religione della verità cristiana, così non comporterei in modo alcuno che si perdonasse a sì empi malfattori.
DIC. S'io farò che si vegga che questo appartiene alla religione cristiana, e che io ti adduca tanti testimonj, che sarà forza che tu creda in quel giuoco esser molte cose, le quali veramente (come noi sogliamo dire, concedimi questa parola) realmente si fanno, penso che poi ostinatamente non farai resistenza.
AP. Insino a qui l'animo non s'inchina nè all'una, nè all'altra parte.
DIC. Dimmi (ti prego) hai tu veduto mai morto alcuno risuscitato?
AP. Non n'ho veduti.
DIC. Credi tu che i morti possino risuscitare?
FR. Non lo negherà, sendo questo cantato da' poeti, e scritto da' filosofi, e principalmente appresso di Platone, i morti essere risuscitati dagli inferi.
AP. Io non do fede in una cosa così grave e di tanta importanza nè a' poeti, nè a' filosofi; ma all'evangelio.
DIC. Io ti metterò innanzi esempj d'un'altra cosa, che non si contenga nella scrittura sacra. Credi tu che le navi possino uscire dalle Gadi, e dal porto d'Ulisbona, città del Portogallo, e ora (rivolte incontro a Zefiro) essere portate per due mila cinquecento miglia, o più, o meno, in un paese tanto grande che non si sappia quanto giri di circuito, e ora rispignendole Zefiro per il mare Atlantico possino venire nel golfo Indico?
AP. Questo crederò io.
DIC. A chi credi tu questo?
AP. A tanti mercatanti, che dicono aver fatto tal cammino sopra le larghe spalle del mare.
DIC. Hai tu mai parlato loro?
AP. Non mai certo, ma ho bene parlato a quelli che affermano averlo inteso da chi vi è navigato.
DIC. Non potrebbeno eglino ingannarti?
AP. Gli uomini da bene non si dilettono di bugie.
DIC. Se io ti produrrò testimonj quanti si siano quelli (e non manco da bene), che hanno confermato, e con giuramento, che le streghe sono portate al giuoco, e che i demonj sotto spezie di donne si sono sottomessi agli uomini, e sotto spezie di uomini hanno auto a fare con le donne: e quelli ancora che costretti con sagramento l'hanno confessato, non crederai tu?
FR. Egli sarebbe cosa d'uomo senza vergogna e protervo, se tu non cedessi.
AP. Per che cagione?
FR. Perchè quando molti si accordano insieme in concludere qualche cosa, e affermanla tutti per una voce, non pare verisimile, che alcuno di ragione possa contraddirgli, se già non fusse mosso per qualche ragione di tanta efficacia, che avesse possanza di mandare a terra l'opinione confermata dal comune parere, la qual ragione non credo già che tu abbia.
AP. Questo tuo sillogismo arebbe qualche vigore, se non s'applicasse alle cose che paiono sopra natura, ma a quelle che sogliono trattarsi nell'uso comune degli uomini; e però non repugnai alla navigazione dell'armata spagnuola, e repugno al giuoco di Diana.
FR. Molto più si potrebbe contraddire a quelli che narrano il viaggio degl'Indi, che a quelli che spongono il giuoco della notturna Ecate. Imperocchè quello non fu conosciuto dagli antichi in modo alcuno; solamente si trovorno certi segni, per li quali dicono che già non so che nave d'India venne al lito spagnuolo. Ora si naviga d'Europa in India, per il mare d'Etiopia, e sono già descritti i porti, ed i liti nelle carte da navigare. Oltra di questo, furno incognite agli antichi isole di maravigliosa grandezza, che oggi son trovate; e quella terra nuova si grande, trovata a' nostri giorni, della quale non ha parlato mai nessuno. Chè se i filosofi, che si sono imaginati più mondi, avesseno conosciuto che fusse _in rerum natura_, forse mossi da questo, con più ragione parrebbe che fusseno impazzati. Certo che di queste terre nuove non n'hanno parlato nè Strabone, nè Tolomeo, nè quelli che son tenuti fabulosi, e delle streghe se ne fa menzione chiaramente ne' libri degli antichi, e de' moderni.
AP. Io mi sento già già in un certo modo pender l'animo per piegare nella opinione tua. Ma io udirei volentieri i testimonj che Dicaste vuol produrre, e se alcuna altra ragione avesse fuor di quelle che ha dette.
FR. Il dubitare è segno d'animo incostante, e che pieghi ora in qua, ed ora in là. Imperocchè le cose che dicevamo innanzi, ti parevano, se non vere, almeno assai verisimili, di poi contrastavi, e parevati anco di ragione dover contrastare. Ora confessi che l'animo t'inclina a venire nel nostro parere. Per le quali cose io raccolgo la tua instabile opinione, se già non mi dessi ad intendere, che forse le abbia dette per ironia, sendo tu assuefatto a quello scherzare che usano i poeti, ovvero, pratico ne' dialoghi di Socrate, da' quali non si può cavare mai un certo che di fermo e stabile, ovvero si cava con gran difficultà.
AP. Io non fingo niente, nè giudico che mi bisogni teco usare ironia. Ma non vorrei in cosa di tanto pregiudizio temerariamente cedere. Mi pare molto meglio (pure che si faccia con modestia) andare dubitando, e scoprire or di qua e di là, or a te, or a Dicasto (quasi come una piaga al cirugico), la debolezza dell'ingegno mio, perchè (s'io mi ricordo bene) è stato detto da un grande uomo, che in simili cose, le quali pare che avanzino il comprendere nostro, si debbe ire passo passo, acciocchè, se facendocene noi beffe, non si dica subito che noi lo facciamo con fraude, o credendole al primo, non diamo nella rete, e nella superstizione delle vecchierelle. Se bene io sono stato ambiguo con l'animo, e che mi paresse cosa da dubitare, nondimeno non ho mai ostinatamente contraddetto.
FR. Se tu sei di questo parere, di volere in questo seguitare l'intelletto, e non la volontà, si può certamente sperare bene di te. Ma osserva sempre in ogni cosa dove sia pericolo, e in questa specialmente che noi disputiamo, che le passioni non precedino l'intelletto. Sono bene alcuni, che negli studj e nelle scienze guastano l'ordine, mandando prima quello che ha ire di poi; prima determinando con la volontà quel che sia la verità, che l'abbiano esaminato con il lume dell'intelletto.
AP. Io già desidero d'intendere quello che Dicasto abbia da dire in questa cosa, il qual veggo che ritorna a noi. Se vorrà mantenere le sue promesse, non possono essere se non cose eccellenti.
FR. Bisogna quietare la nostra fame, e poi si quieterà la tua sete, e il tuo desiderio.
DIC. Il desinare è apparecchiato un pezzo fa, e abbiamo fatto tardi col nostro disputare. Come noi aremo dato al corpo il suo bisogno per ristorarlo di quel che continuamente perde e consuma, entreremo nella disputa che ci resta.
III.
INTERLOCUTORI
APISTIO, DICASTE, FRONIMO e STREGA.
APISTIO
Poi che al tutto abbiamo rimosso la fame, siami lecito, Dicaste inquisitore, innanzi ogni altra cosa domandarti questo, che mi ha messo nell'animo, non uno scroparello, ma una lancia, se si concede che sia vero quello, che abbiamo udito da quella strega.
DIC. Siati lecito ciò che ti piace.
AP. Non mi satisfanno le cose che son dette da qualcuni, cioè che di questi mostruosi vizj che son comportati, se ne faccia giudizio in luoghi sotterranei, per il quale siano puniti coloro che sono immersi in queste sceleranze, essendo molto meglio il proibirle, che il permetterle per castigarle.
DIC. E meglio certo se tu riferisca questo a colui che ha commisso il peccato, dal quale sendosi astenuto aria fatto grande utile a sè stesso.
AP. Perchè cagione gli è permesso che lo commetta? Non pensiamo noi che divinamente sia dovuto essere, se divinamente sia stato vietato?
DIC. È vietato per la legge, non con operazione, che non possa farlo.
AP. Perchè egli è permessa quella operazione?
DIC. Perchè gli è posta nell'arbitrio libero dell'uomo.
AP. Non era egli meglio, che quello, che Dio aveva conosciuto essere per cascare in questa grandissima empietà, non fusse mai nato?
DIC. Era meglio certo, che fusse morto nel ventre di sua madre in quanto a lui, dovendo perseverare insino al fine della vita nella sceleranza.
AP. Pensi tu che a lui fusse stato meglio il non essere mai nato?
DIC. A chi eh?
AP. A esso.
DIC. È quistion frivola, imperocchè esso è niente. Sono in fra di loro tanti contrari, che l'uno distrugge l'altro, e quello che noi discorriamo non apporta ad esso niente di prospero o d'infelice.
AP. Per che conto adunque creò Dio con la sua somma bontà colui che conosceva essere dannato all'eterno tormento?
DIC. Per la stessa somma bontà sua.
AP. Come può stare questo?
DIC. Può stare in cotal guisa: acciocchè la infinita bontà di Dio non sia vinta dalla malizia umana. E questa sentenza dicono che rispose San Piero Apostolo a Simon Mago, che gli domandava una simil quistione, se gli è vero quello che ha lasciato scritto Clemente della disputa avuta in fra di loro. Parrebbe veramente che l'opera della infinita potenza avesse a mancare del benefizio di creare l'anima, per questa cagione che l'uomo sia per male usare questo tal benefizio. Aggiungi che se tu consideri a tutte le altre virtù mostrate da Dio al mondo, la giustizia si scopre in coloro che hanno voluto più presto fuggire, che seguitare i doni della bontà e della clemenza; nè per questo o si ammorza, o si diminuisce la misericordia, ponendosi secondo che ricerca il rigore della giustizia; e così di quella sceleranza, e di quei mali, ne nasce qual cosa, che è cavata da Dio stesso, predicato da Augustino per tanto buono, che non permetterebbe il venire del male, se non volesse cavare da quello qualche maggior bene; il che dagli uomini dotti spesse volte (se non sempre) è conosciuto riuscirne; ma non è già visto dal volgo. Bastiti queste poche cose per esempio. Il giusto Giosef fu venduto da' fratelli con grandissimo loro peccato. L'indotta moltitudine non cerca più oltre niente altro, ma gli uomini dotti e pieni d'animo pio, conoscono per cagione di così empie mercanzie, Giosef fatto re dell'Egitto, avere liberato dalla morte il padre, i fratelli; e tutta la famiglia; e di qui poi essere venuti molti e gran misterj celebrati da noi. Risplende la virtù e la gloria de' martiri per i tormenti e per le morti date loro dai tiranni. E finalmente, chè più, per la morte di Cristo si manifestò all'umana generazione l'eccessiva bontà di Dio, la redenzione dall'eterna morte, e la porta alla pietade aperta, e alla giustizia.
AP. Tu mi hai cavato quello scroparello che mi molestava: dichiara al presente s'egli s'ha a mettere fra le cose vere quella che abbiamo udito, seguitando quel che ne veniva, e mostrando questo giuoco essere storia, e non cosa finta e fabulosa, come promettesti di fare.
FR. Sei tu per ricevere ogni cosa per istoria?
AP. No, perchè quella samosatena è mera fabula, e nondimeno ella va attorno sotto nome di vera narrazione; ma sono anco molte cose così incerte, così doppie e varie in voce degli uomini, che paiono essere poco differenti dalla favola.
FR. Tu la discorri bene. Perchè siccome infra le tenebre delle favole, qualche volta riluce qualcosa di vero, così fra le narrazioni delle storie, che hanno infra di loro repugnanza, ne troverai forse una di vera: l'altre vacillando con falsità, sono da essere poste fra le favole. Imperocchè il vero non può contrastare al vero; dipoi, Dicaste, mi pare d'intendere quel che vuol dire Apistio.
DIC. Che cosa?
FR. Una storia approvata con molti testimonj, a petto a cui non se ne possa mettere un'altra di maggiore o di pari autorità.
AP. Tu hai espresso l'animo mio.
DIC. Vi prometto di mostrare che appartiene alla religione cristiana il credere che questo giuoco si faccia, e il procurare noi di estirparlo. Io vi addurrò molte storie che pure non saranno in fra di loro contrarie, ma massimamente concordi, e farovvi rimenare qui la strega. O guardia della prigione! va, menala qui subito. Costrignerolla ancora con sacramento che ella confessi il vero, di quelle cose che io vi addurrò; similmente molte n'abbiamo avute testificate da uomini costretti col sacramento, e scritte per memoria de' posteri, a confermazione della verità.
AP. Or di' via.
DIC. Io vi potrei rimettere a' libri, che trattano di questa cosa, composti con gran diligenza; ma ancora che questo fusse grato a Fronimo, che mostra per la disputa che ha fatta d'essere pratico in ogni sorte di scrittori, nondimeno non satisfarebbe ad Apistio, che pare che abbia attinte molte di quelle lettere che son più pulite, e che contraddica a tutti quei libri, che non sono eleganti e puliti.
AP. Biasimi tu forse, Dicaste, con questa tua figura retorica, L'eleganza del parlare nel verso, o nella prosa?
DIC. Niente.
AP. Pare pure che sogliano alcuni, i quali sapendo solamente lettere parigine, cioè scritte per quistioncelle (imperocchè ne ho già veduti a Parigi volumi scritti da gente di quivi, con stile elegante e buono) avere in odio l'orazione continuata acconciamente, distintamente e ornatamente composta.
DIC. Io sarò da essere messo nel numero di loro? che son certo così aver fatto Giovan Crisostomo, Basilio, tre Gregorj, e in greco Girolamo, Cipriano, Ambrosio, e altri Latini.
AP. Non scrisseno anco versi?
DIC. La più gran parte di loro scrisseno versi, acciocchè non si possa dire che a quei tempi non s'usasse quel modo di scrivere; imperocchè facevano resistenza anco in verso ai nimici della fede. Sono anco a' tempi nostri alcuni che con l'eloquenza più facilmente sono tirati a' nostri sacrifizj, la quale, pure che sia casta, non si può biasimare. Come non può anco biasimarsi un bene che sia eccellente fra gli uomini, confermato dalla ragione e dall'autorità degli antichi.
AP. Che libri son quelli, e in che tempo furon dati fuora?
DIC. Sono molti, dati fuora sessanta anni fa, e a tempi nostri uno.
AP. Chi sono gli autori?
DIC. Credo che siano stati Belgi, o Germani, ma di quello che ho detto all'ultimo sono due gli autori, tutti due Germani, i quali si sono ingegnati di battere le malfattrici con un martello, e con maggior forza, e più giustamente che non fe' Nicreonte Ciprio Anassagora Abderite.
AP. Con che stile son composti?
DIC. Con quello che volgarmente da' parigini è detto quistioncelle; ma per quanto patisce la cosa con molta sottigliezza, fondati come mi pare sulla verità e in su testimoni di santi uomini; nè questo pare a me solo, ma è parso anco a molti teologi. Il principio di quell'ultimo volume comincia dal Massimo Pontefice, il fine è approvato per l'autorità di Cesare. Abbiamo sentito lodare il libro pubblicamente nella Colonia Agrippina da quelli che fanno professione di sacra scrittura.
AP. Vorrei piuttosto che tu mi dicessi, o Dicaste, ciò che hanno a fare con la cosa nostra. O di quivi, o d'altrove che si venghino, dichiaramelo con parlare più manifesto. Imperocchè, sendo Fronimo qui presente alla disputa, così, come ha disputato molte altre cose, le quali non penso che si contenghino ne' libri, così forse non si sdegnerà d'aggiungere di molte cose, e parimente la Strega (che già s'appressa) forse ne accrescerà delle altre, fuor di quelle che ha dette, non comprese ancora in libro nessuno.