La strega, ovvero, degli inganni de' demoni: dialogo
Chapter 5
Dice Plinio che si soleva sacrificare il fegato dell'oca a Inaco Dio del fiume d'Argo; il qual uccello s'allegra dell'acqua, e d'Inachide si prova perchè si sa per la storia d'Erodoto, che i sacerdoti egizi erano soliti mangiar carne d'oca: e quivi con gran superstizione s'adorava Iside, che fu tenuta poi Diana: in oltre l'oca più astuta del cane (come disse colui) facilissimamente conturba molto il silenzio della notte, alla quale diceano Diana essere soprastante: e il demonio forse prese i piedi di quell'uccello a dinotare che così come quello è uccello vigilante, e quando le bisogna essere intenta a far la guardia, è senza sonno; così doversi ancora essere sollecito all'andare a quel giuoco, e quivi consumare tutta la notte dandosi buon tempo; ovvero perchè si dicesse, che una certa parte di quell'uccello incita le donne a lussuria. Potè similmente essere indizio di qualche amore più occulto e più crudele, trovandosi scritto l'oche aver desiderato con libidine altri fuor della loro spezie. È cosa nota appresso di Plinio di un fanciullo d'Argo chiamato Oleno, e di Glauco citaredo del re Tolomeo, de' quali si dice che le oche se n'erano innamorate. Dove io credo che Plinio errasse, perocchè Teofrasto nel suo libro degli amori dice, che il fanciullo si chiama per nome Anfiloco e non Oleno, ma Olenio era il nome della patria, nè quello è al tutto inconveniente, imperocchè i piedi dell'oca sono già stati avuti nelle delizie dei conviti, e per questo forse si può dire aver voluto dinotare che le vivande scelte della mensa di Diana eran da essere preposte non pure all'altre, ma ancora a quelle della mensa del sole d'Etiopia, dove non si legge che vi fusseno usati i piè dell'oca, i quali forse per paura Messalino Cotta infino a qui non gli ha messi in uso. Queste cose mi piaceno più che dire che l'oche abbiano a essere celebrate con nome di sapienza; per aver conversato ancora con Lachide filosofo nei bagni; perch'io crederò piuttosto che questa sorte di domestichezza sia simile a quella d'Aiace Locrense col dragone, e non fusse difforme da quella voce famigliare che Socrate sentiva sonarsi negli orecchi, ovvero da quella che pronosticava ad Agamennone e Menelao, e a Priamo, secondo che si legge nel poema intitolato delle pietre, che è attribuito ad Orfeo, nè è al tutto fuor di ragione il credere, che quei piedi voglino significar la prestezza del cammino, con la qual siano portate al giuoco, conciossiachè noi non leggiamo alcun altro uccello mai aver fatto tanto viaggio con i suoi piedi, quanto l'oche, che, come dice Plinio, vennero già da' Morini insino a Roma a piedi.
FR. Dimmi un poco tu: mostravatisi egli mai con altri piedi che d'oca, quando veniva a te?
ST. Mai con altri.
AP. Come vi veniva?
ST. E chiamandolo io, e spesso da per sè.
AP. Sempre in forma umana?
STR. Sempre quando veniva per dormir meco.
AP. Oh che! dormire con una vecchia grinza!
ST. Ohimè, ohimè Dio!
AP. Di che hai tu paura?
ST. Vedete, vedete.
DIC. Dove?
ST. Al muro.
DIC. In che forma?
ST. Di passera.
DIC. Ora si mostra in forma d'uccello lussuriosissimo, non si discostando dal parlare di questa donna. Voi avanzate con la lussuria ogni mostruosa libidine.
AP. Maravigliomi che nessuno altro, eccetto costei, vegga questa passera.
DIC. Certo che nissuno non la vede.
AP. Cosa invero maravigliosa.
FR. Per che cagione ti maravigli, non ti facendo maraviglia dell'anello di quel pastore di Lidia, detto Gigi, celebrato e da Platone e da Cicerone?
DIC. Avviene non pure nelle vane apparizioni de' demonj iniqui e maligni, ma ancora ne' prodigi divini, che quelle cose, che si fanno palesemente, talora non sien viste se non da pochi; e per tacere le altre cose, quel lume che stava sopra il capo di san Martino, del qual disputa Severo Sulpizio, fu visto da pochissime persone. E quello splendore che apparse a sant'Ambrogio, mentre che scriveva, fu visto solamente da Paulino; ma perchè questa presente imagine del demonio sia vista solamente dalla Strega, io ne darò la cagione all'amicizia che ha con esso lui, per la quale si fa, che non solamente gli occhi, ma ancora la potenza imaginativa, per un certo abito s'indirizzi nell'amato. Tre dì fa ci raccontò avere visto il suo amatore ravvolto in giro a guisa di serpe.
FR. Così anco si mostrava appresso dei gentili, e in forma d'uccello ed in forma di serpe; però che tu hai letto che, domandando Alessandro la guida del cammino all'oracolo Ammone, gli dette i corvi.
AP. È vero, e se io mi ricordo bene, gli dette anco i dragoni.
FR. Dubiti tu forse che quelli non fusseno demonj sotto spezie di corvo? Così quegli altri due, che racconta Aristotile fra le cose maravigliose, esser stati in Caria intorno al tempio di Giove. Che bisogna che tu ti maravigli, avendo letto appresso di Plinio che l'anima d'Ermolino Clazomenio andava vagando fuor del corpo, e quella figura di corvo che era solita partirsi dalla bocca d'Aristeo Proconesio, la quale dicevano essere la sua anima, non era veduta da tutti gli uomini, ma da qualcuno, e molto meno ancora ti maraviglieresti, se tu sapessi quel che fu detto da Aristotile, e confermato da altri di quell'uomo tasio.
AP. Dicci di grazia, quel che si dica che gli avvenisse.
FR. Dicono essere stata vista da lui medesimo l'anima sua mentre che moriva stargli innanzi, la quale non viddeno gli altri uomini.
AP. Si può dunque credere senza biasimo (come dicono), che si vegghino qualche volta spiriti buoni e cattivi senza corpo da quelli che stanno per morire, i quali non sian visti da altri?
FR. Perchè no? Avendolo creduto tanti uomini famosi, e scrittolo ancora agli altri?
AP. Ètti passato via la paura?
ST. Sì, e per i vostri ragionamenti, e per la presenza vostra.
AP. Hai tu però tanta paura del tuo amatore?
ST. Fu già tempo che non n'avea paura, ma da poi che sono in prigione, e che contra la voglia sua ho rivelati i nostri amori, mi spaventa fuor di modo, stando talora all'usciuolo della prigione, ed a quella finestra piccola mi dice villania, e promette d'aiutarmi, se io sto ostinata a non confessare.
AP. Quando tu andavi al giuoco, non ti faceva egli mai niente paura?
ST. Niente certo.
AP. Andavi tu ogni dì, o pure in certi tempi?
ST. La seconda notte dopo il sabato, che oggi è il quarto, cominciandosi da quello.
AP. Andavi tu mai di giorno al giuoco?
ST. Mai.
FR. Di qui puoi conoscere ancora le reliquie dell'antica superstizione, se ti ricorderai:
Su i notturni canton delle cittadi Ecate aver gridato.
Che altrimenti si chiamò Diana e Luna, alla quale (come dice Pindaro) solevano sacrificare le donne, con ciò sia cosa che i maschi non ricorressino da lei, se non nelle cose dell'amore. La notte era dedicata a simil preghi, e finivansi come finiva il giorno. Onde è quel verso:
Cacciommi coi cavai l'iniquo giorno.
AP. Vi è forse sotto qualche senso più nascosto.
FR. Che?
AP. Quello di che fece menzione Menandro.
DIC. Ognun di voi dice bene, secondo la scienza umana; ma io, secondo la divina, vi addurrò l'oracolo perfetto, non alcuno di quei vani d'Apolline, ma quello che venne dalla verità, e da Dio stesso.
AP. Dillo.
DIC. Colui, che fa male, ha in odio la luce.
FR. Certo sì, che cotesto è verissimo: ma tu, o buona Strega, perchè non ti trovavi tu ancora l'altre notti nelle danze di Diana, ovvero della Erodiade, o di quella che tu chiami la Signora? o, per parlare più chiaro, perchè non ti ritrovavi tu, ovvero non pareva di ritrovarte in questa illusione del demonio l'altre notti? perchè io so certo, secondo la fede nostra, Diana non essere dea, nè la Erodiade, nè anco gli spiriti immondi essere signori dell'uomo.
ST. Non lo so.
AP. Preparàviti tu per l'andare, o pure aspettavi lui che venisse per te?
ST. Io facevo un circolo, ed untami, montavo a cavallo sopra un sgabello; di poi ero levata in alto, e portata per aria al giuoco; qualche volta calpestavo l'ostia sacrata nel circolo, e subito giungeva Lodovico, del quale io me ne servivo a mio piacimento.
AP. Che unguento era quello?
ST. Fatto per la maggior parte di sangue di bambini.
AP. Che ti ungevi tu?
ST. Eh! mi vergogno a dirlo.
AP. O meretrice sfacciatissima de' demonj! si vergogna a dire quello che non si vergogna a fare.
ST. Parvi maraviglia?
AP. Manda fuora il veleno: che ungevi tu?
ST. Le parti che io uso per sedere.
AP. O tu l'hai detto onestamente; ma io vorrei sapere quanto tempo tu mettevi dal partirti di casa all'arrivare al giuoco.
ST. Poco.
AP. Quanto era quel poco?
ST. Manco d'una mezz'ora.
AP. Quanto andavi alta da terra, quando eri portata?
ST. All'altezza d'una giusta torre.
AP. Ora io vorrei particolarmente sapere ciò che si faceva nel giuoco, e non ti sia grave, buona Strega (se vuoi ch'io ti aiuti) il dirci tutte quelle cose che si facevano quivi, come se mi avessi a rappresentare detto giuoco.
ST. Quando noi eravamo giunte al fiume Giordano.
AP. Al Giordano? che è quel che io odo?
FR. Questo viaggio fatto in sì poco tempo insino al fiume Giordano credo che sia una bugia del demonio. Imperocchè per ingannare anco le donnicciole, le tien legate più forte, trovando nomi di luoghi magnifici: perciocchè non si può concedere che in spazio d'una mezz'ora un corpo umano d'Italia possa essere portato in Asia. Ma forse Satan ha dato colore alla cosa di qui, perchè già abitavano quivi l'Erodiadi. Mi meraviglio bene che non dia loro ad intendere, che elle vadino in Scizia all'altare di Diana, il che forse l'arebbe fatto, se quel nome di Scizia fusse stato a quelle donnicciuole così famigliare, come quello del Giordano, il quale è conosciuto da tutti quelli che nelle chiese hanno sentito recitare il Vangelio. Ma quella tal bestialità, non sacra, ma sacrilega, non molto conveniente a giuoco, ma più tosto a morte crudele, forse che le conduce a qualche fiume vicino: benchè alcune dicono non essere portate all'acqua, ma a certe sommità di monti.
DIC. A me non pare cosa impossibile, che siano portate al Giordano, almanco in spazio di dieci ore, come dicono quasi tutte le streghe.
FR. Tu pensi adunque, che in sì poco tempo faccino tanto viaggio, quanto è da questa nostra patria alla Siria ed alla Fenicia?
DIC. Può bene il demonio muovere i corpi a suo piacere.
FR. Sì, ma non seguita che gli possa muovere in sì poco tempo: o portandogli sopra le terra verso la Schiavonia e verso la Tracia a man sinistra, ovvero dalla destra per l'Africa, ovvero passando a diritto il mare Ionio, l'Egeo sopra Corfù, e sopra la Morea, sopra le Ciclade, che guardano Rodo e Cipro, si posino alla riva del fiume Giordano.
DIC. Perchè non può egli essere questo?
FR. Perchè non vogliono i tuoi dottori.
DIC. Per che causa non vogliono?
FR. Perchè dice san Tomaso non potere il demonio muovere tutta la terra, repugnando a ciò la natura, la qual vieta che si disordini e che si guasti l'ordine intero delle cose, e degli elementi. Imperocchè ripugna alla natura del corpo umano l'essere portato con tal velocità, la qual natura sia insieme cagione di conservarlo e d'ammazzarlo. Perocchè elle vivono, dove che sarebbe necessario che morisseno, conciossiachè l'impeto dell'aria, non mutato della natura sua, darebbe grande impedimento: se si rarificasse, facilmente si risolverebbe in fuoco; se si condensasse per il grande impeto della velocità, impedirebbe il corso; che se tu t'imaginassi che tutto l'aere si muovesse in quel modo che Aristotile s'imaginò che si muovesse il cielo, allora anco si leverebbeno contro di te, e Giovan Grammatico appresso de' Greci, e Scoto appresso de' suoi: subito opponendoti la intrinseca natura della quantità, per la quale il corpo, per quel grandissimo spazio, dove non è niente d'aria, bisogna che muova una parte di sè stesso dopo l'altra. E così, di qui insino in Asia, levato ogni impedimento ed ogni resistenza d'aria, ci si consumerebbe molto più tempo che non dicono.
AP. Vi prego, di grazia, che serbiate a disputare queste sottigliezze a un altro dì. Seguita a narrare il vostro giuoco.
ST. Quando noi siamo poi giunte quivi, veggiamo di subito la Signora a sedere col suo amatore.
AP. Chi è quello?
ST. Non lo so, ma ben so io questo, che egli è uno bello, e vestito di veste d'oro.
AP. Seguita.
ST. Quivi noi offeriamo l'ostie sacrate alla Signora, e quella, accettandole con animo grato e volto allegro, le fa posare sopra uno sgabello, e montarvi su co' piedi ed orinarvi sopra?
AP. Chi ti dava queste ostie per portare al giuoco?
ST. Bornio sacerdote, nato in questa terra.
DIC. Uomo scelleratissimo e peggiore di quanti siano già mai stati conosciuti, o da me, o da altri in questo mondo! Dandomi già costui nelle mani, io lo giudicai degno d'essere digradato e posto in mano della giustizia, la quale subito gli dette quel supplizio che meritava secondo le leggi.
AP. Seguita pure il tuo parlare.
ST. Vi mangiamo, vi beviamo, vi pigliamo amorosi piaceri; che volete più?
AP. Voglio che tu lo dica a parte a parte, che mangiate voi?
ST. Carne ed altre cose che si sogliono cercare per mangiare.
AP. Donde l'avete?
ST. Ammazziamo de' buoi, ma risuscitano.
AP. Di chi sono questi buoi?
ST. Di quelli che noi abbiamo in odio; e caviamo ancora il vino delle botti per bercelo. Dipoi ciascheduna donna si chiama il suo demonio per cavarsi ognuna di noi la lussuria, ed ognuno di quegli uomini, ovvero demonj si caccia sotto la sua amica.
DIC. De' buoi pare che siano cose da beffe.
FR. Sono simili a quelle favole di colui.
AP. A quale?
FR. Cioè, le pelli e le carni de' buoi, che vanno serpendo e mugghiano.
AP. Simili certo; imperocchè, che differenza è a dire che la pelle de' buoi vada, e le carni mezze cotte mugghino, da quest'altra illusione che la pelle ravvolta del bue già mangiato si rizzi in piedi?
FR. Con una tal maraviglia credetteno gli Argivi che la nave di faggio degli Argonauti avesse parlato, e 'l cavallo d'Achille indovinato; perciocchè crediam noi che chi concede che Xanto, cavallo d'Achille, parlasse, non sia per concedere ancora, il cavallo Pegaseo, o Dedalo, o veramente quello,
Che riportando a' suoi la spoglia opima Del fier libico mostro ad ali tese Per l'aere già schernendo ogni alta cima.
AP. Se tu concedi queste cose, perchè ti fai beffe del volare delle streghe? Leggendo tu pure anco quell'altro,
Perseo tirar le penne di Parrasio.
FR. Io non me ne fo beffe, se tu pensi che tal cose sian fatte per arte de' demonj, ma sì bene, se tu credessi che si facesseno o per aiuto, o per ingegno umano, ne penso io che sia cosa mostruosa e 'l fingere le penne da volare all'uomo, o al cavallo, e la lingua insieme accomodatagli da parlare; conciossiachè, esprimendo molti uccelli senza maraviglia nessuna distintamente le parole che hanno imparate, quanto più facilmente si potrà sciorre la lingua d'un cavallo a parlare per virtù di spirito, o cattivo o buono che sia?
AP. Tu dici che cotesto si può fare?
FR. Perchè no? Essendo la natura uguale.
AP. Puoilo tu provare per esempio?
FR. Sì, con uno posto delle sacre lettere. Dicendo l'asina d'Ariobalaa avere parlato, che secondo i Teologi fu fatto con aiuto dell'Angelo, e conciossiachè non sapesse ella quello che si dicesse, nondimeno la lingua era fatta dire quello che era utile allo esercito degli Ebrei, ed a ciò gli era guida lo spirito buono. Nondimeno dirò quello che raccontino le storie de' Gentili dell'avere parlato i buoi.
AP. Noi sappiamo che i demonj non hanno nè ossa nè carne: come mangiano, e come usano con le donne?
ST. Sono simili alla carne ed all'ossa quelle parti ripiene da loro, e sono più grosse che quelle degli uomini.
AP. Potrestile tu rassimigliare a qualche cosa, che noi intendessimo come son fatti quei membri?
ST. Io non so, eccetto che son più grossi di quegli degli uomini, e più morvidi che non è una brancata di stoppa: e quasi sono simili alla bambace.
AP. La stoppa, intendo, Fronimo, ma la bambace no.
FR. Credo che voglia intendere della lanugine xilina, cioè della bambace nostra.
ST. Io voglio intendere di quella materia, della quale si sogliono empiere le coperte da letto.
AP. Io ho inteso: seguita.
ST. Come s'era sfogata bene la lussuria, noi eravamo riportate a casa.
AP. E quivi venivati egli mai a vedere?
ST. Spesso, e qualche volta ancora m'accompagnava quando io andavo, o tornavo dal mercato, e ricordomi che essendo una sera uscita della città a buio per andarmene a casa, tre volte usammo insieme inanzi che noi vi fussimo.
AP. La tua casa quanto è ella discosto dalla città?
ST. Intorno a un miglio.
AP. E perciò ha preso l'immagine d'una passera; ma io non mi posso imaginare quel che voglia dire questi abbracciamenti.
FR. Per contentare queste lupe, se si contentano però, dicendosi che elle si straccano, ma non già si saziano.
AP. Nè mi posso anco arrecare nella fantasia donde costoro possino pigliare piacere.
DIC. Dicono avercene tanto, che affermano non essere in terra un altro simile; e questo penso io che possa avvenire per più cagioni, e prima per la grandissima bellezza e grazia del viso che pigliano quelli spiriti maligni, di poi per la grandezza straordinaria de' membri, perchè con quella allettano gli occhi, e con questa gli riempiono le parti più occulte; inoltre fingono d'essere molto innamorati di loro, il che è carissimo sopra tutte l'altre cose alle misere donnicciuole. Possono ancora muovere drento qualche cosa, onde elle piglino più diletto che non fanno con gli uomini. Il simile credo che avvenga a quegli uomini, che usano i demonj per donne: conciossiachè quello sceleratissimo sacerdote (di cui dicevo poco fa) disse che pigliava molto maggior piacere del dormire con quel demone che si faceva chiamare Armellina, che con quante altre donne egli avesse mai avuto a fare. E perchè voi non pensassi che avesse avuta la pratica di poche, egli ebbe a fare insin con la propria sorella, e dicevasi, che n'aveva avuto un figliuolo. Come si fusse, questo so io che era in sul processo. Ed era tanto accecato quel povero uomo nell'amore d'Armellina, che bene spesso, andando in piazza, ella gli faceva compagnia, non la vedendo nissun altro, e per comandamento di lei, i bambini che gli erano portati alla chiesa per battezzare, ne gli rimandava a casa come erano venuti, ed alzava l'ostia non consacrata al popolo, fingendo coi gesti, e con le parole di sacrarla, per nascondere la sua iniquità; e se talora la consacrava, rivolti per dispregio i piedi all'insù, di quella figura immaculata, che vi si suol fare drento, l'alzava in alto, e riponevala per dare alle streghe, che la portasseno al giuoco. Quello amore demoniaco, era causa di tante sceleranze. Un altro pure in quel medesimo furore così bestialmente ama Florina (che così dice chiamarsi), che mi ha detto più volte (mentre che io l'esaminavo), volere innanzi morire, che lassare quella bellissima donna, di cui ha già tenuto la pratica quarant'anni. Ed è di modo impazzato, che non crede che sia altro Dio. Questo tale si serba ancora in prigione, se volesse per sorte pentirsi; ma perchè non crediate che costoro, che sono presi da tale amore, faccino solamente contro alla religione, sprezzino Dio, negandolo, ed abbandonando la fede, della quale avevan fatto professione insino allora, sappiate che fanno ancora contro alla repubblica, tolgono la roba d'altrui, macchiano ed infettano ogni cosa, e con i loro malefizj s'immergono al tutto, e si tuffano negli adulterj e negli stupri, ammazzano i bambini, e beonsi il sangue loro, provocano tempeste crudelissime, guastano i campi con tanta ruina di grandine, che quegli, che anticamente incantavano le biade, paiono essere stati manco nocivi; contra i quali fu fatta la legge, e posta poi nelle dodici tavole.
AP. Adunque ci fanno danno, non pure ne' beni di fuora che partorisce la terra, ma in quelli ancora che vengono dal cielo, e dall'aria che abbiamo intorno?
DIC. Domandane lei.
AP. Hai tu mai fatto venire tuoni?
ST. Eh, bene spesso.
AP. Hai nociuto alle biade con la grandine?
ST. Più volte.
AP. Con che cerimonie?
ST. Facevamo il circolo, e di subito veniva quivi Lodovico, non in forma d'uomo, ma di fuoco, e in un istante cadevano tuoni, saette e grandini sopra quei campi particolarmente che io volevo guastare.
AP. A che fine facevi tu questa ruina?
ST. Per odio, non per benevolenza.
FR. Io ho letto già luoghi di poeti, dove pare che i demonj facciano quasi strepito, nei versi stessi, come quando quella incantatrice, ovvero l'ingegnoso poeta in persona di lei, gli chiamava sotto nome di Dei, in questa guisa:
Con l'aiuto de' quai stupir le rive Fo mentre i fiumi alle lor fonti invio, Le cose fisse muovo, e fermo al mio Canto le mosse, a cui null'altro arrive. E 'l mar travaglio, e 'l cielo, Or pien d'umido velo Rendo, or le nubi scaccio, Or i venti, or lo scaldo, ora l'agghiaccio.
Ma questa nostra Strega, più potente che Medea, ha provocata la grandine, e spintala nelle biade. Tirano ancora le menti degli uomini nella malia con quelle lusinghe che elle ingannano il senso. Imperocchè disse quel poeta:
Arseno in fiamme illecite i severi E duri vecchi, e non operan tanto Le nocive bevande, e figli amati Tolti al parto vicin, sugosi e pieni, Quanto i chiusi veleni, Negli animi impiagati Sol per virtù d'incanto;
e questo l'abbiam visto in un certo modo rinovato nella terra nostra. Quel sacerdote di settant'anni, che noi abbruciammo con le medesime fascine, sopra le quali andava a trovare la succuba, lo faceva. Un altro che n'avea passati settantacinque, e un altro ottanta, che si trovavano otto volte il mese nel medesimo giuoco insieme. E così per più testimoni si è trovato che non una strega, o due, o tre, ma molte, nè tre, o quattro uomini, ma più, sono stati quelli che hanno avuto affare con i demonj succubi. Riferiscono eglino stessi, che sono da due mila uomini quelli che frequentano il giuoco.
AP. Gli antichi hanno solamente celebrate tre o quattro maghe famose: la maggior parte poi furono dette Medee, e molte anco Canidie, e ai tempi nostri non è stata una sola Erittona.
FR. Ti maravigli che siano state secento Medee, avendo tu pure per cosa certa (senza maraviglia nissuna), ch'in una città sola si trovino da dodici mila Circe; imperocchè si tenevano per sorelle.
AP. Io t'ho inteso, e non bisogna cercare il senso dello enigma per luoghi occulti, o per ambage.
FR. Per questo penso che sia fatto con gran provvidenza a dì nostri, ne' quali pare che ogni cosa vada di male in peggio, che il grandissimo Dio abbia volsuto in più modi confermare la fede negli animi de' fedeli, per allargare in tutti i versi la religione.
AP. Con che modi?
FR. Principalmente con tre: col successo delle cose dette, con i miracoli fatti per virtù divina, e con lo scoprire la scelleranza di così enorme errore. Però che noi troviamo essere venute guerre, fame, pestilenza; appunto come erano state divinamente annunziate tanti anni prima. Laonde quelli che fusseno stati senza fede, avesseno facilmente a sospettare tal cose essere fatte, o per sorte, o per destino, acciocchè fussino oppressi dalla grandezza della calamità, se per viva forza la fede non si mantenesse, risvegliata di nuovo in questa terra per tanti miracoli fatti dalla Vergine Madre di Dio, i quali siccome per loro stessi confermano la fede cristiana, così per accidente la corrobora ancora quello che confessano le streghe, per mezzo del quale conosciamo (per il gran numero de' testimonj, così a uomini come di donne) i demonj maligni essere nimici alla verità cristiana, la quale, quanto più si sforzano disperdere e offuscare, tanto più si viene ad innalzare e risplendere in tutti i modi.
AP. Tu hai ridotto benissimo ogni cosa, ma, o buona Strega, hai morti ancora tu dei fanciulli?
ST. Assai.
AP. Col coltello, o col bastone?
ST. Con l'ago, e con le labbra.
AP. In che modo?