La sorte

Part 11

Chapter 113,738 wordsPublic domain

— Comarina, che cosa avete oggi, da esser più bella del solito?

— Davvero? — domandò la Nunziata ridendo e mostrando i denti bianchi fra le labbra di ciliege fresche.

— Io vi dico che siete più bella del sole e della luna, ed io vi voglio bene assai!...

La Nunziata rideva meglio che mai nel vedere il verso che faceva Concetto, cogli occhi strabuzzati e il collo teso. Lui le palpava la veste e voleva passarle una mano dietro la schiena.

— Cheto, o vi do un pugno — disse lei, facendosi brutta.

— Eh, me ne vado... Avete paura che vi sciupi?..

E s'alzò, facendo quattro passi per la stanza, perchè soffocava. La Nunziata faceva andar sempre la macchina, col petto sul tavolino e le anche che parevano nude sotto la veste, dal gran spingere. Concetto le si avvicinò nuovamente di dietro e tenendola stretta perchè non si muovesse, le mangiò la nuca a baci.

— Non volete finirla?..

In piedi tutt'e due, tenendosi per le braccia, andavano spingendosi e urtandosi, qua e là per la stanza.

— Andate via, malcreato!..

— Comarina, io voglio baciare quegli occhi ladri...

Dietro lo scaffale un monte di stracci li fece incespicare, e nel cadere Nunziata mostrò la calza azzurra e la carne nuda sopra il ginocchio. Concetto le si buttò addosso. Allora lei si mise a gridare:

— Ah!..

E tosto, dall'alto della scala, in maniche di camicia e mutande, comparve don Antonino, che cominciò a bestemmiare:

— Santo e santissimo non so chi! così usi con le ragazze onorate? O dove ti credi, pezzo di carnevalone? Neanche se fosse tua moglie!...

Concetto fu preso all'amo e così venne conchiuso il matrimonio, ma pigliarono sei mesi di tempo perchè lui mettesse bottega e si completasse il corredo della ragazza.

Donna Michela, vedendo l'ostinazione del figliuolo, prese con sè le sue robe, e piangendo e lacrimando andò a starsene con la comare Lucia:

— Io non voglio assistere a quella vergogna, neanche morta!

La comare Lucia andava di tanto in tanto a trovar Concetto, per tentare di fargli intender ragione:

— Fatelo almeno per amore di quella santa donna!.. Se v'ostinate in questa pazzia, vostra madre se ne tornerà al suo paese, e non è giusto che la poveretta resti sola e senz'aiuto, alla sua età.

— Io non so che farci; quando s'ha la testa dura!..

Don Antonino lo aizzava contro la madre, affinchè i denari di lui continuassero a passare nelle proprie mani. Era una vera cuccagna, meglio del marchesato, e perfino i materassi, che doveva portarli la sposa, furono comprati da Concetto; ma il suocero diceva che avrebbe restituito tutto in una volta, con tanto di più, insieme con la dote.

— Lo sai che la Nunziata è di sangue signorile? E la marchesa mia cognata si ricorderà di lei! Se il vero testamento di mio fratello non fosse stato sottratto, a quest'ora ti avrei già dato quattrocento onze contanti!

Nel frattempo tutto quello che Concetto aveva messo da parte sfumava via, e di aprir bottega non se ne potè parlare.

— Se lavorerai, sarà per l'anno venturo — diceva don Antonino, per consolarlo.

Ma Concetto non se ne curava, perchè la Nunziata gli aveva fatto girare il capo, e non gli pareva l'ora che fosse sua moglie.

Finalmente spuntò il giorno sospirato, e nella sartoria ci fu una grande confusione, con gli invitati arrivati troppo presto, mentre la Nunziata era ancora tra le mani della pettinatrice.

Don Antonino aveva fatto le cose a dovere, ordinando un bel trattamento, e si era vestito di nero, con la cravatta bianca e le scarpe verniciate.

— Un vero marchese, non c'è storie! — diceva il cocchiere.

Per questo egli montò in collera quando spuntò quel baccalà di Concetto, zoppicando, con una cravatta color cannella e il soprabito sopra la noce del collo, perchè sarto e calzolaio gli avevano sbagliato ogni cosa.

— O malanova! È questo il modo di andare a sposarsi?

La Nunziata, quando fu pronta, scese nella bottega tenendosi la coda della veste bianca, con la ghirlanda di zàgara fra i capelli e tutto l'oro della mamma al collo, alle mani ed alle orecchie.

Come vennero le carrozze, don Antonino dette il segnale della partenza, con la voce grossa e gli occhi che gli pizzicavano. Donna Mena si buttò in braccio alla figliuola, scoppiando a piangere; ma Nunziata la tenne discosta con le mani avanti, perchè non le sciupasse l'abito.

— Via, con l'aiuto di Dio!

Fuori, le comari si affacciavano dagli usci e dalle finestre, ammiccando e ridendo, e i monelli e i passanti si fermavano a guardar lo sposalizio: le donne con le vesti larghe, azzurre, gialle o verdi, coi veli e i fiori in testa appuntati cogli spilloni di tartaruga, e i pendenti lunghi così; gli uomini con le mani aperte nei guanti chiari e i colli tesi fra i solini.

Le carrozze partirono al trotto, scoperte, facendo voltar la gente per le vie, fino al Municipio, dove non si poteva entrare perchè c'era un altro sposalizio di signori e il cortile, dai tanti cavalli, pareva una fiera.

— A noi, largo! — ordinava don Antonino, con voce alta; ma i sergenti di città con lo sciabolone lo fecero stare a posto.

Come Dio volle, toccò a loro e lo sposalizio si dispose intorno alla tavola, Concetto e Nunziata in mezzo, che non sapevano dove tener le mani. L'assessore, che aveva premura, li spicciò in due parole; così, in meno che si dice, Concetto e Nunziata furono marito e moglie.

Ma come lo sposo stava per risalire in carrozza, si sentì tirare per la falda del soprabito dalla comare Lucia:

— Scellerato!.. Vostra madre è in fin di vita, al paese, e se volete vederla...

Concetto si turbò:

— Questa notizia ora non ci voleva!

— Non avete altre novità da portare? — disse don Antonino. — Malanova a voi!..

— A me? — rispose la comare Lucia tirandosi il fazzoletto sulla fronte, mentre lo sposalizio partiva. — Il Signore glie la mandi buona, a cotesto ragazzo; che queste son corna raccolte a posta per mettersele in testa.

RIVOLTA.

Giunto dinanzi all'_Albergo Bella Firenze_, il portalettere in giro per la prima distribuzione, col bavero del cappotto rialzato e il berretto sugli occhi, si fermò a cercare nel suo fascio.

— Questa è per Filippo Mordina.

Don Ciccio, il portinaio, appoggiato con la pipa in bocca contro l'orario delle ferrovie che tappezzava i muri del piccolo vestibolo, insieme coi cartelloni della Navigazione generale e delle macchine Singer, chiese:

— Non c'è altro?

— Nient'altro.

Giù per la scaletta angusta e ripida s'intese uno sbattere di zoccoli e donna Vincenza, la fantesca, comparve tenendo un corbello d'immondizie.

— Questa lettera per Mordina, numero 7, di sopra.

— Vengo subito.

Donna Vincenza andò a vuotare il corbello all'angolo della via, sotto gli aghi di pioggia che cominciavano a fendere silenziosamente l'aria buia.

— Che tempo scellerato!

Il portinaio levò gli occhi, da una parte e dall'altra, e disse, pipando:

— Scirocco a levante.

Di sopra, la padrona chiamò:

— Vincenza... Vincenza...

— Vengo, mi dia tempo — rispose la fantesca, lasciando la lettera sulla tavola dov'era schierata la batteria dei lumi.

La padrona, col petto mezzo nudo, cercava inutilmente di quietare il suo bambino che rifiutava il seno, gettando strida rauche, col viso congestionato.

— Guarda quest'innocente; che avrà mai?

— Indigestione, non è niente. Senta che stomachino!

— Dammi quella chicchera.

Ma il bambino si mise a strillare più forte, col mento gocciolante, rovesciando la chicchera con una gomitata.

— Io vorrei il medico. Saverio dov'è andato?

— Ha lasciato detto che non verrà prima di mezzogiorno. Vuole altro da me? Vado a preparare i lumi.

Vedendo la lettera sulla tavola, donna Vincenza disse, parlando tra sè:

— Me n'ero dimenticata!

La prese, salì al piano superiore facendo sbattere i suoi zoccoli e andò a bussare al numero 7. Nessuno rispose.

Bussò più forte. Il silenzio nella camera era profondo. Col pugno, col piede, tornò a picchiare, a scuotere la porta, gridando: «Ehi, di casa!...» Niente.

Dal numero 6, comparve il padre Miniscalco di Scordia, arrivato il giorno prima, con un rasoio in mano e una guancia insaponata.

— Che cos'è questo fracasso?

— Picchio da un'ora, qui a fianco, e non risponde nessuno.

— Sarà fuori.

— No. — E donna Vincenza provò a girare la maniglia. — Se dico vero: è chiuso di dentro!

Il prete s'avvicinò, curvò la lunga persona per guardare dal buco della serratura, e trinciò l'aria col rasoio, gridando:

— Qui c'è uno assassinato!

— Che?... Come?... Che diceste?

Donna Vincenza attaccò l'occhio al buco, e si tirò subitamente indietro.

— Bella Madre! — gridò, stendendo le braccia con le mani aperte. Poi scappò a precipizio, giù dalla padrona.

— Signora!... Signora!... — e non trovava il fiato. — Il numero sette!... buttato per terra, in mezzo al sangue!... Picchiavo da un'ora, e non rispondeva... Con questi occhi, l'ho visto, dietro il buco della serratura!...

La padrona, pallida come una morta, col bambino che le si aggrappava al collo, spaventato, la prese per un braccio, scuotendola:

— Che mai dici? Che è stato?...

— Gli portavo la lettera, signora... la lettera che m'aveva dato don Ciccio; ma non rispondeva nessuno... e allora è venuto fuori il vicino, il prete di Scordia, quello di ieri sera, e ha visto dal buco della serratura... il sangue nero come l'inchiostro!... ed è chiuso di dentro!

— Anime del Purgatorio! — esclamò la padrona, segnandosi, intanto che dietro l'uscio si mostravano le faccie curiose di alcuni passeggeri, accorsi alle strida.

Comparve il prete, in maniche di camicia, una guancia sbarbata e l'altra no.

— Qua ci vuole il delegato, l'uscio è chiuso a chiave. Chi va a cercare il delegato?

— Don Ciccio!.. don Ciccio!.. — e donna Vincenza corse a chiamare il portinaio.

— Ma che cosa avete visto, in nome di Dio? Non mi fate stranire!... — diceva la padrona, tentando di riagganciare con mano tremante la veste sul petto.

— Si vede uno per terra, la gamba sola, e il pavimento intriso di sangue. Io mi stavo radendo, quando la serva venne a fare quel chiasso, bussando. Allora ho guardato...

Due o tre persone erano entrate nella camera, a sentire.

— È morto? — chiese uno.

— Che ne so io? Non si muove...

— Ecco don Ciccio.

Il portinaio guardava con occhi aperti gli astanti, mezzo intontito dalle grida di donna Vincenza.

— Correte alla polizia, a chiamare un delegato, le guardie, un medico, cogli strumenti per scassinare... in un salto, correte!...

— Anime del Purgatorio! — balbettava la padrona. — E Saverio che non viene... Anime del Purgatorio!...

Dietro la porta del numero sette i curiosi si davano il cambio al buco della serratura, guardando la gamba, studiando l'aspetto della camera.

— Il letto non è disfatto.

— Anche la finestra è aperta.

— Segno che non s'è coricato.

— Ma nessuno ha udito rumore?

— Chi ha udito rumore?

— Io no... Io no...

— Si potrebbe entrare dalla camera attigua?

Padre Miniscalco, che era risalito, entrò in camera sua, e i curiosi dietro.

— Non si può aprire — disse, provando a scuotere la porta. — Ci sarà qualche mobile di contro.

— Meglio così, aspetteremo la polizia.

— E chi era? chi era?.. — si chiedeva da tutte le parti.

— Un giovane, un tale Mordina: era qui da molto tempo...

— Io non l'ho visto. Sono arrivato ieri sera; mi stavo facendo la barba quando ho sentito picchiare — e padre Miniscalco ricominciava la sua storia.

Fuori, dinanzi la porta dell'albergo, si formavano già dei capannelli, a chiedere e a dar notizie.

— Hanno ammazzato uno... Il padrone è scappato... Non è niente, un passeggiere che non vuole aprire...

E i più arditi montavano su, gironzavano pei corridoi, andavano a osservare dal buco della serratura; intanto che la padrona, dalla sua stanza, a quella processione di faccie nuove, a quel vocìo, ripeteva istupidita:

— E Saverio che non viene! Vergine Santa, Giuseppe e Maria!...

Da lontano, un sordo rotolar di carrozze; che crebbe, rapidamente, e arrestossi di botto dinanzi la _Bella Firenze_.

— La polizia, la polizia!

Padre Miniscalco andò a infilarsi una giubba. Si sentiva uno scalpiccìo per la scaletta, e dal fondo del corridoio mezzo buio luccicarono i cappelli d'incerato delle guardie.

— Che fa qui tutta questa gente? — diceva una voce. — Animo, largo! largo!

— Ehi, fate adagino, sono dell'Albergo, sono arrivato iersera... — Padre Miniscalco protestava, si difendeva dagli spintoni delle guardie.

— Largo! Indietro!

E in un batter d'occhio il corridoio fu sgomberato dai curiosi.

— Un piantone abbasso, e non entri neppur Domineddio.

L'ispettore, con la tuba dal pelo lucido, una mazzettina sotto l'ascella, si baloccava con uno stuzzicadenti e reprimeva di tanto in tanto un piccolo rutto.

— Mestiere cane, non si può neanche far colezione!

Data un'occhiata dal buco della serratura, egli guardò in giro le guardie, strizzando l'occhio destro, e disse, col suo forte accento palermitano:

— A noi, picciotti!

I colpi picchiati sullo scalpello rimbombavano nel silenzio profondo del corridoio; poi lo strumento s'affondò fino al manico, e, girata la maniglia, la porta s'aperse.

Nessuno fece un passo.

Fra la soglia e il letto, di traverso, giaceva il corpo esangue, con la camicia aperta, il collo tagliato da due ferite larghe come bocche spalancate, e un rasoio accanto alla destra, sul pavimento insanguinato.

L'ispettore si voltò indietro, a chiamare:

— Dottore!... dov'è il dottore?

— Eccolo.

— Eccomi.

Come ebbe guardato un momento il cadavere, il medico fece un segno con la mano, come a dire:

— Che cosa volete da me?

L'altro si strinse nelle spalle:

— Requiescat in pace!

E andò al tavolino dal tappeto stinto, dove si vedevano molte carte sciorinate. Sopra una busta gialla messa in vista, l'ispettore lesse:

— «Mi uccido, non s'incolpi nessuno della mia morte. Mezzanotte. Filippo Mordina.»

Il delegato Pinelli, sopravvenendo con altre guardie, si arrestò un istante sulla soglia, allo spettacolo del cadavere.

— Entrate, Pinelli; due parole di rapporto per il pretore, presto.

— Non c'è carta; un po' di carta, una busta...

— Subito! — e donna Vincenza e il portinaio, che stavano nel corridoio, corsero a cercarne.

— Ehi, comare, voi venite qui — gridò l'ispettore a donna Vincenza — Chiamate il padrone.

— Il padrone è fuori, vossignoria....

— Bravo! La padrona?

— La padrona, vossignoria, piange e non sa niente....

— Portatemi il registro dei passeggieri; non c'è neppur questo?...

— Corro subito io — disse il portinaio, recando la carta al delegato Pinelli, che si mise a scrivere.

— Ora sentiamo un po', com'è andata — chiese l'ispettore a donna Vincenza.

— Vossignoria, io ho la testa che non mi regge... e se fosse venuto un angelo, a dirmi... non gli avrei creduto, mai e poi mai!...

E donna Vincenza, gettando di traverso uno sguardo al morto, si andava segnando.

— Alle corte, senza chiacchiere....

— Don Ciccio, ecco qua, vossignoria... il portinaio, m'aveva dato una lettera, pel passeggiere; e ho picchiato un'ora, dietro a quest'uscio, senza aver risposta, e allora è venuto fuori il reverendo, che ha guardato dalla serratura, e ha visto, Dio liberi, il passeggiere...

— Se permette, signor delegato....

— Ispettore.

Padre Miniscalco restò un momento interdetto.

— Signor Ispettore... io ero arrivato ieri sera, e mi stavo facendo la barba; come lei vede son rimasto a mezzo! e sentito il fracasso della serva, mi sono affacciato: «Che state a picchiare, il passeggiere sarà andato fuori!» Ma il passeggiere non era andato fuori...

— No, non era fuori — confermò donna Vincenza.

— Allora ho capito che c'era sotto qualche cosa, e ho guardato dalla serratura, come ha fatto lei; e capirà, quando ho visto...

— Bravo lei, ho capito. Avete finito, Pinelli?

— Ecco qui — disse il delegato.

— Su via, Spina, questo al pretore, al Duomo, in quattro salti. — Poi, rivolto al Pinelli: — Vedrete adesso che cosa ci vorrà perchè il signor pretore si scomodi! — E, additando il cadavere: — Mi pare che....

— C'è poco da fare! — rispose il delegato.

— Alle corte; Bruscalà, vai dal compare Mezzanca, pel carrozzone e una cassa. Intanto vediamo che cos'è tutta questa roba.

Sedette dinanzi al tavolino, cavò di tasca una lente, l'inforcò e prese ad esaminare le carte.

— «Mi uccido, non s'incolpi nessuno...» questo lo sappiamo. Qui c'è una lettera: «Regalbuto, 19 ottobre. Caro... caro cugino, possessore della tua cara del 16 corrente, ho saputo con dispiacere la cattiva notizia del tuo... del tuo... concorso per impiegato alla posta e spero... e spero» che razza di calligrafia! «che sarai più fortunato nell'altro di cui mi parli. Qui nessuna novità, tuo padre come ti dissi nell'altra mia ha consumato il matrimonio con la Finocchiara e della sant'anima di tua madre nessuno più se ne ricorda. Ma se vuoi sentire il mio consiglio, torna a casa che tuo padre ti riceverà, e così ti levi dalle tue pene. Lo zio ti manda venti lire, con vaglia postale; io ti abbraccio caramente e sono il tuo affezionatissimo cugino Giovanni Ba... Bu... Bertella.»

Nel silenzio della camera si sentiva il borbottìo dell'ispettore che leggicchiava e s'interrompeva di tratto in tratto facendo fischiare l'aria attraverso i denti, per scacciarne i residui della colezione. Un sordo rumore di voci, di scalpiccii di passi saliva dalla folla ingrossante dinanzi la porta dell'Albergo.

— Che cappio stanno a guardare? l'opera di Pulcinella? — Le guardie ridevano alla facezia dell'ispettore. — Vediamo un po'; un'altra lettera: «Regalbuto, 25 ottobre. Caro cugino, ho ricevuto la tua del 21 corrente mese e sento quanto mi dici; tu hai ragione e la tua lettera mi ha fatto piangere; ma considera la difficoltà di procurarti un pane in una grande città, e tu stesso mi fai sapere che alla Banca Industriale non ti hanno voluto; se tua madre, sant'anima, potesse parlare dall'altro mondo, ti direbbe di tornare a casa, e di fare buon viso alla Finocchiara, che così tuo padre ti torna a voler bene e ti considera come i figli della Finocchiara. Poi mio padre è della stessa opinione, e anzi ti dico che ho dovuto stentare per le venti lire che ti mandai; ma io farò il possibile per poterti aiutare. Il canonico Pesce ti manda la lettera di raccomandazione pel barone...

— Eccellenza, questo è il registro — disse don Ciccio, porgendo il fascicoletto stretto e lungo, dalla copertina sporca di grasso e d'inchiostro.

— Si chiamava Mordina?

— Eccellenza sì.

— Era qui dal 10 ottobre?

— Eccellenza non rammento.

— Va bene, non c'è altro. Ma che è questo vociare? Pinelli, fate sgombrare il corridoio.

E l'ispettore riprese a frugare tra le carte.

— Questo che cos'è? «Navigazione generale, società, ecc. Onorevole signore, il personale di questa Agenzia trovasi attualmente al completo; mi è quindi impossibile tener conto della sua domanda. Con perfetta osservanza, ecc.» Un'altra: «Amministrazione delle zolfare del marchese Sanfilippo. Signore, il signor marchese ricevette a suo tempo la lettera che lei gli fece pervenire, e le fa sapere che pel momento, trovandosi provvisto ad esuberanza di personale, non può corrispondere al suo desiderio. Mi creda, ecc.» Tò, questo è un libretto: «_Le Campane di Corneville_, operetta in tre atti del maestro Planquette.» Che c'è scritto sopra? «Le... Pe....» Pinelli, venite a vedere; come dice?

Il delegato compitava anche lui:

— Pe... Se... Teresa!

— Avanti. Questi che cosa sono? Mezzi biglietti di platea del _Teatro Nuovo_. E questo? «Elenco dei titoli di Filippo Mordina: licenza della scuola tecnica, licenza dell'istituto tecnico, patente di lingua inglese, patente di grado superiore...»

— Ispettore, lo frughiamo? — domandò il delegato.

— Senza il signor Pretore? Oibò! — Egli faceva boccacce. — Volete farmi dare dello sbirro borbonico?

E riprese a rovistare sul tavolino.

— Un'altra lettera: «Caro cugino, sono dispiaciuto delle notizie della tua salute, e spero che per guarirti tornerai a casa, se il dottore ti ha prescritto l'aria del paese. Mi angustia la tua lettera, per lo stato in cui ti trovi, tanto più che non posso domandare niente a mio padre, che vuole che tu ritorni al paese, ma spero in settimana entrante poterti mandare qualche cosa. Caro Filippo, torna presto, questo è il mio consiglio, è meglio soffrire a casa tua che in una locanda....»

— Signor ispettore... — La guardia si era fermata a due passi, sull'attenti.

— Che c'è?

— Ho portato l'ufficio al pretore; dice così che aspettino un momento....

— Pinelli, che cosa v'ho detto? — E l'ispettore riprese a leggere le carte.

— «Al signor Giuseppe Bertella, sue proprie mani, Regalbuto.» Un altro plico: «Al signor Michelangelo Mordina, sue proprie mani, Regalbuto.» Questi sono giornali... giornali... giornali.... Pare che non ci sia altro.

L'ispettore lasciò il suo posto e si fece alla porta del corridoio.

— Dov'è il portinaio?

— Eccellenza! — Don Ciccio si rigirava fra le mani il berretto gallonato.

— Era andato fuori, iersera?

— Eccellenza sì; tanto è vero che tornò a notte avanzata, dopo il teatro.

— Come lo sapete?

— Che un momento dopo venne la commediante, quella del numero 5.

— Quale commediante?

— Quella del _Teatro Nuovo_.

— Ah, Teresina Scardaniglio?

— Eccellenza sì.

L'ispettore pensò un momento.

— Che abitudini aveva?

— Ma, eccellenza, quasi sempre in casa; non lo veniva a cercare anima viva, solo qualche volta tornava tardi, come ieri...

Interrompendolo, l'ispettore strizzò un occhio e disse al delegato:

— Pinelli, si è visto il pretore?... — Poi, rivolto al portinaio: — E col padrone, c'erano conti?

— Al padrone gli doveva una quindicina, e lo voleva mandare a spasso; poi pregò tanto che gli dette un'altra settimana di tempo, e l'orologio in pegno.

— Quando finiva la settimana?

— Quando finiva?... Domenica, lunedì, martedì... — don Ciccio faceva il conto sulle dita, guardando all'aria. — Eccellenza, finiva oggi. Per questo si sarà scannato. Ma non poteva campar molto, eccellenza...

— Perchè?

— Era malato, qui alla cassa... Quando rifacevo la camera, lo sentivo abbaiare come un cane... e sputava sangue...

— Il pretore!... il pretore Restivi!...

A un tratto le guardie si schierarono da una parte e dall'altra, padre Miniscalco si tirò indietro sull'uscio della sua camera, l'ispettore si cavò il cappello, indietreggiando:

— Signor pretore, le bacio le mani!

Il pretore Restivi entrò, a capo chino e con l'aria assonnata. Quando vide il cadavere, parve svegliarsi, e intanto che l'ispettore lo metteva a giorno della faccenda, egli muoveva un poco le labbra, come dicendo qualche cosa tra sè.

— Ecco la dichiarazione... ci sono poi alcune lettere e altre carte...

— Ma questo qui io lo conosco — articolò distintamente il pretore. — Dove l'ho visto?...

— Si chiama Filippo Mordina...

— Mordina!... Sicuro, in casa della principessa... Va bene, va bene... Intanto, gli faccia frugare addosso.

E, sedutosi dinanzi al tavolo, lentamente, come all'ufficio, cominciò a esaminare una dopo l'altra le carte. Nella camera non si sarebbe sentito volare una mosca. Sotto l'albergo, malgrado il tempo sempre più buio, la folla ingrossava e ne saliva un mormorio come di acque scorrenti.

— Ecco quel che s'è trovato.

Il pretore prese ad esaminare quel ritratto, formato _promenade_, su cui il sangue aveva tirato come un velo rossastro. L'ispettore, colla mazzettina a spall'arme, il cappello un po' rovesciato indietro, si avanzò anch'egli a vedere.

— Ma questa è Teresella Scardaniglio, nelle _Campane di Corneville_!

E mostrava la figura di contadina, con la veste corta che lasciava vedere le gambe fino al ginocchio, le braccia nude e le prime curve del seno.

— Quella che piglia sempre posto a destra, e fa da capofila? — chiese il Pinelli.

— Sicuro, Teresella!

— Dove avete trovato questo ritratto? — domandò il pretore.

— Fra il gilè e la camicia — rispose la guardia. — Si sentiva una cosa dura.

— Nient'altro?

— Nossignore.