Part 13
Il sensale sudava freddo dentro la gabbia! Sapeva, e se n’era a suo tempo rallegrato, che il barone un po’ per vanità senile, un po’ perchè capiva che avrebbe fatto la più barbina figura confessando la verità, aveva sempre lasciato credere e confermato che le cose stessero davvero come pareva. Ma dannarsi l’anima a tal segno, inventare tante menzogne, tante odiose calunnie, esercitare la fantasia malata di libidine creando persino dei particolari lascivi!... Gli toccava voltarsi dall’altra parte perchè non sapeva reggere alla vista della _Ricciuta_, sopportare lo sguardo implorante e perduto dei suoi occhi gravidi di lacrime, dilatati nell’angoscia della barbara caccia che da ogni parte le davano, stringendola in quella rete inestricabile di accuse bugiarde e infamanti, infliggendole senza pietà la gogna delle più caustiche barzellette, delle risate oltraggiose. Sentiva la sua prudenza di vecchia volpe, la sua abilità e il suo sangue freddo di attore consumato, abbandonarlo via via; intuiva confusamente che, se un simile supplizio fosse durato ancora a lungo, egli avrebbe potuto commettere, malgrado sè stesso, chissà che pazzia!...
Finalmente, venne l’ora delle arringhe. Il Pubblico Ministero apriva la serie con un assai gustato movimento oratorio, incitando a mettere in libertà, a fregiare anzi di qualche nobile decorazione gl’imputati, che durante il processo i loro difensori si erano ingegnati di dipingere come dei fior di galantuomini, delle vittime, al solito, di una macchina montata in Questura da un funzionario ambizioso di rapida promozione. Ma, giungendo al sensale, aveva dovuto lasciar da parte i fulmini della sua eloquenza e contentarsi, tanto per l’onor dell’armi, d’insinuare che, per quanto non ci fosse alcuna vera prova contro di lui, pure la moralità dell’individuo autorizzava l’ipotesi che anch’egli fosse stato della banda — ciò che significava il ritiro quasi dell’accusa, una battaglia vinta per la difesa, la malizia del sensale che trionfava e lo tirava incolume dal brutto passo!...
Fra gli altri imputati, sulla sorte dei quali non era possibile alcuna illusione, vi fu un sordo movimento di collera, e delle occhiate bieche, delle imprecazioni corsero all’indirizzo del complice fortunato. Erano tutti dei tipi che si sarebbero lasciati tagliare a pezzi prima di dire una parola, ma ciò non impediva che facesse troppa rabbia, per Dio, mentre gli altri restavano presi come dei sorci inesperti nella trappola, vedere quello solo che riusciva a scamparsela, portandosi via anche il cacio!
Ma il sensale sembrava restasse quasi insensibile al fremito d’invidia suscitato in mezzo ai suoi compagni, come non comprendendo quanto terreno avesse guadagnato dopo la requisitoria del Pubblico Ministero. Egli non vedeva che sua moglie, divenuta d’una pallidezza da far paura, con le mani tremanti sulle ginocchia e il corpo che sussultava tutto ad ogni tratto nello sforzo di rattenere le lacrime. Il pensiero della propria difesa, della propria salvezza, passava in seconda linea per lui in quel momento; prima di tutto, al disopra di tutto, egli voleva veder cessato il supplizio della poveretta da lui medesimo esposta sulla croce così, il supplizio che sarebbe stato già tanto fiero per una che avesse avuto davvero quella macchia addosso, figurarsi poi per lei!... Provava un bisogno furioso di finirla, si sarebbe levato per gridare al suo difensore, che incominciava allora a parlare, di tacere, di rinunziare alla parola!...
Invece, l’avvocato pareva avesse tutt’altra voglia; dal giro che prendeva, si capiva come la sua arringa sarebbe durata un pezzo. Andava adagio, lasciando le frasi, sopratutto nell’esordio, cadere dalla sua bocca con una mollezza calcolata ed esasperante, passando con un crescendo sapiente dai piani quasi sussurrati, a certi _forti_ d’una sonorità, assordante — come allorchè aveva evocato l’ombra del barone Spinosa perchè fosse venuto a testimoniare la verità sulla fortuna del suo difeso! Veramente, quella macabra idea di citare il morto all’udienza, aveva messo un po’ di ghiaccio nel pubblico.... L’oratore l’avea sentito, però se ne consolava sapendo che il passo male accolto era un effetto sbagliato, ma solitario nella sua arringa. La nota dominante era ben altra; il successo doveva consistere nell’ilarità che avrebbe destato, nel sapore boccaccesco largamente profusovi. La sua difesa era il riepilogo e l’illustrazione delle testimonianze udite prima, il contrappelo alla fama già tanto lacerata della _Ricciuta_.... A un certo punto, la disgraziata non avea potuto reggerci più, e s’era messa a piangere forte, colle dita negli occhi come una bambina, mentre l’avvocato s’interrompeva, sorpreso e contrariato. Vi fu una pausa, durante la quale il giovinetto avvocato che faceva più chiasso di tutti avea esclamato forte, tra un coro di risate:
— Guardate che commediante, questa.... buona serva di Dio!...
A tale uscita il sensale, che non sapeva contenersi più, aveva sentito il sangue ingorgargli il cervello! Pallido, coi pugni contratti, sgranando minacciosamente gli occhietti grigi, era scattato in piedi e pareva schizzasse veleno contro la folla, mentre la donna continuava a piangere in mezzo agli zittii del pubblico infastidito. Ogni lacrima di lei gli cadeva sul cuore, lo faceva delirare di pietà.... E il suo strazio era diventato anche più acuto quando il presidente aveva ordinato che la conducessero via, e l’altra s’era messa a promettere, a furia di gesti, cacciandosi il fazzoletto in bocca e affondandovi i denti, che sarebbe stata tranquilla, avea supplicato che la lasciassero stare, perchè non voleva andarsene, perchè non voleva abbandonare suo marito nel momento decisivo!
Intanto, l’avvocato continuava la sua difesa, condendola inesauribilmente di piacevoli tratti umoristici, destando quasi ad ogni frase nella sala le più allegre risate. E di nuovo la _Ricciuta_, non potendo frenarsi, aveva ricominciato a piangere con forza, facendo accorrere l’usciere che se l’era trascinata via, senza lasciarsi impietosire più, questa volta.... Allora, il sensale avea provato un momento di terribile vertigine, era balzato giù afferrandosi ai ferri della gabbia, scuotendoli forte.... Il grido irreparabile della verità gli saliva dal cuore, gli faceva ressa tumultuosamente alle labbra! Ancora un istante, ed egli sentiva che avrebbe smarrito il lume degli occhi, che si sarebbe condannato da sè, pur di strappare la sua creatura da quella croce d’infamia, pur di eruttare il proprio furioso rancore sul viso di colui che, per difenderlo, ve la inchiodava senza pietà, gridando forte:
— Tutte menzogne, signor presidente!... Forse, l’avvocato intende parlare di sua madre o di sua sorella, ma quell’innocente là è pura e senza macchia come la nostra Santa protettrice!... La verità è che la fortuna me la son fatta a Catania, spacciando moneta falsa, e che io la costringevo a fingere apposta quella commedia per ingannare gli altri.... Questa è la verità, signor Presidente!...
Ma già la poveretta non era più là col suo viso disfatto dal pianto, coi suoi occhi imploranti, con quell’inesprimibile attitudine di fanciullina martirizzata, che strappava l’anima.... E subitamente, come se l’avessero liberato da un incubo, egli tornò al dominio di sè, riacquistò la lucida coscienza dei suoi atti, la fredda calma ch’era abituale in lui e che avea potuto per un momento smarrire sino a quel segno estremo. Si ricompose, riprese umilmente il suo posto fra gl’imputati e rimase così fino all’ultimo, senza più muoversi nè parlare, con gli occhi a terra e l’aria compunta.
IV.
La _Ricciuta_, allorchè si ritrovarono insieme due giorni appresso nell’intimitè della loro casetta così gaia, linda e doviziosa, ripensando a tutte le ansie, i terrori, le angosce attraversate sino alla vigilia, quasi non osava abbandonarsi alla realtà. Gli girava a torno svelta e festosa come un buon fido cane restituito al padrone; attendeva a preparargli il desinare più ghiotto, il più soffice letto, ogni ristoro, ogni vezzeggiamento.
Il sensale, invece, conservava in mezzo alla sua allegrezza una certa nobile misura, la composta dignità di colui che non agli uomini, non alla Fortuna, non al Cielo deve il trionfo della propria sorte, ma solo a sè stesso! Non aveva adunque avuto ragione di felicitarsene, quando la sorpresa terribilmente minacciosa di quel processo gli era piombata sul capo? Ora, dopo il verdetto assolutorio dei giurati, neppure il Diavolo poteva nuocergli ancora; era una partita definitivamente chiusa che nessuno aveva potere di riaprire più mai. Liquidato, così, felicemente il passato, non restava innanzi a loro che il roseo, luminoso orizzonte dell’avvenire, tutta una vita molle e beata di agiatezza, di piacere, di dolce far niente. Il suo genio trionfava! Quel giorno lieto che solennemente coronava l’ammirabile edificio del talento e della malizia di lui, era come la sua apoteosi, ed egli ne assaporava la gioia esaltante con una serenità piena di grandezza....
Ma traendo fuor dall’impenetrabile nascondiglio, dove prima di lasciarsi arrestare l’aveva sepolto, il suo non disprezzabile tesoro — due sacchetti ricolmi di buon oro sonante, accumulato a furia di spacciare l’altro, quello falso — la curiosa maschera di olimpica compostezza gli cadde a un tratto dal volto.... Si mise a versare il contenuto luccicante e sonoro di quelle due piccoli otri di ricchezza nel grembo della sua donna, affondandovi cupidamente una mano, mentre nel tempo stesso brancicava i fianchi ed il petto di lei, accarezzando con non minore avidità l’altro tesoro suo, l’opulento tesoro di rosee carni fragranti di giovinezza per cui egli si struggeva. Un’ebrezza d’indicibile orgoglio lo invadeva tutto, gli accendeva gli occhietti di scimmia ladra e lasciva, abbacinati dal riflesso giallo dell’oro, intorbidati dal brancicamento voluttuoso. La coscienza della propria forza lo esaltava ancora più che la vista di tutto quel denaro ed il contatto della carne amata....
A parte un momento passeggero di debolezza e d’oblio là, alle Assise, allorquando l’angoscia troppo crudele della poveretta l’avea ridotto quasi al punto di tradirsi e di perdersi, come egli era stato inarrivabilmente ingegnoso, abile, astuto dal principio alla fine! Come era riuscito — egli così miserevole all’aspetto, così umile di condizione, e rozzo, digiuno di qualunque studio, tenuto da ognuno in conto di un buono a nulla — a cacciarsi in tasca il mondo intero! Tutti, dai cinquemila abitanti di Roccamarina, ai giudici istruttori, al Pubblico Ministero, al Presidente, ai giurati, alla folla insolente che aveva assistito al processo, tutti s’erano lasciati prendere nella mirabile trappola della sua furberia, erano rimasti ingannati e beffati!
La inesorabilità della giustizia punitrice a cui non sfugge alcun colpevole, costituiva ora un soggetto d’allegra incredulità per lui che avea saputo, con la sola risorsa del suo cervello fino, mettersi sotto i piedi il Diritto e la Legge, risolvere il problema di _rompere_ senza _pagare_.... Là, alle Assise, dopo il verdetto dei giurati, quando la Corte avea fatto il suo ultimo ingresso, suscitando una mortale ansia negli altri imputati, egli, dinanzi alla solennità quasi lugubre delle loro toghe in quel momento, dinanzi alla gravità imponente dell’apparato e del prestigio che circondava le persone loro, s’era sentito assalire da uno scoppio a stento frenato d’ilarità. Mentre i suoi compagni di gabbia concentravano l’anima ansiosa e perduta in ogni parola della sentenza, egli che non aveva più nulla a temere, lasciava interiormente fluire la ricca vena del suo umorismo plebeo, si abbandonava dentro di sè ad ogni sorta di comiche osservazioni sul naso del Presidente, enorme, purpureo, costellato di escrescenze — sulla barba del giudice di sinistra che a furia di tinture avea preso certi vaghi riflessi di legno mogano — sulla figura del giudice di destra, ridotto dagli anni, forse anche dall’abitudine del proprio ministero, ad uno scolorito e cartilaginoso stato di mummificazione, come se da secoli dormisse il suo solito profondo sonno all’udienza.... Ah, che sforzo aveva dovuto imporsi per contenersi e conservare sino all’ultimo la sua aria di compunzione e di umiltà!...
Ma adesso, ricostruendo col pensiero la scena così terribilmente solenne per gli altri e così buffa per lui, non si tratteneva più, si cavava liberamente alla fine la prepotente voglia di riso che gli era venuta colà, nel tempio sacro della giustizia. E rideva, rideva inesauribilmente, d’un riso muto e fantastico che gli fendeva oltre ogni misura la bocca esangue e sottile, mentre continuava a rinvangare con una mano il mucchio d’oro versato nel grembo della donna, e a brancicare con l’altra il fiorente busto di lei....
FINE.
INDICE.
La prima donna Pag. 1 Tempesta stornata 161 La fine di Don Giovanni 191 Novella sentimentale 219 Il trionfo della malizia 267
DEL MEDESIMO AUTORE:
_L’avvocato Danieli_, romanzo. _Anomalie_, novelle. Seconda edizione. _Gli aforismi di Claudio Larcher._ _La mèta_, commedia in tre atti (_sotto i torchi_).
IN PREPARAZIONE:
_Il tormento ineffabile_, romanzo.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.