Part 12
Era uno spettacolo impagabile di cui nessuno avea goduto l’eguale, neppure quand’era capitata a Roccamarina quella compagnia di comici d’indimenticabile memoria, tanti anni avanti. Allorchè la _Ricciuta_ veniva fuori, cogli occhi a terra e il viso di fuoco per la vergogna di tanti sguardi addosso a lei, il sensale si trovava sempre ad avere le spalle volte dall’altra parte.... La donna s’allontanava in fretta; poi, facendo mostra di scorgerlo così per caso, ritornava sui propri passi e gli andava incontro adagio, come se davvero venisse dal punto opposto. L’altro aveva una mossa di felice sorpresa, le sorrideva con l’aria confusa e beata di chi ha potuto constatare l’inesistenza di un sospetto terribilmente doloroso, e se ne andavano insieme, tenendosi a braccetto.
Ma la parte più interessante della commedia, quella che il pubblico non era ammesso a vedere, si svolgeva nell’intimità delle pareti domestiche. Come posava nell’angolo della stanza la carabina scarica, il sensale si metteva a passeggiare in silenzio.... Poi, si fermava a un tratto davanti alla moglie e le piantava nel viso gli occhi divenuti cupi davvero, inquieti e penetranti, che pareva la frugassero sino in fondo all’anima. La _Ricciuta_, sotto il fuoco del suo sguardo crudelmente inquisitore, abbassava tristamente la bella testa su cui pareva gravasse la massa lucente di riccioli corvini donde l’era venuto quel nomignolo; il petto colmo e sodo diceva l’agitazione penosa che l’opprimeva, e gli occhi neri, larghi, dolcissimi, quasi a fior di testa, si velavano di lacrime. Sommessamente, timidamente, una domanda le veniva sulle grosse labbra carnose di mora, sempre la stessa:
— Perchè mi ci mandi dunque?...
Allora, il sensale mutava subito faccia, disarmato da quell’accento toccante d’innocenza, commosso e pentito dinanzi alla muta eloquenza dell’amore e della purità di lei. Il lungo volto scimmiesco, scintillante di furberia, s’illuminava d’un sorriso carezzevole che gli allargava smisuratamente la bocca sottile, ed egli si metteva tranquillamente a tavola, lasciando correre volentieri la mano a tradurre in atto la carezza del sorriso....
Ma ancora, alla fine del desinare grasso e copioso, o mentre aspettava che ella venisse a raggiungerlo nel calduccio delle lenzuola, dove egli la precedeva sempre, con la fretta di chi ama il buon letto subito dopo il buon pasto, la torbida ubbìa gli riappariva negli occhi istintivamente, suo malgrado! Era il veleno che gli attossicava quotidianamente la vita, la vita molle e beata da cui veniva eccitata la mordente invidia di tutti. E non riusciva a darsene pace, e si rivoltava rabbiosamente contro sè stesso, perchè sentiva sua moglie così interamente devota a lui, così incapace di fargli il menomo torto, perchè le credeva come alla Vergine Maria.... Ma il pensiero di saperla esposta alla libidine ed alle insidie di un vecchio libertino impenitente, lo spasimo di vedersela tornare, un giorno o l’altro, violentata e disonorata sul serio, gli rodevano il cervello!
Quante volte ella l’avea rassicurato sul proposito con degli argomenti che sarebbero bastati a mettere in pace il cuore di chiunque altri! Bisognava vedere prima di tutto come il barone si riducesse dinanzi a lei, timido e sottomesso a mo’ di un bambino, tanto l’avea ubbriacato e rammollito col venire tutti i momenti — il vecchio non era riuscito mai a capirne in fondo il perchè — a mettergli sotto il muso il tesoro esaltante delle sue forme opulenti, senza punto permettergli di coglierne altro godimento all’infuori di quello degli occhi, così fiera ed onesta che non chiedeva e non accettava nulla. Eppoi, ella avea, per ogni evento, la forza e la difesa delle sue braccia superbamente modellate e robuste, che bastavano a respingere qualunque assalto, ed erano buone a spezzare in due quel vecchio pappagallo intisichito....
Pure tutto ciò non valeva a liberare il sensale dal sottile tormento. Forse era perchè la sua esistenza sarebbe stata troppo bella altrimenti e, come è scritto che ognuno deve sentire il peso della propria croce, il Signore gli avea dato per giustizia anche la sua da portare! Senza di questo infatti, un uomo più felice di lui, dove si sarebbe potuto trovare? La dolcezza di un’esistenza di agi e di beato far nulla accanto alla creatura per cui perdeva persino la pace — senza sua colpa, poverina, tanto grande era il bene che le voleva — lo trovava tanto più sensibile per quanto vi era pervenuto passando attraverso la più dura, la più avvilente miseria. Gli abiti di panno fine che adesso portava, non avevano ancora avuto il tempo di sciuparglisi addosso, in cambio di quelli luridi e cenciosi di prima. E la fame provata era stata ben poca cosa di fronte al tormento di veder languire nell’indigenza la moglie, che a lui pareva fatta per andare attorno carica di ori e di pietre preziose come la Madonna della Madre Chiesa, e che s’era tolta in casa senza saper bene in che modo avrebbe provveduto alla sua esistenza. Egli avea preso per lei una così violenta ubbriacatura, che non si riusciva quasi a spiegarla in un uomo del suo stampo, testa fine di contadino, prudente, astuto, calcolatore. Tale ubbriacatura non era punto sfumata all’indomani del matrimonio, e giusto perchè era durata, perchè era stata più resistente di tutto, gli avea procurato tante angoscie e lo spasimo del rimorso in fondo alla coscienza per la miseria che le faceva patire.
Lei, poveretta, a quel tempo non diceva nulla, non si lamentava mai, ma gli faceva coraggio al contrario, lo consolava col sorriso dei suoi dolci occhi bovini, sempre amorosa e sottomessa malgrado la propria superiorità fisica, malgrado la coscienza del proprio ascendente, dello stato di esaltazione carnale in cui, senza volerlo, lo manteneva sempre. E l’inalterabile sua attitudine di bontà valeva a farlo struggere dippiù, gli rendeva la vita amara come il fiele, lo eccitava a stillarsi giorno e notte il cervello alla ricerca di una via qualunque per uscire da tali angoscie.
Poi, v’era dell’altro ancora: suo padre che non finiva di volergliene e lo avviliva senza tregua perchè aveva lasciato la zappa, il pane sudato, ma sicuro di tutta la famiglia, di padre in figlio, per tradizione costante, e avea preso invece il bel mestiere di sensale di animali, una vera cuccagna in un povero paesello di marina, il modo più sicuro per morire di fame lui e quella buona a niente che s’era appiccicata alle costole!... Il sensale non osava rivoltarsi contro la collera del vecchio, ma la sentiva ingiusta, e con la moglie si sfogava amaramente. Che colpa ci aveva se era nato così debole e mingherlino, se non era capace di maneggiare la zappa, di starsi a spezzare la schiena all’acqua e al sole come suo nonno, come suo padre, come i suoi fratelli?... E del resto, egli aveva la coscienza di esser fatto per qualche cosa di meglio e di più elevato che il mestiere di contadino, sentiva dentro la propria testa l’irrequieto lavorio del cervello, il cervello fine che brillava del fosforo dell’intelligenza, che non stava mai queto sotto il sale della malizia. Ah, se egli fosse nato altrove!... Era il suo eterno e più acuto rimpianto.... A Roccamarina, uno che avesse avuto il genio più luminoso, il talento più inventivo, in che modo se ne sarebbe potuto servire, che risorse ne avrebbe potuto trarre?... E la miseria cresceva, diventava sempre più insopportabile!...
Un bel giorno, il sensale si decise a lasciare la moglie, il paese, ed a raggiungere a Catania due suoi cugini, figli di contadini anche loro, i quali come lui non avevano voluto saperne della zappa e, venuti da piccini a cercar lavoro e fortuna nella grande città, ora si guadagnavano lucrosamente la vita, uno con l’arte d’incisore, l’altro con quella di litografo. Dei mesi erano passati, eppoi degli altri ancora, senza che si sapesse più nulla di lui. Alla fine, egli era tornato in paese, più affamato all’aspetto e più cencioso di prima, che faceva pietà a vederlo!... Ma d’allora la _Ricciuta_ s’era messa a frequentare il palazzo del barone Spinosa, ora per qualche piccolo servizio da rendere, ora col pretesto di certe uova ancora calde da portare, e tutt’a un tratto le cose avevano mutato radicalmente faccia, e la loro casa aveva cominciato a prosperare, a prosperare, di bene in meglio — sempre con l’aiuto di Dio, diceva qualche burlone.
Il sensale lasciava dire, lasciava ridere, e badava a recitare con tutto il suo impegno, come un vero artista, la propria parte di marito compiacente ed interessato, ma convinto in buona fede di darla ad intendere alla gente a furia di arie gelose e di comiche spagnolate. Era per lui una segreta e profonda voluttà l’ingannare così anche i più furbi, ridendo allegramente di coloro che al contrario credevano di godersela alle sue spalle! L’intima soddisfazione di prendere in giro per tal modo il paese intero, il successo con cui vedeva riuscire la sua trovata di genio, lo facevano ringalluzzire d’orgoglio, gli rendevano anche più gradito il dolce pomo della bella esistenza a cui mordeva adesso avidamente.
Chi invece soffriva crudelmente di quella commedia era la _Ricciuta_. Non pativa di eccessivo amor proprio, si adattava facilmente a tutto, ma il suo pudore di donna onesta non poteva non sollevarsi istintivamente sotto la vergogna che le toccava subire gratuitamente. Lo spettacolo che suo marito offriva al pubblico di lei, quasi ogni giorno, era un tale insopportabile supplizio, che avrebbe rinunziato con gioia alle agiatezze nelle quali nuotava ora e sarebbe ritornata alla miseria di prima, pur di sottrarvisi. Ma oltre ch’era troppo sottomessa e passiva per trovare l’energia di ribellarsi, ella _sapeva_, e comprendeva quindi tutta la terribile gravità della minaccia incombente loro sul capo e che il talento del sensale preveniva e parava con la sua inarrivabile astuzia. Eppoi, con qual cuore si sarebbe rifiutata a secondarlo, quando era per lei, per lei sola, che in fondo egli avea fatto ciò che avea fatto, rischiando tutto perchè fosse ben nutrita e ben vestita, per vederla andare intorno tutta parata di gioie, coi lembi delle orecchie che si stiravano sotto il peso di certi lunghi pendenti di oro massiccio, col collo circondato da un doppio giro di coralli grossi quanto le poste di un rosario, e le mani piene di corniole e di ametiste! così, non soltanto ella si prestava alla finzione del marito, ma faceva anche di tutto perchè non trapelasse punto a lui lo sforzo e lo spasimo che le costava. E si ingegnava di evitargli ogni motivo di amarezza, quella sciocca ed insensata gelosia sopratutto, e ancora la spina di suo padre, sempre più accanito contro di lui, magari adesso che non lavorava più e viveva beatamente alle spalle del figlio, passando tutta la giornata davanti all’uscio a parlarne male con chi capitava, a predicare ch’era il disonore della famiglia, che non voleva riconoscerlo più per sangue suo.
Però, tutto sommato, il sensale sentiva d’essere un uomo invidiabile! Il suo fine buon senso gli faceva comprendere come la gelosia da cui era tormentato provenisse naturalmente dall’eccesso medesimo del bene che voleva alla moglie, che sarebbe stato in ogni caso così, perchè questa è la sorte degli uomini troppo innamorati. Quanto a suo padre ed alla bella ricompensa con la quale lo ripagava di tutti i benefizi suoi, infamandolo anche presso gli estranei, e senza che gli potesse chiudere la bocca col dirgli la verità perchè sarebbe stata una pazzia fidarsene, egli si consolava pensando che a lui toccava senz’altro di adempiere al proprio dovere di buon figliuolo, che la sua coscienza era assolutamente in pace per questo lato.... E continuava imperturbabilmente la sua parte di marito ben pasciuto alle spalle della moglie, e di rodomonte per burla.
II.
Allorquando, dopo tanto tempo, capitò la catastrofe, la scoperta cioè di un’associazione di falsi monetari a Catania, capitanata dai due cugini del sensale, e l’arresto di costui come indiziato complice, il primo sentimento istintivo ch’egli provò fu di viva compiacenza e di profonda ammirazione dinanzi a sè stesso per la prudenza con cui aveva preveduto il colpo, per la inaudita furberia con la quale l’aveva da lunga mano parato, preparandosi la più abile, la più infallibile difesa. Era la prova migliore del suo talento e della sua astuzia, il segno lampante delle grandi cose di cui sarebbe stato capace, ove la propria sorte non l’avesse fatto nascere a Roccamarina e in una famiglia di contadini! L’assaliva quasi la voglia di raccontare a tutto il paese la verità delle cose, una matta voglia ch’egli sarebbe stato felice di cavarsi se non ci fosse andata di mezzo la sua salvezza, pel gusto di godersi l’attonita sorpresa della gente così ingegnosamente ingannata, di assaporare la stima di rara finezza che gliene sarebbe venuta.
A un certo punto però, come lo tradussero nel carcere di Catania, e non si vedeva principio di chiudere l’istruttoria in sezione d’accusa, egli cominciò a perdere la sua tranquilla sicurezza ed ebbe paura davvero! Ma fu una crisi passeggiera di scoraggiamento che durò poco. Il suo avvocato, che aveva studiato il processo alla Regia Procura di Palermo, lo assodava in quelle disposizioni di piena serenità d’animo, confermandogli quanto il sensale, senza sapere nè di diritto nè di legge, avea chiaramente compreso. Nessuna vera prova esisteva a suo carico; da parte degli imputati principali, malgrado le bastonate e le altre carezze del genere somministrate dalla Questura nel segreto delle camere di sicurezza, neppure la menoma rivelazione era stata fatta. Tutto si riduceva dunque contro di lui a dei semplici indizi, ai suoi legami di parentela coi capi della banda, alla dimora fatta a Catania nell’epoca in cui l’associazione aveva più attivamente funzionato — indizî questi di assai scarso valore — e sopratutto all’improvviso e, in apparenza, inesplicabile passaggio dalla miseria più dura ad uno stato d’invidiabile agiatezza. Ciò, infatti, avrebbe costituito un elemento di prova terribilmente grave, anzi addirittura schiacciante contro di lui, se... se — soggiungeva l’avvocato — non fosse risaputa _per urbem et orbem_, e non si potesse dimostrare con la testimonianza di tutta Roccamarina la vera e sola origine di un tal felice mutamento di fortuna.
— Questa è la verità, signor avvocato.... Sono gl’invidiosi che mi vogliono perdere, sebbene io non abbia mai fatto male ad alcuno.... Ma la mia innocenza è sacrosanta e luminosa come il Vangelo di Dio! — rispondeva il sensale, con la faccia candidamente composta e un certo fine sorriso, appena visibile, che incantava l’uomo del fôro.
La _Ricciuta_ veniva a visitarlo sempre che poteva, profittando spesso di qualche permesso straordinario di cui l’avvocato difensore la muniva, e si partiva ogni volta dal paese, perchè suo marito non voleva che restasse a Catania. Era triste e avvilita; nonostante le parole rassicuranti di lui, non sapeva difendersi da una forte paura, e si struggeva di vederlo languire in carcere. Eppoi, adesso che era rimasta sola a Roccamarina, la sua situazione era divenuta assai penosa, e le toccava subire ogni sorta di umiliazioni e di malignità! Il sensale le faceva coraggio e si sforzava di comunicarle la propria calma, la fede assoluta che egli, lasciandosi guidare dall’istinto e dal suo largo buon senso, aveva acquistato nella lieta soluzione del processo. Come sapeva regalar bene e con prudenza, le guardie carcerarie che assistevano a quei colloqui gli risparmiavano volentieri le angherie della loro consegna; così egli poteva ripeterle ogni volta gli argomenti usciti dalla bocca dell’avvocato, infiorandoli storpiatamente delle citazioni latine di cui questi non usava risparmio, persuadendola che non v’era nulla da temere. Anzi, andava più oltre, non esitava ad affermarle che c’era da felicitarsi, al contrario, di quanto avveniva, perchè una volta chiusa quella pagina cessava ogni motivo di pericolo, di ansie, ogni ragione di fingere e di dar conto al pubblico dei fatti proprî. La loro buona stella aveva voluto che il barone Spinosa morisse poco avanti l’arresto di lui, ciò che se da un lato formava la forza inoppugnabile della sua difesa, dall’altro metteva punto per l’avvenire al bisogno di recitare la trista commedia. Così, la vita si presentava loro, all’indomani del processo, tutta rose, senza neppure la più piccola spina, e avrebbero potuto godersela beatamente. Egli si trovava nel caso eguale di uno che — le spiegava — per liberarsi da una sofferenza e dalla minaccia di un gravissimo male a venire, dovesse subire un’operazione dolorosa, ma d’indubitabile esito. Bisognava essere una vera bestia per non sottomettervisi volentieri!... E i suoi occhietti grigi lucevano di sicurezza e di malizia dietro la grata a buchi del parlatorio, mentre esponeva alla moglie il sereno e promettente quadro della propria situazione.
III.
Il giorno del dibattimento venne, alla fine. L’angusta aula delle Assise da un pezzo non si era vista così affollata, tanta gente s’era partita apposta da Roccamarina, e tanta ne aveano attratto la curiosità e l’interesse locali.
Il banco della stampa era interamente occupato; in quello degli avvocati non era possibile muoversi perchè, oltre al collegio numeroso della difesa, l’avea preso d’assalto un plotone di verdi speranze del fôro: apprendisti di studio che accompagnavano i loro maestri, laureati del giorno avanti che lasciavano leggere negli occhi animati e brillanti quanto fossero compresi della loro novella dignità. Era la parte più attenta e rumorosa del pubblico; si vedeva che quello spettacolo li interessava e li allettava come mai più alcun altro forse, e i comenti correvano sulle loro bocche, vivacissimi, pieni di sale, senza paura dei richiami del presidente, poichè la coscienza del prestigio e delle prerogative di cui godevano nella loro qualità di avvocati, li faceva ridere della severità presidenziale. Uno di essi, specialmente, faceva del chiasso per venti e dominava il gruppo, un piccoletto senza un pelo sulle labbra, che pure — come raccontava a tutti, facendoci su un sorrisetto di amor proprio soddisfatto — non più tardi di un’ora avanti avea riportato, da rappresentante di parte civile, un bel successo al Tribunale coll’ottenere il massimo della pena per un povero diavolo di contadino, mezzo ebete e pienamente confesso, il quale s’era lasciato sorprendere mentre faceva man bassa di notte in un pollaio.
Il dibattimento procedeva lentamente perchè il numero dei testimoni era straordinario. Talchè, il Pubblico Ministero aveva l’aria di annoiarsi molto, e il sensale che dalla gabbia l’osservava attentamente, con l’occhio col quale si spiano le mosse di un nemico, gli notò sulla faccia quasi una espressione di sollievo quando il suo difensore venne a fare un briciolo di conversazione con lui, prima che si trovassero alle prese nel cimento oratorio. Capiva che parlavano di lui in quel momento, e poi di sua moglie.... Il procuratore del Re aveva certo dovuto domandare all’avvocato che gliela mostrasse, perchè l’altro s’era messo a indicargli in mezzo alla folla, per via di gesti, la _Ricciuta_. Allora, il rappresentante dell’accusa aveva strizzato gli occhi in segno d’ammirazioue e aveva fatto un atto del pollice sopra la spalla, evidentemente accennando al vecchio libertino che s’era serbato per la fine quel ghiotto boccone, sino a che ci aveva lasciato l’ultimo dente!... Tutti e due s’erano messi a ridere di vero cuore, cercando di frenarsi per rispetto alla Corte, ma senza riuscirci, e il Pubblico Ministero si torceva addirittura sul suo seggiolone di cuoio.... Il sensale non li perdeva di vista; vedendo colui che era pagato per fargli da boia abbandonarsi a così viva ilarità, e ne comprese il senso, sentì istintivamente che non c’era più nulla da temere e che poteva dire di aver già in tasca il verdetto d’assoluzione....
L’aspetto imponente della sala però lo inquietava, gli metteva una grande e penosa soggezione addosso. Era proprio davanti a tanta folla, a tutta quella gente sconosciuta ed ostile, che si doveva bandire e discutere la vergogna della sua povera creatura innocente? Ella gli faceva una pena insopportabile, talmente la vedeva pallida, disfatta e smarrita, sotto il fuoco incrociato di cento occhi pieni di volgare curiosità, d’insolente ammirazione, della lasciva compiacenza che destava l’attesa della storia di cui era l’eroina.
I più maligni e i più odiosi erano i suoi compaesani: le facevano il vuoto attorno, le ridevano in faccia, la mostravano ai signori che volevano sapere quale fosse tra le donne degli imputati la moglie del sensale. Era un tormento che gli dava le smanie, che gli attossicava la gioia della imminente liberazione, ormai certa. Improvvisamente, davanti a quell’imagine di Addolorata, gli balenava alla mente l’idea delle sofferenze, dell’avvilimento patito da lei per tanto tempo, del supplizio continuo ed atroce che aveva dovuto costarle l’oscena finzione impostale. E mai un lamento, mai una protesta, al punto ch’egli non ne avea intuito veramente la dolorosa intensità mai prima d’ora, ed avea potuto lusingarsi che il recitare la parte assegnatale le riuscisse lieve! Ed era per amore di lui, per la paura di comprometterlo, di perderlo, che ella avea sempre taciuto, che s’era prestata così al crudele sacrificio!...
Però, lo consolava l’idea che s’era alla fine, che fra poco quel purgatorio sarebbe cessato. Invece, non cominciava davvero che allora, con la sfilata dei testimoni citati a suo discarico, tutti chiamati apposta da Roccamarina per narrare e far fede ai giurati, alla Corte, ai giornalisti, al mondo intero infine, come la _Ricciuta_ fosse stata la ganza del barone Spinosa, il quale in compenso li avea tolti dalla miseria, lei ed il marito, e come avesse saputo cattivarsi ed ubbriacare il vecchio vizioso e rimbecillito in modo che nella loro casa era piovuta ad un tratto l’abbondanza e l’agiatezza.... La poverina doveva sentirsi snocciolare sul viso tutto un tal rosario di menzogne e d’infamie, lei a cui metteva schifo la sola idea di essere stata desiderata da quel libertino incartapecorito! Ella non aveva più nemmeno la sensibilità del rossore; si sentiva morire di vergogna fra le risate ed i grassi comenti che accompagnavano da ogni parte le esilaranti dichiarazioni dei testi. Quella del canonico Arabella poi, aveva messo in rivoluzione la sala intera, aveva fatto sussultare persino, nello scoppio irrefrenabile del riso, le calve e gravi teste della Corte. Il canonico era stato il Pilade del barone Spinosa, l’immancabile compagno suo nella quotidiana partita di scopa senza la quale questi non poteva dire di aver chiuso veramente la propria giornata. E raccontava, dimenando il ventre enorme e socchiudendo gli occhi, le confidenze che il barone gli avea fatto intorno ai suoi amori con la _Ricciuta_, l’entusiasmo di cui si accendeva nel descriverne le grazie nascoste....