La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 9

Chapter 9855 wordsPublic domain

[2] _Poero_, che più esattamente si scriverebbe _Póhero_, giacchè il _v_ non isparisce del tutto, anzi lascia dietro sè una lieve aspirazione. Il Fagiuoli, nello scherzo scenico _La Virtù vince l'Avarizia_, fa equivocar così un pedante ed un monello.—«FIDENZIO. Heu, heu, tu puer!»—«MENGHINO. Dov'è egghi i' poero?»—«FIDENZIO. Dico a te.»—«MENGHINO. Io non dico d'esser ricco; ma io non sono anche tanto poero, quanto io vi son paruto; me' pa' lagora su il suo, e non dovide quil po' ch'egghi ha con nessuno.»—«FIDENZIO. Io non ho detto che tu sia poero.»—«MENGHINO. Ma io ho inteso a coresto mo', che ci faresti voi?»—«FIDENZIO. Io t'ho chiamato puero, idest infante impubero.»—«MENGHINO. Io non sono infranto, nè son di sughero, io. Vo' m'ate scambiato: io son Menghino figghiol di Goro di Beco del Ficca dal Borratello.»

[3] _Sic._ Probabilmente _lapsus linguae_, per amore delle altre _n_, antecedente e seguente.

[4] Tutti sanno quanto di frequente ricorrano vasti palagi sotterranei in tutti que' racconti che pretendono al meraviglioso. Darò un esempio di simili descrizioni tolto dalla DIANEA di Gianfrancesco Loredano, Nobile Veneto (MDCXLII):—«Floridea volle fuggire, ma oppressa o da stanchezza o da timore, fu costretta per non cadere appoggiarsi ad una pietra, che sporgeva più dalle altre fuori del monte. La toccò appena, che si mosse da sè stessa, quasi che le pietre avessero quella pietà, che non poteva ritrovare negli uomini. La spinse un poco più addietro e s'avvidde che serviva per turare l'entrata d'una grandissima grotta, per quanto si poteva comprendere a prima vista. Era quivi posta sopra alcuni cardini con tanto artificio, che con facilità chiudeva ed apriva quella bocca. Al di fuori mostrava molto meno la sua grandezza, ed era situata in maniera che pareva prodotta dalla natura, non fabbricata dall'arte. Si apriva dalla parte di dentro e quando fosse stata assicurata coi puntelli, tutta la forza del mondo non sarebbe stata bastevole a muoverla. Stette per un poco sospesa la principessa: credeva di sognarsi, o pure si persuadeva che gli dei, mossi a pietà delle sue lagrime, le avessero fatto nascere quel ricovero, che solo le poteva difendere l'onestà e la vita. Le pareva strano il seppellirsi da sè stessa in una caverna; pure il timore presente di non cadere nelle mani del Duca, le fece precipitare ogni considerazione dei pericoli futuri. Entrata nella grotta, dubitando d'esser seguita, volle assicurare l'entrata con alcuni catenazzi fortissimi, ch'erano posti a quest'effetto. S'incamminò frettolosa verso dove la chiamava un grandissimo lume. Arrivò in un cortile, che adornato di bellissime colonne e di finissimi marmi, mostrava essere stanza piuttosto degli dei, che sepolcro, come s'aveva immaginato, degli uomini. Tenea nel mezzo situata una grandissima fontana, che da sette statue di politissimo alabastro mandava fuori acque limpide e cristalline. Quivi si fermò la Principessa; e trattasi la sete cagionatale dal timore e dalla fatica, dubbiosa tra sè stessa di quanto potesse sperare negli estremi delle sue infelicità, fu rapita da un soavissimo sonno, effetto o della sua stanchezza o del mormorio di quell'acque.»—La duchessa di Bel—Prato spiega in seguito a Floridea il mistero del sotterraneo:—«Quest'isola è l'amoroso Regno di Cipro. È fama che questa grotta fosse fabbricata da Venere per nascondere gli (_sic_) suoi amori; oppure da i primi Regi per assicurarsi dalle insidie. Ha sette bocche, che tutte corrispondono al mare, tanto distanti l'una dall'altra, quanto che può servire la vista d'un uomo. Credo, che sotto apparenza di religione, si proibisca la coltura a questa parte dell'isola, per levare l'occasione agli abitanti di spiare questi recessi o di osservare qualcheduno che se ne fuggisse. Tutto il contenuto è sacro; e l'uccidere una fiera o 'l recidere un arbore è delitto capitale. Per un lunghissimo giro restringendosi la bocca va a terminare in un palagio che si denomina dal Segreto. Crede il volgo, che abbia preso il nome da una fonte, che, bevendosi delle sue acque, fa rappresentare in sogno le cose venture; o, come io mi persuado, per queste cave sotterranee palesi solamente alla Maestà del Re e della figliuola, che per ordinario se ne sta qui per essere il più forte e più delizioso luogo dell'isola. Nell'ultima stanza di Sua Altezza si ritrova l'entrata. È in una parte meno osservata: otturando il foro alcune tavole incastrate in maniera che ingannano gli occhi e il tatto. La facilità di levarle può esser solamente capita da coloro, che le veggono levate.»—

Chi ci darà un buon libro intitolato: _Grotte e caverne nella fantasia del popolo Italiano_? La natura è stata povera e meschina nel creare sotterranei e nell'adornarli, appetto alla inesausta immaginazione e balzana del popol nostro.

[5] Questo drago rimette in mente l'Ippogrifo: ed il cavallo alato della novella palermitana _Dammi lu velu_ (PITRÈ, Op. cit.) dov'è anche un tradimento simile al fraterno della nostra. Un Levantino conduce seco in luoghi impervii, appiè d'una balza inaccessibile, un picciotto disperato. Vergheggia il terreno: n'esce un pegaso, sul quale il ragazzo vola a raccoglier tesori in cima al monte per conto del Levantino. Così tre volte. Alla quarta lo stregone gli dice:—«Quel che piglierai è tuo.»—Lo rimanda lassù e poi fa sparire lo aligero destriero ed abbandona il meschinello sul cacume.

VI.

L'UCCELLINO CHE PARLA[1]