La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 54

Chapter 543,915 wordsPublic domain

I DUE GOBBI.[1]

C'era due gobbi, due compagni, via; ma tutti e due gobbi; ma uno più gobbo dell'altro. Poeri gli erano, rifiniti, senza un quattrino. Dice un di quelli:—«Io vo' andare a girare il mondo»—dice—«perchè qui non si mangia, si more di fame. Voglio vedere, s'io fo fortuna.»—«Vai davvero. Se tu la fai te, che tu torni, anderò a vedere io, se io fo fortuna.»—Questo gobbo si mette in cammino e va via. Ma siccome questi due gobbi gli eran di Parma, questi due gobbi il suo posto gli era Parma; quando gli ha camminato un pezzo grande di strada, trova una piazza, dove c'era una fiera, dove vendevano di tutte, di tutte le sorti. C'era uno, che vendeva cacio; gli dice:—«Mangino il parmigianino!»—Questo povero gobbo credeva, che gli dicesse a lui:—«Mangia il parmigianino!»—Scappa via e si nisconde in un cortile, dirò. Quando gli è un'ora, sente uno scatenìo, uno scatenìo! E sente:—«Sabato e domenica!»—per tre o quattro volte. Questo povero gobbo e' dice:—«E lunedì!»—e risponde.—«Oh dio!»—dicono quelli, che cantavano—«chi è quello, che ci ha accordato il nostro coro?»——Vanno a cercarlo e lo trovano questo povero gobbo niscosto.—«O signori,»—dice—«non son venuto per far nulla di male, sanno?»—«Eh! noi siamo venuti per ricompensarti; tu hai accomodato il nostro coro. Vieni con noi!»—Lo metton sur una tavola e gli levano il gobbo. Lo medicano, sarciscono la ferita e poi gli danno due sacchi di quattrini.—«Ora»—dicono—«tu poi andare.»—Esso li ringrazia, e via, senza il gobbo. Gli stava meglio, lo credo! E viene in Parma a il suo posto. Eccoti l'altro gobbo:—«Guarda! o non mi par tutto il mio amico? Chêh! ma gli aveva il gobbo! non è! Dài retta! Tu non siei il mio compagno, così e così?»—«Sì,»—dice—«son io.»—«Dai retta: o tu non eri gobbo, te?»—«Sì. M'hanno cavato il gobbo e m'hanno dato due sacca di quattrini, ora ti dirò il perchè. Io»—dice—«arrivai in questo posto»—gnene dice dove; a me non l'ha detto e io non lo so, io!—«e sentii a principiare a dire: _mangialo il parmigianino! mangialo il parmigianino!_ Io ebbi tanta paura, mi nascosi.»—Gli dice il posto:—«In un cortile, così e così.»—Dice:—«Quando fu un dato tempo, sento uno scatenìo; e sento a principiare: _Sabato e domenica!_ un coro. Io, dopo tre o quattro volte, gli dissi: _E lunedì!_ Questi vennero cercando me e mi trovorono, dicendo che io aveva accomodato il suo coro, e che mi volevano ricompensare. Mi presero,»—dice—«mi levorono il gobbo e mi diedero due sacca di quattrini.»—«Oh dio!»—dice l'altro gobbo—«voglio andare anch'io, sai?»—«Vai poerino, vai pure, vai, vai, vai!»—Poero gobbo!—«addio, addio!»—Si mette in viaggio e va via e arriva a questo posto. E si mette niscosto, dove gli aveva detto il compagno, preciso. Passato un dato tempo, eccoti tutto uno scatenìo; e sente:—«Sabato e domenica!»—così tutto un coro. E quegli altri, l'altro coro:—«E lunedì!»—Questo gobbo, dopo tre o quattro volte, che dicevan così:—«Sabato e domenica e lunedì!»—dice—«E martedì!»—«Dov'è»—dicono—«quello, che ci ha sciupato il nostro coro? Se noi lo si trova, gli ha da andare in pezzi.»—Questo poero gobbo, considerate, lo picchiano, lo bastonano, via, quanto posson loro. Lo bastonano; e poi, dopo, lo mettono sull'istessa tavola del compagno.—«Prendete quel gobbo»—dicono—«mettetegnene davanti.»—Prendono il gobbo e gnene appiccican davanti; e poi, a suon di bastonate, lo mandan via. Va nel suo posto e trova l'amico:—«Misericordia»—dice—«o che non è quello il mio amico? Chêh! non è, perchè gli è gobbo anche davanti»—dice.—«Ma dài retta,»—dice—«non sei tu il mio amico?»—«Altro!»—dice piagnucolando.—«Non volevo il mio di gobbo e mi tocca ora a portare il mio e il tuo! e tutto bastonato, tutto rifinito, non vedi?»—«Vien via»—dice l'amico—«vieni a casa e così si mangerà un boccone assieme; e non ti confondere.[2]»—E così, tutti i giorni, gli andava a mangiare una zuppa dall'amico; e poi saranno morti, m'immagino.[3]

NOTE

[1] Vedi GRADI (_Saggio di Lettere varie pe' giovani_). _Novella de' due Gobbi_.—PITRÉ. (Op. cit.) LXIV. _Lu scarparu e li diavuli_.—PIETRO PIPERNO. (_De Nuce maga Beneventana_) _Casus II. De Gibboso vi Dæmonis mutato in arenationem, seu ante pectus in convivio nucis Beneventanae mag._—Anche il Gozzi ha narrato questa frottola. Francesco Redi, scriveva il XXV Gennajo M.DC.LXXXIX di Firenze al Dottor Lorenzo Bellini in Pisa.—«Come una mamma amorosa, che, intenerita di quella sua figliuola gobba e sciancata, vorrebbe pure, ch'ella comparisse con l'altre a una festa, e perciò s'affanna a farle raddoppiare i tacconi alla scarpa del piede zoppo, e le rimpinza guancialetti e batuffoli di cenci intorno a' fianchi ed intorno alle spalle; così ho fatto io di nuovo intorno a quelle terzine, una di queste notti così gelate, mentre mi tribolava, che non poteva dormire. Ma penso, che sarà avvenuto come accadde a quel gobbo da Peretola, il quale, avendo veduto, che un altro gobbo suo vicino, dopo un certo suo viaggio, era tornato al paese bello e diritto, essendogli gentilmente stata segata la gobba, lo interrogò, chi fosse stato il medico, ed in qual paese fosse aperto lo spedale, dove si facevano così belle cure. Il buon gobbo, che non era più gobbo, gliela confessò giusta giusta. E gli disse, che, essendo in viaggio, smarrì una notte la strada; e, dopo lunghi aggiramenti si trovò per fortuna alla Noce di Benevento, intorno alla quale stavano allegramente ballonzolando moltissime streghe con una infinità di stregoni e di diavoli. E che, fermatosi di soppiatto a mirare il tafferuglio di quella tresca, fu scoperto, non so come, da una strega, la quale lo invitò al ballo, in cui egli si portò con tanta grazia e maestria, che tutti quanti se ne maravigliarono; e gli presero perciò così grande amore, che, messoselo baldanzosamente in mezzo, e fatta portare una certa sega di butirro, gli segaron con essa, senza verun suo dolore, la gobba, e con un certo impiastro di marzapane gli sanarono subito subito la cicatrice e lo rimandarono a casa bello e guarito. Il buon gobbo da Peretola, inteso questo e facendo lo gnorri, se ne stette zitto zitto. Ma il giorno seguente si mise in viaggio; e tanto ricercò e tanto rifrustò, che potette capitar una notte al luogo della desiderata noce, dove, con diversità di pazzi strumenti, quella ribaldaglia delle streghe e degli stregoni trescava al solito in compagnia de' diavoli, delle diavolesse e delle versiere. Una versiera o diavolessa, che si fosse, facendogli un grazioso inchino, lo invitò alla danza, ma egli vi si portò con tanto malgarbo e con tanta svenevolaggine, che stomacò tutto quanto quel notturno conciliabolo. Il quale poi, mettendosegli attorno e facendo venire in un bacile quella gobba segata al primiero gobbo, con certa tenacissima pegola d'Inferno la appiccò nel petto di questo secondo gobbo. E così questi, che era venuto qui per guarire della gobba di dietro, se ne tornò vergognosamente al paese gobbo di dietro e dinanzi; conforme suol quasi sempre avvenire a certi ipocondriaci cristianelli, che, volendo a tutti i patti e a dispetto del mondo, guarire di qualche lor male irrimediabile, ingollano a crepapancia gli strani beveroni di qualche credulo ma famoso medicastro e di un sol male, per altro comportabile, che hanno, incappano per lo più dolorosamente in tre o quattr'altri più dolorosi del primo, i quali presto presto li mandano a Patrasso, ch'è un oscuro paesello lontano da Firenze delle miglia più di millanta. Or voi, caro Bellini, applicate questa frottola alle terzine del mio sonetto. Leggetele, ridetevene, burlatemi, cuculiatemi, che me lo merito; e se non ho potuto rabberciarle io, fate la gran carità di rabberciarle voi:

«_Che per onor dei fichi e delle pere Fra' medici più saggi di Parnaso, Foste creato l'arcimastro e il sere, E in ogni cul potete dar di naso_.»—

Il paragone de' cristianelli allude ad un altra frottola, ricordata anche da Michele Zezza, in uno de' sonetti del _Carteggio poetico di Picà e di Picò_.

Lungi droghe, che qui portan gl'Inglesi Dal nuovo mondo a noi: queste, in mia fè, Ci mandano più presto a quei paesi.

Per questo appunto lo Spagnuol morì; Ma pria sull'urna sua scrivere fè: _Per volere star meglio, ora son qui_.

Stefano Francesco di Lantier, nella XXXVI lettera della sua _Correspondance de Suzette d'Arly_:—«_On racconte, qu'un Italien, assez content de son sort, se maria pour être mieux; il mourut après six mois de mariage. Il ordonna de graver cette inscription sur son tombeau_: STAVA BENE, PER ESSER MEGLIO SON QUI. _Combien de gens, à l'exemple de ce pauvre mari, se remuent, s'agitent, pour être plus mal_.»—

Il Noce di Benevento vien ricordato anche nelle _Poesie Italiane_ | _e in_ | _Dialetto Napolitano_ | _di_ | _Domenico Piccinni_ || _Napoli_ | _Da' tipi di Cataneo_ | _1827_. (pagina 105; componimento intitolato: _La Notte_).

Sta 'na noce chiantata a Beneviento, Addò', come la Notte s'abbicina, Nce veneno 'ncopp'acqua e 'ncopp'a viento, E da parte lontana e da vicina Le streghe: parte int'a 'no vastemiento 'Ddò' de diavole so' 'na cinquantina, Chi accavallo a 'no crapio e chi a 'no puorco. Chi portata da 'n Urzo e chi da 'n Uorco.

[2] _Non ti confondere_ equivale al napoletanesco _non te ne 'ncarrecà'!_ E mi sia lecito di rivendicare il piccolo onore di avere, sette anni prima della Canzonetta di _Masto Raffaele_, richiamato l'attenzione sull'importanza demopsicologica di quell'intercalare partenopeo, in una bizzarria intitolata: _I Serpenti di Panarano_.

[3] I poveri gobbi sono argomento d'infiniti racconti burleschi. Ne riferirò due, ne' quali si equivoca sulla parola _gobbo_, che ha avuto ed ha anche altri significati. Il primo è cavato da _Le piaceuoli | et ridicolose | Facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | con l'aggiunta d'alcun'altre, che nella prima | impressione mancauano. || In Venetia, M.DC.XXVII. | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti_.—«Si spendeva a quei tempi, nel Ducato di Milano, una certa piccola moneta; perchè era stata coniata sotto un Duca gobbo, Gobbo si chiamava; tre de' quali facevano un soldo. Il nome di cotal moneta, perchè pareva che fosse a disprezzo del Duca, fu causa, che si bandì. Furono nondimeno costituiti banchieri, che tutti questi simili danari ricevessero et gli tagliassero et all'incontro ne dessero il valore con altrettanta moneta d'altra sorte. Vide Messer Poncino per avventura un giorno su la Piazza di Cremona tre uomini di basso affare tutti tre gobbi; i quali immaginossi con l'occasione del sodetto bando di burlare in cotal guisa. Andossene dunque da loro et disse: _Amici, fatemi di grazia un servigio. Venite per cortesia ad esser testimonî ad un instromento, che a quel banco là ho da trattare, che io ve ne restarò con obbligo_.—_Volontieri_, risposero i gobbi; _ma ben avremo di caro, che tosto ne sbrighiate, perciocchè abbiamo anco noi faccende_.—_Non perderete tempo_, replicò Messer Poncino; _ma in tre parole sarete spacciati_. Così di compagnia giunti ad un banco, dove si cambiavano et tagliavano di quei danari gobbi, disse al banchiere Messer Poncino: _Eccovi tre gobbi; datemi un soldo et a vostra posta tagliateli_. Rimasero attoniti i gobbi; et il banchiere, tra perchè era faceto anche egli, sì eziandio, perchè poco gli costava, diede a Messer Poncino subito il soldo, et uscito dal banco, insieme con due altri suoi compagni, presero i gobbi, et dentro la bottega facendo vista di volergli portare, per tagliargli, gli posero in grandissima smania. Alfine lasciatigli, si svoltorono essi a M. Poncino et con rampogna gli minacciavano il castigo. Ma egli et gli altri, che quivi intorno s'erano raunati, ridendosene, fecero che più che di fretta i gobbi si partirono; et fra gli uomini quanto più potevano andavano nascondendosi.»—L'altra novella la tolgo da' _Cento Racconti, raccolti da Michele Somma_, dov'è intitolata: _Gli equivoci, certe volte, sono la rovina dell'uomo_.—«Un certo cardinale di Roma, dovendo dar tavola un giorno, e mancando in detta città i _gobbi_, che qui in Napoli chiamansi _cardoni_, scrisse ad un suo amico di questa capitale, acciò gliene avesse mandato una ventina. L'amico, credendo, che il cardinale bramava i _gobbi_ per far qualche burla, radunò venti di questi, e gliel'inviò, colla promessa, che avrebbero avuto un buon regalo. Arrivati che furono i gobbi in Roma, e passandone il cameriere la notizia al cardinale, gli fu risposto, che li avesse situati nella cantina. Ciò udendo il povero cameriere, mentre incominciava a far la causa di que' stanchi _gobbi_, venne rimproveràto fortemente dal cardinale. Sicchè, convenendogli di ubbidire, trascinò i poveri _gobbi_ nella cantina. Considerate voi, che timore e sbalordimento sopravvenisse a quegl'infelici! Dopo due ore, il cardinale chiamò nuovamente il cameriere; e gli ordinò, che avesse battuto sopra dei gobbi cinque o sei brocche d'acqua. A questo secondo complimento, impietositosi il cameriere, rispose: _Eminenza, e perchè tanta barbarie con questi poveretti?_ Non ancora avea proferite queste parole, che ricevette una seconda strapazzata più terribile della prima; sicchè gli convenne per la seconda volta ubbidirlo, scaricando per la ferriata più di cinque o sei brocche d'acqua sopra degl'intimoriti _gobbi_. Avvicinandosi finalmente l'ora di tavola, il cardinale disse al cameriere: _Calate giù nella cantina, prendete quattro o cinque gobbi, scorticateli ben bene, e poi fateli a pezzi minutissimi_. Ciò inteso il cameriere, quantunque avea risoluto di non più ostarsi al cardinale, pure incominciò a dire: _Ma Eminenza, e che umanità_.... A questo terzo rimprovero, prese il bastone il cardinale; e, se non se la scappava il cameriere, sarebbe stato castigato. Sicchè, per non perder il pane, fattosi animo, e chiamato in aiuto altre persone di servizio, scese nella cantina e così disse ai tremanti gobbi: _Cari miei, io non ho che farvi, e Dio sa che ho sofferto per voi; sicchè cinque o sei di voi debbono essere scorticati, e fatti minutamente a pezzi_. A quest'ultima antifona incominciarono i _gobbi_ ad urtarsi l'un l'altro, ed a gridare in modo, che, rivoltandosi tutto il palazzo, si affacciò il cardinale; ed interrogando il motivo di sì forte schiamazzo, gli fu risposto dal cameriere, ch'erano i _gobbi_. _Dunque i gobbi gridano?_ ripigliò il cardinale. _Signore_, rispose il cameriere, _questi non sono muti ma gobbi, cioè storpi_. Ciò udendo il cardinale, tra le risa e il capriccio, disse al cameriere: _Cacciateli dunque dalla cantina, e portateli qui_. Venuti i semivivi gobbi alla presenza del cardinale, questi li cercò scusa, e gli disse, _che egli voleva i gobbi, che si chiamano cordoni, non già quelli, che si chiamano gobbi; e che perciò li avea sì malamente trattati, e li avrebbe trattati peggio, se non avessero urlato_. Regalò loro assai bene e finalmente ne li rimandò qui in Napoli, dove arrivati, ed interrogati dall'amico del cardinale del trattamento ricevuto, gli raccontarono tutto l'accaduto su di essi. Non potè fare a meno di ridere smascellatamente l'amico corrispondente per l'equivoco avvenuto.»—

LXIV.

LA NOVELLA DEL SIGNOR DONATO.[1]

La Novella del signor Donato? Io non la vo' dire, bisogna, che mi preghiate. Se mi pregate di molto, ve la dirò[2]. C'era una volta marito e moglie, che avevano la serva. Dunque, la padrona andava di fori: sapete bene, quando c'è la serva. Nel mentre che lei faceva le faccende, un topo sale sul prosciutto del padrone e gnene rodeva. La prende il gatto, perchè lo mangi questo topo:—«Oh»—dice—«che fai tu, che non lo mangi?»—Il gatto gli era rimasto attaccato a il topo, proprio attaccato, non veniva più via. Grida la serva:—«Eh, vien via!»—Lo acchiappa per la coda e rimane attaccata anche lei. Siccome questo prosciutto rimaneva sur una terrazza, che dalla strada si vedeva, torna a casa la padrona, e di quì si volta e vede la serva e gli dice:—«Oh che stai tu qui a fare, grulla, invece di fare le faccende?»—«Ah! signora padrona!...»—«Animo, animo!»—La vien su; l'apre;—«Vien via!»—la gli dice; la scuote; e rimane attaccata anche lei. Eccoti torna il signor Donato e vede quelle donne:—«Che state a fare quassù?»—dice.—«Abbi da sapere,»—dice la moglie—«che la serva l'ha visto mangiare il prosciutto da un topo. L'ha messo il gatto e l'è rimasto attaccato. La lo gridava: _Vien via!_ l'è rimasta attaccata anche lei. Io son torna; dicendo: _Vien via!_ son rimasta attaccata anch'io. Vedi, veh!»—«Animo, sciocche!»—dice il signor Donato; le scote e rimane attaccato anche lui[3]. Eccoti il tempo che il topo gli vien voglia di fare il suo bisogno. La fa, con rispetto, in bocca a il gatto. Il gatto la fa in bocca alla serva. La serva la fece in bocca alla padrona. La padrona la fece in bocca a il signor Donato. E il signor Donato? In bocca a chi m'ha pregato. La novella dice così: io non ci ho colpa.

NOTE

[1] Cf. PITRÉ. (Op. cit.) CXXXVI. _Li vecchi_.—BERNONI. (Op. cit.) _Na giornata de sagra_. Il LIEBRECHT annota:—«Vgl. GRIMM K. M. n.º 64 Die Goldgans.»—Questa novellina è una goffaggine, lo veggo bene anch'io da me. Ma la goffaggine popolare, le goffe invenzioni della fantasia nazionale, importano anch'esse allo studioso, alla _demopsicologia_. Dello stesso genere, o brutto o bello che piaccia chiamarlo, è la seguente novella milanese.

LA REGINNA SUPERBA

Gh'era ona Reginna, che l'era molto superba; e, in quel temp, che regnava sta Reginna, i stronz parlaven. Donca, el fioeu de sta Reginna, l'ha tolt mièe; e la Reginna sta soa nœura le piaseva no, perchè l'era minga de sangu real come voreva lèe. Gh'aveven on bellissem giardin; e lee, savend minga come perzipità[i] sta soa nœura, l'ha pensàa d'andà a fà el so bisogn in giardin. El Re, passeggiand, l'ha vist sta porcaria e l'ha ciamàa tutt la gent de servizi a dimandagh chi l'è, che l'ha fatt sta porcaria. Lor saveven no; han seguitàa a digh, ch'eren innocent, che saveven nient. E la Reginna:—«T'hê tolt ona donna ordinaria? e sarà stada lèe, che l'è andada là, a fà sta robba.»—Allora el Re, l'ha mai podùu savè nient, el voreva andà al fond de sta robba, el fa mett tutt in procession sta gent de servizi e poeu l'ha ditt a la mader:—«Cara mader, bisogna, che la vaga lee insemma a la gent de servizi e mi e mia mièe.»—Lee, la mader, l'ha vorùu vede veso l'ultima, sperand che el Re l'avess de dì:—«Basta! basta!»—l'avess de stufiss. Donca, ha cominciàa la gent de servizi:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—ghe diseven i gent de servizî a vun a la volta. E lu, el respondeva:—«Minga ti.»—Vegneven tutt i alter servitor; e lu, el diseva semper:—«Minga ti, minga ti.»—de meneman[ii] che passaven. Ven al Re. El Re, l'è andàa là anca lu, per dà soddisfazion; el ghe dis:—«Stronz, bel stronz, chi t'ha fàa?»—Semper:—«Minga ti.»—Passa la sposa, e anca quella ghe dimanda:—«Chi t'ha fàa?»—«Minga ti.»—Allora la veggia la saveva minga come fà, la s'è tirada su tutta, l'era on pòo agitada, e allora la ghe dis:—«Stronzellino, bel stronzellino, chi t'ha fatto?»—Lee, in del so coeur:—«El me dirà minga, che sont mi!»—E lu, el ghe rispond:—«Ti, veggia porca.»—Allora, el Re, perchè el gh'aveva dett a tutti:—«Chi l'è stàa, soo mi el castigh, che ghe daròo!...»—e la mader gh'è vegnùn fastidi del dispiasè...: e el fioeu, poeu, allora, send la mader, el dis:—«S'ciao! bisogna metti sott al silenzi sta cossa!»—L'ha minga vorùu castigalla. Ma del rest, lee, la gh'ha avùu semper la vergogna in faccia a la gent de servizi d'avè fàa sta porcaria; e inscì la soa superbia, perchè l'era tant superba, l'è stàda castigada.

Il medesimo argomento, ma senza lo elemento fantastico, che da tanto umorismo alla precedente novelletta milanese, è trattato da Tommaso Costo nella V. Giornata del _Fuggilozio_.

= Aveva un ricco speziale molti garzoni; l'uno de' quali, avendo una sera a cena mangiato soverchio, gli venne poi a mezzanotte una furia di corpo siffatta, ch'ei fu costretto alzarsi dal letto bene in fretta. E, corso all'uscio della bottega, quivi, senza rispetto alcuno, si scaricò il ventre. Del che avvistosi poi la mattina lo speziale, come quegli, che si levò più per tempo degli altri, tutto adirato verso i garzoni, dimandò chi fosse stato di loro. Ma negando tutti, diss'egli:—«Adunque sarò stato io. Orsù, voglio essere il primo a por le mani in quella bruttura. Ajutatemi tutti, che a un po' per uno la sgombreremo ad un tratto via.»—Ciò sentendo i garzoni, tutti quelli, che erano innocenti, con mal volto e mormorando si moveano mal volentieri a farlo. Ma quegli, che aveva fatto il male, per parere ubbediente e guadagnarsi l'animo del padrone, disse:——«Ben dice messere; e voglio essere il primo io a porvi le mani.»—Allora lo speziale, come accorto, disse:—«Ah furfante, ribaldo! tu, che volentieri alla penitenza t'offerisci, dimostri esser senza dubbio l'autor del peccato.»—E così, a suon di buone bastonate, fece fare il tutto a lui, e poi lo cacciò. =

[i] _Perzipità_ o _Parzipità_. Quanto a _Precipità_, secondo il Cherubini, si adopera solo nel senso di far le cose frettolosamente e male (_acciabattare_).

[ii] _De meneman_. Di mano in mano.

[2] Questa novella appartiene al genere, che si chiama dei _Chiapparelli_, perchè con essi si acchiappa, si burla, chi ci prega di novellare. Eccone per esempio un altro de' Chiapparelli fiorentini, somministratomi dal D.ͬ Giuseppe Pitré ed intitolato: IL GALLO. Avanti di raccontarlo, il novellatore si fa promettere una noce:—«C'era una volta un gallo; questo gallo gli scappò. Passò una donna. _O quella donna, avete visto il mi' gallo?_—_No, 'un l'ho visto_. Passò un omo. _Quell'omo, avete visto il mi' gallo?_—_Sì, l'ho visto, sur un monte, che cantava con una bella voce_, E merda in bocca a chi m'ha promessa la noce.»—Chiapparelli sono pure i due seguenti milanesi:

L'OMM APÔS AL DOMM

Ona volta gh'era on omm Apôs[i] al domm, Cont el gerlett in spalla.... Ma tasii s'hoo de cuntalla.[ii]

L'OMM, CHE ANDAVA A ROMMA

Ona volta gh'era on omm e ona donna, Che andaven a Romma; Gh'è andaa on moschin in del cuu, Hin borlaa giò[iii] tutt e duu.

Genere diverso di chiapparelli è quello, di cui può dare un'idea la seguente novelletta milanese:

EL GESSUMIN.[iv]

Ona volta, gh'era on giovin; el vorreva tœu miee. Sicchè, ghe disen che gh'è tre tosann, s'el voreva vedej, ch'el menaven a vedej: el podeva fa la scelta de quella, che ghe piaseva pusee. El va là in casa e ghen fan vegnì de bass vunna. La ven giò e la dis:—«O, che dolor de vitta! o che dolor de rênn! o che mal!»—«Cossa la gh'ha?»—el ghe dis, lu.—«Ah, caro lu, la me donna de servizî, la m'ha miss el lenzœu invers; el pont—sora del lenzœu, el m'ha faa tant mal, che sont chì tutta mezza ruvinada.»—Lu, el dis:—«Questa, l'è minga bonna per mi, l'è tropp delicada!»—Ven giò l'altra tosa con la testa in man; e la dis:—«Ah che dolor, che dolor de testa!»—E lu, el dis:—«Cossa la gh'ha?»—Ah, s'el savess! La mia donzella, per pettinamm, la m'ha strappaa on cavell; e mi gh'ho tutta la testa ruvinada.»—E lu:—«Anca quella»—el dis—«la fa minga per mi.»—Ven giò on'oltra, tutta zoppa. El dis:—«Cossa la gh'ha a quel pè, che ghe fa inscì mal?»—«Ma, caro lu, sont stada in giardin; e m'è andaa on gessumin[v] sul pè.»—Lu, el ghe dis al so amis:—«Caro ti, gh'han de quij difett, che per mi fan no. Sent, dimm on poo ti, qual'è quella cossa, di quij trii lì, che po fa men mal?»—E lu, el so amis:—«El pontsora, el po anca fa on poo mal; el cavell, l'istess: strappà on cavell! Ma el gessumin! Chi fa men mal, l'è el gessumin.»—E lu, allora, el ghe rispond:—«Tanta merda in sul to bocchin.»—