La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare
Part 53
Dice la madre:—«Dunque fa' anco questa di prove: ma sarà l'ultima. 'Nvitala, Fanta—Ghirò, a bagnarsi gnuda con teco nella pescaia del giardino in sul mezzodì. Se lei è donna, o non ci viene, oppuramente tu te n'addai insenza dubbio.»—Lui, difatto, fece quell'invito a Fanta—Ghirò; gli disse:—«Non mi par vero! Anco a casa son'avvezza a lavarmi ogni giorno, e ora gli è un pezzo, che non son'entra nell'acqua. Ma però il bagno s'ha da fare domattina; stamani no, chè non posso.»—Subbito Fanta—Ghirò chiama il su' fido servitore, che monti a cavallo e porti una lettera al Re suo padre, e con pronta risposta. Nella risposta, da mandarsi per un dragone de' meglio, ci aveva a dire:—«Che lui steva male in fin di vita, e che voleva rivedere Fanta—Ghirò prima di morire.»—Il servitore di carriera se n'andette coll'ambasciata. Intanto, il giorno dopo, in sul mezzodì, il Re aspettava nel giardino Fanta—Ghirò, e s'era cominciato a spogliare, quando la vedde comparire da lontano per una redola. Lesto, si leva d'addosso il resto de' panni e si tuffa nella pescaia. Lei però disse:—«Non mi voglio ancora bagnare: ho troppo caldo e son molle di sudore.»—Ma faceva così, perchè gli arrivassi il corrieri colla lettera. Aspetta, aspetta, mezzodì era già sonato da un pezzo, e non appariva nessuno. Fanta—Ghirò moriva dalla pena, perchè il Re la pintava a gnudarsi e buttarsi giù in nella pescaia. Dice Fanta—Ghirò:—«Mi sento male. Mi vien certi gricciori per le spalle e per le gambe. Gli è un segno cattivo; c'è qualche disgrazia per aria.»—Il Re s'impazientiva:—«Non è nulla. Spogliatevi e buttatevi giù, chè ci si sta tanto bene. Che disgrazie volete, che ci sieno?»—In quel mentre si sente un rumore; scrama Fanta—Ghirò:—«Un cavallo, un cavallo alla carriera, con uno de' miei dragoni sopr'esso. Sta, sta. Deccolo.»—A male brighe il dragone gli viense dinanzi, gli diede la lettera di su' padre a Fanta—Ghirò; e lei fece le viste d'aprirla con gran premuria. E, quando l'ebbe letta, disse al Re:—«Mi rincresce, Maestà, ma ci sono delle cattive nove. Lo dicevo io, che que' gricciori eran un segno cattivo! mi' padre è lì lì per morire e mi vole rivedere. Dunque, bisogna, che parta in nel momento. Sicchè facciamo la pace; e, se volete, vienite a trovarmi nel mi' Regno. Il bagno si farà un'altra volta.»—Figuratevi, se il Re era disperato davvero, perchè lui proprio credeva, che Fanta—Ghirò fusse donna, e ci moriva sopra dalla passione. Ma gli conviense adattarsi al destino e lassarla andar via. Lei, dunque, passò prima dalla su' cambera; e in sullo 'nginocchiatoio ci messe un foglio scritto, che diceva:
—«Fanta—Ghirò, Donna è venuta e donna se ne va, Ma 'mperò cognosciuta il Re non l'ha.»
Quando, la mattina doppo, il Re gli andette in quella cambera per isfogarsi della passione, in nel girar gli occhi vedde il foglio e lo lesse; sicchè rimase lì di sasso, come un baiocco, tra 'l dispiaciere e l'allegrezza. Corre diviato da su' madre:—«Mamma, mamma! l'avevo indovinato, che Fanta—Ghirò era donna. Leggete questo foglio, che ha lassato scritto in sullo 'nginocchiatoio della cambera.»—E non stiede ad aspettar la risposta di su' madre; ma, fatta attaccare la carrozza, si messe dreto a tutta carriera a Fanta—Ghirò. Fanta—Ghirò, intanto, steva alla presenzia di su' padre e gli raccontava le cose, che gli erano intravvenute, e come a quel mo' avessi vinto le battaglie; quando, doppo poco, si sente un rumore nella corte; era il rumore della carrozza con quel Re innamorato, che subbito volse rivedere Fanta—Ghirò. E lì, dissano tante cose, chè la concrusione fu la pace tra que' Re e lo sposalizio di Fanta—Ghirò col Re dapprima nimico. Sicchè lui la menò con seco al su' palazzo nel su' Regno; e, quando poi morì il babbo di Fanta—Ghirò, lei ebbe in eredità tutto il Regno di su' padre.
NOTA
[1] —«_Fanta_ o _Fantina_, aggiunto a _donna_, vale come il latino _Virago_. Può essere, che _Ghirò_ sia una corruzione di _Virago_. Fanta—Ghirò, Fanciulla—eroina?»—Così il raccoglitore prof. avv. Gherardo Nerucci, cui venne dettata da Luisa Ginanni del Montale—Pistojese. Cf. Con _La Serva d'Aglie_, Trattenimento VI della giornata III del Pentamerone:—«Belluccia, figlia d'Ambrouso de la Varra, ped essere obediente a lo patre, facenno lo gusto sujo, pe' portarese accortamente 'n chello, che l'era stato commannato, deventa maretata ricca ricca co' Narduccio, primmogeneto de Biasillo Guallecchia; ed è causa, che l'autre sore poverelle siano da lo medesemo dotate e date pe' mogliere a l'autre figli suoje.»—
XXXVIII.
LA FRITTATINA.
C'era una volta una donnina, che aveva una stanzina piccina piccina, e ci aveva una gallina. Questa gallina, la fece l'ovo. E la donnina, la lo prese e ne fece una frittatina picchina picchina picchina, e la la messe a freddare alla finestra. Passa una mosca e gnene mangia: figuratevi, che frittata avea da esser quella![1] La donnina la va da il Commissario e gli racconta il caso.—«Oh!»—dice—«quando voi la vedrete, la mosca, tenete questa mazza»—e gli dà una mazzettina—«quando voi la vedrete, picchiatela, ammazzatela.»—In quel tempo, la gli si mette su il naso a questo Commissario una mosca. La donnina, lei, la crede, che sia quella; e gli dà una bastonata, come gli aveva detto, e rompe il naso a il Commissario.[2]
NOTE
[1] Questa frittata, veramente omeopatica, mi rimette in mente un raccontino, una novelletta del Tresatti, ignota al Gamba, al Borromeo, al Passano, al Papanti, eccetera, eccetera (e degna di rimanere ignota) che ricavo dalla sua edizione de' cantici del Beato Jacopone da Todi.—«Voleva uno cuocer funghi: et dimandava ad un vecchio, come ciò far potrebbe a fin che riuscissero assai buoni a mangiare. _Io te l'insegnerò_, disse il vecchio; _che saranno ottimi. Piglia de' funghi sì poco, quanto sia l'ugna del tuo dito piccolo et non più; et mescola seco et sbatti dell'ova fresche et del formaggio buono grattato et del butirro_. Et vi aggiungeva dell'altre cose sì fatte. Et conchiudeva: _Or vatti con dio, che, cocendo tai funghi con diligenza, saranno stupendi buonissimi_.»—
[2] Vedi _Vita | Pentimento, e Morte | di | Pietro Bailardo | con | Pulcinella | accarezzato da' diavoli e spaven | tato dall'ombra di Merlino | Tragicommedia Magico—spettacolosa | in quattro atti. || Napoli | Tipografia Francesco Saverio Criscuolo. | Presso Giuseppe d'Ambra strada Portacarrese | Montecalvario n. 1. | 1852_.—Nella scena V dell'Atto II, il Bargello narra a Pietro Bailardo, nel condurlo in prigione, la storia di alcuni carcerati.—«PIETRO. E quell'altro là? BARGELLO. Quello poi è innocente, innocentissimo; e si trova qui per avere uccisa una mosca. PIETRO. Come! Se è così, non merita alcuna pena. Spiegatevi. BARGELLO. Eccomi. Stava costui al servizio di uno speziale. Adocchiò, che il suo padrone aveva molto denaro nel bancone; e siccome (_sic_) il suo naturale è stato sempre di volersi appropriare della roba d'altri, così, spalancati tanto d'occhi su quel piccolo tesoro, e' cercava modo d'impadronirsene. Ma, non potendogli riuscire a causa della vigilanza del padrone, nè volendo commettere un delitto coll'ucciderlo, andava cercando una occasione opportuna, onde soddisfare (_sic_) le sue brame. Questa gli si presentò un giorno di està dopo pranzo, in cui il suo padrone dormiva nella spezieria, sdrajato su di uno scanno. Una mosca impertinente gli succhiava il sudore, che gli grondava dalla fronte. Il dormiente non la sentiva, perchè assopito nel sonno; ma questo buon uomo, ch'era sempre sveglio e vigilante negl'interessi del padrone, ben se n'accorse; e, per fare un atto di carità, prese un maglio; e, con un colpo da maestro diretto sopra la mosca, la ridusse a zero. PIETRO. Oh cielo! E la testa del padrone? BARGELLO. La fece come una focaccia.»—
XXXIX.
LA DONNINA PICCINA PICCINA PICCINA PICCIÒ.[1]
C'era una volta una donnina, piccina piccina piccina picciò; aveva una casina, piccina piccina piccina picciò, e una gallina, piccina piccina piccina picciò. Questa gallina, piccina piccina piccina picciò, fece un ovino, piccino piccino piccino picciò. Questa donnina, piccina piccina piccina picciò, fece una frittatina, piccina piccina piccina picciò; e la pose sopra la finestrina, piccina piccina piccina picciò. Passò una moschina piccina piccina piccina picciò e ci cadde drento. La donnina, piccina piccina piccina picciò, tutta arrabbiata, val dal Gonfaloniere e si lamenta di questa sventura. Il Gonfaloniere, tutto meravigliato, gli dà un bastoncino piccino piccino piccino picciò e gli dice di bastonare la moschina piccina piccina piccina picciò appena[2] la vedrà. In questo tempo una moschina piccina piccina piccina picciò si posa precisamente sul naso del Gonfaloniere; e la donnina, piccina piccina piccina picciò, gli dà una bella bastonata. Il Gonfaloniere si risente di questa mossa inaspettata e la donnina, piccina piccina piccina picciò se ne andò pe' fatti suoi.
NOTE
[1] Variante della Novelletta precedente.—PITRÈ (Op. cit.) CXL. _Lu Re Befè_.
[2] _Appena_; leggi e correggi: _come_.
XL.
PETRUZZO[1].
C'era una volta marito e moglie, che avevano un figliolo. Suo padre, di questo ragazzo, s'ammalò. Mandano a chiamare il medico; e gli ordina la minestra di cavolo. Dice la mamma:—«Petruzzo, Petruzzo, va a cogliere il cavoluzzo, per tuo pa', che ha male.»—«Io no, ch'io non voglio andare,»—dice Petruzzo.—«Dirò alla mazza, che ti dia. Mazza, dà a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' dare,»—dice la mazza.—«Dirò al foco, che ti bruci. Foco, brucia la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non vo' bruciare,»—dice il foco.—«Dirò all'acqua, che ti spenga. Acqua, spengi il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Io no, che non voglio spengere,»—dice l'acqua.—«Dirò a' bovi, che ti bevino. Bovi, bevete l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vole dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol bere,»—dicono i bovi.—«Dirò alle funi, che vi leghino. O funi, legate i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a cogliere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, che non si vol legare,»—dicono le funi.—«Dirò ai topi, che vi rodino. Topi, rodete le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—«Noi no, non si vol rodere,»—dicono i topi.—«Dirò al gatto, che vi mangi. Gatto, mangia i topi, perchè i topi non vogliono rodere le funi, perchè le funi non vogliono legare i bovi, perchè i bovi non vogliono ber l'acqua, perchè l'acqua non vole spengere il foco, perchè il foco non vole arder la mazza, perchè la mazza non vol dare a Petruzzo, perchè Petruzzo non vole andare a prendere il cavoluzzo, per suo pa', che ha male.»—
Dice il gatto:—«Io mangio, io mangio.»— Dice il topo:—«Rodo, rodo.»— Dice le funi:—«Lego, lego.»— Dice i bovi:—«Bevo, bevo.»— Dice l'acqua:—«Spengo, spengo.»— Dice il foco:—«I' ardo, i' ardo.»— Dice la mazza:—«I' dò, i' dò.»— Dice Petruzzo:—«I' vo', i' vo'.»—
NOTA
[1] Il LIEBRECHT annota:—«Ein Häufelmärchen wie _Der Bauer shickt den Jäkel aus_. Vergleiche meine Anzeige von BLEEK'S _Reinhard Fuchs in Afrika_ zu n.º 17 und n.º 42 des ersten Buches.»—Vedi GRADI (_Saggio di Letture Varie_) _La Novella di Petruzzo_.—PITRÈ (op. cit.) CXXXI _Pitidda_.—BERNONI (_Tradizioni popolari Veneziane_, puntata terza) _Petin—Petele_.
XLI.
IL TOPO.[1]
C'era una volta un topo. Dunque, questo topino entra in una stalla. C'era il gallo e gli becca il cervello a questo topino. Il topo principia a urlare e dice:—«Dove ho a andare a farmi medicare?»—Dice il gallo:—«Da il medico, eh!»—«Medico medicò, medica il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il medico:—«Portami delle toppe.»—Delle pezzette, si dirà.—«E dove ho andare?»—«Da il sarto.»—«Sarto sartò, dammi toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portatemi del pane eh!»—dice il sarto.—«O dove ho andare?»—«Da il fornajo, eh!»—«Fornajo fornajò, dammi pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—«Portami delle frasche, eh!»—«E dove ho andare?»—«A il bosco.»—«Bosco boscò, dammi frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che le porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, dove il gallo m'ha beccato.»—Dice il bosco:—«Portami del concio, eh!»—A volere, che il bosco sia coltivato, ci vol del concio.—«E dove ho andare?»—«Da il bove, eh!»—«Bove bovò, dammi merda e merdò, che la porti al bosco boscò, che mi dia frasche e frascò, che le porti al fornajo fornajò, che mi dia pane e panò, che lo porti al sarto sartò, che mi dia toppe e toppò, che lo porti al medico medicò, che mi medichi il cervellò, che il gallo m'ha beccato.»—Eccoti il bove dice:—«Aspetta, aspetta!»—Con rispetto, gli fa un'evacuata ed affoga il povero topino[2]. Gli stava lì!
NOTE
[1] Cf. PITRÈ. (Op. cit.) CXXXV. _Lu nasu di lu Sacristanu_ (la seconda parte).—BERNONI. (_Tradizioni popolari veneziane_, Puntata terza) _Galeto e Sorzeto_.—In tutta Italia vi ha gran quantità di novelline puerili, le quali (come questa e quella di _Petruzzo_) si riducono ad un esercizio mnemonico ad uno ispratichimento della lingua. Ne soggiungerò due esempi milanesi, de' quali conosco varianti infinite ne' dialetti meridionali.
EL RATTON E EL RATTIN
El ratton l'è andàa a provved el disnà. El gh'ha ditt al rattin de scumà la carne, e el rattin l'è borlàa dent in del caldar. Ven a cà el ratton, el cerca el rattin per tutta la cà e le troeuva no. Guarda in del caldar; el troeuva el rattin mort. Allora, disperàa, el trà el caldar in mezz a la cà. La banca, la dis:—«Perchè t'hê tràa el caldar in mezz a la cà?»—«Perchè el rattin, l'è mort; e mi hòo tràa el caldar in mezz a la cà.»—La banca, la dis:—«E mi saltaròo!»—E la s'è missa à saltà. L'uss, el ghe dis a la banca:—«Perchè te saltet?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, e mi salti.»—L'uss, el dis:—«E mi andaròo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«Perchè te vee innanz e indrèe?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, e mi voo innanz e indrèe.»—La scala, la dis:—«E mi andaròo tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«Perchè te set tutt a tocch?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, la banca salta, uss innanz e indrèe; e mi sont andada tutt a tocch.»—La porta, la dis:—«E mi andaròo giò de chanchen.»—Gh'era on carr de foeura de la porta; e el gh'ha ditt:—«Perchè te set giò de canchen?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, la scala tutt a tocch, porta scanchignada.»—El carr, el dis:—«E mi andaròo senza i boeu.»—Passa ona vipera e la dis:—«Perchè te see senza i boeu?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada e mi vòo senza i boeu.»—La vipera, la dis:—«E mi me pelaròo.»—La vipera, la passa d'on fontanin. El fontanin, el dis:—«Perchè te see pelada?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senza i boeu, e mi sont pelada.»—El fontanin, el dis:—«Ben! e mi me sugaròo.»—Ven ona serva a cavà l'acqua e la ghe dis:—«Perchè te see sugàa, fontanin?»—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz a la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el carr, el va senz i boeu, la vipera, la s'è pelada, e mi me son sugàa.»—E lee, la dis:—«Ben; e mi trarròo el sidellin in mezz a la strada.»—E' vegnuu el padron; el ghe dis:—«Perchè t'hê tràa el sidellin in mezz a la strada?»—E lee, la ghe dis:—«Perchè rattin l'è mort, ratton l'ha tràa el caldar in mezz la cà, banca salta, uss innanz e indrèe, scala tutt a tocch, porta scanchignada, el car, el va senza i boeu, la vipera, la s'è pelada, el fontanin s'è sugàa e mi hoo tràa el sidellin in mezz a la strada.»—E lu, el dis:—«E mi, che sont el padron, la faròo in di calzon.»
ON RE E DÒ ZÒCCOR[i].
Ona volta on Re e dò zòccor[ii] hin andaa in d'on giardin su ona pianta de pér[iii] a cattà[iv] pòmm[v]. L'è rivaa el padron de sti nespol e l'ha ditt:—«Giò de quij figh, ch'hin minga voster quij brugn[vi].»—E l'ha ciappàa on sass, che no gh'era; e ghe l'ha dàa tant su i calcagn, ch'el gh'ha fàa dorì[vii] on'oreggia[viii] per on ann.
[i] Nella _Posellecheata de Masillo Reppone_ (Scampagnata a Posillipo di Pompeo Sarnelli) opera in dialetto Napolitano del seicento, che contiene cinque fiabe (_canti_) capricciosamente raffazzonati dal vescovo autore, fra le canzoni cantate dalla forese Ciulletella è la seguente:
_E l'autra sera, quanno fuje la festa, Pigliaje la ronca e ghiette a semmenare. Trovaje 'no sammuco de nocelle: Quanta ne couze de chelle granate! E benne lo patrone de le perzeche: —“E bi', ca non te magne 'ste percoca!”— L'aseno, ca saglieva a lo ceraso Ppe' cogliere 'no tummolo de fiche, Cadette 'nterra e sse rompìo lo naso. Li lupe sse schiattavano de risa. La vorpa, ca facìa li maccarune, Li figlie le grattavano lo caso. La gatta arrepezzava le lenzola, Li surece scopavano la casa. Esce 'no zampaglione de la votta, Piglia la spata e sse ne va a la corte. —“Sio capetanio, famme 'no favore: Piglia la mosca e mettela 'mpresone.”— La moaca se n'ascìo pe' la cancella...... A 'no povero cecato 'na panella._
L'ultimo verso indica, esser questa una tiritera, solita a cantarsi da' ciechi, nel chieder l'elemosina. La canzone è viva tuttora con infinite varianti nelle provincie del mezzogiorno d'Italia. Le quali varianti non è qui opportuno il riferire.
[ii] _Zòccara_ o _Zòcchera_ o _Zòccola_, Zòccolo. _Zòccor de capuscin_, sandali. _Zòccor de patta_, zoccoli a guiggia intera (_Sgalmare_, in Venezia ). _Zòccor de mezza patta_ o _zòccor de montagna_, zoccoli a mezza guiggia.
[iii] _Pianta de pér_, si dice anche _on pér_.
[iv] _Cattà_, cogliere, _captare_, frequent. di capio.
[v] _Pomm_, mela, ed anche il melo.
[vi] _Brugna_; tanto il prugno o susino che la prugna o susina.
[vii] _Dorì_, dolore. _Insalata de fràa, bombon de monegh, fan semper dorì el stomegh_.—“Insalata di monache eh! E' si spende più a mangiarne a capo d'anno, che a mangiar starne e fagiani. GELLI, _Sporta_.”—
[viii] _Oreggia_, sing. _Orecc_, plur.
[2] Nel quarto libro dell'_Asino d'oro_ di Agnolo Firenzuola, il povero ciuco narra, come, per non so qual suo fallo, gli aizzassero addosso alcuni rabidi cani:—«Allora io, senza dubbio alcuno vicino alla morte, veggendo tanti cagnacci e così grandi e così fieri, che non avrebbero avuto paura nè degli orsi, nè dei leoni, incrudelirsi ogni vie più contro di me per le lor grida, preso consiglio in sul fatto, restai di fuggire; e, dato la volta addietro, con presti passi me n'entrai nella stalla di quella casa, donde io mi era partito poco fa. Perchè eglino, avendo con gran fatica rilegati i cani, attaccatomi con una buona fune a una caviglia, di nuovo mi cominciarono a mazzicare. E avrebbonmi senza dubbio alcuno ammazzato, se non che il ventre pien di bietole e di altri erbaggi, assaltato, la mercè di queste bastonate, da una sdrucciolevole soccorrenza, schizzando come un nibbio, di loro una parte ricoperse, e un'altra ne ammorbò con quell'odore; sicchè, per lo miglior loro, e' furon forzati a tormisi d'in su le spalle.»—
XLII.
LA CAPRA FERRATA.[1]
C'era una vedova, che aveva un figlio. Un giorno, ha detto a questo figlio:—«Stai 'n casa. Voglio andare a i' vivajo a lavare i' bucato. Bada, non mi lasciare l'uscio aperto, perchè ti potrebbe entrare la capra ferrata in casa, con la bocca di ferro e la lingua di spada.»—Questo poero bambino volse andare a trovà' sua madre e lasciò l'uscio aperto. Quando fu a mezza strada, si rammentò, che non aveva chiuso l'uscio; tornò indietro. Va per entrare in casa, c'era la capra ferrata:—«Chi va là?»—«Son io. Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Questo poero bambino si messe sulla porta a piangere. Passò una vecchina:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Cos'ho? I' ho lasciato la porta di casa aperta, per andare a trovare mia madre. Mi ci è entrato la capra ferrata. Non so come fare a mandarla via.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Da mia madre vi faccio dare quel, che volete, basta che me la mandate via.»—«Mi devi dare tre staja di grano; io te la mando via.»—Va a picchiare all'uscio di casa:—«Chi è?»—«Son io.»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, ti affetto come una rapa.»—Quella donna disse a quel bambino lì:—«Senti, bambino mio; non m'importa di quelle tre staja di grano; ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva altro che[2] piangere. Passò un vecchio:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino! sono disgraziato. Ho lasciato l'uscio di casa aperto. Mi c'è entrato la capra ferrata. Non so come fare per mandarla via.»—«Se te mi dai quattro forme di formaggio, te la mando via io.»—«Se me la mandate via, quando torna mia madre, io ve le faccio dare.»—Va a picchiare alla porta e domanda:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—E questo poero vecchio va da i' bambino:—«Senti, bambino mio, poi fare quel, che voi, ma io non te la mando via davvero.»—Questo poero bambino non faceva che piangere e passò un uccellino:—«Cos'hai, bambino mio, che piangi tanto?»—«Poerino, che non ho io? M'è entrata la capra ferrata in casa e non mi riesce di mandarla via. Se torna la mia madre, non pole entrare in casa.»—«Quanto tu mi dai, te la mando via io?»—«Cosa ti devo da', che non ho nulla? Se me la mandi via, ti farò pagare a mia madre.»—«Mi devi dare tre staja di panico e io te la mando via.»—Dice:—«Sì. Io te lo do.»—L'uccellino va:—«Chi va là?»—«Son la capra ferrata, con la bocca di ferro e la lingua di spada; e, se t'entri drento, t'affetto come una rapa.»—«E io, cor i' mio becchino, ti beccherò i' cervellino.»—E la capra ferrata s'è impaurita e è sortita di casa. E i' bambino ha dovuto pagare tre staja di panico all'uccellino.
_Stretta la foglia e largo il bocciolo, Della pelle di mi' nonno io ne farò un lenzuolo!_
NOTE
[1] Vedi MOROSI. (Opera citata in nota alla novella di _Manfane, Tanfane e Zufilo_ della presente raccolta).—«Una volta entrò una capra nella tana della volpe, mentre questa non era in casa. Si fece sera e la volpe si ritirò a casa. E trovò la capra, e fuggì; perchè si spaventò delle corna della capra. E passò un lupo e anche si spaventò. E passò un riccio; e questo entrò là dentro e punse la capra. E la capra uscì; e il lupo l'ammazzò e la volpe la mangiò.»—PITRÈ. (Op. cit.) CXXXII. _Cummari Vurpidda_; CXXXIII. _La Crapa e La Monaca_.
[2] _Che_; leggi e correggi _se non_.
XLIII.