La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 48

Chapter 483,628 wordsPublic domain

_Stretta la foglia e larga la via, Dite la vostra, che ho detta la mia._[10]

NOTE

[1] Il LIEBRECHT annota:—«Gehört in den Kreis der Erzählungen, die v. d. Hagen _Gesamtabent_ N.º LXVIII _Zwei Kaufmänner und die treue Hausfrau_ behandelt hat. S. auch REINHOLD KÖHLER in LEMCKE's Jahrb. VIII. 44 ff.»—Vedi PITRÈ (op. cit.) LXXV. _La stivala_. ed anche LXXIII _Ervabianca_ (che il PITRÈ ha pubblicata anche in Italiano con qualche modificazione in una strenna stampata a Milano nel M.DCCC.LXXII e chiamata _L'Adolescenza_).—GONZENBACH (op. cit.) _VII. Die beiden Fürstenkinder von Monteleone._ (Cf. SIMROCK, _Deutsche Märchen_ N.º 51).—SGUBBERNATIS (op. cit.) X. _Il Guanto d'oro._—BERNONI. (Fiabe e novelle popolari veneziane) I. _I do Camarieri._—La mente del lettore corre subito ad una delle più vaghe novelle del BOCCACCIO.

[2] Non è molto chiara l'espressione. Intende, una donna simile perfettamente alla figura, da te ideata; una donna, della quale, questa tua figura possa considerarsi ritratto, che sia come l'originale di questo ritratto. Innamoramenti per ritratti si trovano non di rado nelle fiabe e frequentissimamente nelle opere letterarie. Potrei farne un lungo elenco; ma mi restringerò a due citazioncelle del mio prediletto seicento:

Giovan Francesco Loredano, nobile veneto, che scrisse, verso il M.DC.XXXV la _Dianea_, v'introduce parecchi personaggi innamorati de' ritratti di belle Principesse; e l'un d'essi, Celardo, viene così ripreso da un vecchio romito:—«Possibile, che 'l senso così vi tiranneggi la ragione! Possibile, ch'un parto dell'arte, tanto più vile, quanto più comune a tutti, possa tormentar gli effetti d'un cuore, ch'è maggiore dell'arte e della natura! Io non biasimo la pittura, che sa eternare coloro, che non viverebbero alla memoria nonchè agli occhi. Biasimo l'intemperanza delle nostre compiacenze, la pazzia de i nostri pensieri, la cecità del nostro intelletto, che riceve alterazione da fantasimi imaginarî, da larve finte, da sembianze o imitate o adulate. Che direste, se questa pittura fosse non una copia del vero, ma un capriccio artificioso d'un pennello, che avesse, senza vederle, imitate le idee della bellezza? Dunque l'uomo ha da languire per i delirî d'una mano, che imita assai più la fantasia che 'l senso? Dunque si doverà permettere la sovranità sovra i nostri animi ad una cosa insensata, mentre la neghiamo il più delle volte alle potenze del medesimo cielo? L'amare è sempre una infelicità. L'amare però una pittura è il pessimo dei mali. Non v'è corrispondenza. Il diletto si ferma solamente negli occhi: e si può amare una cosa, che o non sia, o che ritrovandosi si vegga così adulterata, che cagioni piuttosto pentimento che amore.»—Doramiro, principe di Cipro, com'egli stesso narra nella _Rosminda_, favola drammatica di Don Antonio Muscettola (Napoli, M.DC.LIX), cacciando ne' mesi invernali, vide pericolare un legno:

—«................ giunto Nel loco del naufragio, invan cercai Uom, che vita godesse; e, mentre mesto Procuro almen saper che gente e quale In quella nave era sommersa, vidi Picciol'arca dorata Da quell'onde agitata. Tosto fei tôrla; ed in aprirla, (oh dio! Che memoria infelice!) Gli occhi abbagliommi e fulminommi l'alma Di sovrana beltà leggiadra immago. Vidi in angusta tela Smisurate bellezze, Ed in ombre mentite un vero sole, Ch'uscì del mare al tramontar del giorno. Nè pria il vidi, che n'arsi: Così le fiamme mie nacquer da l'onde; E, poi che fu del mar spento il furore, Fè naufragio il mio core.»—

[3] Un'astuzia simile troviamo nel IX trattenimento della IV giornata del Pentamerone, intitolato _Lo cuorvo_; che nel resto, è identico alla fiaba di questa raccolta, che s'intitola: _L'impietrito_.

[4] Stupendo quel _dunque_! Proprio logico!

[5] Da questo punto sino alla fine, _La Novella del signor Giovanni_ è identica a _La Pianella_ di Domenico Batacchi.

[6] _Sic._

[7] Fa proprio piacere il veder la tassa di registro e bollo entrata così ne' costumi, che il volgo comincia a considerarla, come condizione _sine qua non_ del contratto; a non saper concepire un contratto senza di essa. Gran fortuna per un popolo quando le leggi s'immedesimano co' costumi, poichè ormai la sapienza moderna non pensa più a farle conformi a quelli.

[8] _Vestuario_ e non _vestiario_.

[9] Il povero cechino pidocchioso, che mi raccontava questa novella, non poteva immaginar Costantinopoli diversa dalla sua Firenze. Ci aveva ad essere un Ponte—Vecchio con gli orefici ed i Lungarni e tutto, in Costantinopoli tal' e quale come in Firenze.

[10] Quasi ogni Novelliere Italiano ci offre una variante di questo racconto, che ha pure fornito molto tema ad una mediocre tragedia dello Shakespeare... Che dico mediocre? Il Gervinus, col solito buon gusto germanico, con quel senso fine del bello poetico, che, come tutti sanno, è retaggio esclusivo de' teutoni, la dichiara il capolavoro del cosidetto Cigno dell'Avon! Il LIEBRECHT terminava così l'articolo suo sulla edizione Napoletana del M.DCCC.LXXI del presente lavoro:—«Aus vorstehender Uebersicht dieser Sammlung erhellt, dass sie ihrem Inhalt und ihrer Abstammung nach, ausnahmslos der europäischen Märchenwelt angehört, sich also in dieser Beziehung den übrigen italiänischen Conceptionen dieser Art, so weit sie bisher bekannt geworden, anschliesst, ob wohl sie andrerseits in vielen einzelnen Zügen oder deren Fassung und Zusammenstellung genug Eigenthümliches enthält, um ihr Erscheinen als sehr willkommen begrüssen und dem Herausgeber für die darauf verwandte Sorgfalt besten Dank sagen zu können, und zwar auch selbst von deutscher Seite, trotzdem Imbriani es nicht hat zu hinterlassen vermocht, unsern Landsleuten bei einer herbeigezogenen Gelegenheit einen Hieb zu versetzen, indem er gelegentlich des _Märchens von dem Herrn Johann_ bemerkt: _Fast jeder italiänische Novellist bietet eine Variante dieser Erzählung, die auch zu einem mittelmässigen Schauspiel Shakespeare's den Grundstoff hergegeben. Warum jedoch sage ich mittelmässig? Gervinus, mit dem gervöhnlichen guten Geschmack der Deutschen, mit dem feinen Sinn für poetische Schönheit, die, wie weltbekannt, ein auschliessliches Erbtheil der Teutonen sind, erklärt dasselbe für das Hauptwerk des sogenannten Schwans vom Avon._ Trotzdem dies nicht die erste uebelwollende Aeusserung gegen die Deutschen ist, in der Imbriani sich ergeht, so will ich doch nichts darauf entgegnen und somit einen schlagenden Beweis liefern, dass wir Deutschen gar wohl wissen, was _guter Geschmack_ ist.»—Non è lecito neppure di mettere in dubbio l'infallibilità tedesca, nè rilevare una corbelleria od uno sproposito detto con prosopopea da que' loro barbassori! Vi pare? Sacrilegio! Le altre nazioni debbono stare con la faccia nella polvere, adorando gli oracoli d'ogni professore o professorucolo o professorone germanico, finchè un altro professore o professorucolo o professorone germanico anch'esso non si benigni di provare che sono corbellerie od ispropositi. Ci son molti grulli, che si rassegnano a questa parte. Io no, no davvero, no e poi no, io.

XXXIII.

CONTENTO NIMO NEL MONDO[1]

Che direbbe Lei? che ce ne fussano della gente contenta nel mondo? Chê! ognuno ha la su' ascherezza. La stia dunque a sentire. C'era un Re, ma non c'era verso, che lui fusse mai contento; lui, la su' contentezza non l'aveva. Colla moglie non stevano d'accordo e sempre si battibeccavano, che era una disperazione[2]; eppure non gli mancava nulla, e della grazia di dio in casa ce ne stramoggiava; una dovizia, via! Che ti fa il Re? Chiama il su' fido camberieri e dice:—«S'ha a andare a girar per il mondo, se si potessi trovare, se de' contenti ce n'è. Almeno per aver questa consolazione, E di vedere qualcheduno un po' contento.»—Presero una cassetta sotto 'l braccio, tutta piena di gioielli, d'anellini, di buccole per gli orecchi; e poi, travestiti da orefici, partirno da casa, e cammina cammina, loro non si fermorno, che quando furno dimolto lontani. E così tutti i giorni camminavano di qua e di là con quel mestieri d'orefici; ma della gente contenta a modo non ne trovan mai. Chi steva in nimicizia colla moglie, chi co' figlioli, chi aveva a ridosso i parenti. Ce n'erano, che leticavano pe' tribunali, o si battagliavan col prossimo. Insomma tutti, chi più o chi meno, la su' croce l'avevano a portare; dappertutto de' malcontenti. Un giorno, questi du' viaggiatori sentiron dire d'una città, in dove ci comandava un Re, che lo chiamavano il _Re delle contentezze_. Sicchè dunque deliberorno di fargli una visita, perchè, con quel nome, loro si figuravano, che quel Re fussi molto contento. Si messano in cammino; e, arrivati alla città di quel Re, si presentano al palazzo e subbito gli feciano passare a udienza. Il Re gli ricevette da par suo e comperò de' gioielli; e poi gli orefici gli garborno tanto, perchè gli parseno gente per bene, che lui gli volse con seco a desinare. Quando ebban finito di mangiare e che eran satolli, discorsano del più e del meno, in quel mentre che bevevano il caffè; e il Re, dalle parole e dalla su' allegrezza in viso almeno, s'addimostrava contento. N'aveva il nome _delle contentezze_! Dice quello, che era travestito da orefice forastiero:—«Lei, Maestà, non si pole lamentare; sta bene e non gli manca nulla. Dunque gli è per questa ragione, che lo chiamano il _Re delle contentezze_?»—«Eh! di sicuro, questo pare. Ma venite con meco e vi farò vedere i mi' contenti. Venite, venite.»—S'alzano; e il Re innanzi a girare per tutto il palazzo, pieno d'oro, di pietre preziose; una ricchezza, che cavava gli occhi a vederla; poi arrivorno a un salone, giù fondo—anche qui c'è fondo—ma lì, al paragone, fondo, chè la fine non si vedeva. Dice il Re:—«Guardate quelle tre belle donne, che lavorano: una è la Regina, la mi' sposa; e quell'altre due sono le su' camberiere, che gli tengono compagnia. Avre' a esser contento io, con quel tocco di sposa! è una bellezza splendente; non ce n'è altre di compagne.»—Tutti assieme si avvicinorno. Ma, più che il Re s'avvicinava e la su' sposa cominciava a allargar le braccia e a tremolare; e, quando lui gli era dinanzi a petto, la Regina si trasmutava in una statua. Dice il Re:—«Ecco le mi' contentezze! Una bellissima sposa, che non la posso toccare, perchè diventa una statua. I' sono un omo sperso; e 'l mi' Regno non avrà eredi.»—Que' du' viaggiatori rimasono sbalorditi a quello spettacolo; e, quando si furno licenziati dalla corte, disse il servitore al su' padrone:—«Maestà, torniamo a casa e state colla vostra moglie; perchè si vede, che, nel mondo, de' contenti non ce n'è, e della miseria n'è più in casa degli altri, che a casa vostra.»—Detto fatto, ritornano addietro, e il Re s'avvezzò a non si lamentar più della su' scontentezza, e s'accomodò a quel che dio gli mandava.

NOTE

[1] Narrata dalla Luisa Ginanni del Montale Pistoiese e raccolta dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. _Nimo_, cioè nessuno. FAGIUOLI. _Il sordo fatto sentir per forza._—«LAURA. Ma s'io non lo scoilto dire a nimo a codesto moe. FRASIA. Se tu non lo scoilti dire a nimo, te lo dich'io; e bada a me e non a nimo. A _nimo_, eh? A _nessuno_ dei dire.»—Confronta con la Novella I della Giornata.... del Pecorone.

[2] Chi sa quante volte non avrà pensato come quel marito, che, (in un sonetto di quel Zanetto, mentovato a pagine 136—137 del presente volume), alla moglie, la quale biasima i vivicomburî delle Indiane sul cadavere del marito:

—«Hai ragion»—le rispose—«è una follia. Che giova, a chi nol sente, un tanto amore? Ti regola altrimenti, moglie mia.

«Non aspettar, ch'io giunga all'ultim'ora; Anticipa, mio ben, bruciati in pria, Ed io dirò: _Che moglie di buon cuore!_»—

XXXIV.

FIORINDO E CHIARA STELLA[1]

Un Re andava a caccia; e una volta, nel girare, incontrò un contadino, che per una selva strolagava di notte le stelle. Dice il Re:—«Oh! che fate voi costì?»—«Strolago le stelle.»—«Per farne che? Vo' non potete esser capace.»—«Capace i' sono; e fo la strolagazione, perchè ho la moglie soprapparto, che m'ha da partorire un bambino; e le stelle prognosticano, che lui sarà il Re di Spagna.»—A questo discorso il Re si sturbò, perchè lui gli era proprio il Re di Spagna in persona e figlioli maschi non n'aveva per legittimi eredi. Ma stiede zitto e 'nvece gli disse a quel contadino:—«Gli farò da padrino, se vo' siete contento, alla vostra creatura. Vo' non ve n'arete a pentire.»—«Oh! faccia Lei, se si vole incomidare; vienga pure in casa con meco.»—Entrano dunque in casa del contadino, e già la donna aveva partorito un bel maschio. E gli si messan tutti d'attorno per ammannirlo alla cirimonia del comparatico; e, fatto che ebbano ogni cosa, come costuma in simili casi, il Re disse:—«Questo figliolo lo voglio io. Me l'avete a dare, perchè, se lui dev'esser Re, bisogna dargli un'aducazione; e voialtri per questo non n'avete i mezzi. Io de' figlioli non n'ho, e 'nvece tierrò questo per mi' figliolo legittimo.»—Si sa, gli omini tacciano e le donne discorron di più: il contadino steva zitto e non opponeva difficoltà; ma la su' moglie si lamentava, che gli volessan portar via la su' creatura a mala pena nata. Ma poi, doppo del pezzo, di' e ridì', anco lei si persuase; e il Re, col bambino rifasciato, lassata una bona mancia a' su' genitori, se n'andette assieme al su' servitore, che l'aveva accompagnato insino a lì. Quando furno drento a un bosco folto, che c'era il mare vicino, disse il Re al servitore:—«Piglia questo coltello e ammazzalo codesto bambino e buttalo 'n mare. I' t'aspetto all'osteria; e 'ntendo, che tu mi porti il fegato del bambino, che me lo vo' mangiare.»—Il servitore rimase nel bosco; e, doppo che il Re si fu dilontanato, badava a dire da sè:—«Gua', che be' modi! rubbare i bambini degli altri per poi ammazzarli! E bisgognerà, che l'ammazzi per l'ubbidienza; chè, se non gli portassi 'l fegato, la mi' testa non la salverei.»—Alzò il coltello e alla creatura gli diede un colpo nel collo; ma in quel mentre che gli tirava, gli comparse a piedi un agnello; e subbito ripensò di levare il fegato all'agnello e la creatura lassarla nel bosco, a quel modo ferita, alla bontà di dio: e a quel modo lo fece. E quando il Re ebbe il fegato dell'agnello, sicchè lui e' lo credè quello del bambino; e con rabbia se lo mangiò, scramando:—«In sul mi' trono tu non ce lo barbi il sedere!»—Ma che vadia pure il Re a casa sua allegro e contento per aver commesso questo delitto! Tanto, quel che è scritto 'n cielo non si scampa; e 'l su' destino a chi tocca tocca; e rinusce ogni sempre a quel modo come dio ha decretato. Torniamo dunque a quella creatura sciaurata lì a diacere dentro un cesto di stipa nel bosco, e colla piaga sanguinosa nel collo; la piaga imperò non era mortale, perchè poi rinsanichì e gli lassò soltanto una ciprigna, che a toccarla si sentiva sotto le dita. La mattina doppo, a levata di sole, un signore di que' contorni girava a caccia co' su' cani; e, quando i cani giunsano al cesto di stipa, addove steva il bambino niscosto, eccoti a scagnare, che pareva il finimondo. Il padrone corse subbito là, perchè lui pensava, che ci fusse la liepre al covo; e ti vede la creatura che ugnolava dalla fame.—«Oh!»—dice,—«Iddio m'ha provvisto! appunto non ho figlioli, e anco la moglie sarà contenta d'aver questo per suo.»—Lo prende pian piano e lo porta a casa, che era un'allegrezza. Quelle du' bone persone l'allevorno per su' figliolo, sicchè diventò grande e lo facevano 'struire da de' maestri 'sperti nel leggere e scrivere e gli posano nome Fiorindo. E Fiorindo cresceva a vista d'occhio, robusto e virtudioso, che era proprio una maraviglia. Aveva Fiorindo in su i tredici anni e assieme cogli altri ragazzi del vicinato ruzzava; un giorno, che facevano a nocino, lui perse per il valsente d'otto quattrini: a que' tempi correvano sempre i quattrini. Ma questi otto quattrini per le tasche non ce gli aveva. Dice:—«Vi pagherò domani.»—«No, si voglian'ora.»—«Ma io con meco non ce gli ho. Lassatemi andare a casa a chiedergli al babbo e alla mamma. Son ricchi, sapete, e domani ve gli porto.»—«Dal babbo e dalla mamma?»—quelli risposano beffeggiando:—«Poero grullo! Non son mica il tu' babbo e la tu' mamma que' signori, che t'hanno rallevo in casa.»—«Come?»—«Eh! di certo: ti trovorno in un bosco, lì dibandonato, con una piaga di coltello nel collo; e, se tu ti tasti, tu ci trovi tavia la ciprigna.»—A simili discorsi Fiorindo rimase sbalordito; e corse a casa e volse sapere come le stavan le cose; e prega prega, e' gli dissan tutta la verità. Scrama lui:—«Allora, se non son vostro figliolo, me ne vo' ire. Vi ringrazio di tutto 'l bene, che m'avete fatto, ma io qui son bastardo e non ci vo' stare.»—«Ma senti! per noi tu sie' nostro figliolo. Ti si darà quel, che tu voi; ma non ci lassare disperati e solingoli accosì.»—Lui però stiede fermo nel su' pensieri; e 'n tutti modi volse, che lo riaccompagnasser nel bosco, addove l'avevan trovato; e non ci fu versi di smoverlo. Solo lì nel bosco, pensava da che parte andare; e principiò a camminare a caso; e cammina cammina, gli eran vicine le ventiquattro, e la stracchezza e la fame gli devano alle gambe. Sicchè si fermò al cancello di un giardino, addove dentro il giardinieri annacquava le piante e i fiori; e, nel voltar gli occhi, vedde Fiorindo. Dice:—«Chi siei? che vo' tu?»—«Sono un poero ragazzo insenza babbo, nè mamma; e sono stracco morto e ho fame. Che mi piglieressi costì nel giardino ad aitarvi? Mi contento del mangiare.»—Al giardiniere gli era garbato dimolto il giovinotto, soltanto a mirarlo; sicchè gli arrispose:—«Vieni pure, qui da mangiare non ne manca. Il giardino gli è del Re di Spagna e io sto al su' servizio.»—In quel mentre, che Fiorindo abitava col giardinieri, il Re andeva spesso a spasseggiare per il giardino, e nell'imbattersi con lui gli garbava. Gua'! ci sono sempre le persone, che incontrano! Sicchè un giorno gli disse:—«Fiorindo, tu ha' da vienire con meco per camberieri.»—A Fiorindo non gli parve vero; e fu alloggiato nel palazzo reale, e vestiva il Re e sempre accosto alla su' persona.—Ora, bisogna sapere, che questo Re de' maschi non n'aveva punti; bensì aveva una figliola di tredici anni, che si chiamava Chiara Stella; una bellezza da non si dire; manierata, gentilina, con una faccia di sole, sempre piena d'allegria. Vo' capite quel, che gli accadde. È facile, che i giovani s'innamorino nel solo vedersi, massime se s'intendono tra di loro. Fiorindo preparava tutte le mattine un mazzolino con un po' di geranio, un po' di dittamo, delle rose, delle viole ammammole; e, quando Chiara Stella sortiva per il giardino in compagnia della camberiera, lui glielo dava. Discorsi non se ne facevano, ma cogli occhi parlavan meglio che colla bocca. Insomma, finirono col volersi un ben dell'anima, e tutti se n'erano accorti all'infori del Re. Già, i babbi e i mariti son sempre ciechi a bono. Ma, in nelle corti, degl'invidiosi ce n'è dovizia; e tutti gli altri servitori astiavano all'arrabbiata Fiorindo, perchè il Re l'aveva sempre d'attorno e si confidava con lui d'ogni cosa. Cominciorno dunque a fargli la spia e a riportare al Re, che lui faceva all'amore colla su' figliola.—«Chê,»—arrispondeva quel Re mammalucco:—«Non la posso credere tanto sciaurata la mi' figliola, da mettersi a fare all'amore con un camberieri.»—Ma la badaron tanto quelli astiosi, che una sera la fecian trovare assieme con Fiorindo, che si discorrevano da soli. A quella vista, il Re, impermalito che lo tradissero nella su' fede, pensò subbito al gastigo. Sicchè diede ordine, che Chiara Stella fusse dilontanata dal palazzo e mandata al fratello del Re, che lui pure era Re del Portogallo. E gli scrisse, che la tenessi custodita. Sì, tieneteli anco in prigione sotto terra gl'innamorati, che tanto loro trovano il modo di darsi le novità! Cominciorno dunque a scriversi; ma una di queste lettere capitò in nelle mani d'un servitore, che la portò al Re. Dice il Re:—«Questa lettera è di Chiara Stella!»—e gli venne a lui tanta rabbia, che l'amore per Fiorindo lo trasmutò in barbarità. Lo fa chiamare e gli dà una lettera sigillata, che la porti al Re del Portogallo. E nella lettera c'era scritto, che 'l corrieri dovesse essere impiccato drento una settimana. Oh! badate la bella sorte degl'innamorati! Fiorindo arriva nella città del Re del Portogallo, e 'ncontra appunto Chiara Stella, che spasseggiava colla su' guardiana in certi chiostri. E quando si veddano, che feste! che allegrie! Fiorindo gli sporse la lettera di su' padre; ma Chiara Stella n'ebbe sospetto; e insenza cancugnare, l'aprì e ci lesse drento quella po' po' di birbonata. Figuratevi, che pena! Imperò non perdette il giudizio. Lei scriveva come su' padre; e strappò quella brutta lettera e ne scrisse un'altra, in dove ci diceva:—«La mi' brama è di sposare Chiara Stella a un valoroso cavaglieri. Fatela tra una settimana giocare alla giostra, e chi la vince, sia sua.»—A male brighe, che il Re del Portogallo gli ebbe in nelle mane questa falsa lettera, bandì la giostra per tutto il Regno. E ci accorsano principi, baroni e cavaglieri di cartello. In quel mentre, Chiara Stella fece, che Fiorindo anco lui addimandasse di giocar la giostra. Ma al primo e al secondo combattimento non ce lo volsano, perchè lui non era cavaglieri; sicchè dunque Chiara Stella, con uno de' su' gioielli, essendo lei figliola di Re e erede del trono, lo nominò cavaglieri e lo mandò pure lui alla giostra. E ci si diportò tanto da virtudioso, che vinse tutti, e bisognò dargli per isposa Chiara Stella. E s'era per far le nozze, che a un tratto comparì un corrieri con una lettera crociata di nero. E ci diceva, che il Re di Spagna era morto, e Chiara Stella doveva regnare. Che bella combinazione! Tanto quel, che è scritto _lassù_ e' non c'è modo di scansarlo! E le stelle dissano il vero, perchè Fiorindo diventò Re di Spagna[2].

_Fiorindo e Chiara Stella! Chi vuol la libertà, vadia per ella._

NOTE