La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 4

Chapter 44,075 wordsPublic domain

NOTE

[1] Variante della fiaba precedente. La prova di antropofagia si ritrova specialmente nelle tre novelle siciliane citate: _Lu Scavu_, _La manu pagana_, _Ohimè_. Gli ostacoli che assicurano la fuga si ritroveranno in _Le due Belle—Gioje_ della presente raccolta. Vedi.

[2] Specie d'imprecazione che il narratore manda al mago. Nota che _mago_ qui deve valer quanto _Orco_. Già l'Orco in tutti i dialetti lombardi si chiama: _El mago_.

[3] Probabilmente _dispotico_.

[4] Equivale a quel che a Napoli si direbbe _mettere il lucchetto_. Ma veramente le toppe son di solito fatte in Toscana diversamente che in Napoli. Nel Napoletano d'ordinario la serratura ha due buchi, uno da ciascuna parte dell'uscio, e chi vuol chiudersi in camera, toglie la chiave dal buco esterno e la mette nello interno e dà poi la mandata. In Toscana invece le toppe per lo più hanno un buco solo dalla parte di fuori e chi vuol chiudersi in camera, con un piccolo ingegno ferma la stanghetta in guisa che dallo esterno non lo si può più mandare indietro neppure con la chiave. Questo ingegno appunto si chiama _segreto_.

[5] _Più meglio_, _più peggio_, son generalmente usati in tutti i dialetti italiani, e non ne manca esempli negli scrittori. G. B. BASILE, _Le avventurose disavventure_, Att. I, sc. 1.

Che vita più peggior credo non sia Del pescator, ch'ogni ora Nel mobil flutto la sua vita arrischia.

[6] In Firenze, sul Ponte Vecchio, di qua e di là son tutte bottegucce d'orefici e giojellieri.

[7] Un contrassegno identico, che serve poi a distinguere il segnato dal suo Menecmo o Simillimo, si trova nella _Cerva fatata_, trattenimento primo della giornata nona del _Pentamerone_. Ed eran di moda simili trovati nelle commedie, quando le finivan presso che tutte con agnizioni. Dico il medesimo di quella voglia del granchio, per cui la principessa è riconosciuta dal padre.

[8] _Alò_, suvvia. Per fermo dal francese _Allons_.

[9] Non so resistere alla tentazione di appor qui una annotazioncella interpretativa, contra il mio proposito. In questa fiaba è contenuto un mito solare evidentemente. Il mago è l'inverno; Antonio è il sole; la Principessa è la terra che per opera del sole smette il lurido ammanto che ne copriva le bellezze. Tutti i particolari ritraggono di questo carattere, compresi i capelli d'oro d'Antonio e la _voglia_ che allude a un segno del Zodiaco.

III.

LA VERDEA[1].

C'era una volta un legnajolo di corte, e aveva tre figliole. Queste eran ragazze. Dunque il Re gli comanda di andare a fare un lavoro fori via, ma di molto; per cinque o sei anni. Quest'omo non poteva dire:—«Non ci vado!»—A voler mangiare!... Ma gli rincresceva d'andarsene lontano, in un paese, per affare di quattro o sei anni di lavoro. Torna a casa dalle figliole tutto inconsolabile, afflitto; e gli dice:—«Ragazze, Sua Maestà m'ha ordinato questo lavoro. Bisogna ch'io vada via, ch'io vi abbandoni. Ma voglio una grazia da voi.»—«Qual'è, babbo,»—dice—«la grazia?».—Che voi vi contentiate ch'io vi muri l'uscio.»—Dice:—«Oh come questo è, noi siamo contentissime!»—E così quest'omo fa murare la porta. Gli mette tutto tutto tutto quello necessario; gli lascia quattrini; e gli dice:—«Prendete questo bel paniere grande, e la fune del pozzo. E quando passa questi omini che vendon la roba, calategnene, e comprate quel che volete e così mangerete. E addio!»—«Addio!»—Le bacia: potete credere, gua', che pianti! E gli fa finire di murare la porta, perchè ne avea lasciato un pochino per passare; e si mette in viaggio[2]. Lasciamo che Sua Maestà stava dalla parte di dietro del palazzo, affacciato alla finestra. Ed appunto rimaneva di faccia alle finestre di queste ragazze; e le erano tutte e tre alla finestra sulle ventitrè, facevano per prendere un po' d'aria. Gli vien voltato l'occhio per caso e vede queste tre belle ragazze; che l'eran proprio di latte e sangue, belle! Non istà a dire:—«Che c'è stato?»—La mattina si veste da poerone con un paniere di fila d'oro, e va girando:—«I' ho le belle fila d'oro! I' ho le belle fila! I' ho le belle fi'!»—E le ragazze dice:—«Si chiama quest'omo? Intanto che si sta chiuse si farà un bel lavoro, via.»—Lo chiamano; e lui:—«Comandino, cosa vogliono, signore?»—«Quanto le fate le fila d'oro?»—Gli dice il prezzo e loro gli calano i quattrini. Cari l'erano: il prezzo proprio non lo so, ma potrei anche dire immaginandolo. Dirò uno zecchino.—«Ma badino»—dice il Re—«le pesan di molto.»—«Eh!—dice loro—«siamo in tre! «Diamine, che in tre non s'abbiano a potere?»—E che ti fa, lui? S'attacca alla fune, al paniere; e su. Loro credon che le sian le fila d'oro che pesano e invece gli era il Re proprio. Loro, quando vedono che gli era un omo, loro non raccapezzano, no: lo volevan buttar di sotto. Ma lui disse:—«Ferme! sono il Re!»—e s'afferrò alla finestra.—«Avendo saputo che voi èrate sole, son venuto a farvi compagnia.»—Queste ragazze, potete comprendere, vergognate in quel momento, perchè poere; e dissero:—«Maestà, perdonate: noi siamo poere ragazze. Non vi si pol ricevere com'è il vostro merito. Ci vorrebbe altro!»—«Ah!»—dice—«Niente, niente! Io non ricerco la ricchezza. Io vengo da voi perchè di certo so che siete tanto bone ragazze. Ed io vengo per passare un'ora con voi. Quanto mi rincresce»—dice—«che non ci sia vostro padre! perchè io do tre festini: e m'incresce, perchè voi poerine non possiate venire.»—Le fanciulle gli fanno i complimenti:—«Troppo garbato, Maestà, troppo garbato.»—«Ma»—dice—«quando ci sarà vostro padre, io ne darò degli altri ed allora vo' ci verrete.»—Si trattenne un altro poco, un'altra mezz'ora, dirò; e poi gli dice:—«Addio, addio a domani.»—Si rimette nello stesso panierino, e loro lo ricalano con la stessa fune, come gli è salito. Lui va al palazzo e le ragazze rimangon lì chiacchierando di questa cosa. Dice la minore:—«Che credete che questa sera vo' non abbiate a calarmi?»—a calar giù ancora lei.—«A fare icchè»—dice le sorelle—«ti s'ha a calare?»—«Voi mi dovete calare e non ricercare quel ch'io farò.»—Dunque insisteva. Loro di no; e lei sempre:—«Voi mi calerete, vo' m'avete a calare.»—S'erano stancate: dicevan di no e lei la diceva sì.—«Vuoi calare? e tu cala!»—e con la fune la calarono. Questa ragazza l'avea preso un paniere grande. Va all'usciolino secreto di Sua Maestà. Sta in orecchi; non sente nessuno. Lesta lei principia a salire e entra nella cucina. E siccome[3] tutte le guardie erano a guardare, sapete bene, là dove s'appartiene, qua non ci pensavan neppure. Che ti fa? La prende tutte le meglio robe, tutto arrosto, potete immaginare cosa ci sarà stato! e mette tutto nel paniere la meglio roba. E poi l'altra roba, quello che era rimasto lì per Sua Maestà, tutto cenere e acqua, la gnene sciupò tutta. E poi la va via, e va in cantina: prende i meglio vini, le meglio bottiglie, tutte le qualità che lei poteva prendere. E poi dà l'andare a tutte le botti, bottiglie e tutto quel che rimase; e vien via. Corre verso casa.—«Tiratemi su! tiratemi su!»—alle sorelle.—Eccoti le sorelle la tiran su: e videro un paniere di roba, pieno d'ogni grazia di dio. Gli domandano:—«In che maniera?»—E lei:—«Zitto! ve lo dirò. Serrate le finestre e ve lo dirò!»—Serrano e gli dice:—«Io sono stata così da Sua Maestà. Ho fatto questo e questo. Ho preso tutta la meglio roba; e poi ho spento con cenere la roba da mangiare ch'era rimasta. E poi ho dato l'andare alle botti.»—Dice le sorelle:—«O cos'hai tu fatto!»—«Pensiamo a mangiare»—dice—«e non pensiamo ad altro.»—Venghiamo a Sua Maestà che di certo dopo aver ballato, ordina che gli sia messo in tavola: in tutti i festini ci è il suo buffè. Vanno i cuochi in cucina e trovan questo spettacolo. Rimangon più morti che vivi, addolorati molto, perchè non sapevan loro quel che dovevano andare a dire a Sua Maestà. Sua Maestà insisteva:—«Mettete in tavola!»—Allora un di quelli disse:—«Maestà, abbiate la bontà di venir con noi, e vedere la disgrazia che n'è seguita.»—«Ah bricconi!»—dice—«Traditori! Uno di voi gli è che m'ha fatto questo spregio!»—Loro gli si buttano ai piedi piangendo:—«Maestà, noi siamo innocenti!»—«Ah!»—dice—alzatevi. Almeno andate in cantina a prendere qualcosa da bere.»—E va da' signori e dice:—«Signori, ci è questo e questo. Si contenteranno di rinfrescarsi. Ormai la disgrazia qui c'è: qualche astro maligno, qualche fata che mi vol male assoluto.»—Gli òmini di corte vanno alla cantina e trovano il lago, più di mezz'omo. Urlano!—«Maestà, abbiate bontà di venire con noi, perchè...»—Va giù e vede tutto un lago, tutto buttato. Torna in su e dice a' signori:—«Signori, abbiano bontà. Veggon bene, non ho neppure da dar loro a rinfrescarsi. Questi birbanti chi sono?»—E piangeva per la vergogna.—«Ma domani sera, signori, metterò le guardie doppie. Così non seguirà. Perchè il primo che io posso scoprire, il pezzo più grosso dev'essere un chicco di rena. Questo ladro, questo birbante...»—I signori si licenziarono a corpo voto e Sua Maestà si mette a piangere; e pianse tutta la notte dicendo sempre:—«Sconta[4] delle mie bambine, che mi voglion tanto bene, con questi traditori che mi voglion tanto male.»—Venghiamo alle ragazze.—«Oh!»—dice—«tra poco c'è da aspettarselo, Sua Maestà; c'è da vederlo, gua', chè ce lo promesse. Non facciamo vistosità che s'è fatta questa cosa.»—E così, dopo un quarto d'ora, Sua Maestà:—«Ho le belle fila d'oro![5]»—«Eccolo!»— dice. Gli calan la fune, e lui vien su; afflitto, con gli occhi rossi.—«Maestà, cos'avete oggi?»—gli dicono.— «Ah le mie bambine, ora vi conterò quel ch'i' ho,»— dice.—«Vi ricordate voi ieri che io dissi, che io dava tre festini?»—«Sissignore.»—«Abbiate da sapere che ieri sera all'ora che io doveva far mettere in tavola, i miei vanno in cucina e trovano tutta la roba con cenere e acqua, tutto straziato, ma uno strazio impossibile a dirlo. Loro rimasero più morti che vivi, questi miei servitori. Io insisteva che mettessero in tavola. Allora si buttarono ai piedi e dissero: _Maestà, venite a vedere il caso brutto che è seguito._ Ed io gli dissi: _Ah, traditori, bricconi, uno di voi siete._ Loro si gittarono ai piedi e conobbi bene la sua innocenza. Ma qui un astro maligno c'è, o una fata; o un traditore c'è. Ma se io lo scopro dev'essere più grosso un chicco di rena della sua persona! dev'essere spezzato più fine che un chicco di rena.»—«Ma come si fa a fare queste cose?»—gli rispondono le ragazze.—«Mentre che il Re è tanto il bon signore. Come si fa a fargli questi strazii di buttargli la roba?»—«Oh, ma stasera ci sono le guardie doppie, oh!»—Egli fa come a dire, gli pare d'averla tra le mani questa persona. Si trattiene un altro poco, poi se ne va:—«Addio, addio, a domani.»—Quando gli è verso le ventitrè, dice la sorella minore:—«Che credete voi che non abbiate a calarmi stasera?»—Dice le sorelle:—«Oh questa sera poi, non ti si calerà davvero. Avresti aver sentito! Gli ha detto, s'egli scopre questa persona, gli ha da essere più grosso un chicco di rena. Noi non ti si cala.»—No e sì, no e sì, bisogna che la calino, son costrette a calarla. Quando l'hanno calata, lei via dall'usciolino solito. Sta in orecchi, cheh! non sente un'anima. Tutti erano attenti dove potevan credere che venivan le genti, ma di qua non c'era nessuno, non sapevan dell'usciolino segreto. La ragazza lo sapeva, perchè gnene aveva detto suo padre. Prende tutta la roba più dell'altra sera, perchè c'era più roba e più squisita; e fa l'istesso: quello che rimane tutto cenere ed acqua e tutto un piaccicume. Va alla cantina e piglia la meglio roba che ci possa essere, mah! bottiglie più squisite, sempre più della prima volta. La dà l'andare alle botti e poi la scappa a casa.—«Tiratemi su, tiratemi su!»—Va su; e le si mettono a mangiare in festa, tutte allegre. Venghiamo a Sua Maestà, che dice ai signori:—«Questa sera non è come ieri sera, no! Io ho messo le guardie doppie.»—«Mettete in tavola!»—dice ai cuochi, alla servitù. Vanno in cucina e trovano peggio dell'altra sera: tutto cenere, acqua; un marume.—«Maestà»—dice—«abbiate la bontà di venir di qua da noi.»—«Ahn? forse ci sarebbe lo stesso tradimento?»—«Maestà, venite a vedere.»—«Ah traditori, ora poi conosco che siete voi davvero. Con le guardie doppie non è entrato qui nessuno.»—Questi urlavano appiedi:—«Maestà, salvateci! siamo innocenti.»—Maestà dice:—«Qui c'è qualcheduno che mi vole un male a questo punto! Alzatevi, io vi perdono. Andate almeno in cantina: questi signori scuseranno, e si contenteranno di rinfrescarsi.»—Vanno alla cantina, e se la prima sera gli veniva sin qui a mezza persona, questa poi non si poteva neppure entrare, si affogava dal lago. Maestà è costretto a dire a que' signori:—«Vengano a vedere la disgrazia che ho addosso. Non solo... ma che quest'astro maligno vi sia e di non lo potere scoprire!»—E quei signori ebbero a andare con le trombe nel sacco, come si suol dire, senza prender niente, quella seconda sera.—«Ma»—dice il Re—«domani sera ci sto in persona io.»—Vanno via. Venghiamo al Re che dà in un dirotto pianto. Piange sempre dicendo:—«Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!»—Venghiamo alle ragazze.—«Oh!»—dice—«badate! Non ci sarà molto, che ora verrà Maestà. Procacciamo di non fare vistosità, sennò noi siam morte.»—E così dopo mezz'ora, ecco Maestà con le fila d'oro: non avea nemmanco fiato.—«Oh»—dice—«eccolo! coraggio!»—Calan la fune e lui va su, più morto che vivo.—«Felice giorno, Maestà. O come va? che si sente male?»—Un viso gli aveva, morto. Dice:—«Ah le mie bambine, voi non sapete! Iersera fu peggio dell'altra sera il tradimento.»—«Ah, ma come mai, signore? gli è tanto il bon signore! che gli debban fare queste cattività?»—«Eh, ma stasera ci sto in persona. Non ci sarà scusa. Eh se lo posso avere!... se io posso scoprire!... vi replico quel ch'io vi dissi: il chicco d'arena dev'essere più grosso di questa persona quando lo mando in tritoli.»—«Oh l'ha ragione! È tanto il bon signore!»—le replicano. Sua Maestà va via dopo essersi trattenuto un'altra mezz'ora. Ci era andato per passarvi un'altra mezz'ora, non per fin di nulla, via. Quando gli è andato via:—«Che credete che stasera non mi abbiate a calare?»—disse la minore di tutte.—«Ah che non ti si cala davvero noi, stasera. Non ti si cala; e si scriverà al babbo in qualche maniera, perchè noi non si vole di queste cose.»—Che volete? Sì, no, si, no; furono costrette a calarla anche stasera. Figuratevi, entra nell'usciolino: chè se la prima sera ci era d'ogni bene di dio, l'ultima non si pole spiegare, ecco! Prende il suo paniere e comincia a metter roba, tutta la più meglio che ci fosse. L'altra, fa il solito: tutt'acqua e cenere; la mette giù nel camino tutta sciupata come l'altra sera. E va in cantina. Scende in cantina, prende il meglio vino e le bottiglie le migliori[7], poi si volta e vede un vaso di verdea. Lesta lei, lo prende e lo mette nel panierino. Dà l'andare alle botti, poi lesta a casa:— «Tiratemi su, tiratemi su!»—La va su a mangiare con le sorelle. Lasciamo là quelle che sono _in gaudeamus_, a cenare come principesse, e venghiamo a Maestà che dice:—«Signori, stasera non sarà come l'altra sera: ci sono stato da me a guardare.»—E questi signori tutti contenti dentro di sè. Ora ordina di mettere in tavola. I cochi entrano in cucina e veggono più cento volte straziato delle prime sere. Più lesti andierono da Sua Maestà, perchè:—«Se stasera»—dice—«c'è stato da sè, non ci pole incolpare.»—«Maestà, venite a vedere.»—«E cosa c'è da vedere?»—«Venite a vedere»—dice. Va a vedere, che? figuratevi la cosa!—«Qui c'è un astro maligno, qualche fata che si gioca di me!»—Va dai signori:—«Signori, siamo alle medesime. Venghino a vedere anche loro!»—Poveretto, gua'. Vanno alla cantina, figuratevi, tutto un lago: non si vedeva proprio dove andare. Tutto cascato il vino e poi tutto mescolato. Dice a questi signori che gli abbino pazienza, ma che dei festini non ne dà più, perchè non poteva dar loro nemmanco da rinfrescarsi. Tutto un lago giù, non ci si raccapezzava nulla. Piangendo, sospirando, gli pareva mill'anni d'arrivare alla mattina, d'andare alle sue bambine. Dice:—«Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!»—Per tornare un passo addietro, queste ragazze:—«Dove si metterà»—dice—«questo vaso di verdea?»—La verdea, l'è roba che si mangia come una conserva, io m'immagino; ma cosa sia appuntino io non so[8]. Le non ci avevan posto: pensano di metterlo sotto al letto, rimpetto alla finestra, questo vaso. Eccoti Maestà:—«Ho le belle fila d'oro! ho le belle fila! ho le belle fi'.»—«Eccolo, eccolo! per l'amor d'iddio non ci facciamo conoscere. Ci vuol coraggio, gua'.»—Calano il paniere, le funi solite; lo tiran su. Piangeva a calde lacrime.—«Oh Maestà! Ma cos'avete?»— lo vedevan troppo disperato.—«Ah quel ch'i' ho? Peggiore di tutte l'altre sere! Non basta essere stato da me in persona. Questo è qualche astro maligno o qualche fata. Ma io non ne darò mai più di questi festini.»—Discorrevano del più e del meno, loro dicendo sempre:—«Tanto bon signore!»—e sempre replicavano questa parola. Sua Maestà si è trattenuto altra mezz'ora, come il solito, da queste ragazze, e se ne va:—«Addio, addio, a domani.»—Nel mentre le ragazze lo calano, lui vede il vaso della verdea sotto il letto:—«Oh traditore!»—gli dice, e fa per ritornare su in casa. E loro lo buttano di sotto senz'altri discorsi. Chi lo buttò fu la sorella minore. Sua Maestà si fece un male, ma male passabile. Lascio considerare le ragazze maggiori come rimasero, dicendogli, alla sorella:—«Qualunque sia il caso, la rea tu siei te. Noi non ci s'ha colpa.»—Venghiamo a Maestà. Va nel suo quartiere e subito scrive al suo padre, delle ragazze, una lettera fulminante: che in due ore e mezza, lui fosse al palazzo, altrimenti, pena la testa. Lascio considerà' quest'omo nella massima disperazione, pensando a più cose e non sapendo perchè Sua Maestà gli avea detto per sei anni e in capo a pochi giorni lo manda a chiamare:—«Eh, qualcosa ci è!»—dice.—«Le mie figliole non possan essere, perchè gli ho murato l'uscio; impossibile!»—Si mette in viaggio, più morto che vivo con questa pena, con questo pensiero; e arriva al palazzo. Dice:—«Sua Maestà mi ha mandato a chiamare.»— E così Sua Maestà sente che gli è arrivato, dice:—«Fatelo passare.»—E passa quest'omo.—«Che mi comanda Sua Maestà?»—«Mettetevi a sedere»— dice. E quest'omo si mette a sedere.—«Ditemi, quante figlie avete voi?»—Lui, si sente una stilettata, perchè:—«qualcosa c'è sulle mie figliole!»— Dice:—«Tre, Maestà.»—«Bene: si potranno vedere queste tre figlie?»—«Maestà, quando Lei voglia. Ma si ricordi, che noi siam poverelli, noi. Non si pò riceverla come Lei meriterebbe di certo.»—«Non m'importa!»—disse Sua Maestà.—«Io bramo di conoscerle; ed una di loro la voglio in isposa.»—Quest'omo si butta a' piedi dicendo:—«Maestà, io sono un pover'omo. Impossibile che voi vogliate abbassarvi a prendere una delle mie figliole.»—«Oh io vi replico che una di tre io la voglio.»—«Allora,»— dice—«Maestà, mi permetterete che io faccia smurare l'uscio, perchè io gli ho lasciato l'uscio murato. E allora potremo andare.»—Va e fa buttare giù l'uscio, e va su dalle figliole, tutto... non sapeva nemmen lui quel ch'egli era.—«Oh babbo!»—Gli fanno le feste, lascio pensare.—«Oh babbo, ben tornato. In che maniera così presto?»—«Maestà mi ha mandato a chiamare, e io son dovuto tornare, eh. E mi ha detto:— «_Quante figlie avete?_»—Loro, figuriamoci, le maggiori, il suo core dove gli andiede:—«Ci siamo, gua'!»—«E io gli ho detto: _Tre, Maestà; tre figlie ho._—_Si potrebbero vedere?_ Io gli ho detto: _Maestà, sapete bene, noi siamo poveri; non vi si potrà ricevere secondo il vostro merito._ E lui ha detto: _Cheh! no, no, vi replico; io voglio vederle, perchè una di tre la voglio per isposa. Quella che mi vole._»—La maggiore dice a suo padre:—«Io no, io non lo prenderei davvero.»—La seconda:—«Neppure io, sa, babbo; perchè...»—La minore:—«Lo prenderò io»—dice.—«Io lo prenderò volentieri.»—Eccoti Sua Maestà che viene in casa con suo padre e va su, e si mette a parlare, a discorrere del più, del meno. Suo padre è costretto a dirgli:—«Sua Maestà una di voi vi accetta per isposa.»—La maggiore dice di no:—«Non per... ma che vole! ci vorrebbe altro! io non posso essere capace...»—La seconda l'istesso:—«Noi non siamo istruite, quel che Lei merita.»—La minore dice:—«Lo prenderò io, io sono contenta.»—Era lei che aveva fatta la mancanza. Ecco, conchiudono le nozze; fecero presto, in quattro o sei giorni. Così il giorno dello sposalizio, dopo l'anello, un momento di libertà ci vole. La gli dice alle sue damigelle:—«Io voglio fare una celia al Re.»—«Cosa, signora, vol fare?»—«Stai zitta. Io voglio fare una celia. Voglio far fare una donna tutta di pasta, e da qui in su tutta zucchero e miele: e poi ci siano ordinghi da potergli fare dire di sì e dire di no.»—Figuriamoci, non aveva finito d'ordinare che gli era bell' e fatta!—«Perchè la voglio mettere nel letto, voglio fargli una celia al Re. Come a dire invece d'io[9] che ci sia questa donna di pasta[10].»—Ed appena fatta, la fa mettere in letto con la berretta, tutta vestita, come se la fosse stata lei in persona. Dopo pranzo, dopo la cena, dopo tutta l'allegria, vien l'ora di coricarsi. E chiede lei d'andare prima un momento a letto. Invece di spogliarsi entra sott'il letto e si prepara con questi ordinghi, se mai, a tirare e a dire di sì e di no. Venghiamo a Maestà che dice ai servi:—«Non occorre che mi spogliate stasera: faccio da me.»—Entra in camera, e serra. E dice:— Briccona! Ti ricordi eh, quando io diedi tre festini e mi eran fatti quegli spregi; e che te andavi dicendo: _è tanto bon signore!_, traditora.»—Lei, sotto al letto:—«Sì, me ne ricordo.»—E tirava i fili, perchè dicesse _sì_ la donna di pasta.—«Ah, te ne ricordi, eh?»—«Sì»—la dice.—«Me ne ricordo.»—«Adesso è tempo della mia vendetta.»—Prende la spada e va al letto e la ferisce; via, ferisce quella bambola ch'era lì coricata. E gli spruzza tutto zucchero e miele.[11] E lui sentendo dolce, zucchero e miele, comincia a dire:—«Oh Leonarda mia di zucchero e miele! se io ti avessi ora ti vorrei gran bene.»—Lei dice:—«Io son morta.»—Lo dice, gua'! con una voce flebile. E lui insiste:—«Ah Leonarda mia di zucchero e miele! se ti avessi ora ti vorrei un gran bene.»—E lei ridice:—«Son morta.»—Quando la vede che lui gli era veramente per ammazzarsi (lui s'ammazzava), la sorte fôra e dice:—«I' son viva, son viva!»—S'attaccano al collo, si baciano, si perdonano, e nessun seppe nulla, perchè rimase in loro. Se l'ammazzava davvero, era morta: ma fu celia. La mattina s'alzarono, come fanno il solito. Leonarda la fece venire il padre e le sorelle e li fa i primi signori del palazzo. E così una cosa di celia, le riuscì di divenire una Regina. E visse bene, ma ci vol di quelle furberie.

NOTE

[1] È sottosopra l'argomento della _Sapia Liccarda_, Trattenimento quarto della terza giornata del _Pentamerone_:—«Sapia co' lo 'ngiegno ssujo, essenno lontano lo patre, sse mantene 'nnorata co' tutto lo male esempio de le sore. Burla lo 'nnamorato, e previsto lo pericolo che passava, repara lo danno. Ed all'utemo lo figlio de lo Rre sse la piglia pe' mogliere.»—Variante della presente è la fiaba di questa raccolta, intitolata: _La bella Giovanna_. La chiusa di questa novella (cioè, l'episodio della bambola) è identica con quella dello esempio milanese seguente, che è una fusione di due cunti del _Pentamerone_, cioè della _Sapia Liccarda_ e di _Viola_ (Trattenimento III della giornata II.—«Viola 'mmediata da le sore, dappò assaje burle fatte e recevute da 'no prencipe, a despietto loro le doventa mogliere.»—)

LA STELLA DIANA[i]