La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 37

Chapter 372,264 wordsPublic domain

PIACEVOLEZZA. Li pesci ne eran molesti per ogni lato, conoscendo noi dentro gli occhi caminare; ma il nostro, che di ciò se accorse, mordeali e stratiaua con denti, feriua con le spine, et sbattea hor questo, hor quello con squassi del mustazzo, ale, e coda, de maniera, che piccoli e grandi nel geno marino odiauano noi. Ma un giorno, tra gli molti, (discorso il mare, può la mirabile trasformatione, sette fiate) infestaronlo quasi infiniti pesci potenti e marauigliosi, di sopra, di sotto, e d'ogni parte, di modo che per li affanni tanti non potea più far defensa. E per tanto, rilassate le ampie ale, e piegata la affannata testa, finalmente abbandonata la gubernatrice coda, se remesse. Pensa, amico, se eramo gionti à mal partito! Uniti dunque tutti li compagni, se consigliamo far l'ultimo potere: e così ponamo a segno tutte l'artelarie, schioppi, archibusi et bombarde, parte per la bocca, aperta con forza de legnami, et parte per sotto della coda, da doue il superfluo se espurga. Quando ne parse tempo, dessemo foco. Li tuoni forno grandi, il uento multiplice et il fumo. Bolliua il mare, per ogni parte se uedean le gran ferute, altri moriuan subito, alcuni alla morte uicini, stropiaronsi molti, e non pochi, storditi dal romore e nouità, fuggirono: de maniera che libero da tanti affanni restò il nostro, per le onde bellamente prendendo riposo. Quando, nel meglio della nostra quiete, un mirabil pesce, de potere oltra misura, inuilito forse per l'aspra guerra e bombardare (cosa inusitata, e da quello mai più compresa) pose il mostaccio e tutta la testa, sotto il uentre del nostro, che dormia, et con gran prestezza dall'acqua in aere sbalzando eleuollo. Questo, compreso e dal dormir remesso, le ampie ale stende, l'accorto hospite sostiense in quelle, et retarda suo peso, che cala, non in mare ma in terra, senza incommodo de corpo, lontano assai del lito. Priuo dunque del sussidio marino, piegò la testa, sotto del gran uentre, poi quella coperse tutta delle ale, e intorno colla coda circongirolla. Trascorsino li giorni, e, per il caldo del sole, desiccosse il grosso corio e diuenne scorza dura. Il caldo dentro uigorato fece sua opra, e, come gionse la luna nel destro trino, sfessesi per longo nella parte suprema, per la qual drago alato, grande e fulminante fora cacciosse. Così con piedi per la terra, con le estense ale per aere, ad ogni suo piacere (audace e forte sopra tutte cose) non restaua da parte in parte il mondo cercare. Vn giorno, discorrendo, nelle montagne e spelonche di dragoni peruenne. Questa è una regione, Dragonara appellata, perchè li draghi (e non altri) iui stanno, grandi e superbi, molto rabidi e insidiosi. Quando l'han uisto, uniti tutti a gran furore il nostro insultano, con sibili orrendi, crudi morsi e dispietato sgrafognar de ongie, ma non che restassero aspramente battere anchora con le code. Defesesi, con audacia e potere, il nostro buon compagno, hospite fido, e curioso capitano. Questo et quell'altro sbattendo, hor con morsi uigorosi squassaua, hor stracciaua con le adunche e dure ongie, e aspramente feria anchora esso con la coda. Così, per spatio di tre giorni, durò l'aspra e marauigliosa guerra. Ma essendo solo e la moltitudine unita, che tutta uia li sopragiongea, remirando, se tirò da parte, disperato a l'ultima difesa. Noi, che per entro gli occhi uedeuamo ogni cosa, mettemo in ponto nostre artelarie; et con grossi e longhi legni la gran bocca li tenemo aperta. Il simile anchora quella uscita, che è dopo il uentre e tra la coda. Apri e serra, così in un tratto con il foco scrocamo le artellarie per ogni parte. Il romor fo mirabile e stupendo, multiplicosse la poluere e il gran fumo per tutta la mala regione. Li draghi feriti e morti forono assai, stropiati non pochi, e altri, perterriti dal nouo caso, fuggirono. Noi, conseguendo la incominciata uittoria, non mancamo con bombarde, fulminare per le selue tutte, spelonche e alte montagne. Per la qual cosa nelli folti boschi il foco fiammegiaua, e con l'aiuto de nostre castagne, spengemo il uento molto furioso, intorno girando, fin che de draghi ne parse hauer sufficiente la uendetta. Finita dunque, il nostro triumphalmente abbandonò la mala, iniqua e pessima regione; e, per molti miglia allontanato, se ritronò in la prouincia della Verità. Questa in alto sopragiace de una elleuata montagna, piana tutta e circulare, intorno ui stanno ombrosi boschi, de spineti assai; non è molto ampla, ma abbonda de marauiglie. In mezzo della qual sorge un uiuo fonte, de uirtù miranda, perchè qualunque di quella limpida e chiara onde beue, conosce, sa e intende ciò, che tacitamente le pietre parlano, li metalli, le herbe, gli arbori e tutti li animali. Vacillaua per il primo nostra mente; poi, fatti usi, prendeuamo piacere. Iui se odiuano tutte quelle cose, che fanno de una in un altra effigie trasmutare: di uecchi gioueni, belli e uigorosi: de poueri, ricchi: de infelici, fortunati: de matti, temprati: de ignari, sapienti: de pigri, ueloci e liggieri: de uili e eietti signori nominati: de muti, eloquenti: de sterili, fecundi: de brutti, belli; e simile marauiglie, con soaue e diletteuol melodia.

DESIO. O felice peregrino, che anchora serui tanto accortamente la memoria de tutte queste cose, non te rincresca memorar qualche bel detto.

PIACEVOLEZZA. Volentieri, aponto de questa pietra, che ho qui meco, dentro la scarsella, qual notte e giorno simil uersi canta:

Io fo passar l'huomo invisibile Et d'ogni nocumento il do securo. Con mente allegra e corpo impassibile.

Dall'hora in qua intendemo il uoler del drago e esso il nostro anchora.

DESIO. Recogliesti uoi de tante degne cose?

PIACEVOLEZZA. De tutte. E poi fessemo partita. Così, in pochi giorni, discorrendo e con il uolo, conuenimo nel Regno della infirmità. Questo è amplo e spatioso tanto, che non basteria una età caminarlo; con alte montagne, cauerne, vore, e precipitij infiniti, e sopra tutti quelli, stan signori proprij, sudditi alla potente Regina, per recogliere la seme delle lesione, molestie e impedimenti, alli corpi animati. Dalle uore profonde, il uiolente morbo nasce; dalle alte montagne, le seme della febre; della podagra nel piano morbida se annida; della rogna in grebani quiesce e così proportionatamente ciascuna.

DESIO. Come facesti con tali signori?

PIACEVOLEZZA. Bene, perchè eramo securi, a dirti il uero, con le tante uirtù de herbe, gemme e metalli, che erano con noi.

DESIO. Ho sempre inteso le mirande uirtù nelle herbe e pietre esser, anchor nelle parole.

PIACEVOLEZZA. Questa ultima se troua in Ferulara insula. Ma perchè iui habitano le inique e false persone, de quelle, dico, che con le rete e fuoco fessemo gran strage, pretermessi. E per tanto, drizzato nostro camino in la insula Nominanza, dalli giganti habitata, acquistamo gemme e monete d'oro e argento, quale superan tutte le cose del mondo, che se fanno e reggino.

DESIO. Et che poter hanno li signori prenominati, sudditi alla tremenda Regina?

PIACEVOLEZZA. Obedissen a quelli tutte le seme; e, doue a lor piace, mandanle, quando soffia il uento; e secondo, le legge se li impone, fanno. Sappi, che de tutte recogliessimo noi entro le scatole e sacchi e molte casse anchora.

DESIO. Et perchè?

PIACEVOLEZZA. Per mandarle doue, che ne fosse di piacere.

DESIO. Obediuano poi?

PIACEVOLEZZA. Come a lor proprij signori. Finalmente, abbandonati li penosi luochi, capitassimo in uno altro Regno, molto più stupendo delle marauiglie prime. Edificio, gran signor, quello gubernia, compartito in sette parte principali: la prima tutta è de castelli, campanili e torre, habitata: la seconda, de pallazzi, ampli e sublimi: la terza de case d'ogni qualitate: la quarta de muri semplici e colonne: la quinta de fenestre uariate: la sesta de scale, de qualunque maniera: nella settima e ultima del Regno, le uessate e stridente porte stanno. Il paese è piano tutto, de belle campagne. Parlano questi in lor linguaggio come noi, se maritano e fan figliuoli, peregrinano e contrattano faccende, fanno guerre e inimicansi, mangiano e beuino, uestino, dormino, uigilano, e fanno delle altre cose; ma, sopra tutto, li castelli, torre, e campanili, sono musichi e eccellenti cantori. Anchora, in molti luochi di questo Regno, ascolta marauiglia! longo tempo bandiscono la morte, con ditto manifesto, che ciascuno intende! Di fuori son tutti felici. Ma se tu uedessi dentro! de quanti incommodi, sinestri e mali repleti stanno, de sorzi, toppi ciechi che cauano la terra, de orsi, che con le adunche ongie, sotto di quelli le cauerne preparano, anchor de uolpe, conigli e formiche: piangeresti della gran pietate. Noi dunque, pieni de cordoglio, a molti prestamo rimedio.

DESIO. Et che poteuase per quelle fare?

PIACEVOLEZZA. Snodamo molti sacchi et scatole delle seme della infirmità, in quelli dentro per ogni luoco. Secondo le legge della tremenda Regina; a qualunque se annidasse per li lor confini, strettamente abbraccino.

DESIO. Che seme forno?

PIACEVOLEZZA. Della rogna primo, e d'ogni spetie di dolori, di febbre, uomiti, flussi, sospiri, gemiti, uertigine, podagra, ciragra, grauezza e curuità nelle suddite spalle, fame, sete e uigilie, terrori subiti, e d'ogni altra spetie, che offende gli animali nelli castelli, torre, e campanili. Questo fatto, lasciamo da parte ogni lor marauiglia. Tuttauia in questo e in quell'altro luoco peregrinando procedeamo (e per breuemente dirti in conclusione) fin che la terra tutta da noi fo cercata, le uille, le castella e le cittade, le prouintie, montagne e monti, ualle con pianure, e ciascuno altro accessibil luoco. Questo ti basta fin qui del sodo haver inteso, ascolta un poco dell'aere e haverai piacere. Cercata la terra, volando in aere se elleva il drago, per vedere; e nel primo, scontramo le strighe, li demoni tutti, le fantasme, le furie, con le pene; altre anchora figure horrende, de nebule o fumo impastate, che mai in una preseruano, anci quanto più le sguardi, se scambiano, e fanno altrui qui dal basso uacillare, quando in montagne, boschi, case, castella e cittade, teste de bestie terrene e de pesci uarij, navigi efferati: e in summa quanto mai alcuno si puote immaginare, quiui è la sua sedie e principal imperio.

DESIO. Hai tu uisto la pioggia, le grandine e neue, li tuoni e fulgori, da doue cascano? e perchè soffian li venti tanto uarij?

PIACEVOLEZZA. Si bene. Et hauerai piacere, se tu le intendi. Nota, prima che altro io dica: queste cose tante, che da qui giù se uede nel aere, delle strighe e fantasme paventose, sono suggette uariatamente a proprî signori, che li esercitan doue a lor piace. Et per tanto, alcuno di essi, con sacchi de tela de ragno, come nebule fatti, uanno dentro al mare; e, pieni d'acqua, nell'aere poi le portan suso. Così delli fiumi, rivoli e fontane. Altri nelli deserti uanno per siccita; per il freddo, alcuni, nelle gelate parte; molti nelle torride, per il caldo e fuoco; e non pochi, dalle caverne e tra monti li venti eccitando, con li udri sorbino. Variano questi, secondo che a lor patroni segue il dominio, in una o in un'altra parte. Nell'aere gionti poi, quando che hanno fretta, quelli delli sacchi e questi con li udri, strengensi, comprimendo l'un l'altro: e di quel ui è dentro, per forza in gioccie convertito, esce, e giù precipitando per l'aere discende, uince la moltitudine e quella appare. Ma la neue sottilmente la taglian a sfogli, e così distesa la tengono in parte, l'un sopra l'altro liggiermente stivati, e quando è il conflitto dalla parte settentrionale, se rompono in pezzetti: e qui più gravando cascano. Le grandine sono cristallo dal freddo anchor non confirmato, gravan nell'aere e discenden gioso. Li folgori intervengono, con li tuoni, quando battaglian questi gran signori tra loro; li serui in quello stretti l'un l'altro furiosamente batte e percote; infiammase l'aere per la fretta, e giù da noi risplende, le botte per il vacuo intonano, e ui fan tanto stupidi mirare. Li udri si rompono per il forte sorbire; fugge il uento, che iui se aprende, e discorre per le parte qui da noi. Sappi più oltra, che l'aere, così spatioso, è tutto abitato de cose uarie, quanto cape la terra e mare. Dall'in giù le seme descendino; fruttifican poi, secondo son locate. Più che circonda sta lo antiquo drago, qual tutto de occhi scintillanti suo corpo adorno riueste, gionge la testa con la coda, li piedi ambi, e tutto couerze con le ale. Vno occhio solo ha in fronte, grande, lustro, claro e bello. Vn altro può in la ponta della coda, qual uoglie et riuoglie spesso e l'affatica. Con questi e con li altri, anchor con quelli, che da qui non si uedeno, mira nell'aere, nella terra e nel mare: così a suo modo le regge e diletta. Quando questo antiquo, uicini esser ne comprese, sdegnato forte sguardò nell'aere e tutto il commosse. Per fuggir dunque, il nostro Duce, in questo et in quell'altro lato uolgendo giraua, ma non potea oltra passare, perchè il tutto intra sè abbraccia. Hor in tal maniera da parte in parte per l'aere uagando, ostacoli parati troua, guerra continua, e pugna; che non manca iui gli affanni, e le gran fatiche; iui abbondan li sudori sanguinolenti; iui la morte ogni ora era palese. Finalmente, retornati in noi, con le herbe, con li metalli e con le gemme anchora, mitigamo li obstaculi e quel antiquo drago; e per la uirtù intrinseca, che non manca, se fessemo conoscere, et esso conoscemo noi. Per la qual cosa, de terore in piacer tutti reuolti, tornamo in giù, e te primo che altro ho qui ueduto.

[i] Alle quattro parole, alle quali ho sostituito puntini, vedi un riscontro nel _Verville_, _Moyen de parvenir_. (LVI. _Théorème_) dove parla degli abitanti di Lubecca.

[ii] _Tempesta_, qui val gragnuola, alla lombarda.

[iii] Cf. BASILE, _Pentamerone_. _Pintosmauto_.

[iv] _Naranci_. Vedi, pagina 309, postilla i.

XXVIII.

IL MAGO DALLE SETTE TESTE[1].