La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare
Part 35
C'era una volta un omo e una donna, che facevano i pastori in montagna ed avevano un ragazzotto di diciassette anni per figliolo. Ma non gli volevano punto bene. Sicchè, per levarselo d'attorno, lo mandavano sempre al bosco con un tozzaccio di pan nero a badare alle pecore. Un giorno, un agnello del branco cascò in un botro e si sfragellò tutto e morì. Non c'è da dire quanto que' cattivi genitori strapazzassero il povero ragazzo. Ed anzi, picchiatolo a quel dio, abbenchè fosse già notte, lo scacciarono fuori di casa, minacciando ammazzarlo se più ci tornasse. Il meschino, piangendo, vagolò un pezzo ne' contorni senza sapere dove andare, fino a che, rifinito e affamato, giunse ad un fosso vôto; e, raggriccito dal freddo, lì si potè alla peggio accoccolare, dopo essersi accomodato un po' di lettuccio con foglie secche. Ma non gli riuscì dormire, sia dalla paura di trovarsi solo al bujo, sia perchè ripensava a' casi suoi e incerto del poi. Era da poco il ragazzotto dentro al sasso, quando capitò un omo, che gli disse:—«Ohè! tu hai preso il mio letto, temerario. Che ci fai costì?»—Tutto impaurito, il ragazzotto si messe a raccontargli le sue disgrazie. E lo pregò, che non lo scacciasse, ma s'accontentasse per quella notte di fare a mezzo del ricovero, che a bruzzolo anderebbe via, dove la sorte lo menasse. L'omo acconsentì di bona voglia ed anzi fu molto contento nel trovare il vôto del sasso pieno di foglie secche; chè lui non ci aveva mai pensato a farsi con esse un letticciuolo meno duro e più caldo. Il ragazzotto si rannicchiò da una parte quanto più potè, e stette quieto e finse di dormire, perchè era in non piccolo sospetto del compagno. L'omo intanto borbottava fra sè e sè, credendo non essere inteso; e diceva:—«Che cosa regalerò a questo ragazzotto, che m'ha empiuto di foglie secche il mio ricovero, e si tiene così da parte per non darmi fastidio, sicchè pare, che non ci sia?»—Il ragazzotto sentiva bene il ragionamento, ma figurava di essere appioppato. Venuta la mattina disse l'omo:—«Ha' tu dormito, ragazzo?»—E lui:—«Altro! meglio che nel mi' letto. Ma è giorno: devo andar via e girandolare per il mondo, perchè a casa non mi ci vogliono più, e, se ci torno, il babbo e la mamma m'han detto, che m'ammazzano. Scusate l'incomodo. Addio.»—E s'avviava piangendo.—«Aspetta un po', ragazzo;»—gli disse quell'omo:—«Stanotte sono stato contento di te, e ti voglio regalare certe bricciche, che ti possono essere di gran comodo per il mondo. Ecco. Questo è un tovagliolino di filo; ogni volta, che lo spiegherai, se tu gli ordini da desinare, ti darà da mangiare per te e per quanti siete a tavola[2]. Questa è una scatolina; ogni volta, che tu l'apra, ti darà una moneta di oro[3]. Questo è un organino; se tu ti metti a sonarlo, balleranno, sinchè tu voi, tutti quelli, che lo sentiranno. Ora va' e non ti scordare di me.»—Il ragazzotto, un po' incredulo, accettò i regali e se n'andò pe' fatti suoi. Cammina, cammina, il ragazzotto giunse ad una città piena di popolo, dove si preparavano grandi feste e giostre. Il Re aveva bandito, che chiunque fosse tanto ricco da mettere in deposito una grossa somma di quattrini, lo avrebbe lasciato giocare la sua propria figliola, con promessa di darla in moglie, assieme al tesoro ammucchiato, al vincitore. Questo saputo, il ragazzotto disse fra sè:—«Ecco il momento di far prova della scatolina. Anche io vo' mettermi in fila, se la scatolina mi dà i quattrini.»—Detto fatto, comincia ad aprirla e chiuderla; e ogni volta c'era dentro una bella moneta di oro lampante. In poco tempo ebbe una bella somma, e si comprò de' cavalli e delle[4] armi, prese de' servitori, e si vestì come un principe. E, andato dal Re, gli dette in deposito una gran somma di quattrini, facendosi credere figliolo del Re di Portogallo, e volse essere accettato per giocatore della sua figliola. In somma, fu assistito dalla fortuna; e, guadagnata la partita, il Re lo dichiarò fidanzato della Principessa. Ma il ragazzotto pastore, non essendo stato allevato che fra le pecore, commetteva tante malcreanze, che diede molto sospetto del suo parentato. Segretamente, dunque, il Re spedì persone fidate e furbe pel Regno e per i paesi vicini a ricercare notizie; se il promesso della Principessa era o nò figliolo del Re di Portogallo. Le diligenze fatte portarono a scoprire la verità: per cui il Re, stizzito dalla rabbia e dalla vergogna, ordinò, che subito si arrestasse il traditore e si ponesse nella prigione sotterranea, che rimaneva sotto la sala del convito. Il ragazzotto si trovò a un tratto in prigione, quando s'era creduto diventare Re. Lì vi eran pur altri diciannove carcerati, che, vedendolo entrare, gli dettero il ben venuto con grande allegria. E lui a raccontargli quel, che gli era intravenuto; e chi n'aveva compassione e chi lo sbeffeggiava. Dopo poco, eccoti il carceriere a portare da mangiare: pan nero, e a mandarlo giù, de' secchi d'acqua pura. Disse, allora che il carceriere ebbe riserrato l'uscio co' catenacci, il ragazzotto:—«Buttate via codesta roba: ce l'ho io un bel desinare per tutti.»—E i compagni:—«Che buffone! o che sie' matto? Come vo' tu fare a darci tavola imbandita?»—«Ora vedrete,»—rispose il ragazzotto. E, spiegacciato il tovagliolino di filo, disse forte:—«Su, tovagliolo, apparecchia per venti.»—Detto fatto, apparì un bel desinare per venti, chè non ci mancava proprio nulla, neppure del meglio vino. I carcerati buttarono via il pan nero e l'acqua, e papparono al tovagliolino a crepa—pelle. Il carceriere intanto, tutti i giorni, vedendo il pan nero e l'acqua per le terre, e nonostante vegeti e vispoli i carcerati, non sapeva che lunarî farci su; e, andato dal Re, gli raccontò quel, che accadeva. Il Re, incuriosito, volle assicurarsi della cosa cogli occhi suoi e interrogare da sè i carcerati; e, sceso giù nella prigione, disse:—«Com'è, che sbeffate il solito desinare e pur campate e bene? Via, non dite bugie, che vi perdono di già, se mi schiarite del vero.»—E il ragazzotto, fattosi innanzi, gli rispose:—«Maestà, sono io, che dò a tutti i miei compagni da mangiare e da bere, meglio che alla vostra tavola. Anzi, se volete accettare, v'invito oggi anche voi; e v'assicuro, che resterete contento.»—«Accetto,»—disse il Re:—«Vo' vedere come tu sa' fare e come mi tratti.»—Il ragazzotto subito spiegacciò il tovagliolino di filo e comandò forte:—«Su tovagliolo, apparecchia per ventuno e da Re.» Il tovagliolo obbedì; con grande meraviglia del Re, che desinò meglio che alla propria tavola. Finito di mangiare, il Re disse al ragazzo:—«Mi vendi il tovagliolo?»—«Perchè no, Maestà?»—gli rispose il ragazzo.—«Ma a patto, che mi lasciate dormire una notte colla vostra figliola, mia fidanzata.»—Il Re pensò un poco; e poi disse:—«Sì, te l'accordo. Ma a patto, che tu starai sulla sponda del letto, a finestre aperte; e in camera ci saranno otto guardie e un lampione acceso.»—«Vada per quel, che volete, Maestà,»—riprese il ragazzotto—«e il tovagliolo è vostro.»—Il ragazzotto dormì una notte colla figliola del Re, a quel modo, senza potersi mòvere e toccarla. E, il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. Quando i carcerati veddero rientrare in prigione il ragazzotto, si posero a canzonarlo e bociavano:—«Che citrullo! guarda il minchione! Bisognerà bene mangiare adesso pan nero e bere acqua di pozzo. Che patto grasso tu facesti col Re!»—Disse il ragazzotto:—«Se non si mangiasse anche co' quattrini!»—E i carcerati:—«O dove gli hai i quattrini da scialare?»—«Lasciatevi servire,»—replicò il ragazzotto. E, tirata fori di tasca la scatolina, si messe ad aprirla e serrarla, sicchè in un momento ammonticchiò di molte monete d'oro. Con queste apparecchiò tutti i giorni un desinare ai carcerati; sicchè di novo tutto maravigliato il carceriere corse dal Re, a raccontargli l'avvenuto. Il Re subito sceso nella prigione, quando seppe ogni cosa, disse al ragazzotto.—«Vo' tu vendermela la scatolina?»—«Perchè nò, Maestà? Magari!»—gli rispose il ragazzotto.—«Ma col medesimo patto di prima.»—«E io te l'accordo,»—disse il Re,—«co' medesimi patti di prima.»—Stretto il contratto, il ragazzotto dormì un'altra volta colla figliola del Re; ma non la potè toccare, meno che colla punta di un dito. Il giorno dopo, il Re lo fece rimettere in prigione. I carcerati, vedendo di novo il ragazzotto, più che mai lo canzonarono; e bociavano:—«Ora poi la cuccagna è finita. Bisognerà bene adattarsi al pan nero e all'acqua di pozzo.»—«Pazienza!»—riprese il ragazzotto.—«Ma non mancherà l'allegria. Se non si desina da signori, si ballerà da matti.»—«Come, come?»—gridarono i carcerati. Disse il ragazzotto:—«Aspettate, che il Re sia quì sopra al convito, e vedrete.»—Di lì a un momento sonò la campana del pranzo reale; e i convitati, andati in sala col Re e la sua corte, si sedettero a mensa: quando il ragazzotto, tirato fuori l'organino, disse:—«Organino, comando, che tutti ballino alla mensa del Re;»—e si diè a sonare di gran forza. Come presi dalla mattìa, tutti cominciarono a ballare a furore nella sala del convito: uomini, donne, mobili; le stoviglie si sfrantumarono; le pietanze andarono per le terre; chi picchiava la testa ne' muri o nel soffitto da' gran sbalzi, che era obbligato a fare; il Re urlava a gola squarciata, non sapendo in che mondo si fosse. Avendo il ragazzotto smesso un po' di sonare, il Re, tutto trafelato, scese nella prigione; e domandò, chi fosse la cagione di quello scompiglio.—«Son'io,»—disse il ragazzotto,—«con questo organino!»—e giù a sonare da capo. E il Re salta di quà, salta di là, che pareva un razzo matto.—«Smetti, smetti!»—berciava il Re—«mi rovini!»—Quando il ragazzotto ebbe smesso, disse il Re:—«Vo' tu venderlo, cotesto organino indemoniato?»—«Perchè nò, Maestà?»—rispose il ragazzotto:—«ma a che patti?»—«A' patti di prima,»—riprese il Re. E il ragazzotto:—«Marameo! O novi patti o ricomincio a sonare; e sono, finchè non siate tutti morti sfiaccolati.»—Il Re, impaurito, disse:—«Fagli te i patti!»—«Ecco,»—il ragazzo rispose:—«Voglio, che mi s'accordi di sentire le brame della vostra figliola, quando sono nel su' letto; e che lei sia obbligata a rispondere. Io starò a quel, che lei vole.»—Il Re pensò un poco e poi disse:—«Te l'accordo. Ma in camera ci saranno doppie guardie e due lampioni accesi.»—A pena uscito di lì, il Re fece chiamare in segreto la figliola, e gli disse:—«Ti comando, che, questa notte, quando tu sarai al letto collo sposo, tu risponda sempre di _no_ alle sue richieste.»—La figliola, inchinandosi, replicò:—«Padre, sarete obbedito.»—Venuta la sera, il ragazzotto se n'andiede a letto colla figliola del Re; e, dopo un po' che erano sdraiati, disse lui alla Principessa:—«Col fresco, che fa, vi par bene, sposa mia, che le finestre stiano aperte?»—Rispose la Principessa:—«No.»—«Dunque, guardie,»—gridò il ragazzotto,—«per comando della Principessa, serrate le finestre.»—E le finestre furono serrate. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che stiamo al letto con tutte queste guardie d'attorno?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto:—«Dunque, guardie, per comando della Principessa, andate via, subito.»—E le guardie se s'andarono. Poi disse il ragazzotto:—«Vi par bene, sposa mia, che si dorma con questi lampioni accesi?»—E la Principessa:—«No.»—E il ragazzotto, alzatosi, in un attimo spense tutti e due i lampioni; e restarono al buio. Rientrato a letto nel suo cantuccio, lasciato passare un po' di tempo, disse il ragazzotto:—«Siamo sposi e pur si sta tanto discosti fra noi! Vi par bene, sposa mia, che si resti la notte così lontani?»—E la Principessa:—«No.»—Allora diviato il ragazzotto si fece vicino alla Principessa, la baciò e l'abbracciò[5]. Quando venne il giorno, e il Re seppe tutto l'accaduto, s'adirò fortemente; e, chiamata la figliola, gli disse di molte male parole per la sua disobbedienza; e voleva, che si tagliasse la testa al ragazzotto. Ma la Principessa gli protestò d'averlo obbedito appuntino e gli raccontò come fossero andate le cose; poi soggiunse:—«Caro padre, questo è ormai il mio sposo; e quel, che è fatto, è fatto. Perdonateci, che ci vogliamo un gran bene.»—Il Re, visto che non c'era più rimedio, cambiò idea; e volle, che lo sposalizio della figliola col ragazzotto pastore si facesse con ogni solennità di feste e di giostre. E i due sposi camparono felici lungamente. E, alla morte del Re, il ragazzo pastore ereditò il Regno.[6]
NOTE
[1] Raccolta da l'avv. prof. Gherardo Nerucci, che l'ebbe dalla bocca dell'Elena Becherini del Montale pistojese. Il Liebrecht annota.—«ZU GRIMM (K. M. N.º 36) _Tischchen deckdich_ u. s. w.»—ecc. I riscontri a questa Novella possono dividersi in tre serie diverse. Nella PRIMA SERIE, il possessore di oggetti incantati li perde per l'astuzia d'una donna e poi li riacquista mediante frutta, delle quali una specie produce un difetto corporale, che vien guarito dall'altra. Nella SECONDA SERIE, manca questa ultima parte; ed il possessore riacquista gli oggetti, od impedendo la principessa di frodarlo al giuoco o facendosene amare. Nella TERZA SERIE finalmente, due oggetti incantati vengono frodati per sostituzione dagli ospiti e riacquistati mediante il terzo, che suol essere un bastone, che batte comandato senza remissione. Alla PRIMA SERIE di riscontri appartengono:—I. _Gesta Romanorum_, il capitolo CXX (dove i fichi fanno diventar lebbroso).—II. _La vurza, lu firriolu e lu cornu 'nfatatu_ (PITRÈ. Op. cit) Tre fratelli trovano sotto tre mattoni della soglia della casa paterna, che il padre s'era riserbati nel venderla, una borsa denenaripara, un ferrajuolo invisibilifico ed un corno, che suscita eserciti. Il maggiore si fa rubare tutt'e tre le cose da una Reginotta; cui poi vende de' fichi, che fan venir le corna; e da cui se le fa restituire, per guarirla.—III. _Von dem Schäfer, der die Kœnigstochter zum Lachen brachte_ (GONZENBACH. Op. cit.) Un pastorello trova sul margine d'una fontana uno anello, che fa sternutire senza fine, chi l'ha alla destra. Delibera servirsene, per ottenere la Reginotta, promessa in isposa a chi la farà ridere. Pernottando sur un albero, sente un colloquio di ladri; e poi ruba loro un tovagliuolo, una borsa ed un fischietto incantato. Ponendo lo anello sternutatorio al dito del Re, fa ridere la Principessa. Ma il Re, sdegnato, il manda in carcere; dove poi, mantenendo egli allegri i compagni di sventura co' tre oggetti incantati, questi gli vengon fatti rapire dal Re. Evade. Scopre una ficaja con fichi bianchi e neri; i primi fanno passar le corna prodotte da' secondi. Così riacquista le sue quattro coserelle ed ottiene la Reginotta in moglie.—Alla SECONDA SERIE di riscontri, appartengono:—I. La novella presente.—II. PETRU LU MASSARIOTU (PITRÈ. Op. cit.)—Alla TERZA SERIE di riscontri finalmente spetta:—I. _Lo Cunto dell'Uerco_, trattenimento I. della I. giornata del _Pentamerone_:—«Antuono de Marigliano, ped essere l'arcefanfaro de li catammare, cacciato da la mamma, sse mese a li servizie de 'n Uerco. Da lo quale, volenno vedere la casa soja, è regalato cchiù bote; e sempre sse fa corrivare da 'no tavernaro. All'utemo le da 'na mazza, la quale castiga la 'gnoranzia soja, fa pagare la penitenzia all'Oste de la furberia e arrecchisce la casa soja.»—II. PITRÈ (Op. cit.) _Lu scarpareddu mortu de fami_.—III. PITRÈ (ibid) _La Munachedda_.—IV. GONZENBACH (Op. cit.) _Zaubergerte, Goldesel, Knueppelchen schlagt zu_.—V. BERNONI (Op. cit.) _Ari Ari, caga danari_.—VI. DE GUBERNATIS, (_Novelline di Santo Stefano di Calcinaja_, XXI.) _Bastoncrocchia_.
[2] Similmente ha favoleggiato il Marino nell'Adone (Canto XIII, 228—229.) Mercurio parla in siffatta guisa al figliuol di Mirra:
Poi che una noce d'or colta ne avrai, Fa che appo te, ne' tuoi viaggi incerti, La rechi ognor, senza lasciarla mai; Perchè valloni sterili e deserti Passar convienti, inabitati assai, Là dove stanco di sì lunghi errori Penuria avrai di cibi e di licori. Il guscio aprendo allor de l'aurea noce, Vedrai nuovo miracolo inudito. Vedrai repente comparir veloce Sovra mensa real lauto convito; Da ministri incorporei e senza voce, Senza saper da cui, sarai servito. Nè mancherà d'intorno in copia grande Apparato di vini e di vivande.
Difatti, (Canto XIV, 8.) Adone
...Perchè da la fame è spinto a forza E da la sete a desiar ristoro, Tosto de l'aurea noce apre la scorza, E credenza gli appar d'alto lavoro; E la sete e la fame in un gli ammorza Vasellamento di cristallo e d'oro, Pien di quanto la terra e 'l mar dispensa; E non ha servi et è servito a mensa.
[3] Nell'Adone del Cavalier Marino (Canto XII, stanze CCLXX—CCLXXII), l'Idonea promette in nome della Falsirena al protagonista il dono di una moneta,
Che, sempre, a chi la spende, indietro riede. Se la spendessi mille volte il giorno, Mille volte in tua man farà ritorno. Una sua borsa ancor vo', ch'abbi appresso, La cui virtù meravigliosa è molto: Dentro vi cresce ognor ciò, che v'è messo, E rende al doppio più, che non n'è tolto. Vedrai, se l'apri, tosto, da sè stesso Moltiplicarsi quel, che v'è raccolto: Se poi vota la lassi e d'oro scarca, Ve ne ritrovi almen sempre una marca. La lucertola avrai da le due code, Perchè, giocando, a guadagnar ti serva, ecc.—
Fra le _Novelle Morali_ del Chierico Regolare Somasco FRANCESCO SOAVE ce n'è una, intitolata _Alimék o la Felicità, Novella Araba_, il cui protagonista possiede una borsa, ch'è piena d'oro, qualora egli vuole.]
[4] _De' cavalli e delle armi_. Sarebbe più italiano: _armi e cavalli_.
[5] Racconta Tommaso Costo, nella prima delle _Otto giornate_ del _Fuggilozio_:—«Un certo messer Nazario, milanese, avendo ire a Genova per un suo negozio, non sapeva come farsi, a lasciar la moglie sola e sicura: e perchè essendo giovane e bella, come geloso dell'onore, ne stava grandemente in sospetto; e massime ch'ella era un poco leggeretta. Alla fine, essendo pur costretto a partirsi, le lasciò quest'ordine, che a qualunque persona la richiedesse di qualche servizio, dovesse dir di no. Ciò intendendo un suo vicino, uomo in far delle truffe diligentissimo, andatosene dalla buona donnicciuola, sì le disse: _Madonna Pierina_, (così aveva nome) _se io vi facessi quel servigio_ (e glielo dichiarò) _ve l'avreste voi a male?_—_No_, rispose la galante femmina, ricordandosi dell'ordine del marito. E così furono d'accordo e 'l povero di messer Nazario per la sua sciocca avvertenza rimase burlato; e debitamente, perchè il poco accorto marito suole talvolta esser cagione dell'errore della semplice moglie.»—
[6] In questa novella abbiamo oggetti incantati. Affine a questo genere di finzione sono i viaggi fantastici, per paesi meravigliosi, dove si trovano cose impossibili e stupende, de' quali abbiamo anche esempli greci, e mi basterà citare la _Storia vera_ del samosatense, ed i quali diresti scritti per mettere in caricatura i viaggiatori bugiardi. Rifiorì quindi questa maniera di favole nel cinquecento; e piace sempre, come testimonia la popolarità de' _Viaggi del Gulliver_. Non so resistere alla tentazione di offrirne uno esempio, ricavato da un antico libro e dimenticato, che s'intitola: _Opera Nuova, molto utile et piacevole, ove si contiene quattro dialogi, composti per l'eccellentissimo dottor delle Arte (sic) et medico aureato (sic) Messer Angelo de Forte MDXXXII_ (com'è detto in fine: _Stampata in Vinegia per Nicolo (sic) d'Aristotile detto Zoppino nel mese di Agosto MDXXXII_). In essa narrazione si troverà una descrizione del paese favoloso, che poi, sotto nome di _paese di Cuccagna_, doveva essere celebrato dal Folengo, dal padre Quirico Rossi e da tanti altri, con più o meno spirito.
_In questo Dialogo si introduce Piacevolezza, felice Peregrino, hauer cercato il mare tutto, dentro et di fuora, la terra et lo aere per fino al cielo, et in questo visto et fatto cose degne di memoria, di grandi et notabili significati, quali narra a Desio, suo amico:_
DESIO. S'io non erro, ecco il mio amico, qual tanto desiderato ho, già sono hormai molti anni et ciascheduno fermamente crede, che sia morto. Questo, che uedo, non è sogno: son par uigilante. Sia quel, che esser può, uo salutarlo. Dio te salui, amico mio; et doue sei tu tanto tempo stato, ouero da quali lontani a noi te transferisci, con spettacolo de habiti tanto strani?
PIACEVOLEZZA. La longa peregrinatione me ha fatto così da uoi alieno.
DESIO. Dunque, tu ai peregrinato?
PIACEVOLEZZA. Non te l'ho ditto io?
DESIO. Et in che paesi?
PIACEVOLEZZA. Tutta la terra, il mare, de fore e dentro, l'aere anchora e il concavo (cioè la parte intrinseca) del continente cielo; e ho trouato in questi, li paesi della mirabilità.
DESIO. Et che uuol dire, che io non intesi mai nominarli?
PIACEVOLEZZA. Perchè non se ha memoria d'altro, che me, della nostra regione, in quelli hauer peruenuto.
DESIO. Dunque tu hai trouato nuoui paesi?
PIACEVOLEZZA. Certamente nuoui.
DESIO. Et che in quelli uisto hai?
PIACEVOLEZZA. Mirabile cose.
DESIO. Mirabile?
PIACEVOLEZZA. Sì; e, per tanto, regione de mirabilitate le chiamai.
DESIO. Et che mirabil cose sono queste?
PIACEVOLEZZA. Tanto che ogni credenza humana trapassano.
DESIO. Dì, te prego; e non mi lasciar pendente nel tuo parlare.
PIACEVOLEZZA. Forse non le crederai.
DESIO. E como non uoglio credere io un tanto amico, quando afferma hauer uisto e toccato?
PIACEVOLEZZA. Sì, e con giuramento anchora, quanto più santamente me sera possibile. Dunque, ascolta. Che io te giuro per tutti li nulli e la lor potentissima deità; e per la congregatione delli nienti, e li compagni, matre e fratelli, cosa che ognuno teme e abborre; anchora te giuro per la deità e summo potere de uano: che tutto quello dico, ho cercato; e tanto è uero, quanto la equal pianura è monte, o quanto il gambaro, elefante, ouero la mosca, grua e sparuiero. Stante el giuramento, me potrai tu credere.
DESIO. Fermamente.