La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare
Part 31
[5] Nella versione pentameronale il Re mostra la sposa _spalombata_ a tutti i cortigiani e chiede loro, che meriterebbe chi facesse male ad una creatura tanto bella. La schiava saracina, quando viene la sua volta, risponde in lingua franca _Meritare abbrosciare e porvere da coppa castiello jettare_. E si trova aver pronunziata così la propria sentenza. Situazione, che spesso si ripete nelle fiabe popolari e della quale piacque al Metastasio di avvalersi; ma egli poi fa rimetter la pena al reo dal Re offeso.
ALESSANDRO. Solo un consiglio Da te desio. V'è chi m'insidia. È noto Il traditore e in mio poter si trova. Non ho cor di punirlo, Perchè amico mi fu. Ma il perdonargli Altri potrebbe a questi Tradimenti animar. Tu che faresti?
TIMAGENE. Con un supplicio orrendo Lo punirei.
ALESSANDRO. Ma l'amicizia offendo.
TIMAGENE. Ei primiero l'offese, E indegno di pietà costui si rese.
ALESSANDRO. (Qual fronte!)
TIMAGENE. Eh di clemenza Tempo non è. La cura Lascia a me di punirlo. Il zelo mio Saprà nuovi strumenti Trovar di crudeltà. L'empio m'addita, Palesa il traditor, scoprilo omai.
ALESSANDRO. Prendi, leggi quel foglio e lo saprai.
TIMAGENE. (Stelle! il mio foglio! Ah son perduto! Asbite Mancò di fè.)
ALESSANDRO. Tu impallidisci e tremi? Perchè taci così? Perchè lo sguardo Fissi nel suol? Guardami, parla. E dove Andò quel zelo? È tempo Di porre in opra i tuoi consigli. Inventa Armi di crudeltà. Tu m'insegnasti, Che indegno di pietà colui si rese, Che mi tradì, che l'amicizia offese.
TIMAGENE. Ah signor, al tuo piè....
ALESSANDRO. Sorgi. Mi basta Per ora il tuo rossor. Ti rassicura Nel mio perdono; e, conservando in mente Del fallo tuo la rimembranza amara, Ad esser fido un'altra volta impara.
Anche nella _Mortella_ (BASILE. Pentamerone I, 2.) le colpevoli pronunziano con la propria bocca la condanna loro; e nel _Burdilluni_ (PITRÈ. Op. cit. LXI).
XXV.
ORAGGIO E BIANCHINETTA[1]
C'era una volta una signora, che aveva due figli: il maschio si chiamava Oraggio, la femmina Bianchinetta. Da ricchissimi, che erano, per alcune disgrazie divennero poveri. Fu deciso che Oraggio sarebbe andato a servire; come infatti s'impiegò in casa di un Principe come cameriere. Dopo diverso tempo, contento il Principe del suo servigio, lo cambiò e lo mise a pulire i quadri della sua quadreria. Fra le varie pitture un ritratto di donna bellissimo formava continuamente l'ammirazione di Oraggio. Spesse volte il Principe lo sorprese ammirando il ritratto. Un giorno gli domandò per qual ragione passava tanto tempo innanzi a quella pittura? Oraggio rispose che quel ritratto era la vera immagine di sua sorella. Essendone lontano da diverso tempo, sentiva il bisogno di rivederla. Il Principe rispose che non credeva che quella pittura somigliasse alla sua sorella, giacchè aveva fatto cercare e non era stato possibile trovare nessuna donna, che a quella somigliasse. Inoltre soggiunse:—«Falla venire qua; e, se è bella come dici, la farò mia sposa.»—Subito scrisse Oraggio a Bianchinetta; ed essa immantinenti partì. Oraggio andò a attenderla al porto; e, quando cominciò da lontano a scorger la nave, ad intervalli gridava:—«Marinari dall'alta marina, guardate la mia Bianchina, che il sol non la tinga.»—Nella nave, dove si trovava Bianchinetta, eravi pure un'altra giovane con la madre, bruttissime ambedue. Giunte vicine al porto, la figlia dette un colpo alla Bianchinetta e la gettò nel mare[2]. Giunte, Oraggio non sapeva riconoscere la sua sorella; e quella brutta ragazza si presentò dicendo che il sole l'aveva così tinta, che non si riconosceva più. Il Principe rimase sorpreso a vedere quella donna così brutta, rimproverò Oraggio e lo cambiò di ufficio; lo mise a guardare le oche. Tutti i giorni conduceva al mare le oche. E tutte le volte che le portava al mare, Bianchinetta usciva e le ornava di fiocchettini di diversi colori. Ed esse tornando a casa dicevano:
Crò! crò! Dal mar venghiamo, D'oro e perle ci cibiamo. La sorella d'Oraggio è bella, È bella come il sole: Sarebbe bene al nostro padrone.
Domandò il Principe ad Oraggio, come mai le oche dicevano tutt'i giorni quelle parole. Ed esso raccontò che la sua sorella, gettata in mare, era stata presa da un pesce marino e l'aveva condotta in un bellissimo palazzo sott'acqua, ove la teneva incatenata[3]. Però, con una lunga catena, che gli permetteva di venire fino alla sponda, allorquando lui portava fuori le oche. Disse il Principe:—«Se è vero ciò che racconti, domandagli cosa ci vorrebbe per liberarla da quella prigione.»—Il giorno dopo domandò Oraggio a Bianchinetta come avrebbe potuto fare per toglierla di là e condurla al Principe. Essa rispose:—«È impossibile togliermi di qua. Così almeno mi dice sempre il mostro: _Ci vorrebbe una spada che tagliasse quanto a cento; E un cavallo che corresse quanto il vento._ Queste due cose è quasi impossibile trovarle. Tu vedi dunque, per me è destino, che debba rimaner sempre qua.»—Tornando Oraggio al palazzo, riferì la risposta di sua sorella al Principe. Ed esso fece di tutto, e riuscì a trovare il cavallo che correva quanto il vento, e la spada che tagliava quanto cento. Andarono al mare: trovarono Bianchinetta, che li attendeva. Li condusse nel suo palazzo. Con la spada fu tagliata la catena. Montò sul cavallo e così potè liberarsi. Giunti al palazzo, il Principe la trovò bella quanto il ritratto che guardava sempre Oraggio, e la sposò. L'altra brutta fu bruciata in mezzo di piazza con la solita camicia di pece; e loro vissero contenti e felici.
_Stretta la foglia, larga la via, Dite la vostra, chè ho detto la mia._
NOTE
[1] È _Le doje pizzelle_, trattenimento VII della giornata IV del PENTAMERONE—«Mariella, pe' mostrarese cortese co' 'na vecchia, have la fatazione; ma la Zia, 'mmediosa de la bona fortuna soja, la jetta a maro, dove la Serena la tene gran tiempo 'ncatenata: ma, liberata da lo frate, deventa Regina e la zia porta la pena de l'arrore sujo.»—Cf. GONZENBACH (Op. cit.) XXXIII. _Von der Schwester des Muntifiuri_ e XXXIV. _Von Quaddaruni und seiner Schwester_. PITRÈ (Op. cit.) LIX. _La figghia di Biancuciuri_ e LX. _Ciciruni_. Nel XIX Canto del Morgante l'episodio della Principessa Florinetta di Belfiore, figliuola di Filomeno, ha qualche tratto lontanamente simile con altri della nostra fiaba. La quale del resto è da ravvicinarsi al _Luccio_ della presente raccolta ed alle sue varianti.
[2] Vedi un breve componimento, firmato S. S. (Dottor Savino Savini) pubblicato nel numero 50 (15 Gennajo 1843) del periodico _La Parola_, che stampavasi in Bologna. Sarà forse opportuno trascriverlo, perchè il dir _Vedi_, trattandosi d'una bazzecola pubblicata più di trentatrè anni fa su d'un giornalucolo, potrebbe sembrar caricatura al lettore. Raccolta qui, avrà più lunga vita, chè le effemeridi sono effimere per propria natura ed intrinseca, mentre i libri durano un po' più. Intorno ad esso componimento, mi scrive RINALDO KOEHLER:—«Die von Ihnen mitgetheilte _Arpa stupenda_ ist eine treue Uebersetzung eines von RASK aufgezeichneten faröischen Liedes, welches in der Ursprache und in schwedischer Uebersetzung (als Seitenstück zu einem schwedischen Volksliede) mitgetheilt ist in E. G. GEIJER's und A. A. AFZELIUS' _Svenska Folk—Visor_ (Stockholm, 1814. I, 86) und danach zuerst ins Deutsche übersetzt sich findet in G. MOHNIKE's _Volkslieder der Schweden_ (Berlin, 1830. I, 194). In neuester Zeit ist es auch von ROSA WARRENS wieder in' s Deutsche übersetzt worden.»—
POESIA IN PROSA
(IMITAZIONE)
L'ARPA STUPENDA
Vanno due cavalieri a una casa, cercando una sposa; di due sorelle dimandano la piccola e la maggiore disprezzano.
La più giovane sa filar lino, e la grande sa guardare li porci.
La più giovane può filare dell'oro, la grande non può filare la lana.
Dice la grande alla piccola sorella:—«Andiamo in riva del mare.»—
—«Che faremo noi alla riva del mare? Nulla dobbiamo portarci.»—
—«Già somigliamo e diverremo così bianche del pari.»—
—«Oh! s'anco ti laverai ogni giorno, bianca non diverrai più di quel, che dio ha voluto. E quand'anche ti facessi bianca più della neve, non avresti l'amante mio.»—
Siede la piccola sorella in una roccia, la grande la spinge nel mare. La poverina innalza le braccia.
—«Mia cara sorella, ajutami!...»—
—«Io non ti ajuterò, se non prometti cedere a me il tuo fidanzato.»—
—«Se potessi, il farei: ma di lui non posso decidere. Cercherò doni e un amante per te.»—
Soffia terribile Ostro e spinge il corpo nel mare.
Corre il vento sulle onde cilestri e torna il corpo alla riva.
Già soffia levante e spinge il corpo verso la prua d'un battello.
Due pellegrini raccolgono il cadavere.
Compongono un'arpa delle braccia della donzella; e formano corde co' biondi capegli suoi.
—«Andiamo alla casa vicina, ivi si fan delle nozze.»—
Pongonsi appresso alla porta, e s'ode l'arpa.
Dice la prima corda:—«Mi è suora quella sposa.»—
E la seconda:—«Uccidevami gelosa.»—
E la terza:—«Dello sposo fui morosa.[i]»—
Si fa rossa, come bragia, la fidanzata:—«Questo suono mi fa male.»—
Si fa rossa, come sangue, la fidanzata:—«Non vo' più sentire quell'arpa.»—
E dice la quarta corda:—«Oh quest'arpa non riposa.»—
La fidanzata si corica in letto.
L'arpa suona più forte, e il cuore della giovine scoppia.
[i] _Morosa_ qui per _amorosa_, alla veneziana; e non già femminile di _moroso_, da _mora_, indugio.
[3] Qui ci vorrebbe la descrizione del palagio sottomarino. I lettori se la fingano con la scorta, che fa di quello di Nettuno il MARINI nell'_Adone_:
Strana di quella casa è la struttura, Strano il lavoro e strano l'ornamento. Ha di ruvide pomici le mura, E di tenere spugne il pavimento. Di lubrico zaffiro è la scultura De la scala maggior; l'uscio è d'argento. Variato di perle e di conchiglie Azzurre e verdi e candide e vermiglie.
XXVI.
ZELINDA E IL MOSTRO[1]
C'era una volta un pover'omo, che aveva tre figliole. La minore, essendo la più bella e la più manierata e dolce di carattere, era di molto odiata dalle altre due sorelle, ma in quella vece il padre gli voleva un gran bene. Or'avvenne, che in un vicino paese, appunto nel mese di gennaio, vi fosse una fiera; alla quale andando il pover'omo per provvigioni a campare la famiglia, ciascuna delle figliole gli domandò che gli portasse qualche regaluccio: la Rosina volle un vestito, la Marietta uno scialle, e la Zelinda si contentò di una rosa[2]. Il giorno dopo a bruzzolo, il pover'omo si messe in viaggio. E arrivato in sulla fiera, comprate che ebbe le provvigioni, gli fu facile trovare il vestito per la Rosina e lo scialle per la Marietta; ma non gli riescì, per quanto s'affannasse a cercarne, trovar la rosa per la Zelinda. Pure, voglioso di accontentare quella sua cara figliola, si rimesse in viaggio alla ventura lì pe' dintorni, e, cammina cammina, giunse ad un bel giardino; e siccome n'era il cancello aperto, e' vi entrò diviato. Il giardino era carico gremito d'ogni sorta di fiori, e in un cantuccio sorgeva su un[3] cespuglio di vaghe rose sbocciate e di colore smagliante. Non pareva che ci fosse nel giardino anima viva, cui domandare una rosa in compra o in regalo; sicchè il pover'omo, allungata la mano al cespuglio, staccò una rosa per la sua Zelinda. Misericordia! chè appena colto il fiore, di dentro al cespuglio, con gran fracasso e fiamme, sbucò uno spaventevole Mostro in forma di dragone[4], che fischiando a tutto potere, disse:—«Temerario, che ha' tu fatto? Bisognerà che tu moja subito, giacchè avesti l'ardire di toccare e sciupinare la mia pianta di rose.»—Il pover'omo, morto più che mezzo dalla paura, si messe a piangere, a raccomandarsi in ginocchioni, chiedendo perdono dello sbaglio commesso, e si diè a fare racconto del perchè cogliesse la rosa. E poi diceva:—«Lasciatemi andare. Ho famiglia; e, se non ci son'io, l'è finita per lei e va in perdizione.»—Ma il Mostro inferocito gli rispose:—«Uno ha da morire. O portami quella che volle la rosa; o, se nò, t'ammazzo in sul momento.»—Invano il pover'omo pregò e ripregò: il Mostro non gli diede agio di partire, se non dopo che il pover'omo gli ebbe promesso con giuramento di ritornare colla figliola. Figurarsi con che core il pover'omo rientrò in casa sua! Diede i regali alle figliole; ma con un viso tanto stravolto, che quelle gli domandarono con premura se gli fosse accaduta qualche disgrazia. Dàgli e ridàgli, finalmente il pover'omo piangendo gli raccontò la storia del suo viaggio e a che patto era potuto ritornare; e disse:—Bisognerà che io o la Zelinda si sia mangiati dal Mostro.»—Allora sì che le altre due sorelle scaricarono il sacco contro Zelinda:—«Bada lì»—dicevano—«la smorfiosa, la capricciosa! Lei, lei anderà dal Mostro, che ha voluto la rosa. Il babbo ha da rimanere con noi.»—E la Zelinda:—«È giusto che paghi chi ha fatto il danno. Anderò io. Sì, babbo, menatemi al giardino e sia pure la volontà di dio!»—Dopo varî contrasti e battibecchi, si decise che la Zelinda anderebbe nel giardino del Mostro e ci sarebbe lasciata sola. E così fu; chè, postisi in cammino l'indomani lei col padre, in sull'imbrunire giunsero al giardino. Entro a quel luogo ameno non ci veddero, secondo il solito, anima viva; ma osservarono un gran palazzo signorile illuminato e colle porte spalancate. Si introdussero i due viaggiatori nell'atrio; e subito quattro statue di marmo si mossero da' loro piedistalli per fargli lume su per le scale sino ad una sala, dove nel mezzo era una mensa apparecchiata d'ogni ben di dio. I due, sentendosi affamati, si sederono; e satolli, le medesime statue, presi i lumi, gli condussero in due belle camere, dove andati a letto dormirono saporitamente tutta la notte. Al levar del sole, Zelinda e il padre suo pur essi si levarono; e vennero serviti della colazione da mani invisibili. Poi, scesi in giardino, si diedero assieme a cercare del Mostro; e, giunti davanti al cespuglio delle rose, eccotelo sbucar fori in tutta la sua bruttezza e terribilità. La Zelinda dalla paura diventò bianca e gli tremavano le gambe. Disse il Mostro al pover'omo, dopo avere guardata fissa la Zelinda con due occhiacci infocati:—«Sta bene: tu hai mantenuta la promessa. Ora vattene, vecchio; e lascia quì sola la ragazza.»—Il pover'omo si sentiva morire dalla paura; e non meno dolorosa se ne stava la Zelinda. Ma, per preghiere, che facessero, il Mostro rimase duro come un sasso; sicchè bisognò, che il pover'omo se ne andasse, abbandonando la figlia, la sua cara Zelinda, alla discrezione del Mostro. Quando il Mostro fu solo colla Zelinda, principiò a farle carezze e moine; e tanto s'adoperò, che gli riuscì rendersi amabile a lei. Non la lasciava mancar di nulla. E tutti i giorni, discorrendo con lei nel giardino, gli domandava:—«Che mi vuo' bene? Vuo' tu diventarmi sposa?»—Ma la ragazza rispondeva:—«Signore, vi vo' bene sì, ma non diventerò mai vostra sposa.»—E il Mostro si addimostrava molto addolorato; e raddoppiava carezze e buoni garbi; e, sospirando a modo suo, diceva:—«Eppure, se tu mi sposassi, accaderebbe una cosa di molto maravigliosa. Ma non te la posso dire, fino a che tu non voglia essere la mia sposa.»—La Zelinda, sebbene non si trovasse lì malcontenta, pure di sposare il Mostro non se la sentiva punto, perchè troppo brutto e bestiale; quindi alle richieste del Mostro aveva sempre pronta la medesima risposta. Un giorno, il Mostro la chiamò in fretta e gli disse:—«Senti, Zelinda, se tu non acconsenti a sposarmi, è decretato, che moja tuo padre: già sta male e in fine di vita e non lo potrai più rivedere. Guarda, se dico il vero.»—E, cavato fori uno specchio incantato, il Mostro fece vedere a Zelinda il padre moribondo sul letto nella camera di casa sua[5]. Allora Zelinda, tutta disperata e fori di sè dal dolore, gridò:—«Che viva il babbo e lo possa riabbracciare. Sì, vi prometto, che sarò in ogni modo vostra sposa fedele e subito.»—Non ebbe a mala pena la Zelinda profferite quelle parole, in un tratto il Mostro si trasmutò in un bellissimo giovane. La ragazza ne rimase sbalordita; e il giovane, presala per mano, gli disse:—«Cara Zelinda, sappi, che io sono il figliolo del Re delle Pomarance[6]. Una vecchia strega, toccandomi, mi ridusse a Mostro; e mi condannò a stare in quel cespuglio di rose in questa figura, sino a tanto, che una bella fanciulla non acconsentisse diventare mia sposa. Per grazia tua, Zelinda, eccomi ritornato come avanti. Ora andiamo da tuo padre, che è già rinsanichito; e dopo faremo il matrimonio, ottenuto il consentimento dal Re delle Pomarance.»—Zelinda e il giovane a cavallo si partirono dal giardino; e, quand'ebbero riveduto il padre di Zelinda, tutti assieme andarono nel Regno delle Pomarance, dove il Re, alla vista del figliolo, mancò poco non cascasse morto dall'allegrezza. Il giovane disse al Re quel, che gli era intravvenuto. Ma, alla novella dello sposalizio fissato fra il figliolo e la Zelinda, il Re si turbò fortemente; e fece protesto, che, per quant'obblighi avesse alla ragazza per la liberazione del figliolo, a quella richiesta non poteva acconsentire, perchè da molto tempo innanzi aveva impegnata la sua parola di Re, che il suo figliolo si maritasse alla figlia del Re di Prussia. E non ci fu versi di tramutarlo da quel deliberato, per preghiere e pianti degli innamorati. Per cui, non vedendo altro rimedio, il giovane e Zelinda fissarono scappare assieme di notte tempo. E, travestiti da pitocchi, a piedi uscirono fori dal palazzo alla chetichella; e si posero in cammino per la campagna. Zelinda e il suo sposo, dopo avere viaggiato un giorno intero così alla ventura, in sull'abbujare entrarono in una selva e vi si smarrirono. Gira di quà, gira di là, non trovavano la via ad uscirne; ed erano sul punto di sgomentarsi e darsi ormai per perduti e per morti, quando lontan lontano scorsero un lumicino.[7] A tentoni si diressero laggiù, finchè giunsero alla porta di una spelonca e picchiarono colle nocche delle dita. Dopo qualche momento, s'affaccia a un finestrino una donna, che aveva due zanne di porco sporgenti fori delle labbra, che con una vociaccia sgangherata gridò:—«Chi siete? che volete a quest'ora?»—Disse il figliolo del Re delle Pomarance:—«Siam due poverelli, marito e moglie; e ci siam smarriti in questa selva. Dateci in carità ricovero per la notte e un pò di pane, che siam stanchi.»—«Oh! meschini!»—sclamò la donna dalle zanne,—«dove siete mai capitati! Questa è la casa dell'Orco; e io sono la sua moglie. Scappate, ma presto, chè a momenti torna. E se vi sente e vi trova, per voi l'è finita; vi divora tutti e due vivi in un ammenne.»—« O dove volete, che si vada?»—disse il giovane:—«Guardate di rimpiattarci in qualche logo riposto, e domani a giorno ce n'anderemo senza farci sentire.»—E l'Orchessa:—«Ma che vi pare! Alla porta, dal di dentro, c'è quì una gabbia d'oro, tutta grema zeppa di sonaglioli; e ci sta un uccellino, che fa la spia e svolazza; e nella stalla c'è un cavallo con una sonagliera, che fa altrettanto. Se entra qualche cristiano in casa, l'Orco lo risà subito, perchè le bestie collo scampanellìo e il diavoleto de' canti, de' nitriti, dell'ali e delle zampe[8] glielo ridicono. E allora l'Orco cerca dappertutto; e per chi trova, non c'è scampo.»—«Tant'è,»—riprese il giovane,—«morti per morti, apriteci e lasciateci venire dentro, accada quel, che vole accadere.»—L'Orchessa, capito, che que' due non se ne volevano partire, e bramosa di fargli un po' di bene, s'avviò per la scala ad aprirgli; e in quel mentre, che tirava catenacci su catenacci e bracciali e saliscendoli e catene, con che era assicurata la porta, una vecchina tutta grinzosa apparì di fori a Zelinda e al suo sposo e presto presto gli disse:—«Pigliate questo cotone, questi confetti e queste focacce. Quando sarete dentro, tappate col cotone tutti i sonaglioli della gabbia e del cavallo, e staranno cheti. Poi, quando l'Orco è a letto e dorme, scappate via e rubate la gabbia coll'uccellino. Quando sarete in mezzo la selva, ammazzate l'uccellino e apritegli il capo. Nel capo e' ci ha un ovo. Rompetelo con una pietra; chè, rotto l'ovo, l'Orco morirà, essendo lì nell'ovo l'incantesimo della sua vita.[9]»—Ciò detto, disparve. Intanto la porta era aperta; e l'Orchessa, introdotti gli smarriti, li condusse in cucina, li rifocillò alla meglio e poi li messe a dormire nella mangiatoia del cavallo e li ricoprì colla paglia e col fieno per nasconderli all'Orco. Que' meschini pensavano di fare quel, che gli aveva detto la vecchina grinzosa, quando eccoti l'Orco: e l'uccellino a cantare e scotere la gabbia; e il cavallo a nitrire e a saltare tentennando la sonagliera. L'Orco, insospettito, tanto più che aveva naso fine, si diè a fiutare quà e là, borbottando fra le zanne:
_—«Mucci, mucci! «Sento puzzo di cristianucci: «O ce n'è, o ce n'è stati, «O ce n'è de' rimpiattati.»—_