La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 30

Chapter 303,685 wordsPublic domain

[vi] _Sogn_, tanto _sonno_, quanto _sogno_. _Lassass andà del sogn_, è locuzione, che manca al _Vocabolario Milanese Italiano di Francesco Cherubini_.

[vii] _Portà in spalletta_ (secondo il Cherubini)—«che i contadini dell'Alto Milanese dicono _portà in pepiss_ o _in gigiœura_. Portare a zanchellini, portare a cavalluccio o a pentole o a pentoline. È quello che i lodigiani dicono _portà in pegorina_ e i bergamaschi _portà in croppa_.»—_Stanzin_, stanzino, stanzibolo, bugigattolo.

[viii] Ned _Onguent_, ned _ontà_, si rinvengono appo il Cherubini. Anzi solo il verbo _Ong_, contadinesco _Vong_ (ungere, ugnere) e il sostantivo (nel _Supplimento_) _Ongiuda_ (ugnimento, untata). In altre novelle, non è un unguento specifico, anzi un'erba miracolosa, che risana il ferito e spesso risuscita il morto, come ho posto in un'altra nota. Alla quale mi giova aggiunger qui, che un'erba simile, che riappicca le membra troncate, si ritrova nella XII delle _Novelle Antiche_ stampate in calce al primo volume del _Catalogo dei Novellieri Italiani in prosa, raccolti e posseduti da Giovanni Papanti_.

[ix] _Cusinna_, tanto vuol dir _cucina_, quanto _cugina_.

[x] _Sostanzià_, manca affatto nel Cherubini.

[xi] _Dacord_, accordo, convenuto, concerto. _Fà el dacord_, concertare accordarsi (locuzione trasandata dal Cherubini).

[xii] _Tosa_ usavano anche i Provenzali. Giraldo Riquiero ha detto:

_Toza, senz cor vaire E senes estraire M'auretz tan quan viva._

Dove il Nannucci annota:—«I Bolognesi e i Lombardi _Tosa_ per fanciulla; o viene forse dal _tonsus_ de' Latini, quasi proprio di chi ancora non ha capelli.»—L'etimologia è erronea; non viene da _tonsa_, ma invece da _intonsa_, chè le fanciulle lombarde portavano i capelli lunghi, ma li tagliavano nel dì delle nozze; onde il Manzoni, nell'_Adelchi_, fa dire ad Ermengarda ripudiata, che si rivolge alla madre morta:

_Quella Ermengarda tua, cui di tua mano Adornavi quel dì con tanta gioja, Con tanta pièta; a cui tu stessa il crine Recidesti quel dì, vedi qual torna!_

Anche il _Varon Milanes_ dice:—«TOS, TOSON (_Figliuolo_. _Putto_. _Fanciullo_). È tolto dal participio _tonsus_, che viene dal verbo _tondeo, es_, qual significa _tosare_, perchè per il più i figliuolini vanno tosati, acciò forse i capelli non gli offendano il cervello ancora tenero, il che ce lo dà ad intendere l'aver udito consiglio di saggi medici, i quali volevano, che i figliuolini in quella tenera età andassero scoperta la testa per la sopraddetta causa.»—O che scienza ed igienica ed etimologica!

[xiii] _Sternì_ o _starnì_, (dal latino _sternere_); far l'impatto, impattare, fare lo sterno o il letto delle bestie.

[xiv] _Ficciàvol_ o _Fittavol_. Fittajuolo, affittajuolo, fittuario.

[xv] Dev'essere un Italianesimo, che non si ritrova segnato nel Cherubini.

[xvi] Si dice tanto _carr_ quanto _car_; sebbene il primo sia più usuale. Entrambi sono registrati dal Cherubini. Io m'attengo scrupolosamente alla pronunzia della mia novellaja, che adoperava quando l'una e quando l'altra forma del vocabolo. Anche in Italiano, la stessa persona dice talvolta _ommettere_, _ufficio_, _Allighieri_, eccetera e tal altra _omettere_, _uficio_, _Alighieri_ e via discorrendo.

[xvii] Per _vers_, in Milanese, s'intendono tanto le voci, con le quali ci rivolgiamo alle bestie, domestiche o selvatiche, per allettare, radunare, incitare, istizzire, iscacciare; quanto le voci degli animali stessi: _el vers del loff_; _el vers del can_; ecc. Non c'è lingua più ricca della nostra italiana per indicar con verbi, locuzioni e sostantivi speciali le voci ed i suoni, che emettono le varie specie di bestie. Ne ho formato un elenco, che oltrepassa i cento verbi; e non credo di averle registrate tutte; ecco perchè non lo inserisco qui con la sinonimia de' dialetti, che posseggon pure parecchi be' termini analoghi, i quali la lingua aulica desidererebbe. Ognun vedrebbe di quanto rimane al di sotto la nomenclatura delle voci degli animali in francese, ch'è tra le _Rabelessiana_ del De L'Aulnaye in calce alla sua edizione del Rabelais. Ma non so resistere alla tentazione di aggiunger a questa postilla alcuni versi di un cinquecentista obbliato, che appunto mentova in essi parecchi termini siffatti, tra cui ce ne ha de' fidenziani e degli obsoleti. Questi è Gabriele Zimano, che nel _Caride_, favola pastorale, dedicata da Reggio il III Ottobre MDCX alla serenissima signora Margherita Gonzaga Estense, Duchessa di Ferrara, così fa parlare due pastori:

TIMIO. E tacerai tu dunque? ah, negli estremi Miseri avvenimenti tu non chiedi Col tuo soave dir dolce soccorso?

CARIDE. Soccorso? Ah, convien ch'io Fra tutti gli animali Taccia i miei casi; e che saria il narrarli, Se non far compatir gli amici meco? Ogni male ha rimedio, eccetto il mio; Incurabile è il mio. Il toro _mugge_; L'upupa si _lamenta_; La civetta il gran torto Mostra con aspro _intorto_; L'_ostropor_ la cicada Forma, sfogando il duolo; _Ulula_ il lupo; ed il _susur_ si sente, Da i dolci favi; l'umile _belato_ Forman gli agnelli; il mattutino gallo _Espergifica_ lieto; Lieto ancora il cavallo _Innisce_; e l'elefante Chiede con i mestissimi _barriti_ Soccorso; e agl'indistinti Suoni lor non si nega Se non mercede dono Da la pietà, che al mio distinto dire Chiude le crude orecchie! Onde ben posso dire Che non è verso me la pietà pia. Chi mi darà soccorso Se la pietà lo nega?

[xviii] Per l'uomo nascosto dentro una statua (od un quadro) oltre le novelle indicate in nota al _Re Avaro_ vedi anche: A. SGUBERNATIS. _Le Novelline di Santo Stefano_ (VIII. _Argentofo_).—PITRÉ, Opera citata: XCV. _L'acula, chi sona_ (Geraci Sicula) XCVI. _L'acula d'oru_ (Borgetto) e _Lu Re Fiuravanti_ (Palazzo Adriano). GONZENBACH, Opera citata: LXVIII. _Vom goldnen Löwen_. ALOISE CINTIO DE' FABRIZÎ, _Origine de' Volgari Proverbî_ (M.D.XXVI.) la spiegazione del proverbio _L'è fatto il becco all'oca_, eccetera, eccetera.

[2] Che, come si dice per proverbio, l'una avrebbe ajutato a maritar le altre. Ned altrimenti, per suggestione di Romeo, persona umile e pellegrina, calcolò Raimondo Berlinghieri: e le sue previsioni si avverarono.

[3] Un modo simile di sbrigarsi di persone incomode lo abbiamo visto nella _Prezzemolina_.

[4] Di fughe cosiffatte ne sono piene le istorie e le favole. Ne citerò una dalla _Historia Varia_ del DOMENICHI:—«Sarà più fresca memoria e alquanto più felice consiglio d'una certa nuova et non più usata astuzia di Nicolò Picinino, il quale egli, famosissimo capitan di guerra del suo tempo et affezionatissimo del Duca Filippo, lasciò a' posteri; dalla qual cosa non si può dubitare, quanto fusse notabile e accorto l'ingegno di tale uomo. Perciocchè, essendo egli vinto in battaglia da Francesco Sforza, capitan generale della Signoria di Vinegia, et essendo fuggito et ricoveratosi a Garda, sul lago di Salò, sì come quel che non vedeva speranza alcuna di salvarsi, perchè egli non poteva ir salvo a trovare i suoi, nè anco si poteva molto fidare in una terricciuola, sì come è Garda; fece uno atto nuovo et non mai più udito innanzi quel giorno, di farsi portare in un sacco da un famiglio tedesco per il campo degli Sforzeschi, mostrando egli di portar pane a' suoi padroni, talchè finalmente egli si salvò in quel modo. Nel quale uomo difficilmente si potrà conoscere, a cui si dia la parte principale, o alla fortuna, che troppo lo favoriva; o alla fede del servidore, il quale con pericolo della sua vita lo portò a salvamento; o più tosto alla troppa fidanza del Picinino, il quale, mentre ch'egli avea paura dello Sforza più che non bisognava, non dubitò d' arrischiarsi a qual si voglia pericolo.»—

XXIV.

LE TRE MELARANCE.[1]

C'era una volta un Re, che aveva un figlio che era sempre serio; non era mai riuscito a farlo ridere. Dopo aver tentato tutte le vie per rallegrarlo, fu stabilito di mettere tre orci d'olio, ove il popolo sarebbe andato a raccoglierlo dalle fonti. Giunto al terzo giorno, che l'olio veniva a piccole goccioline[2], venne una vecchierella con una boccettina, che con gran fatica riuscì ad empire d'olio. Quando lei si avviava per andarsene, il principe gli gittò dalla finestra una palla sulla boccetta; e la boccetta si spezzò. Il principe sorrise allorquando si ruppe la boccetta e cadde l'olio in conseguenza. La vecchia si voltò in su e gli disse:—«Non avrai bene, finchè non avrai trovato la bella dalle tre melarance.»—Dopo quel momento, il principe tornò nuovamente ad esser serio. Una mattina finalmente il padre, alzandosi da letto e cercando del figlio, trovò una lettera, che gli diceva che era partito in cerca della bella dalle tre melarance. Cammina cammina, il principe, dopo aver percorso molti paesi, arrivò finalmente ad una casetta; e domandò dove si poteva trovare questa bella dalle tre melarance, e gli dissero che era poco distante; ma che era guardata da un orco, che, quando aveva gli occhi chiusi, era sveglio, quando li aveva aperti, dormiva[3]. Arrivato al posto, si attenne alle indicazioni; e prese le tre melarance, senza che l'Orco si disturbasse o se ne accorgesse. Ne aprì una e ci sortì una bellissima signora, e chiese di vestirsi. Ma il Principe non aveva premunito niente e la bella sparì. Comperò un vestito ricchissimo; e poi aprì la seconda. E ci sortì un'altra signora, che era più bella della prima, e chiese di vestirsi. Quando la signora fu tutta vestita, gli mancava il pettine. Il Principe al pettine non ci aveva pensato e la bella sparì. Finalmente aprì la terza; ci sortì un'altra signora, che era più bella di tutte le altre. Chiese di vestirsi. Fu vestita. Chiese il pettine. Il Principe le diede anche il pettine; e non mancandogli altro, decise di condurla alla corte. Però, pensa che non era conveniente di condurla a piedi; e disse:—«Io anderò a prendere delle belle carrozze. Dove ti lascerò?»—Alzando gli occhi la vide un albero foltissimo. Dice:—«Bene, monterò lassù, e intanto mi pettinerò.»—E così fece: montò sull'albero e si mise a pettinare. Il Principe andò a prendere tutto il corteggio. Sotto l'albero ci era un pozzo; poco distante dal pozzo una casetta, ove abitavano tre ragazze tutte brutte[4]. La maggiore prese la brocca e andò a attinger l'acqua al pozzo, ove rispondeva l'immagine della principessa sull'albero. Nel tirar la brocca, vide quella bella immagine, credette d'esser sè stessa, buttò la brocca e se n'andò. Tornando a casa, disse:—«Tutti mi dicono che io son brutta, ma io son tanto bella; e l'acqua non l'ho voluta tirare.»—La seconda fece lo stesso della prima. La minore, più furba di tutte, alza la testa e vede la bella principessa sull'albero. E disse subito:—«Signora, verrò a pettinarla.»—E salì. Si mise a pettinarla, e quando era già pettinata, gli mise uno spillo nella testa. La Principessa divenne una bella colomba e fuggì; e la brutta si mise gli abiti della Principessa. Arrivò il Principe con tutto il corteggio; e quando la vidde, non si persuase da tanto bella trovarla tanto brutta. Tutti i ministri si guardarono e sorrisero: non potendo persuadersi che le descrizioni date dal Principe di tanta bellezza fossero in un momento cambiate, ne domandarono le ragioni alla Principessa. E lei gli disse che, stando sull'albero al sole, l'aveva tinta e cambiata. Giunti al palazzo, il giorno dopo fu imbandito un magnifico pranzo. Giunti all'arrosto, invano l'aspettavano. Quando venne su il coco e disse che l'arrosto s'era bruciato. Disse che si era affacciata alla finestra una colomba, che aveva detto:—«Bondì, sor coco.»—Lui gli aveva risposto:—«Bondì, sora colomba.»—E lei rispose:—«Che l'arrosto vi possa bruciare, e Serafina non lo possa mangiare.»—Dice il coco al Principe:—«Per tre volte ho rimesso l'arrosto, ma è sempre bruciato.»—Il Principe disse:—«Prendete questa colomba e portatela qui.»—La sposa non voleva. Però il coco, ascoltando la voce del Principe, scese; e riuscì a prender la colomba e portarla su in tavola. Subito andò nel piatto della principessa e gnene rovesciò sull'abito. Indignata sgridò e voleva scacciare la povera colomba; il Principe però la prese e l'accarezzò; e sentì che sulla testa aveva un piccolo gonfio. Nel toccarlo questo gonfino, si accorse che era uno spillo; si sfilò e questa colomba ritornò la bella signora delle tre melarance, che era sua sposa. La brutta fu bruciata in piazza con una camicia di pece[5]; e la bella fu felice e stette col Principe.

_Se ne vissero e se ne godettero; A me nulla mi dettero. Mi dettero un confettino: Lo messi in un bucolino: Vai a vedere se c'è sempre._

NOTE

[1] Alla mancanza di brio, ad un non so che di pesante nel dettato, il lettore si accorge subito, che questa novella è stata raccolta dalla bocca di persona, che aveva la sventura di non essere analfabeta. Tale e quale, salvo il principio, _Le tre cetre_, trattenimento IX della V giornata del PENTAMERONE.—«Cenzullo non vole mogliere; ma, tagliatose 'no dito sopra 'na recotta, la desidera de petena 'janca e rossa comme a chella, che ha fatto de recotta e sango. E pe' chesto cammina pellegrino pe' 'o munno, e a l'Isola de le tre Fate have tre cetra. Da lo taglio d'una de le quale acquista 'na bella Fata conforme a lu core sujo; la quale accisa da 'na schiava, piglia la negra 'ncagno de la 'janca. Ma, scoperto lo trademiento, la schiava è fatta morire, e la Fata tornata viva deventa Regina.»—L'episodio della persona reale incapace di riso, della fontana d'olio, eccetera, si ritrova poi nell'introduzione del PENTAMERONE. Cf. DE GUBERNATIS. _Novelline di Santo Stefano di Calcinaja_ IV. _Le tre mele_; ed anche X. _I tre aranci_. GONZENBACH (Op. cit.) XIII. _Die Schöne mit den sieben Schleiern_.—A. WESSELOFSKY. _Le tradizioni popolari nei poemi d'Antonio Pucci_ (pag. 11). PITRÈ (Op. cit.) XIII. _Bianca—comu—nivi, rossa—comu—focu_ (Palermo). PITRÈ (_Otto fiabe e novelle pop. sic._) _La bella di li sette citri_. (Casteltermini). CARLO GOZZI tolse da questa fiaba l'argomento della sua rappresentazione: _L'Amore delle tre melarance_. Ecco una lezione milanese, scritta sventuratamente anch'essa sotto la dettatura d'una colta signora.

I TRII NARANZ.

Gh'era ona volta on fioeu del Re, che l'era preso da la malinconia; e alora, el Re, el ghe fava fà tanti divertiment per vedè de rallegrall, ma nient reussiva. On dì, che l'era su on poggioeu, el ved a passà ona donnetta goeubba e con la faccia color del ramm: e lu, el s'è miss a rid. Alora la donnetta, che l'era ona stria, la se volta e la ghe dis: _Com'è? te gh'hêt coragg de ridem adrèe a mi? Behn! mi te faroo on striozz[i] e te ridaret mai pu fin a che te avrèe trovàa la Tôr di Trìi Narans_[ii]. Difatti, sto fioeu del Re l'ha mai podùu rid, per quant al fasessen divertì. E alora, so pader, el gh'ha ditt: _L'unica l'è, che te se mettet in viagg per rivà a la Tôr di Trìi Naranz._ E alora donca, el se mett in viagg con tanti servitor e cavaj e carrozz. El va, el va! Va che te va, va che te va, e mai el rivava; quand finalment el ved ona tor lontan lontan e quella l'era la Tor di Trii Naranz. El gh'aveva adrèe ona quantità de savon, di saoch de savon per disrugginì i cadenazz; e di sacch de pan per dagh ai can, che, se de no, ghe saressen saltàa adoss. Donca, el derv i cadenazz; e denter in la tôr, el ved sul camin trìi naranz. El ne derv subit vun; e salta foeura ona bella giovina, che la ghe dis: _Damm subit de bev, che mi moeuri_, Lu, el corr a toeugh l'acqua; ma le riva minga in temp e la bella giovina la moeur. Quella lì la va, s' ciao! El ne derv on alter; e 'n salta foeura ona pussèe bella giovina ancamò, che la dis: _Damm de mangia; se de no, mi moeuri._ Sicome[iii] el gh'aveva minga de dagh de mangia, e così anca quella lì la moeur. Finalment el derv el terz; e ven foeura ona bellissima giovina ancamò che la ghe dis: _Mi no gh' hoo nè sed nè famm, mi no vuj che voregh ben._ Alora ghe passa tutta la malinconia. E le mena via subet pe menalla a cà de so pader e sposalla. Sta giovina l'era tutta despettinada, ma lu le voeur menà via l'istess; e se metten in viagg tutt e dùu per tornà a casa del Re. Quand hin a metà strada, el fioeu del Re, lee, la gh'ha sed, e lu, el va a toeugh on poo d'acqua, e le lassa lì sola per on moment. Lee intant la sent ona vôs su d' ona pianta, che ghe dis: _O come te sèe bella! Ma te voeut andà a casa così consciada? Aspetta, che vegni giò mi a pettinat._ E intant ven giò de la pianta quella tal veggetta goeubba color del ramm, ch'el fioeu del Re el ghe aveva ridùu adree. E la se mett a pettinalla, e la ghe mett dùu sponton[iv] in testa e tutt in on tratt la diventa ona colomba e la vola via, e resta lì invece ona brutta giovina cont i oeucc losch. Torna indrèe el fioeu del Re; el resta lì de sass a vedè sto cambiament; el se frega i oeucc; ghe par de sbagliass; el ghe dis: _Ma come mai te see diventàda insci brutta? Ma mi gh'hoo vergogna a menatt a casa del me papà._ Ma lee, le ghe dà d'intend, che la tornarà a diventà bella e de menalla con lu l'istess. Invers el fioeu del Re e rabbiàa come on scin[v], el mena via sta brutta tosa. El riva a cà; e so pader, el voeur trà via la testa a vedè sto brutt moster. El ghe dis: _Ma t'hê de andà inscì lontan per toeu inscì on moster?_[vi] Ma, in somma, quel che l'è, l'è; lu, l'aveva minga el coragg de mandalla indrèe. E l' ordina el pranz de spos. Intant, ch'el coeugh l'è adrèe a preparall, ven denter in la cusinna[vii] ona colomba; e la ghe dis: _Cuoco, bel cuoco, cosa fate?_—_Lesso e arrosto_, lu el rispond. _Lesso e rosto subito bruciato, perchè la vecchia strega non ne abbia mai mangiato._ E subet brusa tutt côs in di cazziroeul. El coeugh stremìi, el va subet a avisà el fioeu del Re de quel che el ghe succed; e lu, el capiss che gh'è denter on striozz. El ghe dis de tornà a mettess in cusinna e de lassa vegnì denter la colomba in cusinna. La colomba, la torna a vegnì lì; e la ghe torna a dì: _Cuoco, bel cuoco, cosa fate?_ E lu, el rispond nient; e la colomba, la ven denter; e lu le ciappa e ghe le porta là al fioeu del Re. El fioeu del Re, el guarda sta colomba, le carezza, e el se accorg, che la gh'ha dùu sponton in testa. Ghe ne tira via vun: el ved a vegnì foeura mezza faccia de la soa sposa, che l'aveva perdùu. Alora, el ghe tira foeura via l'alter: e ven foeura tutta quella bella giovina, che gh'era tant piasùu. Alora el cascia via la brutta stria, el sposa quella lì, che el ghe pias, e fan on pranz con l'oli d'oliva e la panzaniga l'è bella e finida.

[i] _Striozz_, che anche dicesi _Striaria, Instriament, Instriadura e Striament_: Stregheria, Malia, Fattucchieria, Incanto, Malefizio, Incantesimo, Fattura, Indozzamento, Magia, Stregoneria, Affatturazione, Affatturamento, Fattia, Stregoneccio.... Ne volete più, de' sinonimi?

[ii] _Naranz_, tanto _Arancio_ albero, quanto _Arancia_ frutto. Dice il Cherubini:—«L'Ariosto (nel _Furioso_ XVIII, 188) si lasciò cader dalla penna anche _Narancio_; lombardesimo perdonabile al poeta, se vuolsi, ma che i Dizionari di Bologna, di Padova e di Livorno non dovevano, per avventura, raccogliere senza accennare l'idiotismo, o il men di meno farsi coscienza d'un _Vedi e dici_ ARANCIO, come fece il Vocabolario di Napoli.»—Ecco il luogo dello Ariosto:

_Del mar sei miglia o sette a poco a poco Si va salendo in verso il colle ameno. Mirti e cedri e naranci e lauri il loco E mille altri soavi arbori han pieno._

Ognun vede quanto facilmente lo Ariosto avrebbe potuto cansare lo idiotismo servendo _ed aranci_. Eppur volle usar _naranci_ (e chiunque ha gusto comprende quanto _naranci_ stia bene qui); volle che da questo e mille altri luoghi del _Furioso_, e soprattutto delle Commedie, trasparisse di qual provincia egli era. E ben fece; e sciocco è chi non fa francamente altrettanto, e stima di potersi mascherare in guisa nello scrivere, da farsi credere d'una provincia diversa da quella, in cui è nato ed educato. Aggiungo che, quanto sta bene quel naranci, sotto la penna d'un lombardo, quanto starebbe bene adoperato dalla penna di chi ha lungamente vissuto in Lombardia, altrettanto parrebbe strano ed affettato sotto quella d'un siciliano, per esempio, non avendo l'esempio dell'Ariosto popolarizzata quella forma.

[iii] Il _sicome_ milanese nel senso di _poichè_, _essendochè_, è di uso relativamente recente nel dialetto; essendovi stato introdotto da' barbarizzanti, che anche in Italiano lo adoperano pur troppo nel senso istesso alla francese.

[iv] Qui nel senso di _spillone_,—«ago d'oro con capocchia grande, o tonda quadra, che sia, a uso d'appuntare lo sparo di petto delle camice, _fisciù_ e simili.»—

[v] _Scin_, dice il Cherubini:—«Forse sincope da _Moscin_.» —E spiega _Moscin_:—«Mucino, micino, gattino.»—_Dannaa_ (arrovellato) o _Negher_ (Nero; cangiato di colore a cagion d'ira) _come on scin_, modo proverbiale, che veramente non saprebbe spiegarsi, se _scin_ volesse dir _micino_. La narratrice mi diceva il vocabolo valer quanto _anima dannata_.

[vi] Difatti, salvo ch'e' si trattava d'un Principe e non d'una Principessa, era il caso ricordato dal Beato Iacopone nel Cantico: _O anima mia creata gentile_:

_Se 'l Re di Fransa avesse una figliuola Et ella sola—en sua reditate; Giria adornata di bianca stola: Sua fama vola—per tutte contrate, s'ella in viltate—entendesse in malsano Et desseise in mano—a sè possedire Che potria uom dire—di questo trattato?_

Versi, che a me sembrano contenere un'allusione patente ad una fiaba diffusissima.

[vii] _Cusinna_ vuol dir tanto _cucina_, come in questo luogo, quanto _cugina_.

[2] —«_Picciola finestrella e boccuccia picciolina_ disse il Boccaccio; _piccolo satirello_ il Sannazzaro; _piccolo battelletto_ il Segneri; _parvum tigillum_, Fedro; _parvam naviculam_, Cesare; ed _aviculam parvam_, Gellio; per non affastellare altro stuolo di esempli.»—Così, per giustificare il suo _piccolo focherello_, annota alla prosa V, l'autore, ne la _Mergillina, Opera pescatoria, di Emmanuele Campolongo, con annotazioni del medesimo. Dedicata a Sua Altezza Serenissima il Signor Principe Giuseppe Langravio d'Hassia Darmstatt vescovo di Ausburg. In Napoli M.DCC.LXI. Presso Vincenzo Flauto. Con pubblica autorità_.

[3] In _'A fata 'Ndriana_ | _Cunto Pomiglianese_.|| _Per Nozze_.|| _Pomigliano d' Arco_ |_ M DCCC LXXV_, la fata—«se chella sta cu' l'uocchie apierte, chella rorme; se sta cu' l'uocchie 'nghiuse, chella sta 'scetata.»—In un altro conto pomiglianese, intitolato Viola:—«Llà, nce sta 'nu puorcospino. Chillo, quanno sta cu' l'uocchie apierte, dorme; e quanno sta cu' l'uocchie 'nghiuse, sta 'scetato.»—Nella XVI delle _Novelline di Santo Stefano_ è detto che un drago dorme due ore del giorno, da mezzogiorno alle due. Il De Gubernatis annota:—«Avvertasi bene l'ora; il drago dorme di pieno giorno, in piena luce; il mostro notturno, il mostro tenebroso è allora pienamente disarmato. Perciò dicono le novelline che l'Orca, il mostro, il drago, dorme quando tiene gli occhi aperti, ossia dorme di giorno, dorme quando ci si vede, dorme quando noi ci vediamo.»—

[4] Più spesso si tratta di tre od anche di una schiava ghezza.