La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 29

Chapter 294,328 wordsPublic domain

C'era una volta un omo, che faceva il fornaio in un sobborgo di campagna; e quest'omo aveva tre bambine, una più bella dell'altra, tanto, che s'eran tirate il soprannome d'_Occhi di Sole_. Un giorno, che le ruzzavano fra di loro sulla sua bottega, passò di lì un signore tutto vestito di nero, con una bella catena d'oro ciondoloni al collo e carico di tant'altre gioie e pietre preziose. A un tratto, questo signore si fermò a guardare quelle bambine; e poi s'affacciò alla bottega del fornaio e gli disse:—«O galant'omo, tenetemi conto di queste bambine, l'hanno a essere un mio boccone!»—e, senza che il fornaio avesse tempo di rispondere, riprese il suo viaggio. Ma il fornaio tenne bene a mente quelle parole; motivo per cui tirava su le figliole da signorine, perchè lui diceva che una di loro l'avea da sposare un signorone, e l'altre due dietro a quella l'avrebbero fatto altrettanto[2]. Per tornare un passo addietro, quell'omo vestito di nero, quel giorno che si fermò alla bottega del fornaio, fece una carezza per una alle tre bambine, e gli regalò un anellino molto bello. Quelle bambine, le si ricordavan sempre di quella carezza e di quell'anello; e specialmente la maggiore l'era sempre a guardarselo in dito. Loro eran già diventate grandi e il fornaio aspettava il signorone, quando un giorno stando la maggiore alla finestra tutta impensierita, vede nella strada quello stesso signore, che aveva veduto da piccina e neanche cangiato d'un neo. Questo signore, che si chiamava Centomogli, entrò in casa; e, senza tanti discorsi, chiese al fornaio la figliola maggiore in isposa. Ma il fornaio furbo disse che non gliela avrebbe data, se prima non vedeva la casa dove dovea andare. Centomogli rispose che era giusto; e subito, fatta attaccare una carrozza, vi fece salire il fornaio; e poi via come il vento, arrivarono ad una bellissima villa con tanti bei loggiati di marmo e tante statue, chè il fornaio non n'aveva mai vedute di simili. Figuratevi se rimanesse a bocca aperta! Centomogli scese col fornaio; picchiò alla porta, che subito fu aperta da un gran gattone nero, che non finiva mai di far riverenze al padrone. Centomogli, dopo aver dato ordini per un gran pranzo al gatto, menò il fornaio a vedere quella villa, dove dovea andare la sua figliola. Il fornaio, a vedere tante meraviglie, aveva perso la parola, e camminò zitto zitto come un pulcin bagnato; e non poteva credere che quella bella casa e quella bella roba dovesse essere della sua figliola; e gli pareva mill'anni d'andare a casa per raccontarglielo. Figuratevi poi com'e' rimanesse, quando vide il gatto far da desinare, apparecchiare, portare in tavola! Un po' si sganasciava dalle risa, e un po' rimaneva serio, perchè gli pareva ch'e' fosse tutto un sogno. Dopo il desinare, rimontarono in carrozza; e via di galoppo, come eran venuti, ritornarono a casa. Ci volle tutta la sera, perchè il fornaio finisse il suo racconto. La figliola maggiore si sentiva venir l'acquolina in bocca; e le sorelle, in cambio d'averne invidia, gli dicevano:—«Oh! vai, vai, Caterina; e presto ti verremo a far visita; e si starà allegre col gatto che ti farà il servitore, che ti stirerà, che rifarà i letti!»—Per la mattina dopo fu fissato lo sposalizio; e tutti contenti videro montare in carrozza la Caterina, che anche lei, a pensare alla villa, rideva lasciando la su' casuccia. Ma appena ebbero fatto un po' di strada, la vide il suo sposo farsi nero come un nuvolo d'inverno: in casa sua gli avea fatto tanti complimenti e ora 'un gli diceva neppure una parola e non la guardava neppure. Sapeva da su' padre, che la strada da farsi era bella e che doveano passare da tante ville: e, quando si vide entrare in un folto bosco, s'azzardò a domandare allo sposo, se era quella la strada. Ma Centomogli gli rispose bruscamente che stasse zitta. La poveretta incominciò a tremare, tanto più che il bosco era di molto buio, che non ci si vedeva più. Allora si buttò in un cantuccio della carrozza e cominciò a piangere, e mandar urli, e chiamare il su' babbo. Centomogli stiede un pezzo zitto e finalmente gli disse in bona:—«Caterina, sta zitta. Tanto il tuo babbo è lontano, e non sentirebbe una cannonata. E, se tu gridi dell'altro, e' si rischia d'essere sentiti e presi dagli assassini, che sono in questo bosco.»—La Caterina si chetò a queste parole; ma la paura gli faceva battere i denti, che pareva che la battesse la terzana. Cammina, cammina, arrivò notte; e Centomogli disse alla sposa che c' era poco altro da correre, ma che bisognava scendere di carrozza per iscorgere la casa. La Caterina, la 'un si reggeva ritta, ma la si sforzò tanto, che in poco tempo tutt'e due arrivarono a un punto, da dove si vedeva un lumicino.—«Eccoci»—disse Centomogli. E la Caterina si sentì consolare. Quando furono vicini al chiarore del lume, che veniva da un finestrino, Centomogli picchiò a una porticina d'un gran castello tutto nero. E questa volta invece del gatto fu una cagna ad aprire. Anche lei, tutta riverenze, ricevè gli ordini del padrone. Cenarono, ma ancora Centomogli non diceva nulla alla povera Caterina. Passarono quattro giorni, senza che la Caterina avesse sentito la su' voce; andava a desinar con lui, a cena, a letto, ma lui sempre zitto; e lei la si disperava come un can perso. Alla fine dei quattro giorni, Centomogli disse alla Caterina:—«Domani parto; e sto fori un mese. Se tu mi prometti d'ubbidire a' me' ordini e d'osservarli, quando torno io sarò per te un buon marito, e ti menerò nella villa, che vide tuo padre.»—La Caterina si buttò in ginocchioni e promise a costo di morire che avrebbe ubbidito a tutto quello che gli comandasse. Allora Centomogli gli consegnò un mazzo di chiavi e gli disse:—«Eccoti le chiavi di tutte le porte di questo castello. Tu vi troverai da divertirti per tutto il tempo che starò fuori. Ma ti proibisco di aprire quella dalla chiave d'oro. Bada, che tu non mi puoi ingannare. Me lo racconterà la cagnolina; e poi, ti darò un mazzolino che mi renderai al mio ritorno, che diventerà secco subito, che entrerai nella stanza, che ti ho detto.»—Lieti e contenti cotesta sera cenarono; e poi si dissero addio. Rimasta sola la Caterina colla cagna, tutti i giorni apriva una stanza; e difatti vi trovava sempre qualcosa che la divertiva. Mancavano due giorni a finire il mese, e già la Caterina aveva veduto tutto il castello; era scesa in giardino. Ma ogni volta che passava davanti alla porta dalla chiave di oro sentivasi spingersi ad aprirla; ma, se s'era vinta le altre volte, questo giorno, che non aveva da far nulla, non potè resistere alla curiosità. Dopo provato tre o quattro volte ad aprir la porta, entrò nella stanza. Girò appena gli occhi intorno, che cadde svenuta. Si rinvenne poco dopo, ma fuggì via subito. Quella stanza era tutta circondata di donne attaccate a tanti chiodi, chi per la vita chi per le braccia, chi per il collo, alle mura di quella stanza. La povera Caterina, bianca come un panno lavato, andò a nascondersi in camera sua, perchè non la vedesse la cagna in quello stato, e vi stiede tutt'e due i giorni, sempre al buio; perchè la cagna andava a portargli da mangiare. Tornò Centomogli e trovò la Caterina sempre in camera, che non ebbe coraggio di dirgli una parola. Ma lui, senza aver bisogno del mazzolino, sapeva quello che aveva fatto la Caterina. E non bastò che la piangesse, che la si buttasse in ginocchioni; perchè lui la prese, la menò nella stanza della chiave d'oro e l'attaccò come quell'altre a un chiodo, e gli disse:—«Anche te hai fatto come l'altre; dunque hai da avere un gastigo compagno.»—Poi, come se nulla fosse, richiuse l'uscio. Il giorno dopo andò dal padre di Caterina e gli disse che la su' figliola voleva la sorella mezzana in compagnia, e che gliela mandasse per qualche giorno. Il fornaio acconsentì e mandò la figliola, senza metter tempo in mezzo. Centomogli, quando fu per la strada, gli raccontò il fatto della sorella e gli disse che, se voleva diventar lei sua sposa, l'avrebbe provata a quel modo; e, se avesse ubbidito, l'avrebbe menata a quella bella villa e gli avrebbe voluto bene. Quella povera ragazza gli promesse Roma e Toma; ed il giorno dopo che fu arrivato al castello, Centomogli partì. Stette fuori due mesi e quando tornò, per farla corta, messe anche la sorella della Caterina appiccicata al muro coll'altre donne. E il giorno dopo, eccotelo daccapo dal fornaio a chiedergli quell'altra figliola per compagnia di quell'altre. Ma questa non volle partir da casa subito in quel modo; e si trattenne per più d'otto giorni senza risolversi a nulla; e non sarebbe ita, se non l'avesse spinta il su' babbo. La bella Clorinda volle partir di sera, sicchè arrivò al castello di giorno. Ma Centomogli questa volta non disse altro delle sorelle, che se la le voleva rivedere, l'erano in castigo; ma fino a tanto che egli non tornava, non avrebbe potuto scoprirgliele; e se anche lei disubbidiva al suo comando, sarebbe stata messa dove la Caterina e quell'altra. Intanto gli lasciò le chiavi e gli impose che non aprisse le stanze dalla chiave d'oro e di argento. Clorinda non rispose niente; e, dopo che fu partito Centomogli, la prima cosa, andò ad aprire la stanza dalla chiave d'argento. Non vide nulla in tutta la stanza, ma sentì un certo mugolìo, che veniva come di sottoterra. Allora girò, guardò e scoprì una lapida. L' alza e vede che era un pozzo. E da questo pozzo veniva una voce, che chiedeva ajuto. Allora la cara Clorinda non sapendo come fare a dar soccorso a chi era laggiù, sorte dalla stanza, va a chiamare la cagna e gli ordina di mettere dell'acqua a bollire. E quando l'acqua fu ben bollente, disse alla cagna:—«Portami in camera quell'acqua.»—E nel mentre che gliela portava, Clorinda prese la cagna di dietro all'improvviso e la buttò nella caldaia, dove tutta pelata vi morì[3]. Rimasta padrona del castello, piglia la porta e va a trovare un carbonaio, che stava all'entrata del bosco (e lei l'aveva visto, perchè era passata da que' posti di giorno) e gli ordinò di venire con una cesta ed una fune al castello. Insomma riprese dal pozzo un bellissimo giovinotto, tutto sfinito per il patimento. Ma Clorinda, avanti d'interrogarlo, gli diede da mangiare e lo fece riavere. Tutti e due si erano belli e 'nnamorati e fissarono di fuggire insieme e concertarono d'andar col carbonaro, rimpiattati nelle balle del carbone. E intanto che il carbonaio preparava, Clorinda aprì la stanza della chiave d'oro, e vide le sue povere sorelle morte a quel modo. Non ebbe coraggio d'andargli vicino, e scappò via subito; che gli pareva sempre ch'avesse a tornare Centomogli. Domandò al giovinotto dove voleva andare. E lui rispose:—«Io sono figlio del Re di Portogallo. Io ti farò Regina e mia sposa.»—Ci si può figurare, se Clorinda era matta per la gioia! Ma per la strada, rinchiusa nelle balle del carbone, ebbe a patire non poco; e il viaggio era lungo e pericoloso fra mezzo a quel nero bosco[4]. Dopo otto giorni arrivarono sani e salvi in Portogallo; ma così rovinati, che il Re non riconosceva più il suo figliolo. Ora, per tornare un passo addietro, dovete sapere che il figliol del Re tre giorni avanti, che arrivasse la Clorinda al castello, era a caccia; e fu preso dagli assassini e messo in quel pozzo nel castello di Centomogli, che era il capo degli assassini. Il Re fece grandi feste, perchè il suo figliolo era tornato con una bellissima sposa; e tutta la corte si messe in gala per lo sposalizio, che fu fatto con molta allegria. Passato due mesi, che Clorinda viveva tanto contenta col suo marito, tornò al castello Centomogli e trovò la porta di casa aperta. Sali la scala, chiamò la cagna; ma non c'era nessuno.—«Ah! perfida maledetta, ti troverò quand'anche tu fossi in cima al mondo!»—diceva Centomogli. E subito si travesti da vecchio e andò spiando da per tutto e scoprì del carbonaio. Allora corre da quello e non parendo su' fatto, gli domanda come potè riuscire a salvare quei due poveri giovani del castello. E il carbonaio spifferò che gli aveva menati nelle balle da carbone al Re di Portogallo. Centomogli non stiede a dir _che c'è egli_?, e in due giorni fu in Portogallo. Passeggiava tutti i giorni dinanzi al palazzo, per vedere se vedeva la Clorinda. Un giorno finalmente, che la s' affacciò alla finestra, Centomogli disse fra sè:—Ora tu ci sarai!»—E subito si portò da un mago, e si fece fare un orologio, che messo in qualunque posto di una casa, tutte le genti si addormentassero da non si potere svegliare. E quando l'ebbe avuto, che era tanto bello da non se ne vedere, andò dal Re. Ma mi sono scordata di dire che Centomogli aveva sentito raccontare che la Clorinda era gravida, e che la notte lei non poteva mai chiudere un occhio a cagione della gravidanza cattiva. Centomogli, dunque, si presentò al Re e gli dimandò se voleva quell'orologio, che aveva la virtù di far dormire. Il Re subito lo comprò, benchè a caro prezzo, per la Regina; e volle che quell'uomo stasse per quella notte nel palazzo, per assicurarsi se diceva il vero; chè, se non fosse stato come gli aveva detto, gli disse che gli avrebbe dato un gran castigo. Centomogli non desiderava altro! e' gli pareva mill'anni che venisse la notte. E quando tutti furono a letto, lui si levò e andò in camera della Regina. E quella dormiva come tutti gli altri per la magìa dell'orologio. Centomogli andò per prenderla dal letto e portarla via. Ma, quando le persone eran toccate da lui, la virtù dell'orologio spariva. E la Regina al primo tocco si svegliò; e vedendosi davanti quell'omo, che voleva pigliarla, principiò a gridare. Ma era inutile! Faceva sforzi, sonava il campanello. Ma ogni cosa era sorda. Centomogli intanto la levava dal letto. Ma Clorinda con tutta la sua forza s'atteneva al letto e poi alle seggiole e a tutto ciò che poteva agguantare. Finalmente Centomogli la strascicò. Se non che, giunti al mezzo di camera, buttarono giù un tavolino, dove si trovava l'orologio incantato e tutt'e due i mobili si rompèrono. Il rumore fece svegliar tutti, perchè l'orologio rotto aveva persa la sua virtù. E tutti corsero alla camera della Regina, che si era svenuta. Presero Centomogli, lo messero in una prigione e presto lo fecero morire, perchè si seppe che gli era un capo—assassino, e che (dopo gli altri delitti) aveva preso cento mogli e l'aveva ammazzate come Caterina e sua sorella. Clorinda si riebbe, e poco dopo fece un bel bambino; chiamò alla corte suo padre e su' madre; fecero al solito grandi feste, e se ne godettero e se ne stettero e a me nulla mi dettero.

_Stretta la foglia, larga la via, Dite la vostra, chè ho detto la mia._

NOTE

[1] Variante, nella prima parte, della fiaba _Gli Assassini_; nella seconda del _Re Avaro_ (Vedi lì pe' riscontri). Ha pure de' punti di somiglianza ed appartiene al ciclo stesso dell'_Orco_ e d'Il _contadino che aveva tre figlioli_. Risponde anche alla Novella intitolata _Le cento sporte_, che si contiene nell'opuscolo: _Due_|_fiabe_|_toscane_|_Annotate da V. I._||_Esemplari C_|| _Napoli_|_Stabilimento tipografico A. Trani_|_Strada Medina 25_| _M.DCCC.LXXVI_. Fu raccolta dalla signora Larissa Giorgi da Prato. Eccone una lezione milanese:

I TRE TOSANN DEL PRESTINEE[i]

Gh'era on prestinee, ch'el gh'aveva tre tosânn; eren on poo cattiv; faven immattì i soeu gent[ii]. E la soa mamma, in att de rabbia, la dis:—«Se veniss anca on lader a tœuv, mi ve lassi toeu[iii].»—Domà che de lì a on poo de temp, va on scior a cercà vunna di so tosânn. Lee, la dimanda chi l'era; e la voreva savè de che famiglia l'era per podè dagh la soa tosa. Lu, el gh'ha portàa tutt i so cart in regola: e lor han vedùu, che l'era on bon partii. Ma sti cart eren tutt cart fals, che lor han minga cognossùu, ch'eren fals. El ghe dis, ch'apenna sposada, l'avaria menada in dove stava lu, in la soa citàa. El ghe fa di bej regaj de robba finna e fan sto sposalizi e pœu la mena via. Lee, la saluda i so gent, la saluda i so sorell; e pœu via van. Domà che fan tanta strada, tanta strada! distant!... e bosch!... quand hin staa in d'on sit, che gh'era propi nissun, in d'on bosch, el picca in d'ona portascia[iv], e là ven di omen a dervigh. Lu, el ghe dis a sti omen:—«Ecco, questa l'è la mia sposa!»—E pœu el ghe dis, a lee:—«Sappia, che se te vœut dormì, dorma del dì. Ma de nott bisogna che te staghet dessedada, perchè nun a la sira vemm via e ti te dèvet stà attenta, per quand vegnem a cà, che picchem la porta, a dervinn. Se de no, mi te mazzi.»—Lee, sta povera tosa, la cercava de dormì del dì; e de nott la stava su per stà attenta per quand piccaven la porta. E l'aveva capíi, che l'era andada in man a on capp de la compagnia di lader[v]. Ven, che per on poo de sir l'è semper dessedada. Ona sira, la s'è indormentada. Lu, l'è andaa denter e l'ha minacciàa de mazzalla. Lee, la s'è missa a piang e a domandagh perdon, che saria l'ultima volta, che ghe fuss capitàa quella cossa lì. Ven, che ona nott vann a cà e anca allor la s'era indormentada e lu l'ha mazzada. E lu cosse l'ha fàa? El dis:—«Andaroo a tœu l'altra sorella.»—El va là di so gent (de soa mièe); el ghe dis che la soa tosa (de lor) la st ben, ch'ie manda a saludà tutt; e se voreven vunna di so sorej andà là a fa compagnia a lee. Vunna di sti sorej, la dis:—«Vegnaròo mi, vegnaròo mi.»—E quand l'è a cà de lu, la cerca la soa sorella. Lu, el ghe dis:—«L'è inutil che te cerchet la toa sorella, perchè l'hoo mazzada! «E se te faree minga quel che te disi mi, te mazzaroo anca ti.»—El ghe dis:—«Ti te dèe stà de nott dessedada, per stà pronta, quand vegnem a cà nun, de dervinn.»—Lee, l'ha seguitàa on poo de temp e l'è semper stada dessedada; ona nott, la s'è lassada andà del sogn[vi]. E lu, el va dent e le minaccia; e lee, le prega de perdonagh, che le saria minga success la segonda volta. Dopo tanto temp, ona nott el va a cà; e lee, la dormiva. Lu, el le desseda no; senza dì no, el va là e le mazza anca quella. Dopo, el pensa de andà a tœu la terza. El va là e el ghe dis a i so gent (de lee), che gh'han ditt i so sorell de digh de andà là anca lee in compagnia on poo, e pœu che sarien vegnùu a casa insemma. Lee, la terza sorella, la ghe va. E quand l'e là, la trœuva minga i so sorell. E lu, el ghe dis che eren tutt e dò mort; e che, se lee la stava minga dessedada, la mazzava anca lee. Lee, quella là, la ghe dis de tœugh on quader de sant'Antoni, che lee l'era divotta, che inscì la starìa a fagh orazion a sant'Antoni e la saria stada dessedada. Difatti, lee, tutt i nott, la gh'aveva sto sant'Antoni e la s'è mai indormentada. Ona nott i lader vegnen a cà. Picchen la porta. La va a dervì, e ved che vegnen dent e portaven denter vun in spalletta. Derven on stanzin[vii] e van là e el metten giò in de sto stanzin. Lee, a la sira adrèe, apenna ch'hin andà via, la va in de sto stanzin a guardagh cossa aveven mess giò; e la ved che gh'era là on giovin in terra buttàa giò, che el pareva mort. La ghe guarda; e la ved, che l'è ferìi. Lee, la saveva indove i lader tegneven on cert onguent, che se ontaven lor quand vegneven a cà, che eren feríi. La và a tœull e la prœuva a ontagh[viii] la ferida. La ved che el rinvèn; e lee, allora la va in cusinna[ix], la ghe dà on brœud per podè sostanziall[x]. La ghe dis:—«Come l'è, che fa a trovass chì, lu?»—Lu, el dis, che l'è stàa assaltàa di lader e che l'han ferìi:—«Lor, me creden mort, e m'han miss là, perchè a lassam in strada, gh'han pagura de vess scopert, perchè mi sont el fiœu del Re.»—Lee, allora la dis che apenna che saria stàa in forza, lee gh'avaria fàa el mezz de podell fà scappà.—«Mi sol, no; con ti, scapparoo; perchè se de no, se i lader trœuven pu mi, allora ti te mazzen.»—Fan el dacord[xi] a la sira adrèe de andà via tutt e dùu, apenna che i lader eren via. I lader van via; e lor van, scappen. Lu el cognosseva i strad; e l'è andàa in d'ona fattoria, che l'era lì poch distant, che l'era on fattor sott a la cort del Re. Van là; lu, el fiœu del Re, el ghe dis, s'el podeva menall a casa soa, perchè lu, l'era stàa assassinàa di lader e so pader le saveva no, e desiderava de faghel savè pusèe prest, che fuss possibel. El fittavol pensa de caregà on carr de fen, de paja, fàa in manera de andagh denter tutt e dùu, el fiœu del Re e la tosa[xii] del prestinèe, e de podè avegh el sit de fiadà. Van, se metten in viagg. Quand hin a on certo sit, incontren i lader; iè fermen:—«Cossa gh'avii lì?»—«Oh»—dis—«cossa gh'hoo de avè? L'è on poo de paja, che meni giò per sternì[xiii].»—S' ciao! E lor:—«Eh ben»—disen—«andèe!»—e el lassen andà. Quand hin a la cort, i so guardi voreven minga lassall andàa denter in la porta. La, el ficciavol[xiv], el ghe dis, che l'è el fiœu del Re, che gh'ha dàa orden de andà denter. Ghe disen, ch'el fiœu del Re, el gh'è minga, che anderan a dighel al Re de sto orden, che gh'han lor. Van a dighel al Re. E lu, el dis:—«Magara el fuss ver ch'el fuss el me fiœu! Ma el me fiœu l'è on pezz che no sòo in dove l'è, che el se ritrœuva![xv]»—El Re, el ghe dis:—«Vegnaròo giò mi a vedè.»—Difatti el va. El ficciavol, el ghe dis che l'è propi el so fiœu, che gh'ha dàa l'orden de andà denter, e che anzi l'è lì in quell carr. Lì pesseghen, descareghen el car[xvi]. El fiœu, el ven giò; e el pader, a vedè el so fiœu, l'è tutt content. E pœu, el ghe ved insemma sta donna. Allora el fiœu, el ghe cunta quel che gh'era success; e che quella lì l'era quella, che gh'ha salvàa la vitta. Allora el pader, el ciappa sta tosa, le ringrazia tant. El fiœu, el ghe dis, che lu, el voreva sposalla. El Re ghe le conced. S' ciao! Ven, che el capp di lader l'ha scopert che quella lì l'era scappada cont el fioeu del Be; e l'ha sentíi che era success sto matrimonî. Lu, el saveva che lee ghe piaseva tant Sant'Antoni. L'ha fàa fa on quader magnifich, grand e pesant, che ghe voreva quatter omen a portall, e l'ha mandàa a la Cort; l'ha mandàa a digh che gh'aveven on quader de Sant'Antoni, che l'era inscì bel. E lee, la sposa, la ghe dis a so marì de tœughel. Lu, ghe le tœu; e lee, le fa mett in la soa stanza. E lee, l'andava semper a pregà sto sant, che per i so orazion, che le ghe fava, lu l'ha salvada de la mort; e pœu lee, l'ha podùu salvagh la vita a quel che l'ha sposada. De lì a on tre dì, la sentiva sto quader, che el fava di vers[xvii]:—«cricch! cricch! cricch!»—Ona sera, la va in lett; e tutt a on tratt la sent ona molla come a derviss. La guarda al quader, e la ved che el se mœuv. E lee sonna el campanin in pressa. In d'on moment va denter gent; e fan andà denter i guardi e arresten el Sant'Antoni, che l'era el lader[xviii]. E via a tœu tutt i alter. E han trovàa là, in dove staven i lader, han trovàa di gran robb finn, tutta robba robada. E el capp, l'han condannàa a mort e l'han faa morì. E lee, la tosa del prestinèe, l'è restada Reginna, l'è andada a tœu i so gent, e se i è tiràa là a la cort cont lee; han fàa pu el prestinèe, han fàa i sciori anca lor.

[i] Il LIMBRECHT annota:—«_Kinder—Märchen_, N.º XL. _Der Räuberhauptmann_; «und N.º XLVI _Fitcher's Vogel_.»—

[ii] _I sœu gent_, i suoi genitori. Si noti la parte, che ha in questa variante la maledizion materna, motivo mille volte adoperato e dalla fantasia popolare e nella letteratura propriamente detta.

[iii] _Tœu_, (con l'_œu_ breve, a differenza di _tœu_, tuoi, che lo ha lungo) adoperato assolutamente, ha, fra gli altri sensi, anche quello di pigliar moglie, sposare. _Doma o nomà, solo_, soltanto, solamente. _Domà che de lì a on poo de temp_, di lì a poco, sol dopo poco.

[iv] Piccà, bussare, picchiare. _Portascia_, Usciaccio, portaccia. _Dervì_, aprire; a quindi _dervigh_, aprirgli; _dervinn_, aprirne.

[v] _Capp_, in milanese, non si adopera isolatamente nel significato proprio di capo, testa, anzi solo in alcuni significati tropici o metaforici. _Capp de lader_, capobandito. Si noti quell'_on poo de sir_, letteralmente: un poco di sere, una poca di sere.