La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 26

Chapter 262,958 wordsPublic domain

MAGAGNA. Acciò ti fossi informata della strada, per la quale si cammina alla morte.

ERSILIA. Ahimè, mi avvedo che mi vuoi far morire.

MAGAGNA. Penso di sì.

ERSILIA. E perchè, Magagna mia, e perchè tanta crudeltà?

MAGAGNA. Non ti bisogna più _mio_, nè _crudeltà_; raccomandati l'anima e finiamola.

ERSILIA. Io morire? Io morire per le mani tue, Magagna? E perchè? che t'ho fatto io? qual cagion ti move? qual ragion hai?

MAGAGNA. Risolviti presto; e dimmi come vuoi che ti uccida; sotto, da mezzo, o di sopra.

ERSILIA. Se non burli, Magagna, come è tuo costume, dimmi il vero, che cosa ti spinge a volermi uccidere? Io so, che non ti offesi mai, anzi ti ho giovato sempre. Da te, come da te, non hai cagione di farlo. La signora, se bene è matrigna, e non madre, non sarà. Camillo mio nè anco.

MAGAGNA. A che fine lo vuoi sapere, se a te non serve più di sapere le cose di questo mondo, avendo da passare all'altro? Acconciati su, cala la testa, e a perdonare!

ERSILIA. Deh! ferma di grazia, fermati per cortesia, Magagna.

MAGAGNA. Son sordo.

ERSILIA. Una parola.

MAGAGNA. Non sento.

ERSILIA. Sei Turco? sei Barbaro?

MAGAGNA. Turco e Barbaro. Levati, che ti dò.

ERSILIA. Eh per vita tua, te ne prego, te ne supplico; ascolta una parola.

MAGAGNA. Or dì presto; chè non vorrei, che col tardare si raffreddasse il caldo del mio furore.

ERSILIA. Dimmi di grazia, chi t'ha ordinato, che mi uccida?

MAGAGNA. Pur siamo al medesimo: or leva, e non più parole.

ERSILIA. È stata la signora, Magagna?

MAGAGNA. Non so.

ERSILIA. È stato Camillo mio, che sdegnato forse dell'indebite ingiurie dategli per Cornelia, e d'averlo scacciato di casa, comincerà a vendicarsi contra di me?

MAGAGNA. Non so.

ERSILIA. Se sarà così, morrò contentissima, morendo in soddisfazion di colui, che per soddisfarlo, mi sarebbe poco pigliar mille morti per amor suo.

MAGAGNA. Vuoi altro che questo? Acconciati e spediamola.

ERSILIA. Fammi un'altra grazia, Magagna mio; legami le mani e i piedi a questa colonna mezza rovinata, e ritorna a chiamare Camillo: acciò lo possa pregare, che mi uccida di sua propria mano, per morir contentissima; o almeno, che io veda quegli occhi soavi, prima che io muoja.

MAGAGNA. Quietati; chè non è Camillo che ti fa morire; ma, per dirla in breve, la signora Cornelia è causa che, amando più che la vita sua Camillo, ella disegnava pigliarselo per marito, e tu avendogli guastato il giuoco per le mani, ti darà scaccomatto di pedina.

ERSILIA. Et io morrò per questo? Ah Cornelia, Cornelia, che non da matrigna, ma da propria madre t'ho servita e onorata sempre, s'era tale il tuo disegno, me lo dovevi dire, che tu contenta e io contentissima restava in un tratto, bastandomi solo il mio Camillo nell'istessa casa, dove se non come marito, l'avrei almeno come signore servito. Ahi che è vero, che nessuna matrigna fu buona!

MAGAGNA. Orsù, non più parole; fermati che io alzo.

ERSILIA. Aspetta un poco per pietà, in fin che dica due altre parole.

MAGAGNA. Ma siano brevi; e presto, chè io intanto passeggio.

ERSILIA. In che orrendo spettacolo ti vedi, o Ersilia infelicissima! Oh cara mia madre, s'ora mi vedessi! Ed o Alessandro, mio carissimo padre, dove sei? che riaccasandosi con Cornelia, morendo poi mi lasciasti piccola, raccomandata tanto a questa crudele Medea! Vedi, vedi, che ora mi fa condurre al macello, e in man di chi? in man d'un vilissimo servo. Deh! spietata la mia sorte, poichè volesti che io morissi di mala morte, dovevi far almeno che io morissi o per man del mio Camillo, o d'altri della qualità mia. Giorno infelice, che io nacqui! perchè non mi affogai nella culla? poichè per amor io moro. Nè perchè mora mi doglio, ma perchè, ferendosi questo petto, s'offenderà la bell'immagine del mio bellissimo Cammillo, che vivamente vi sta impressa. Perdonami, Cammillo, se per me pati questa offesa; e ti prego a ricordarti, che quanto maggiormente si puote amarti, t'ho amato io.[iv]

MAGAGNA. Troppo sei lunga; non accade più aspettare. Io mi risolvo in ogni modo di darti.

ERSILIA. Deh, Magagna, che crudeltà è questa? Che ti ho fatto io? ricordati pure, che tu eri servo di mia madre; pensa all'affezion grande che ti portava mio padre. Considera che tu m'hai cresciuta sopra coteste braccia, e ora sarai micidiale quasi di te stesso? quasi del tuo sangue?

MAGAGNA. È troppo il vero, ahimè!

ERSILIA. Non sai, che sempre t'ho sovvenuto? Non ti ricordi, che ti ho difeso? Chi riparava a' tuoi danni, se non io? La mia borsa non ti fu sempre aperta? Che m'hai cerco, che non ti ho dato? Insino alle camice ti ho conce di mia mano.

MAGAGNA. È troppo il vero. Uh, Uh, Uh!

ERSILIA. Io ti faceva mangiar per tempo; ti serbavo anco le reliquie della tavola; ti ho riputato da fratello, ti ho amato da sorella; e ora tu, che dovevi essere il riparo della mia vita, il difensore della mia persona, hai animo di uccidere una povera innocente, infelice pupilla? Ahimè, come non piangi di compassione?

MAGAGNA. Non pianger più, chè mi tiri l'anima dall'antiporta del cuore. Io me ne pento: ecco qua il pugnale, uccidimi tu, perchè il torto è il mio, la ragione è tua; ovvero mettiamo mano al rimedio per salvar l'uno e l'altra.

ERSILIA. Il rimedio è facile. Lasciami andare, ch'io ti prometto partirmi di qua, con proposito di non ritornarvi mai più.

MAGAGNA. «Aspetta, pensa e poi fa»—dice il proverbio. Come faremo, che io mi trovo promesso alla Signora di portarle la vostra testa con i vestiti insanguinati? E se io non eseguisco a punto quanto mi ha detto, oltre il pericolo d'esser cacciato, perdo l'occasione di copularmi con essa. Perchè, per dirla, s'era appuntato fra di noi, che uccisa Ersilia, io, arso per amarla, entravo al suo arsenale, cioè che me la pigliavo per mogliera.

ERSILIA. Or lascia fare a me. Non conosci tu quel sarto, che pratica di continuo in casa, ed era tanto amico della buona memoria di mio padre?

MAGAGNA. Conosco.

ERSILIA. Costui tiene un figliuolo, che scolpe al naturale. Andremo a casa sua, e con bell'arte faremo accomodare una testa, che rassomigli naturalmente alla mia, con la quale e con le mie vesti insanguinate, mostrerai alla Signora di avermi uccisa, che le basterà solamente di veder quella testa, e poi la nasconderai dove ti piacerà. Ed io dall'altro canto mi vestirò da uomo, tingendomi 'l volto e le mani da Moro per non esser conosciuta; e così tu averai l'intento tuo, e io ancora il mio; perchè, sotto quell'abito finto, cercherò di servire o di seguire dovunque il mio dolcissimo Camillo.

MAGAGNA. Buona, buona! Mi piace, affè. Il negozio è riuscibile. Andiamo in casa del sarto; ed acciò non siamo conosciuti per istrada, alzati la veste, levati questo manto, mettiti la berretta e la cappa mia; che io, mettendomi il tuo manto, parrò vedova sconsolata in veste negra, e voi Marfisa in abito succinto.

_La bella Fiorlinda; cioè: l'innocenza depressa e poi gloriosa; ossia: la Moglie giudice e parte_, è una storia popolare diffusissima. In essa troviamo un episodio analogo a quello che ne occupa. Il principe di Gaeta si crede a torto burlato dalla moglie; e per liberarsene, manda a chiamare un marinaro e gli ordina di parar di nero due filuche.

—«Senti»—gli disse,—«imbarcherai mia moglie Con due sue damigelle, empie canaglie; E quando in mezzo[v] al mar l'onda ti accoglie, Nell'acqua tutt'e tre fa che le scaglie. Lagrime non curar, nè finte doglie, Perchè le donne sono tutte quaglie, Che ti faranno smorfie e meraviglie: Ma tu, lasciale in pasto a sarde e triglie.»— Indi intima alla moglie e damigelle, Di parco cibo non ancor satolle, Che senza farsi nè lisciate e belle, Le aspetta di Gaeta al piè del colle. Vanno quelle innocenti meschinelle, Che il Prence di veder desio le bolle. E nell'entrar del mar nell'ampia valle, Le portò il marinar sopra le spalle. Il Principe montò l'altra filuca, E la sposa mirò come nemica, Che non sa dove il fato or la conduca; Lo chiamava: ma indarno è la fatica. Fero le damigelle in mar la buca, Onde avvien che Fiorlinda esclami e dica: —«Empî, che fate?»—in guardatura bieca, Ma bella, che pareva Elena greca. Poi presero Fiorlinda allora allora, Ma tutti quasi con ridente cera; Dicendo:—«Voi dovete, o mia signora, Cenar con Teti in questa propria sera.»— Ma lei si smania e strazia e si addolora, Dicendo:—«Il Prence ha un cor di belva o fera.»— Prega, singhiozza, lagrima e sospira, Che d'un tigre averìa[vi] placata l'ira. Era quel marinar pien di clemenza, E immobil stette con la sua costanza, E solo di salvarla il modo penza (_sic_) E vivere sicur nella sua stanza. Attribuì del mare all'inclemenza E l'impeto suo proprio[vii] e l'incostanza. La spoglia e poi da marinar l'acconza, E la portò nell'isola di Ponza. L'altra mattina addolorata e mesta Ritornò la filuca alla sua costa, Riportando a quel principe la vesta, Che per la sposa sua fu fatta a posta. Nel mirar questa spoglia atra e funesta A deliquio mortal quasi si accosta, Toglierla comandò dalla sua vista E nel proprio dolor piange e si attrista[viii].

[i] Scrivo per esteso _Novella quinta della Deca seconda_, acciò nessun dotto lettore prenda una papera simile a quella che prese il dotto Warburton. Il POPE, in una nota al _Measure for Measure_ dello SHAKESPEARE, il diceva cavato dalle Novelle di Cintio, _Dec. 8. Nov. 5._ Ed il WARBURTON, critico inglese, nella sua edizione dello Shakespeare, traduce in esteso quelle abbreviazioni, così: _Decembre 8, Novembre 5._ Similmente un dotto tedesco, il BEYREIS, ricitando delle citazioni da un libro inglese, dove trovava scritto _The same_ (cioè _lo stesso_, l'autore già citato) poneva _Thesamius_, prendendo quelle due parole per una, pel nome d'uno scrittore, e latinizzandolo. Che non si avessero a credere infallibili gli oltramontani!

[ii] Non mi permetto di alterare il testo del Giraldi, che ho sott'occhi e stimo corretto; ma un tempo s'insegnava nelle scuole _iddio_ potersi usar solo al nominativo.

[iii] Cf. SCHILLER, _Die Jungfrau von Orleans_. Parlata che termina:—«Johanna geht und nimmer kehrt sie wieder.»—Un tedesco biasimerà forse il Groto per quel concettino del sangue del capro. Ed io mi permetterò di ridere a crepapelle dell'anfibologico _Kehrt_ dello Schiller, che può significare _tornare_ ed anche _spazzare_ o _scopare_, sicchè quel verso sembra il congedo d'una domestica.

[iv] _Che quanto amar si può, v'haggio amato io._ ARIOSTO.

[v] VAR. in alto.

[vi] VAR. Che d'una tigre avria.

[vii] VAR. Se l'epiteto proprio. Poco intelligibili ambe le lezioni.

[viii] Nota la consonanza fra le rime di ciascuna stanza: _uglie, oglie, eglie_; _elle, olle, alle_; _uca, ica, eca_; _ora, era, ira_; _enza, anza, onza_; _esta, osta, ista_.

[4] _Rinvivire_, Riavvivare, rivivificare, risuscitare.

[5] _Stiacciata_, e più giù _stioppo_. Ne' vernacoli toscani, lo _schi_ (_schj_) della lingua nobile si trasforma in _sti_ (_stj_). Anzi in _istioppo_ questa forma è più etimologica, malgrado tutta la indegnazione di Vincenzio Monti, che scrisse:

Voci italiche son: _schiaffo_, _schiamazzo_, _Schiettezza_, _schiavitù_, _schioppo_, _schidione_; E tu m'insegni a dir: _stioppo_, _stidione_, _Stiettezza_, _stiavitù_, _stiaffo_, _stiamazzo_? Va va, maestro mio, va, che sei pazzo.

[6] Caterina I di Russia era anche da meno, facendo da serva in un'osteria, che non apparteneva a' suoi genitori.

XX.

I TRE FRATELLI.[1]

C'era un padre, che aveva tre figli; e nessuno di questi figli cercava moglie. Quest'omo, essendo vecchio, disse un giorno:—«Com'ho da fare essendo vecchio e avendo tre figli, che nessuno cerca moglie? È meglio ch'io collochi questi figli e trovi un mezzo per farli sposare.»—E gli diede tre palle e li portò sur una piazza e gli disse, che l'avessero buttate per l'aria: dove cascava queste palle avrebbero preso moglie. Una cascò sopra una bottega d'un bottegajo; una sur una bottega d'un macellajo; ed una sur una vasca. Il maggiore era quello d'i' bottegajo; i' secondo quello d'i' macellajo; ed i' terzo quello della vasca, che si chiamava Checchino, i' più piccino. I' padre, perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, disse: Quella sposa che faceva meglio i' lavoro sarebbe stata la prima sposa che entrava in casa. Gli diede una camicia per uno a cucire ai figli, che la portasse ciascuno alla sua sposa; e quella, che la cuciva meglio, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Dunque ognuno la portava. E quello della vasca, che andiede alla vasca, non c'era che una rana.

—«Rana, Rana!»— —«Chi è, che mi chiama?»— —«Checchino[2], che poco t'ama.»— —«M'amerà, m'amerà, Quando bella mi vedrà.»—

E uscì un pesce dalla vasca, e prendeva questo fagottino in bocca e rientrava nella vasca: e dentro c'era scritto un polizzino:—«Quindici giorni a cucire questa camicia.»—E dopo quindici giorni tornava Checchino a prender la camicia e richiamava la solita rana.

—«Rana, Rana!»— —«Chi è, che mi chiama?»— —«Checchino, che poco t'ama.»— —«M'amerà, m'amerà, Quando bella mi vedrà.»—

E risortiva i' solito pesce cor[3] i' fagottino della camicia in bocca; fatta benissimo, preciso, molto meglio che quelle delle altre due. E poi i' padre, naturale, vede che quella lì era cucita meglio, ma non ostante, non persuaso, gli diede ancora una libbra di lino a filare per uno ai suoi figli, che ciascuno la portasse alla sua sposa, chè chi l'avesse filata meglio sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa, perchè voleva che tra loro non c'entrasse gelosia. E gli dà i' tempo quindici giorni. Checchino andiede alla vasca.

—«Rana, Rana!»— —«Chi è, che mi chiama?»— —«Checchino, che poco t'ama.»— —«M'amerà, m'amerà, Quando bella mi vedrà.»—

E uscì i' solito pesce dalla vasca; e prendeva questo lino in bocca, e dentro c'era un polizzino, scritto:—«Quindici giorni a filare questo lino.»—E dopo quindici giorni Checchino tornava alla vasca a dimandare.

—«Rana, Rana!»— —«Chi è, che mi chiama?»— —«Checchino, che poco t'ama.»— —«M'amerà, m'amerà, Quando bella mi vedrà.»—

E gli riportò la libbra d'i' lino, bell'e sigillato in un rinvoltino, filato, com'avrebbe potuto fare una signora, perchè questa era una principessa, confinata in quella vasca perchè era fatata. Questo era burlato dai fratelli, che gli dicevan sempre:—«Eh, sposerai una rana, un pesce![4]»—E questo era sempre malinconico, di cattivo umore. Allora, quando gli ebbon riportato questa libbra di lino, i' padre volle provare, non persuaso ancora, perchè non voleva che ci fosse gelosia fra loro. Assegnò a ciascuno un piano della casa e disse, che chi avrebbe montato i' suo appartamento, spazio di quindici giorni, con miglior gusto, sarebbe stata la prima sposa a entrare in casa. Quello della rana, andiede alla vasca.

—«Rana, Rana!»— —«Chi è, che mi chiama?»— —«Checchino, che poco t'ama.»— —«M'amerà, m'amerà, Quando bella mi vedrà.»—

E sortiva i' solito pesce. Checchino gli diede a portare i' suo biglietto alla sposa, che in capo a quindici giorni i' quartiere doveva essere tutto mobiliato, doveva portare in casa letti, tende, poltrone, tutto. Dopo, quando andiedono a vedere i quartieri, quello della bottegaja era ammobiliato che non c'era male; quello della macellaja era persino sporco di sangue; e quello della rana era i' meglio quartiere di tutti, c'eran persin le tende di seta. Allora i' padre fissò, che i' piccino fussi quello, che fosse i' primo a essere sposo. La mattina fissorno le carrozze per andare a prendere la sposa, e gli altri fratelli ridevano, perchè dicevano:—«Andiamo a prendere un pesce!»—Figuratevi come lo burlavano! E va alla vasca.

—«Rana, Rana!»—

—«Chi è, che mi chiama?»—

—«Checchino, che poco t'ama.»—

—«M'amerà, m'amerà, Quando bella mi vedrà.»—

E sortì dalla vasca una bellissima Principessa, che era la Rana, con sei carrozze, con tutte dame vestite da corte, e vanno a sposare. I fratelli ridevano e lo burlavano, credendo che fosse una rana: quando videro uscire una bella signora, rimasero stupefatti. Dopo pochi giorni fissorno lo sposalizio degli altri due fratelli e che quelle altre due dovessero servire di cameriste alla prima sposa. I' padre, che aveva fatto tanto perchè non c'entrasse gelosia fra fratello e fratello, mancò di prudenza: si sa, le cognate non si potevan dar pace di servire alla sposa di Checchino. Dopo, lei ebbe una figlia, la Principessa; e la consegnarono alla prima camerista, come per governante; la doveva tenere come una sua figlia, per bene; la consegnarono a lei, che n'avesse tenuto di conto. Un giorno, andando a spasso per un paese, avendo questa figlia, e la vendiede a un marinaro, perchè era gelosa. E lei non sapeva più come fare a tornare a casa dopo. Andiede a gira' per i' mondo, perchè temeva, che se tornasse a casa l'avrebbero ammazzata. E la prese per cameriera un signore distante una cinquantina di miglia. Cadde ammalata. Essendo ammalata, confessò i' suo delitto, che aveva commesso. Questo signore, avendo saputo che era stata smarrita questa figlia (avevon mandata la circolare) pensò di scrivere che aveva trovato quella, che aveva commesso questo delitto. La bottegaja guarì e fu consegnata a i' padre di questa figlia, che era divenuto Re, perchè aveva sposata la Rana. La presono, la feciono ricercare della figlia e a chi l'aveva venduta; e la murarono in un muro, lasciato fuori i' busto solo. E tutti i giorni doveva andare a portargli da mangiare la sua nipote di lei che l'aveva venduta (e che l'avevano ritrovata) per ricordargli i' suo delitto. E campò quattro anni e poi morì.

_Stretta la foglia e larga la via, Dite la vostra, chè ho detto la mia._

NOTE

[1] Annota il LIEBRECHT:—«Dazu K—M, n.º LXIII, _Die drei Federn_; RADLOFF I, 8. _Der Kaufmann_ (vgl. SCHIEFNER in der Vorrede, Seite XIII); und bei den Hindus sieh _Asiatic Journal_, n.º 19. p. 143—150. STEPHENS UND AFZEL. _Svenska Folk—Sagor_, etc. zu n.º XVII, _Den förtrollade fästemän_, wozu auch gehört n.º XV, _Den fördrollade Grodan_.»—Vedi PITRÈ, Op. cit. XLVI. _La Jmmiruta_.

[2] Perchè il verso torni, va letto e detto _Checchin_, apocopando. Ma la novellatrice diceva _Checchino_, ed ho scritto _Checchino_.

[3] _Cor_ per _con_. Uno stornello di Roccastrada nel Sanese dice:

In mezzo al mar che c'è un pesce prete Accompagnato _cor un_ altro abate: Bella 'un vi si pol dir, brutta non siete.

[4] Le rane però non son mica pesci.

XXI.

LA MAESTRA.[1]