La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare
Part 23
Fama è, ch'allora empio ladron tenesse Coteste spiagge, che Sciron fu detto, Che quanti il caso qui sospinto avesse Stranieri, o il vento ad approdarvi astretto, Con arte infame ad albergar traesse Entro solingo ed esecrabil tetto, Dove sotto accoglienze amiche e liete Poi gli ancidea furtivo all'ombre chete. Finchè da' venti qui sospinto venne L'Attico Prence domator de' mostri, Dal Termodonte le vittrici antenne Qui raccogliendo e i coronati rostri; L'usato stil con esso il ladron tenne, E a scender l'invitò sui lidi nostri, Chè de' tesori ond'era carco il legno D'arricchirsi fra sè volgea disegno. A lieta mensa il traditor l'accoglie Col fior di quella gioventude Achea; E medicati vin con certe foglie, Che fan stupidi i sensi in chi ne bea, Lor versa in copia; e 'n suo pensier già coglie Dell'opra il frutto scelerata e rea, Che pensa in breve a cupo sonno e forte Veder ciascuno in braccio e darlo a morte. Ma sua ventura vuol, che l'amorosa Amazone bellissima Reina, Del giovinetto vincitor già sposa, Nè a bevanda nè a cibo il labbro inchina. E allor ch'immerso in cupo sonno ei posa Sola desta rimane a lui vicina, Mentre, caduto già 'l diurno lume Steso ei giacea su le malfide piume. A par del Duce in stupida quiete Giacean profondamente i Greci avvinti; E l'infame ladron tra l'ombre quete Già tutti avea que' sventurati estinti; Anzi già ne veniva alle secrete Stanze, u' chiudea dal sonno i lumi vinti Il buon Teseo fra l'amorose braccia Della Reina, ch'al bel sen lo allaccia. E gode, il suo giungendo al caro viso, Pascer di dolce fiamma i suoi sospiri, E sulle mute labbia un indiviso Spirto raccoglier ne' di lui respiri. Quando sul limitar, di sangue intriso, Avvien che l'empio penetrar rimiri, Al chiaror, che dagli astri entra nel tetto: Ma vario dal pensier segui l'effetto. Chè la vigile Amazzone coll'asta, Che sempre a canto era tenersi avvezza, Il ferro del ladron, che già sovrasta, Qual può meglio ripara, e 'l colpo spezza; Quel vinto dal timor già non contrasta. Ma fugge, e sol ne' piè pon sua salvezza; Scuote il Campion la spaventata donna, Ch'alla scossa e al rumor più non assonna. E fatto a un cenno della fraude accorto, Stringe il brando e 'l fellon premendo segue, Benchè per calle essendo obbliquo e torto Oltr'ei trascorso, di lontan l'insegue. Alfin lo scorge omai vicino al porto, E tanto va, che par ch'ormai l'adegue, E almeno di salir la nave u' solo Potria salvarsi, l'impedisce a volo. Vista de' fidi suoi sul lido infando Avea intanto la strage il Greco Duce, E contro il traditor di rabbia urlando Come fiamma nel volto arde e riluce; L'incalza a tergo con l'invitto brando, Che gli folgora in man di mortal luce; Tutta la notte il segue e già ne preme L'orme coll'orme e d'afferrarlo ha speme. Per pian, per colle, per dirupo e balza, Quel fugge, e l'ali al piè timor gli porge, Qual capriol, cui leopardo incalza, Di vallone in vallon s'abbassa e sorge, Sopra una costa, che stringendo s'alza In erto scoglio alfin, e in mar ne sporge, Sale e si trova in sul finir del monte Con Teseo a tergo e 'l mar d'intorno e a fronte. Tocca la cima e d'alcun lato scampo Più non si vede, onde giù balza e piomba, Dov'altri scogli fanno ai flutti inciampo E 'l lido e l'onda al suo cader rimbomba. Giunge in vetta il guerriero in men d'un lampo Che l'aria ancor del precipizio romba, E lo sparso cerebro in sulle sponde Ne vede e 'l busto volteggiar sull' onde.
[5]Fra' pregi della _Novellaja fiorentina_ non può annoverarsi certo quello di dar giuste nozioni ed esatte di diritto internazionale. Pari in pari non ha imperio.
XVIII.
IL RE CHE ANDAVA A CACCIA.[1]
Il Re che si divertiva alla caccia, un giorno, mentre era alla caccia, si fa un temporale di fulmini, di tutto. Loro (il Re e i suoi signori, che vanno insieme) scappano chi di qua chi di là. Nello scappare inciampa in un mazzo di chiavi. Prova qui, prova qua, sur una piazza si trovorono, non apriva che un bel palazzo. Loro aprono e vanno su e domandano:—«Si pole?»—Uh, nessun risponde. Trovano, gira, gira, una bella stanza con una tavola apparecchiata, ma imbandita per trenta persone. Chiama chiama, nessuno risponde. Si mettono a mangiare, gua', se nessuno rispondeva! Dopo che gli hanno mangiato, principiano a girare il palazzo; e vedono da lontano tutto una quantità di lumi, tutto un chiarore: si vedeva bene che c'era una illuminazione, gua'. Vanno in là, entrano in questa stanza e vedono un catafalco alto, con una donna morta, una bella giovine morta. Maestà dice:—«Guardiamo se la si porta giù.»—a que' signori. La portan giù per vedere se la non era morta, la mettono sur un sofà e il Re comincia a fare:—«Ah che peccato, questa bella giovane, che sia morta! guardate che be' capelli!»—Nel far così, nel lisciarla, gli sente un bozzolino in capo; gnene tira via e la risuscita. Gli era uno spillo ficcato, uno spillo tanto lungo.—«Ah!»—dice la giovine. L'apre gli occhi e dice:—«Dove sono?»—«In che maniera»—gli dice il Re—«questa cosa?»—«Una fata maligna, per astio»—dice—«che io era bella, fece questa cosa: ficcò lo spillo e m'ammazzò.[2]»—«Poerina!»—dice il Re.—«Ora non abbiate paura. Ora»—dice—«sarete con noi; non ci sarà paura di questa briccona.»—Eccoti, dopo il suo tempo, il Re va via e gli lascia tutto preparato, da mangiare quel che ci era e gli prende una damigella per compagnia. Invece d'andare una volta o due la settimana a caccia, ci andava ogni giorno, perchè gli premeva d'andare da lei, gua'. Lui gli dice:—«Sentite, io vi voglio sposare, voglio che siate per mia moglie.»—«Oh»—dice lei—«per me, sia un Re, sia un altro, è la medesima.»—Gli era figliola d'un Re anche lei. Eccoti che si sposano; e dopo poco, lei riman gravida. Allora sì che il Re più che mai spesso l'andava alla caccia: sempre gli era là. La madre s'insospettisce e la dice a uno dei soi:—«Quando mio figlio va alla caccia, andategli dietro, e guardate»—dice—«dove va.»—Dunque il figliolo è tornato. Quando gli è il giorno che va alla caccia, questo signore gli va dietro alla lontana, e vede che entra in questo palazzo. Questo signore domanda:—«Chi ci sta in questo palazzo?»—Dice:—«Una Regina ci sta. Per la quale»—dice—«sarà stata sposa. Non sarà neppure nove mesi che l'ha sposata un Re. Anzi ora»—dice—«l'è per partorire.»—Dunque, a tornare addietro, lui torna al palazzo e gli racconta tutto alla Regina madre. La Regina partorisce e fa un bambino. Dopo che lei ha partorito, il Re si trattiene un pezzo da lei; e poi torna dalla madre a il palazzo. Quando gli è tavola:—«Oh Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il cuore.»—E respira e dice codeste parole. La madre figura di non intendere. E sempre questi sospiri:—«Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core!»—Gli era la moglie e il figliolo. Eccoti lui va via e figura d'andare a caccia e torna dalla Regina, e la Regina l'era un'altra volta incinta. Viene e partorisce e fa una bambina. Si trattiene qualche giorno e poi ritorna a il palazzo da sua madre, lui. E a tavola diceva:—«Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—E sempre così a tutta la tavola, sospira e queste parole. Che ti fa la vecchia? Scrive una lettera fulminante[3] a questa Regina, dicendogli che lei in tempo di sei giorni gli facesse tanto piacere di mandargli i suoi bambini per quattro a sei giorni. La manda per l'istesso signore che andiede addietro a il Re, questa lettera. Eccoti arriva lassù dalla Regina, gli fa leggere questa lettera. La legge e sente che la socera la bramava tanto questi bambini. Lei la lo crede, la crede che la dica il vero, la li prepara tutti per bene e la li manda per questo signore. E li porta alla Regina vecchia; questo signore la gnene porta questi bambini. La vecchia, manda a chiamare il coco:—«Questi bambini, ammazzali e falli arrosto.»—Quest'omo, invece d'ammazzarli, scappa dalla moglie e gli dice:—«Tienimi conto di questi bambini: poi tu saprai perchè.»—Eccoti va in mercato il cuoco e compra due porcellini, due porcellini piccoli, avete inteso? Gli leva il capo e le gambe e li fa arrosto. Venghiamo all'ora del pranzo:—«Oh Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—Sempre così, dice il Re.—«Eh!»—la gli fa la madre; la gli dice a il figliolo:—«Eh!» mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete.»—La crede che siano i figlioli quelli che sono fatti arrosto. A tornare un passo addietro, il Re gli aveva donato una sonagliera alla sposa lassù, una sonagliera d'oro. E gli disse:—«In qualunque bisogno tu abbi di me, sona questa sonagliera e io ti apparisco a tutte l'ore.»—Eccoti in questo tempo un suo parente gl'impone guerra; ed ebbe appena tempo di scrivere la lettera alla sposa e andar via. Dice addio alla madre, che figura di piangere; e alla sposa figuratevi che lettera gli manda! La madre, che sa che il figlio l'è alla guerra, scrive una lettera alla nora e dice: che la vedesse i suoi bambini, non li riconoscerebbe quanto sono avvenuti belli, e che a tutte le maniere lei la venga qua nel palazzo, che lei la sta aspettandola a braccia aperte. Eccoti la Regina riceve la lettera e sente queste cose: subito lei la si prepara per vedere i suoi bambini:—«Intanto»—dice—«starò con la sòcera.»—Eccoti la si mette in viaggio e arriva a il palazzo. La Regina vecchia aveva già dato ordine che il forno fosse scaldato, ma scaldato proprio da bono, da cocere. Arriva al palazzo, credendo d'essere ricevuta per bene:—«Oh»—dice—«dove sono i miei bambini?»—«Ah briccona!»—dice la vecchia—«ora vedrai dove sono i toi bambini. Tu avevi sposato il mio figlio!»—dice.—«Qual'è stata l'audacia di sposare il mio figlio? ora vedrai la vendetta che io farò, io.»—La conduce là nella stanza del forno.—«Vedi? quella ha da esser la tua morte; hai da andar lì dentro[4].»—«Se io»—dice—«devo fare la morte così, almeno imploro la grazia che mi dia un'ora di tempo prima di morire, da me, segregata, in una stanza segregata.»—«Ebbene, sia concesso»—dice la vecchia. La mette in questa stanza. Lei si ricorda della sonagliera, che il marito gli disse:—«In qualunque bisogno, sonala; ed io ti apparirò.»—Principia a sonare, sodo, sodo, sodo. Eccoti il Re che gli apparisce alla sposa. E gli dice lei:—«Vedi quelle fiamme, le son per me, per via di tua madre.»—Eccoti, apron l'uscio per portarla nelle fiamme e vede la vecchia che ci è il suo figlio. Che ti fa, lui? Prende in collo la madre di peso e la mette in forno e serra. Ordina a tutti i servitori che nessuno aprisse il forno; lasciassero bruciare come l'andava. Eccoti il coco che sente che ci è il Re; scappa a casa dalla moglie, prende i bambini e li porta a palazzo:—«Maestà»—dice—«Maestà, questi sono i soi figli che la sua signora Madre mi aveva detto che li ammazzassi e li cocessi per Lei. E, invece di cocerli, li portai alla mia moglie e comperai due porcellini, gnene cossi e Lei li mangiò.»—«Ah traditora! Maraviglia che diceva: _Mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete!_»—Chiama la Regina: la vien di qua e la vede i soi bambini. Figuratevi questa donna, la sua contentezza, non si pò spiegare, gua'! a vedere i soi bambini! La dice:—«Qui va compensato quest'omo.»—«Saprò il mio dovere»—dice il Re. Il Re gli dice che vada a casa, prenda la sua moglie e venga a palazzo, che sarà lui il maggiordomo e sua moglie la prima dama della Corte. E così se ne vissero e se ne godettero, e a me nulla mi dettero.
NOTE
[1] Lo stesso che _Sole, Luna e 'Talia_, trattenimento V, giornata V del PENTAMERONE:—«'Talia, morta pe' 'n'aresta de lino, è lassata a 'no palazzo, dove capitato 'no Re, nce fa duje figlie. La mogliera gelosa l'ave 'mmano; e commanna che li figlie siano date a magnare cuotte a lo patre e 'Talia sia abbrusciata. Lo cuoco sarva li figlie e 'Talia è liberata da lo Re, facenno jettare la mogliera a lo stisso fuoco apparecchiato pe' 'Talia.»—Cf. PITRÈ, (_Op. cit._) LVIII. _Suli, Perna ed Anna._ GONZEBACH, (_Op. cit._) III. _Maruzzedda_ e IV. _Von der schönen Anna._—_La bella Ostessina_, altra Fiaba della presente Raccolta, è una variante di questa. Cf. DE GUBERNATIS, _Le Novelline di Santo Stefano di Calcinaja XII. La crudel matrigna._—Da questa tradizione popolare, LUIGI GROTO (il Cieco d'Adria) tolse l'argomento d'una tragedia, _la Dalida_ (Veggasi specialmente A. II. Sc. II). Se non che l'esito non è consolante appo il Groto. E qui mi cade in acconcio di notare, come tutti gl'istoriografi della letteratura italiana parlino da dugent'anni in qua del Cieco d'Adria e delle scritture di lui, che pur meriterebbero un esame attento, senza nemmen leggerlo: chè, se altrimenti fosse, si sarebbero accorti un'altra sua tragedia, l'_Hadriana_, essere una delle fonti del _Romeo e Giulietta_ dello SHAKESPEARE e trovarvisi persino il personaggio della nutrice (Vedi nella già citata _Difesa del Costantino_:—«Il bellissimo soggetto dell'_Adriana_, tragedia del Cieco d'Adria, leggiadramente imitato dalla prima novella del secondo volume del non mai a bastanza commendato Bandello, è 'l caso stesso del mio Poema. Il figlio di Mezzenzio, Re de Latini, assediando col padre la città famosissima d'Adria mentre che stava quasi per maturar l'onore del suo trionfo: mentre ch'era vicino a godere il frutto de' suoi sudori; scorgendo in una torre la vaga figlia del Re nemico, che (a guisa dell'Erminia del Tasso o di Romilda duchessa infelice del Friuli) osservava in quel luogo l'oste nemica, con bell'ordinanza attendata nella campagna, egli se n'invaghisce e se n'invaghisce sì fieramente, che posto in non cale il suo padre, la riputazione dell'armi, la fortuna de' suoi guerrieri, il proprio onore e la medesima vita; travestito introducesi furtivamente nell'assediata città, per poter discoprire alla figlia dell'inimico l'occulto incendio che 'l consumava. Ecc. ecc.»—) Ma quando avremo istorici letterarî che valgan qualcosa? Che leggano almeno gli scrittori de' quali ragionano? Pare che FRANCESCO REDI fosse un po' più studioso delle opere del Groto, giacchè trovo ne' suoi scherzi un verso: _S'aver ti posso un giorno in mio dominio_, ch'è preso dalla _Emilia_ del Cieco d'Adria (Atto II. Scena V) dove suona: _Ma s'io potessi averla in mio dominio._
[2] Finchè dura un incantesimo, il corso del tempo è sospeso per la persona incantata. Appo il Pitrè, nel cunto XIX, intitolato _Lu scavu_, si legge:—«'Sti morti avianu persu la vita pi' manu di lu Scavu, e la maravigghia è ca nun passavanu mai, ma arristavanu sempri comu s'avissiru mortu allura.»—Così Torquato Tasso, nel primo del _Rinaldo_ (St. XXXXIV), fa dire al vecchio, che spiega al protagonista l'incanto di Bajardo:
Nè ti meravigliar, se 'l destrier vive Dopo sì lungo girar d'anni ancora, Che 'l fil troncar d'alcun le Parche dive Non ponno, s'incantato egli dimora; Nè fra l'imposte al viver suo, gli ascrive Il fato di quel tempo una sol'ora; Grande è il poter de' Maghi oltre misura, E quasi eguale a quello di natura.
[3] _Fulminante_, qui sta solo per _premurosissima_. La narratrice non doveva aver coscienza di tutto il valor del vocabolo.
[4] Pare che in questa corte fosse in uso la infornagione, come in quella di Nabuccodonosorre: _Tunc Nabuchodonosor repletus est furore, et aspectus faciei illius immutatus est super Sidrach, Misach et Abdenago: et praecepit ut succenderetur fornax septuplum quam succendi consueverat. Et viris fortissimis de exercitu suo jussit, ut ligatis pedibus, Sidrach, Misach et Abdenago, mitterent eos in fornacem ignis ardentis_. (DANIELE III. 19. 20).
XIX.
LA BELLA OSTESSINA[1].