La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare
Part 21
C'era una volta una donna campagnola, che aveva due figliole: una delle quali era bellissima e si chiamava Caterina; l'altra, tutt' all'incontro, era brutta quanto dire si puole. Ma la madre voleva più bene alla brutta; e siccome tutte e due si rodevano d'invidia per la Caterina, perchè alla bellezza accoppiava pure una grande bontà, s'arrapinavano a fargli dispetti e cercavano tutti i modi perchè gli accadesse qualche malanno da ridurla imbruttita. La Caterina sopportava con pazienza le persecuzioni delle due arpie; ed, invece di farsi brutta per gli strapazzi, pareva ogni dì che gli s'accrescesse la bellezza. Un giorno la madre disse alla brutta:—«Sa' tu quel che ho pensato? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno tutto il viso; e la imbruttirà e nessuno più la guarderà.»—«Sì, sì!»—esclamò la brutta, gongolando di maligna gioia:—«Le Fate sono cattive e l'acconceranno pel dì delle feste.»—Subito la madre chiamò la Caterina e gli disse:—«Su via, sguajata: c'è da fare il pane e non abbiamo in casa lo staccio per ammannire la farina. Va' dalle Fate dentro al bosco e chiedigli lo staccio in prestito.»—A questo comando la Caterina divenne bianca dalla paura, sapendo per sentita dire, che chi andava dalle Fate ne ritornava malconcio. Pregò la madre che non la mandasse, pianse: ma la madre e la brutta sorella tanto la minacciarono, che ripensando non potere soffrire dalle Fate un male maggiore, si piegò ad obbedire. Sicchè, mesta e piagnucolosa e mettendo un piede innanzi e due addietro[2], avviossi verso il bosco dove stavano le Fate. Quando la Caterina fu in sull'entrata del bosco, gli si fece incontro un Vecchietto; e, vistala a quel modo dolorosa, gli domandò:—«Che avete voi, bella ragazza, che parete tanto afflitta?»—La Caterina gli raccontò allora tutti i suoi mali, e che in casa non la potevano soffrire, e ora la mandavano alle Fate per uno staccio, perchè le Fate la sciupassero e la imbruttissero. Disse il Vecchietto:—«Non abbiate paura di nulla. V'insegnerò io com'avete da condurvi. E se m'ascolterete, non ve n'avrete da pentirvene. Ma prima ditemi un po' che cosa ho qui 'n capo, che mi sento tanto prudere.»—Il Vecchietto piegò un tantino la testa. E avendogliela la Caterina esaminata, disse:—«Ci veggo perle ed oro.»—Disse il Vecchietto:—«E perle ed oro toccheranno anche a voi. Statemi a sentire e fate quel che vi dico. Quando sarete alla porta di casa delle Fate, picchiate ammodo; e se vi diranno: _Ficcate un dito nel buco della chiave_; vi ficcherete uno steccolo, che ve lo stroncheranno. Aperto che sia, vi condurranno diviata in una stanza, dove mirerete tanti gatti; e chi cucirà, chi filerà, chi farà la calza, e insomma, tutti occupati a qualche lavoro: e voi adopratevi senza invito ad ajutargli ed a fornire l'opera ad ognuno. Dopo anderete in cucina; e anche lì saranno gatti alle loro faccende; ajutategli come quegli altri. Un po' più in là sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che avete fatto per loro. Il Mammmone allora vi domanderà: _Che brami tu per colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?_ E voi rispondete: _Pan nero e cipolla_; e vi verrà dato pan bianco e cacio. Poi il Mammone v'inviterà a salire una stupenda scala di cristallo: badate bene di non la rompere. Giunta al piano di sopra, scegliete sempre la peggio roba di quella che vi vorranno regalare.»—La Caterina promesse al Vecchietto di obbedirgli; e, dopo ringraziato e salutatolo, si avviò verso le Fate. E, picchiato alla porta, fece secondo l'ammaestramento. Sicchè apertogli, richiese le Fate dello staccio. Dissero le Fate:—«Ora ve lo diamo. Entrate intanto un po' e aspettate.»—Ed ecco vede tanti gatti per la stanza, che lavoravano a tutto potere.—«Poveri micini!»—esclamò la Caterina:—«Con codeste zampine chi sa quanta pena soffrite! Date qua; farò io, farò io.»—E preso il lavoro di ognuno, in quattro e quattr'otto l'ebbe terminato. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse in ordine tutti gli arnesi. Fu chiamato il gatto Mammone e i gatti miagolando dicevano:—«A me ha cucito!»—«A me ha fatto la calza!»—«A me ha rigovernato!»—e così fino in fondo raccontavano tutti al Mammone l'ajuto della Caterina; e saltavano a balzicùli per la stanza dal gran piacere. Il gatto Mammone, sentito l'opera della Caterina, gli disse:—«Che vuoi da colazione, pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—«Oh! datemi pan nero e cipolla,»—rispose la Caterina,—«non sono avvezza a mangiare altro.»—Ma il gatto Mammone volle che mangiasse pan bianco e cacio. Poi il gatto Mammone invitò la Caterina a salire nel piano di sopra e la condusse alla scala di cristallo: e la Caterina si levò gli zoccoli e salì su in peduli tanto pianino, che non isciupò la scala e neppure la sgraffiò. Qui gli furono profferite vesti belle e vesti brutte, oro e ottone. E lei scelse le vesti brutte e l'ottone. Ma il Mammone comandava invece alle Fate, che l'acconciassero splendidamente e gli fossero regalate gioie legate in oro.[3] Quando la Caterina fu messa in modo, che pareva una Regina, il Mammone gli disse:—«To' su lo staccio; e andata fuori dell'uscio di questa casa, se senti ragliar l'asino non ti voltare; ma se canta il gallo, vòltati.»—La Caterina obbedì: al raglio dell'asino non se ne diede per intesa; ma al chicchirichì del gallo si voltò indietro, e subito gli venne una stella rilucente in sul capo. A mala pena la Caterina giunse a casa sua, che la madre e la sorella brutta se le rodevano la rabbia e il dispetto; quella stella poi gli era un pruno negli occhi. La brutta disse:—«Anch'io vo' andare dalle Fate, anch'io. Mandate me a riportare lo staccio, mamma.»—Quando lo staccio fu adoperato, la brutta se lo tolse su e s'avviò al bosco delle Fate. E all'entrata, lei pure trovò il Vecchietto, che gli domandò:—«Ragazzina, per dove così vispola?»—«Vecchio ignorante!»—rispose con superbia la brutta;—«i' vo' dove mi pare. Impaccioso! badate a' fatti vostri.»—«Brutta e scontrosa!»—disse il Vecchietto ridendo di sottecche:—«Va' va' dove ti pare! doman te n'avvedrai!»—Ed ecco la brutta all'uscio delle Fate; e agguanta in mano il picchiotto e dàgli, giù senza garbo, da scassinare le imposte. Dissero le Fate di dentro:—«Metti un dito nel buco della chiave ed apri.»—E la brutta caccia il dito nel buco; e quelle _zìffete!_ e glielo stroncano. L'uscio si spalancò e la brutta, tutta rabbiosa, saltando in casa e gettato per terra lo staccio, si fece ad urlare:—«Questo è il vostro staccio, maledette!»—Poi visti i gatti al lavoro, disse:—«Oh! buffi questi gattacci! o che mesticciate voi, mammalucchi?»—E preso a loro gli arnesi, a chi bucò le zampe cogli aghi, a chi le tuffò nell'acqua bollente, a chi dette su per le costole la granata e i fusi. Ne successe un tafferuglio; e i gatti a scappare di qua e di là, berciando pel dolore; sicchè al chiasso comparve il gatto Mammone; e i gatti strillando a modo loro gli raccontarono quel che avevano patito dalla brutta. Serio serio disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, dovete aver fame: volete pan nero e cipolla, o pan bianco e cacio?»—E la brutta:—«Guarda che bella creanza! Se venissi a casa mia non vi darè' mica pan nero e cipolle e non vi stroncherei le dita. Voglio pan bianco e cacio.»—Ma, se volle mangiare, bisognò che si contentasse di pan nero e cipolla, perchè non gli portarono altro. Allora il gatto Mammone disse:—«Andiamo via, ragazzina, vi si regalerà anche voi di vestito e d'altro. Salite di sopra, ma badate alla scala, che è di cristallo.»—La brutta però non se n'addiede dell'avvertimento, e salì alla sgraziata la scala cogli zoccoli in piedi, per cui la fracassò da cima a fondo. E giunta su, le Fate gli domandarono:—«Che più vi garba, un vestito di broccato e pendenti d'oro, o una gonnella di frustagno e pendenti d'ottone?»—La brutta s'attaccò subito alla sfacciata alla robba meglio; ma gli convenne pigliare la peggio, perchè non gliene dettero altra. Tutta indispettita, la brutta prese il portante per andarsene, e, quando fu all'uscio, gli disse il gatto Mammone:—«Ragazzina, se canta il gallo tirate via; ma se raglia l'asino, voltatevi addietro, che vedrete una bella cosa.»—Di fatto, eccoti che l'asino raglia di gran forza; e la brutta, girato il capo tutta desio di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli venne fuori dalla fronte. Disperata, si diè a correre verso casa sua, per istrada urlando da lontano:
—«Mamma dondò, Mamma dondò, La coda dell'asino mi s'attaccò.»
In tanto la Caterina, più bella dal giorno che aveva visitato le Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò così forte, da obbligare il Re a consentire che se la pigliasse per moglie. Le nozze si stabilirono, e la Madre e la brutta non ebbero ardire di opporsi al Re; pure macchinarono d'ingannarlo, sperando riuscirvi. Il giorno dello sposalizio, la Caterina fu messa in un tino chiuso giù nella cantina, e de' suoi vestiti e gioie si acconciò la brutta, e la Madre a questa gli rasò la coda d'asino d'in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un fitto velo. Giunto, assieme al corteo[4], il figliolo del Re, la cattiva Madre gli disse:—«Eccovi la sposa bell'e apparecchiata.»—Il figliolo del Re stava per porgere la mano alla brutta, credendola la Caterina, quando a un tratto gli parve sentire de' lamenti sotto terra; e, stato un po' in orecchi e intimato il silenzio, s'accorse che qualcheduno cantava con voce piangente:
—«Mau maurino! «La Bella è nel tino, «La Brutta è 'n carrozza «E 'l Re se la porta.»—
Il figliolo del Re, insospettitosi allora, volle che si cavasse il velo dal capo della sposa e scoperse l'inganno; perchè alla brutta di già la coda d'asino era tanto cresciuta da coprirgli gli occhi. Andò sulle furie, e cercata la Caterina, la tirò fuori dal tino e ci fece mettere invece la madre e la brutta. E ordinato che si bollisse una caldaia d'olio e che gli si buttasse addosso, quelle invidiose morirono subito. Il figliolo del Re, sposata la bella Caterina, la condusse al palazzo. E camparono insieme lunga vita e felice.
_Stretta è la foglia e larga è la via, Dite la vostra chè ho detto la mia._
NOTE
[1] È detta pure _Novella de' Gatti_. La debbo all'avv. professor Gherardo Nerucci, cui fu raccontata da _Silvia Vannucchi_ del Montale.
[2] BRUNO, _Candelajo_, III, 7.—«_Bel combattere! Un passo avanti et dui a dietro, un passo avanti et dui a dietro_, disse il signor Cesare da Siena.»—
[3] Questo Mammone che comanda alle Fate, ricorda il Memè che troveremo nella _Prezzemolina_.
[4] _Assieme al_. Che l'uso voglia imporci assieme invece d'_insieme_, passi; ma gli lasci almeno reggere il _con_ come ha retto sempre ab antico!
XVI.
LA PREZZEMOLINA.[1]
C'era una volta marito e moglie. E la sua finestra, di questo marito e moglie, rimaneva sull'orto delle fate. Questa donna era incinta. Un bel giorno s'affaccia alla finestra, e vede un prato di prezzemolo, il più bello! Lei sta attenta che le fate le vadan via, prende la scala di seta e si cala e si mette a mangiare il prezzemolo a tutto spiano. Mangia, mangia, poi la risale la scala, serra la sua finestra e via! Ogni giorno faceva questa storia. Un giorno le fate passeggiavano in giardino:—«E dimmi»—dice la più bella—«non ti pare che manchi del prezzemolo?»—Dicono le altre:—«E forse poco ne manca! Sai quel che si farà? Si figurerà di andare fòri tutte; e una si rimarrà niscosta; perchè qui c'è qualcheduno che viene a mangiare.»—Le fate le figurano di andar via tutte e la donna si cala a mangiare. Quando l'è per ritornare in su, la fata gli sorte di dietro:—«Oh briccona»—dice—«ora ti ho scoperta, eh?[2]»—«Abbiate pazienza»—dice questa donna—«io sono gravida; avevo questa voglia....»—«Ebbene»—dice la fata—«Ti sia perdonato. Senti, se tu fai un bambino, tu gli hai a mettere nome Prezzemolino; se tu hai una bambina, Prezzemolina; e, come è grande, la si vol noi: è per noi, via, non è più tua.»—Figuratevi questa donna! un dirotto pianto, dicendo:—«Malandrina la mia gola, la mi è costata assai!»—Dal marito era sempre rimproverata:—«Golaccia! l'hai visto?»—La partorisce la bambina e gli mette nome Prezzemolina; e quando l'è grandettina, la la manda a scuola. Le fate, tutti i giorni che la passava, gli dicevano:—«Bambina, dì alla mamma, che la si ricordi di quella roba.»—«Mamma»—dice la Prezzemolina—«hanno detto le fate che vo' vi ricordiate di quella cosa.»—Un giorno la donna era sopraffatta; torna la bambina e gli dice:—«Vi dicono le fate che vi ricordiate quella cosa.»—Risponde:—«Sì, dì che se la piglino.»—La bambina la va a scola. Dicono le fate:—«Cosa ti disse la mamma ieri sera?—«Mi disse che la possin prendere, che la prendino quella roba.»—«Oh vieni, sei te quella roba che si deve prendere.»—Urli senza fine, questa bambina: lo credo io! Lasciamo questa bambina e torniamo alla madre, che passan ore e non la vede tornare. La si ricorda d'aver detto che la prendino quella roba:—«Oh, mi son tradita! Ora addietro non si torna.»—Dunque queste fate le dicono alla bambina:—«Sai, Prezzemolina, la vedi questa stanza nera nera?»—le ci tenevano il carbone, la brace.—«Come si torna, la deve essere tutta bianca come il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti noi ti si mangia.»—Come volete che la facesse questa bambina? Le vanno via e la bambina si mette a piangere, piangi ch'io piango, singhiozzando; non si poteva chetare. Dunque l'è picchiato: lei va a vedere e crede che le sian le fate; apre e vede Memè, che gli era un cugino delle fate.[3]—«Che hai tu, Prezzemolina, che tu piangi?»—«Vo' piangereste anche voi»—dice.—«Vedete questa stanza? Quando le torna, le torna le mamme, di nera così dev'esser bianca e dipinta di tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti le mi mangiano.»—«Se tu mi dài un bacio»—dice Memè,—«te la fo nel momento questa stanza.»—Lei dice:—«Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—Dice Memè:—«Tu hai detto tanto benino! ti voglio far la grazia.»—Batte la bacchettina e divien la stanza tutta bianca, tutta uccelli, come avevan detto le mamme. Dunque Memè va via e torna le fate. Dice:—«L'hai fatto, Prezzemolina?»—«Sissignora, vengano a vedere.»—Le si guardano in viso:—«Eh, Prezzemolina, c'è stato Memè!»—«Non conosco Memè, nè la mia bella mamma che mi fè.»—Dunque la mattina:—«Come si fa?»—dicono—«non ci riesce di mangiarla.»—«Prezzemolina!»—«Cosa comandano?»—E allora gli dicono:—«Domani mattina devi andare dalla fata Morgana e devi dire la ti dia la scatola del Bel—Giullare.»—«Sissignore»—la dice. Eccoti la mattina la si mette in viaggio, la ragazza. E viaggia. Cammina, cammina, la trova una donna.—«E dove vai»—la dice—«bella bambina?»—«Vado dalla fata Morgana a prendere la scatola del Bel—Giullare.»—La ti mangerà, sai, poerina?»—«Meglio per me»—dice—«così la sarà finita.»—«Tieni»—dice la donna—«queste due pentole di lardo. Tu troverai due porte che si battono insieme. Ungile tutte, e tu vedrai che ti lascian passare.»—Eccoti la bambina la giunge a queste porte e le unge tutte da capo a piede e loro la lascian passare, gua'. Dopo che l'ha camminato un pezzo, la trova un'altra donnina. E la gli dice lo stesso:—«Dove tu vai, bambina?»—Dice:—«Vado dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tieni questi due pani, tu troverai due cani che si mordono l'un con l'altro. Buttagnene uno per uno: così tu passi,»—dice. Eccoti la Prezzemolina la trova questi due cani; la gnene butta uno per uno, e loro la lascian passare. Quando l'ha fatto un altro pezzo di strada, la trova un'altra donnina. Gli dice:—«Dove vai?»—«Dalla fata Morgana per la scatola del Bel—Giullare.»—«Poerina, la ti mangerà, sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Tu troverai un ciabattino che si strappa la barba per cucire e i capelli. Tieni, questo è spago per cucire, questa è lesina: tutto il necessario. Dagnene e lui ti lascerà passare.»—Eccoti la bambina la trovava questo ciabattino. Quando la gli dà tutta questa roba, lui la ringrazia e la lascia passare. Fatto un altro pezzo di strada, la trova l'istessa donnina e gli dice l'istesso:—«Bada, la ti mangerà sai?»—«Meglio per me, così la sarà finita.»—«Troverai una fornaja che spazza il forno con le mani: la si brucia tutta. Tieni: questi son cenci, queste sono spazzole; tutto il necessario. Tu vedrai, la ti lascia passare. Dopo poco tu troverai una piazza: quel bel palazzo che c'è, gli è codesto la fata Morgana. Tu picchi, e la scatola del Bel—Giullare, gli è dopo che tu hai salito due scale. Lei, quando tu picchi, la ti dirà: _Aspetta bambina; aspetta un poco._ Te, tu sali, prendi la scatola e vien via.»—Eccoti la bambina la trova questa fornaja. Quando la gli dà tutta questa roba, lei la ringrazia e la lascia passare. La picchia, la sale, la prende la scatola e la scappa via. La fata che sente serrar l'uscio, la s'affaccia alla finestra e vede la bambina che scappa via.—«O fornaja, che spazzate il forno con le mani, tenetemela, tenetemela.»—«Se fossi minchiona! Dopo tanti anni, che fatico, la mi ha dato i cenci e la spazzola! Passa, poerina, vai, vai!»—«O ciabattino, che cucite con la barba e vi strappate i capelli, tenetemela, tenetemela!»—«O io sì, che sarò un minchione! Dopo tant'anni, ch'io fatico, la mi ha portato tutto il necessario. Vai, vai, poerina.»—«O cani che vi mordete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«O noi sì, che saremo minchioni! La ci ha dato un pane per uno! Vai, vai, poerina!»—«O porte, che vi battete tanto, tenetemela, tenetemela!»—«Oh noi sì, che saremo minchione! La ci ha unte da capo a piedi! Vai, vai poerina.»—E la fanno passare.[4] Quando l'è libera, la dice:—«Che ci sarà egli in questa scatola?»—La trova una piazza, la si mette a sedere e apre la scatola. Esce fori persone, persone, persone, persone: gli escono da questa scatola; che cantavano, che sonavano, tutte. Figuratevi la disperazione di questa bambina. Lei le voleva rimettere in questa scatola: ne prendeva una e ne scappava dieci. La si mette a piangere, potete credere! Eccoti Memè.—«Briccona, l'hai visto quel che t'hai fatto?»—«Oh! voleva vedere...»—«Eh»—dice Memè,—«ora non c'è rimedio. Se tu mi dài un bacio, io ti rimedio.»—«Meglio dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata.»—«Sai? tu l'hai detto tanto benino, che ti vo' far la grazia.»—Batte la bacchettina e ritorna tutta la scatola come prima: serrata come l'era. La Prezzemolina va là a casa e picchia.—«Oh dio!»—dice—«È la Prezzemolina. Come mai non l'ha mangiata, la fata Morgana?»—Dice:—«Felice giorno»—la dice la bambina—«Ecco la scatola.»—Dicono le mamme:—«Che t'ha ella detto la fata Morgana?»—«La me l'ha data e m'ha detto: _Fagli tanti saluti_.»—«Eh»—dicono le fate—«abbiamo bell'e inteso! bisognerà mangiarla noi. Stasera, come viene Memè, gli si dice che la si deve mangiare.»—Eccoti la sera vien Memè:—«Sai?»—gli dicono—«la non l'ha mangiata, la Prezzemolina; la s'ha da mangiar noi.»—«Oh bene!»—dice lui—«oh bene!»—«Domani, quando l'ha fatte le sue faccende, gli si fa mettere al foco le caldaje, quelle grandi che si fa il bucato. E quando le bollan bene, in tutte e quattro la si butta dentro a cocere.»—Lui dice:—«Bene, bene, sì, sì; riman fissato così.»—Eccoti la mattina le vanno via loro e non dicon nulla; le vanno via come eran solite. Quando le sono ite, ite via, eccoti Memè dalla Prezzemolina:—«Sai»—dice—«oggi, a un'ora, le ti ordineranno di mettere al foco le caldaje, quelle grandi del bucato. E, _quando le bollan bene_, le ti diranno, _chiamaci_; le ti dicono: _diccelo_. E le ti buttan te a cocere dentro. E invece noi s'ha a guardare se ci si butta loro.»—Eccoti Memè va via e dopo poco tornan le fate:—«Sai»—dice—«Prezzemolina, quando s'è pranzato oggi, che t'hai fatte tutte le faccende, metti le caldaje, quelle del bucato, che si fa il bucato; e quando le bollan bene, chiamaci.»—Quando l'ha finite tutte le sue faccende, la mette tutte queste caldaje. Le dicono:—«Fa gran foco.»—La fa foco, figuratevi, anche di più di quel che gli avevan detto. Picchia Memè:—«Oh!»—dice—«ora ora la s'ha a mangiare!»—e si fregava le mani.—«Oh»—dicono—«altro!»—Eccoti l'acqua quando la bolle, Prezzemolina la dice:—«Mamme, le venghino a vedere; l'acqua la bolle.»—Le fate le vanno a vedere lì alla caldaja se la bolle. Dice:—«Coraggio!»—alla Prezzemolina; gli dice Memè. Lui ne acchiappa due e le mette dentro; lei prende quell'altre e le butta; e bolli, bolli, bolli, finchè non fu staccato il collo non le levorno: sempre a bollire!—«Ora poi siamo padroni di tutto, la me' bambina. Vieni con me.»—La conduce giù in cantina, dove c'era una infinità di lumi e c'era quello della fata Morgana, grosso, grande; quello gli era il più grosso di tutti. La maggiore delle fate! La sua anima, gli era un lume. Spenti che gli erano, le eran morte tutte, ecco!—«Spengi di costì e io spengo di questa parte.»—Così li spensero tutti e rimasero padroni di ogni cosa.[5] Andiedero lassù nel posto della fata Morgana. Il ciabattino ne fecero un signore; la fornaja parimente; i cani li portarono nel suo palazzo; e le porte le lasciarono stare e le facevano ungere.—«Te»—dice Memè—«sarai la mia sposa; questo è giusto.»—E si vissero e si godettero e in pace sempre stettero e a me nulla mi dettero.
NOTE
[1] Argomento stesso, in principio, nel PENTAMERONE, _Trattenemiento primmo de la jornata seconna_:—«'Na femmena prena sse magna li petrosine dell'uorto de 'n'Orca; e, conta 'nfallo, le promette la razza che aveva da fare. Figlia Petrosinella. L'Orca sse la piglia e la 'nchiude a 'na torre. 'No Prencipe ne la fuje, e 'nvirtù de trè gliantre gavitano lo pericolo dell'Orca; e portata a casa de lo 'nnammorato deventa Prencepessa.»—Ma il prosieguo ed il fine s'avvicinano piuttosto a lo _Turzo d'oro_ (Tratt. IV Giorn. V)—Cf. BERNONI (_Fiabe popolari Veneziane_) XII. _La Parzemolina_. PITRÈ (Op. cit) XX. _La vecchia di l'Ortu_. GONZENBACH (_Op. cit._) LIII. _Von der schönen Angiola_.
[2] Cf. per questo particolare, PITRÈ, (_Op. cit._) XIX. _Lu Scavre_, XX. _La vecchia di l'Ortu_. Qui le fate, in altre versioni l'Orca o l'Orco, non fanno, minacciando di mangiarsi vivo vivo il furatore de' loro cavoli o del loro prezzemolo, la distinzione consigliata da Orazio satiro, il quale forse (chi sa?) alludeva a qualche fiaba analoga nello scrivere:
_Nec vincit ratio hoc, tantundem peccet idemque Qui teneros caules alieni fregerit horti, Et qui nocturnus divum sacra legerit._
Versi che trovo tradotti così in meneghino:
Donca convegnarii, che ona personna La qual la ve robbass in del giardin Quatter mognagh o on pizzegh d'erba—bonna, L'è minga de confond con l'assassin; E che a grattav on sold in su la spesa L'è men del sacrilegg de robbà in gesa.
Vedi: _Amicizia e Tolleranza_ | _Satira_ | _di Quinto Orazio Flacco_ | _Esposta in dialetto Milanese_ | _dal Dottore_ | _Giovanni Rajberti_ | _Et mihi dulces_ | _Ignoscent, si quid peccavero stultus, amici_ || _Milano_ | _Dalla Tipografia di Giuseppe Bernardoni di Gio._ | _1841._
[3] Forse il Demogorgone del quale il Berni, Orlando Innamorato, XLII, 29—30:
Sopra le fate è quel Demogorgone (Non so se mai l'udiste nominare) E giudica fra loro, e tien ragione, E ciò che piace a lui può d'esse fare. La notte scura cavalca un montone: Travalca le montagne e passa 'l mare: Con un flagel di serpi fatto, batte Le fate e streghe che diventan gatte.
Se la mattina le trova pel mondo (Perchè il giorno non posson comparire), Le batte con un certo cotal tondo, Che le vorrebbon volentier morire. Or nel mar le incatena, e ben nel fondo; Or sopra 'l vento scalze le fa ire; Ed or pel foco dietro a sè le mena: A chi dà questa, a chi quell'altra pena.
Vedi STIGLIANI, _Occhiale_, alla Stanza CCXXXII del XII Canto dell'_Adone_; e quel che Messer FAGIANO risponde in proposito.
[4] Cf. DE GUBERNATIS, _Le Novelline di Santo Stefano di Calcinaja. II. La comprata_.