La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare
Part 20
[i] _Sidellin_, secchiolino. _Sidell_ m. e _Siddella_, f. secchio, secchia. (Ed il vocabolo italiano ed il termine meneghinesco vengono da _situla_ e _sitella_ latino). In napolitano, anche da un ètimo latino, si dice _cato_.
[ii] Il Cherubini non ha che _desubedì_; ma la mia fabulatrice diceva _desobedì_.
[iii] _Borlà giò_, tombolar giù. FIRENZUOLA. _Asino d'oro_, Libro V:—«Nè mi parrà mai esser donna, nè viver certamente, insino a tanto ch'io non la fo tombolar giù di tanta felicità.»—
[iv] _Stretta_ nel Cherubini c'è solo come termine musicale: _la stretta del finale_. Egli però registra _Streccia_ (ch'è forma più ambrosiana del vocabolo) nel senso di _chiasso_, _vicolo_, ch'è appunto quello che ha qui _Stretta_.—_Streccia del lett_, _strecciœura_, stretta del letto, stradetta, stradella, tramezza.
[v] _Pess e pessin_, pesce e pesciolino. Ci son per la rima, m'immagino.
[vi] _Ciappin_, vale _demonio_, _fistolo_. Così pure il _Chiappino_ in dialetto napoletano. Difatti ho trovato nella VII ottava del XVIII canto della _Gerusalemme_ del superbo FASANO (_superbo_ il chiama il Redi nel suo Ditirambo):
_Ma pe' mmo' non faje fede, ca staje chino Comm'uovo e te grelleja 'ncuollo chiappino._
—«Non piaci o non sei accetto al signore Iddio, perchè stai pieno come uovo e ti salta addosso il demonio.»—
[vii] _Suppa_. Zuppa, suppa. _Che vendetta di dio non teme suppe_. Sarà ridicolo il vederne l'origine nel _pa_ sanscrito (bere) col prefisso _su_ (bene)?
[viii] _Rud_, _ruff_ e anche _ru_. Spazzatura, scoviglia, immondezza. Concio, letame, Sudiciume, loja, porcheria. Forfora. In una variante, la Madonna si fa pettinare dalla buona fanciulla e le cadono dal capo perle e gemme; poi, quando la pettina la cattiva, le piovono da capegli pidocchi e cimici. Così Adone sorprende Falsirena (_Adone_, XII, 171)
_Trovò che allora appunto avea disfatta La trecciatura del bel crine aurato, E con l'avorio de la mano intatta Pur d'avorio movea rastro dentato. Piovon perle dall'oro, e, mentre il tratta. Semina di ricchezze il verde prato. Mentre i biondi capei pettina e terge Tutto di gemme il suol vicino asperge._
[ix] Ditale, come inesattamente dicon molti, ossia, anello da cucire di ottone.
[x] Manca nel Cherubini, il quale ha però _coridera_ e _corridera_, femminili; e nelle _Giunte e correzioni_ al IV volume anche _Corridor_, maschile, ma solo con due _rr_.
[xi] _Boascia_ o _bovascia_, Meta, bovina, buina, vaccina, sterco di bue. _Brœuda_, broda, fanghiglia, poltiglia.
[2] Tratto frequente nelle fiabe. Una pomiglianese comincia così:—«Nce stevano 'na vota tre figliuole e l'urtima 'e cheste ssi chiammava Viola. Tutt'e tre faticavane; ma 'a primma filava, 'a siconda tesseva e 'a terza cuseva. 'O figlio d''o Re ssi n'ammuravo; e sempe ca passava riceva:—_Quanto è bella chella cu fila; quanto è cchiu bella chella cu tesse; ma quanto è cchiu bella chella cu cose! Mme cose 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!_ 'E sore n'avevane 'mmiria e pi' dispietto 'a mittettere a filà'. Passava 'o figlio d'o Re e ricette: _Quanto è bella chella cu tesse, quanto è cchiu bella chella cu cose; ma guanto è cchiù bella chella cu fila! Mme fila 'sto core! Ebbiva Viola! Ebbiva Viola!_ 'E sore 'a mittettere a tessere; ma 'o figlio d''o Re pure accussì diceva e sempe cu' Viola aveva.»—
[3] A proposito di questi due segnali diversi, piovuti dal cielo, trascriverò qui un brano della scena III dell'Atto II degli _Amorosi Affanni_, tragicomedia pastorale d'Andreano de' Ruggieri d'Atripalda (MDCXLIV).
TRISINDO. Nacque l'empia Girasca Figlia d'Erpauro, che di notte Ilgiglio E seco Arcaldo mi furò, malvagia, Per farne un sacrificio al Re de l'ombre.
SILVIA. Et onde nacque in lei tanto aspra voglia?
TRISINDO. Perchè Girasca avea nel sen d'un rospo, E di Cleante i figli avean nel petto Il segno d'una stella. E sul Matese Dargli morte volea con un suo dardo; Per quel che poi mi raccontò Sirenio,—_ecc. ecc._
[4] Di pesci riconoscenti ce ne ha in parecchie fiabe e novellette. Ricorderò lo Straparola, Notte III. Favola L (Cf. _Pentamerone_, Giornata I. Trattenimento III _Peruonto_)—«Pietro Pazzo, per virtù d'un pesce chiamato tonno, da lui preso e da morte campato, diviene savio, e piglia Luciana figliuola di Luciano in moglie...»—Ecco come il novellator da Caravaggio narra il primo dialogo fra 'l pazzo ed il tonno:—«Il poverello un giorno prese un grande e grosso pesce da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentì tanta allegrezza, che 'l se n'andava saltellando e gridando per lo lito: _Cenerò pur con la mia madre!_ et andava tai parole più volte replicando. Vedendosi il tonno preso e non poter fuggire, disse a Pietro Pazzo: _Deh, fratello mio, pregoti in cortesia, che tu mi doni la vita. Come mangiato mi avrai, quale altro benefizio da me conseguir potrai? ma se tu da morte mi camperai, forse che un giorno io ti potrei giovare._ Ma il buon Pietro, che aveva più bisogna di mangiare che di parole, voleva pure al tutto ponerselo in ispalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo offrendogli di dargli tanto pesce quanto egli desiderava avere. Et appresso questo gli promise di concedergli ciò ch'egli addimanderebbe. Pietro che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietà, si contentò da morte liberarlo. E tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse che lo gettò nel mare; ecc., ecc.»—Confronta anche con l'altra Fiaba della presente raccolta: _Il Mago dalle sette teste_.
XIV.
LA BELLA E LA BRUTTA.[1]
Era un omo che aveva una figlia e si rimaritò e dalla seconda moglie ebbe un'altra figlia. E la prima che aveva i' suo marito, la matrigna non gli voleva punto bene. La prima, che non poteva lei, un giorno lei gli dava molto da filare e gli diceva.... gli dava una libbra di lino dapprima e gli diceva:—«Se stasera tu non hai finita questa libbra di lino, tu non devi aver da cena.»—Quella poera bambina andiede fòri; non faceva che piangere, non sapeva come fare a filare questa libbra di lino. Strada facendo, trovò una vecchina; disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—Disse:—«Cos'ho? Debbo filare una libbra di lino, sennò mia madre non mi dà punto da cena. Io non so come fare.»—E lei, questa vecchina, gli disse:—«Stai zitta. Va là nel bosco. Troverai una vaccuccina e gli dirai: _Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa annaspa; Ti farò l'erba, che pasca._»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino bell' e annaspato e tutto. La sua madre fu contenta, ma i' giorno dopo mandò la sua figlia: e tornò, avendognene dato mezza libbra e non avendone filato neppure un quarto. I' giorno dopo rimandò quella, la prima, la figliastra; e gnene diede due libbre, che lei si struggeva di farla patire, non voleva dargli neppure da mangiare. E gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste due libbre di lino, non avrai da cena.»—Questa bimba, subito sortita di casa, cominciò a piangere. Quando fu alla metà della strada, ritrovò la solita vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina, che piangi tanto, poerina?»—«Mia madre, invece d'una libbra, me ne ha date due.»—«Vai n'i' solito bosco, troverai la solita vaccuccina, e gli dirai: _Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca._»—Arrivò la sera, aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. I' giorno dopo, la madrigna gnene diede tre libbre e gli disse:—«Se stasera non avrai filate queste tre libbre di lino, non avrai da cena.»—Questa poera bambina, andiede fòri; non sapeva come fare a filare queste tre libbre di lino. Strada facendo trovò quella vecchina. Gli disse:—«Cos'hai, bambina mia, che piangi tanto?»—«Mia madre, invece di due libbre, me n'ha date tre.»—«Vai n'i' solito bosco; troverai la solita vaccuccina e gli dirai: _Con la bocca fila, fila; Con le corna annaspa, annaspa; Ti farò l'erba, che pasca._»—Arrivò la sera; aveva finito i' suo lino, bell'e annaspato e tutto. Poi la madrigna gli diede una camicia a cucire e gli disse:—«Se stasera non hai finita questa camicia, non devi aver da cena.»—Questa poera bambina non faceva che piangere. Per fortuna ritrovò la solita vecchina; e la gli disse:—«Vai n'i' bosco; troverai la solita vaccuccina e falli i' solito discorso: «_Con la bocca infila, infila; Con le corna cuci, cuci; Ti farò l'erba, che pasca._»—La madre, tornando a casa, avendo veduta cucita la camicia, non sapeva come fare a gastigarla. I' giorno dopo pensò di mandarla dalle fate a prende' lo staccio per istaccià' la farina per fare i' pane. Va dalle fate questa bambina, picchia alla porta. Le fate dimandano:—«Chi è?»—Disse:—«Amici!»—«Fate adagio; le scale son di vetro,»—Lei si levò le scarpe pe' fa' più piano. Arrivò dalle fate e gli dissono:—«Fate i' piacere di pettinarmi. Che ci trovi in capo mio?»—«Perle e diamanti.»—«E perle e diamanti avrai. Fammi i' piacere di rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Oro e argento.»—«E oro e argento avrai. Fammi i' piacere di spazzammi la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Rubini e Cherubini.»—«Rubini e Cherubini avrai.»—La menorno alla stanza dei vestiti e gli dissono:—«Prendi un vestito a tuo piacere.»—Lei prese un vestito dei peggiori che avessero. Glielo levorno e gli diedono i' più bello che avessero nell'armadio. La menorono alla stanza dove avevano i quattrini e gli dissero:—«Prendi quello che ti fa piacere.»—E lei prese tre o quattro soldi poco boni. Gnene levorono e gli dierono dell'oro e dell'argento. La menorono alla cassetta delle gioie e gli dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Lei prese un pajo tutti rotti. Gnene levorno e gli diedono un pajo di orecchini di brillanti. Gli dissero:—«Quando sarai sur i' ponte, vòltati indietro; sentirai un gallo cantare.»—Quando la fu sur i' ponte sentì un gallo cantare; lei si voltò indietro e gli venne una bella stella nella testa. Quando arrivò a casa, la sua madre gnene volea levare: con più[2] che col coltello la raschiava, credeva di levargnene e più bella diventava. La sua madre gelosa, che aveva avuta tanta roba, i' giorno dopo, per riportà' lo staccio, volse mandà' la sua figlia. Quando arrivò in fondo alle scale, picchiò. Le fate dissero:—«Chi è?»—«Amici.»—«Fate adagio, le scale sono di vetro.»—Con più che dicevano di fare adagio, e lei più forte faceva; che gli rompè tutte le scale.—«Pettinatemi. Che ci trovi in capo mio?»—«Zeccacce, pidocchiacce e brutte donnacce come siete vojaltre.»—«E zeccacce e pidocchiacce avrai.»—«Rifammi i' mio letto. Che ci trovi n'i' letto mio?»—«Pulci e cimici.»—«Pulci e cimici avrai.»—«Spazzami la mia casa. Che ci trovi in casa mia?»—«Sudiciume, spazzatura, porcherie, come siete vojaltre.»—«Spazzatura, sudiciume e porcherie, come siamo nojaltre, avrai.»—La portorono alla stanza dei vestiti. Gli dissero:—«Prendine uno a i' tuo piacere.»—Prese i' più bello che ci fosse nell'armadio. Glielo levorono e gli diedono i' vestito più brutto che ci avesse. La menorno alla stanza dei quattrini; gli dissero:—«Prendi quello che tu vòi.»—Si era empito il grembiale di danari. Glieli levorono e gli dierono tre o quattro soldacci che ci avevano. La menorno alla stanza delle gioie. Dissono:—«Prendi i' pajo d'orecchini di tuo piacere.»—Prese un pajo de' più belli. Gnene levorono e gnene dierono un pajo tutti rotti. Dice:—«Quando sarai su i' ponte, vòltati indietro: sentirai un asino ragliare.»—Si voltò e gli venne una bella coda in mezzo alla testa. Tornò a casa: la sua madre gnene tagliava: con più gnene tagliava e più lunga diventava.[3] Era brutta prima e con questa coda più brutta che mai. Un giorno (avevano un melo vicino a casa) passò i' Re e gli disse alla sua madre che era lì fòri:—«Ci sarebbe da avere un poche di mele?»—Disse la madre:—«Sì, subito:»—e chiamò la sua figlia Luisa e gli disse:—«Arriva un poche di mele a i' Re.»—Prende la scala per arrivà' alle mele: con più credeva di avvicinarsi e più il melo si alzava, non ci arrivava! faceva di tutto per arrivarle e più il melo si alzava. Il Re disse:—«Com'è possibile che non siate bona a arrivarmi un poche di mele? Non ci avete nessuno altri in casa che sian capaci più di voi?»—«Ci ho un'altra, ma non è bona a niente, perchè è una Cenerontolaccia, che sta sempre tra la cenere; non è bona a niente.»—«Pure chiamate quella: potrebbe esser più bona di voi.»—E la chiamò:—«Cenerontola, vien qui per arrivare un poche di mele a i' Re.»—Si messe un vestito, che gli avevan regalato le fate, che scendendo la scala sonava, che pareva un campanello. La sua madrigna disse:—«Sentite quella Cenerontolaccia, si tira persino la paletta addietro.»—I' Re gli disse:—«Arrivatemi un poche di quelle mele.»—La Cenerontola andiede sott'i' melo. I' melo si calò e s'empì i' grembiule pieno di mele in un minuto. I' Re avendo veduto questa bella giovine con questa bella stella nella testa, disse che la voleva per moglie. La sua madrigna gelosa, benchè pensava a i' tradimento, disse—«Sì»—che era contenta; e fissarono tra tre giorni d'andare a prenderla in carrozza e gli mandò i' vestiario con sette anella. La madre, la madrigna, la mattina dello sposalizio, invece di vestire la sposa, vestì la sua figlia da sposa e messe la Cenerontola drento a un tino ignuda, e messe a bollire una caldaja d'acqua. Va i' Re a prendere la sposa in carrozza e la porta via. Quando i cavalli cominciarono a camminare con la sposa drento, che il Re non avea veduto se era la bella o la brutta, e' gli andiede drieto un gatto. Gli diceva:
—«Gnaolo, gnaolino! «La bella è drento i' tino; «E la brutta malincotta, «I' cavallo d'i' Re che se la porta.»—
Ma quelli non gli davano retta; seguitavano i' camminare. I' gatto seguitava sempre a gnaolare. I' Re, seguitando i' gatto, e' gli venne a nojare e disse:—«Meglio è indietro ritornare; ci dev'essere qualcosa.»—Tornorono indietro e i' gatto andava sempre innanzi a i cavalli; loro sempre indietro; e gli accompagnò insino alla cantina. Entrorono drento e trovorono n' i' tino questa poera ragazza disgraziata, ignuda. I' Re l'ha riconosciuta, ha spogliato quella ch'era in carrozza, e ha vestito quella che era dentro a i' tino; e hanno messa n' i' tino quella che era in carrozza, ignuda com'era quella prima, e son partiti. I' gatto non l'hanno udito più. Dopo pochi minuti la sua madre ha cominciato a buttare delle pentole d'acqua bollente n' i' tino. La sua figlia diceva:—«Mamma, voi mi bruciate.»—La gli diceva:
—«La mia figlia non sei tu. «La mia figlia è andata a marito, «Con sette anella in dito.»—
E lei seguitava a dire:—«Mamma, voi mi bruciate.»—E lei rispondeva:
—«La mia figlia non sei tu. «La mia figlia è andata a marito, «Con sette anella in dito.»—
Ha seguitato a buttar acqua bollente insin in quanto non è stata estinta. Quando non ha sentito più parlare è andata giù a volerla levare. Credeva che la fussi la sua figliastra; e invece era la sua figlia. Non sapeva come fare per dillo a suo padre. L'ha vestita, l'ha portata in casa, l'ha messa a sedere sopra una seggiola, sopra alla porta di casa, con la rocca allato, figurando di filare. Arrivando a casa suo padre, era sull'uscio di casa a sedere sopra la seggiola. Suo padre ha detto:—«Cosa fai costì a sedere? Sei sempre a dormire! tu non lavori mai?»—Appena che lui gli ha toccata una mano, è caduta in terra. La sua madre s'è messa a gridare, dicendogli che lui gli aveva ammazzata la figliola. S'è radunato di molta gente. Suo padre l'avevan fatto carcerare; ma avendo scoperto i' delitto di sua madre, in breve tempo l'hanno fatta fucilare. Prima hanno fatto carcerare lui e poi hanno fatto morire lei. La Cenerentola s'ha goduto i' suo marito; divenne Principessa. Se ne stiedero e se ne goderono e a me nulla mi dierono.
NOTE
[1] Variante della fiaba precedente. Sarà superfluo fare osservare la simiglianza della prima parte di questa versione, dove si tratta d'incombenze impossibili ad eseguirsi, con un episodio della storia di Psiche, che si ritrova anche in una delle novelle del _Pentamerone_? E la storia di Psiche non era forse una _favola milesia_, una fiaba, un _cunto_, una novella popolare insomma? Vedi, per quest'incarichi assurdi, anche la _Prezzemolina_, nella presente raccolta, ed appo il PITRÈ (_Op. cit._) XV _Lu Re di Spagna_ e XVII _Marvisia_.
[2] _Con più_, corruzione evidente di _com' più_, _come più_, _quanto più_; adoperata anche dal SACCENTI, Rime, II, 9. Del resto anche in Milanese si adopera così, p. e. _Compù_ (o _Con pu_) _el mangia, compu el sta mal_, più mangia, peggio sta.
[3] Nel libro intitolato Ét_udes_ | _sur_ | _Aristophane_ | _par_ | _M. Émile Deschanel_ | _Ancien Maître—de—Confèrences à l'École Normale supéríeure_, || _Paris_ | _Librairie de L. Hachette et C.ⁱᵉ_ | _Boulevard Saint—Germain, N.º 77_ | _1867_ | _Droite de propriété et de traduction réservés_; v'è un paragone interessante desunto da questa fiaba: _Vous rappelez—vous ce conte de fées, où deux jeunes filles, deux sœurs, toutes les fois qu'elles ouvrent la bouche, en laissent échapper, l'une des fleurs, des perles et des pierreries; l'autre des vipères et des crapauds? De ces deux jeunes filles, faites—en une seule, dont la bouche répandra tout cela pêle—mêle: c'est la Muse d'Aristophane._
XV.
LA BELLA CATERINA[1]