La novellaja fiorentina Fiabe e novelline stenografate in Firenze dal dettato popolare

Part 2

Chapter 22,109 wordsPublic domain

Voi sapete che da molti anni io raccolgo con diligenza i prodotti della fantasia popolare italiana in qualsivoglia dialetto: canti, racconti, proverbî. Mi avete visto stenografare anche in casa vostra le novelline narrate dalla Giovannina e dalla Peppina; anzi m'avete ajutato a far meno male. Ora, io vi offero un gruzzoletto di fiabe e facezie fiorentine. Le ho poste in carta con sommo zelo, tali e quali uscivan di bocca a qualche cechino, a qualche vecchietta, a qualche balia, a qualche nonna, usa ad intrattener con esse i nepotini. Ho esagerata l'esattezza, segnando persin le esclamazioni e gl'intercalari viziosi, persino i foderamenti di parole; non supplendo le lacune; non correggendo gli spropositi evidenti, come quando, per esempio, la novellaja adoperava _vittima_ nel senso di carnefice, tormentatore (forse storpiando _pittima_) ed asseriva la _Verdea_ essere cosa mangereccia. Insomma non ho mutato od ommesso od aggiunto, nulla, nulla, nulla: fate conto d'ascoltare proprio il dettato di chi è nato all'ombra del cupolone di Brunellesco. Le differenze notevoli di stile dipendono dalle diversità di sesso, di età, di carattere, di educazione, di condizion sociale in chi narrava. E lasciatemelo dire, le persone più colte son generalmente quelle che peggio raccontano queste ingenue novelle tradizionali.

Un mio buon amico, il prof. avv. Gherardo Nerucci, ha voluto dar pregio a codesta pubblicazione ch'è qui, comunicandomi sette fiabe da lui raccolte e scritte, come vedrete, stupendamente; ma non già stenografate al pari delle mie, tali e quali venivan narrate. Ed il Nerucci vuole che vi sia ricordato il motto popolare:

La novella 'Un—n è bella Se sopra 'un ci si rappella;

cioè, se il narratore non la frangia con invenzioni proprie.

Sottopongo senza palpiti il mio lavoro alla censura della mamma: vi sarà forse qualche goffaggine da condonarsi ad una povera ciana; ma di sconcio, di pericoloso non ci so veder niente, nientissimo. La convenienza di siffatti racconti alle menti infantili è dimostra dal venir essi da parecchi millenni tradizionalmente trasmessi di generazione in generazione. E non v'ha Italiano cui tali storielle non venisser narrate durante la puerizia nel vernacolo natìo; che non vi riannodi sante memorie, reminiscenze carissime.

Queste favole, se convengono all'infanzia, sono anche oggetto di ricerche scientifiche, epperò mi diedi a raccoglierne. Sendo il più le fiabe retaggio comune degli Ariani tutti, avrei forse dovuto notare minutamente i riscontri e le differenze di lezioni tra le mie e l'altre già pubblicate e risalir fino ai simboli ed ai miti che in parecchie pajon contenersi davvero. Similmente potrei tesservi la storia delle raccolte analoghe o congeneri e de' lavori letterarî che hanno accattato il tema dalle fiabe popolari: parlarvi di Giambattista Basile (Gian Alesio Abbattutis), di Pompeo Sarnelli (Masillo Reppone), dello Straparola, del Perrault, del Musäus, de' fratelli Grimm, eccetera; d'italiani, di tedeschi, di francesi, di slavi, eccetera; delle _Fiabe_ del Gozzi, del _Malmantile riacquistato_ di Lorenzo Lippi (Perlone Zipoli), di molte _féeries_ francesi, del _Don Silvio di Rosalba_ del Wieland, di parecchi drammi del Platen, del Tieck, eccetera; e poi di nuovo del _Panciatantra_, del _Pentamerone_, della _Posillecheata_, dei _Contes de ma mère l'Oye_, dei _Volksmärchen der Deutschen_, degli _Haus—und—Volksmärchen_, eccetera. Ma di ciò parlan tanti volumi! e sarebbero erudizioni così facili! e se n'è fatto tanto abuso! Ed a vojaltre cosa importa? Ora, attenendomi a ciò solo che può gradirvi od interessarvi, io voglio provarvi che affetto per voi, desiderio di divertirvi, non vaghezza di lode altrui, e nemmen zelo per la scienza, mi ha stimolato a procacciare questa stampa. Nondimeno aggiungerò in nota sulle bozze di stampa, sulle strisce, sugli stamponi, sulle pruove di torchio, via, que' riscontri letterarî italiani che per ciascuna novella mi sovverranno. Ma solo gl'italiani, e fra gl'italiani, quelli soli che mi sovverranno senza fatica e studio: non mi alzerò dalla seggiola per riscontrare alcun volume.

Avvertite che ho ridotte alle forme corrispondenti della lingua italiana, nobile ed aulica, di quella lingua che parliamo voi ed io, tutte le storpiature idiomatiche fiorentine. Ho lasciato _suo_ per _loro_; e _gli_ non solo pel plurale d'ambo i generi, ma eziandio pel femminile, come è regola nel vernacolo di Firenze, confortata od avvalorata da non pochi esempi classici. Ve ne prevengo a scanso di confusione ed acciò da una banda non si perturbino le vostre idee grammaticali, e dall'altra non crediate che veramente in Firenze non ci sia vernacolo e si pronunzino le parole nella forma aulica e senza smozzicatura alcuna, come c'è chi vorrebbe far credere.

Gradite e compatite la povera offerta, care le mie fanciulle: e vogliate un po' di bene al vostro

IMBRIANI.

NOVELLA I.

L'ORCO[1].

C'era una volta marito e moglie che avevano tre figliole: poeri poeri poi erano. Ma per mangiare dissero a una di queste bambine:—«Vai nel giardino dell'Orco[2] a pigliare un po' di cavolo.»—E una di queste bambine andiede a prendere il cavolo. Quando ha preso il cavolo si sente dire:—«Dove tu vai?»—«Se il babbo e la mamma»—dice—«m'hanno mandato a pigliare un po' di cavolo! Siamo tanto poeri!»—«Vien su; tu starai bene.»—Dice:—«O per via della mamma e del babbo no davvero!»—L'Orco insisteva perchè venisse. E poi la bambina salì su; e per la quale l'Orco gli dà tre palle d'oro, E la conduce a girare tutta la casa e gli dice:——«Padrona di tutto, fuori che di questa stanza.»—L'Orco va via dopo; e rimane la bambina e dice:—«Che ci sarà egli in questa stanza?»—Ah! la curiosità la spinge, l'apre: non c'era niente, gua', altro che un armadio. Ehn? L'apre, e gli va di sotto una di quelle palle, che gli aveva dato l'Orco. Disperata, più che la lavava, eh gua'! sempre l'istessa, anzi più brutta. Torna l'Orco. Dice:—Dove sono le palle che t'ho date?»—E la poverina le fa vedere.—«Ah briccona!»—dice l'Orco. La prende per un braccio e la butta di sotto da quest'armadino dov'era andata la palla. Non fa discorsi, che! Si vede che quest'armadio era un pozzo dove ci buttava l'Orco tutte le creature. Venghiamo a' genitori che mandano a cercare questa bambina per quell'altra sorella, disperati. E la chiama, chiama; il panierino c'era nel giardino, ma la bambina non v'era, perchè era morta, l'Orco l'avea buttata di sotto. Sentendo così chiamare e piangere, s'affaccia l'Orco e dice:—«Cos'hai, bambina?»—Eh la mia sorella,»—dice—«era mandata a prendere il cavolo...»—e gli fa tutta la spiegazione.—Vien su!»—gli dice l'Orco—: «tu starai bene.»—Gli dice l'istesso come aveva detto a quell'altra. Sta bambina la va su, già! E lui gli dà le stesse tre palle, come sopra, gli dice l'istesse parole:—«Padrona di tutto, fuori che di qui.»—Quando l'è andato via segue l'istesso: la si affaccia e gli cade la palla. Quella bambina era disperata più che mai; la piangeva; aveva pensiero de' genitori. E così tanto disperata si mette a lavare, e gli vien di su come a quell'altra, anche più inzuppata di sangue. E così l'Orco che torna e vede la palla peggio:—«Oh! briccona!»—gli fa:—«Vieni! vieni!»—La prende e la butta di sotto come quell'altra, nell'istesso dove le aveva detto che non ci andasse. Veniamo ora parimenti a' genitori: disperati gua'! Mandarono l'ultima bambina:—«Vai te a farci questa carità; a sentire quel che n'è delle tue sorelle.»—La va nel giardino, la trova i panierini, ma le bambine non ci erano. Si mette a urlare: la le chiamava per nome. S'affaccia l'Orco e gli dice:—«Che vuoi? Vien su: tu starai bene.»—Questa bambina:—«Ah! non ci sarebbe male! C è il babbo e la mamma inconsolabili di dolore che urlano! Ah bisogna che vada a casa.»—«Vien su!»—dice—: «tu starai bene: poi ti manderò a casa.»—Questa bambina la sale. E gli dà le solite tre palle d'oro, e dice:—«Padrona (come ti ho detto) tu vedi, di tutto; fuori che di questa stanza.»—Ma quando l'Orco è andato via, questa bambina che era più furba, la prende le palle e le ripone prima di entrare nella stanza. Era più furba delle sorelle e la seppe fare. L'apre la stanza e dice:—«Sciocco! o che c'è in questa stanza?»—E vede quest'armadino; la l'apre e sente:—«Oohn! oohn!»—«Chi c'è»—dice—«costaggiù?»—«Siamo due bambine!»—dice.—«Ci han mandato il babbo e la mamma a prendere il cavolo!»—Le fanno tutto.—«E l'Orco ci ha chiamate, ci ha date tre palle, e una la c'è caduta affacciandoci. E lui quando è torno che ha veduto sciupata la palla, ci ha buttato di sotto.»—Ahn poverine!»—dice—«Voi siete le mie sorelle! Ahn poverine!»—Disperata, cerca delle funi, perchè queste bambine s'imbrachino e la le tira su. E così che lei dopo la le mise in una stanza segregata, che l'Orco non se n' avvedesse. La gli prepara da mangiare, la le custodisce e poi lei la vien via. Prende le sue palle e si mette ad aspettare l'Orco. E così l'Orco che torna:—«Dove sono le palle?»—«Eccole!»—dice.—Oh brava!»—dice—«Ora ti voglio bene. E starai sempre bene.»—Dunque tutti i giorni lui andava fuori e lasciava lei sempre. E lei, l'andava a custodir le sue sorelle. Venghiamo un giorno. Gli dice l'Orco:—Tu non sai? Io non mojo mai.»—Lascio dire che dolore ha la ragazza. Come aveva da fare ad andare da su' padre e con quelle sorelle? Ma non gnene diede a divedere all'Orco.—«come mai?»—dice.—«Perchè la mia anima è in un guscio d'ovo[3].»—Lei ha dolore, ma non lo mostra: ed invece lei la gli dice:—«Oh bella cosa che voi non moriate mai! Quanta felicità per me!»—Un giorno la si mette malinconica, senza mangiare, senza far niente.—«O cos'hai?»—dice l'Orco—«che non mangi?»—«Ho quel ch'i' ho. Voi mi dicesti che voi non morite mai. Ma non è possibile,»—dice—«subito che l'ovo un po' di sudiciume vi sarà drento; che sarà quello che vi farà morire. Io bramerei di vederlo, se sarà sudicio o pulito per la quale. Bramo di vedere: quando s'è visto, son più tranquilla, gua'!»—«Ah briccona!»—dice—Tu mi vuoi tradire!»—gli dice l'Orco.—«Ah vi pare? A voi? Un benefattore a questo punto, ch'io voglia tradirlo? Ora? Impossibile!»—Insiste, insiste: quest'omo viene e gli fa vedere l'ovo; e lo teneva strinto lui nella mano perchè ella non lo toccasse. E mentre lei lo guarda—«Il sudiciume?»—dice.—Guardate se v'è li? Guardate quello scuro se c'è lì drento? che sarà quello che vi farà morire.»—Lui dice:—«Indove?»—lui.—«Ecco lì, non lo vedete?»—In mentre fa:—«Eccolo lì»—che la dice; la gli dà una spalmata, cade l'ovo e l'Orco riman morto. Ahn, quand'egli è morto, la corre dalle sorelle e dice:—«Venite via, bambine; chè io ho ammazzato l'Orco. Ora siamo felici.»—Così fanno una bella buca nell'orto, una buca grande e lo sotterrano. Poi prendon le chiavi di casa, serrano e vanno in traccia de' suoi genitori. E vanno e gli raccontano tutto il caso, preciso come gli era seguito. Questi genitori, potete credere, la contentezza di veder le bambine! che di poere, bisogna dire, l'eran divenute ricchissime, perchè l'Orco era tanto ricco e rimase tutto a loro. Andiedero alla casa dell'Orco, apersero, e divennero padrone di tutta quella ricchezza e vissero e se la godettero e in pace sempre stettero.

NOTE

[1] Confronta con le altre Novelle di questa raccolta, intitolate: _Il contadino che aveva tre figlioli_; _Gli assassini_; _Le tre fornarine_. Vedi tra le _fiabe popolari veneziane raccolte da Domenico Giuseppe Bernoni_ quella intitolata: _El Diavolo_. Il Liebrecht in un articolo sulla prima edizione di questa _Novellaja_ nel Num. 42 (1871) degli _Heidelberger Jahrbücher der Literatur_, annota che questa fiaba—«gehört in den Kreis der Blaubartmärchen, über welchen s. Svend Grundtvig _Danmarks Gamle Volkeviser_ zu No 183 _Kvindemorderen_, oder meine Anzeige in der _Gött. Gelehr. Zeit._ 1869. S. 1968.»—Confronta in PITRÈ, _Nuovo saggio di Fiabe e Novelle popolari siciliane_, quella intitolata: _La manu pagana_; in PITRÈ, _Fiabe, Novelle, Racconti ed altre tradizioni popolari siciliane_, il conto detto _Lu Scavu_; appo la GONZENBACH, _Sicilianische Märchen_, la storia di _Ohimè_ (_Die Geschichte von Ohimè_).

[2] «Questa è una bestia immaginaria, inventata dalle balie per fare paura a' bambini; figurandola un animale, specie di fata, nemico de' bambini cattivi.... Questo nome però viene dall'antica superstizione de' Gentili, i quali chiamavano _Orco_ l'Inferno. VIRGILIO, _Eneide_, Libro VI.... _primisque in faucibus Orci_. Ed intendevano per _Orco_ anche _Plutone_, quasi _Urgos_ o _Uragus, ab urgendo_, perchè egli sforza e spinge tutti alla morte. E perciò dalle madri e nutrici, per fare paura alli loro bambini, si dice che l'Orco porta via: il che viene dai Gentili, che pigliando _Orco_ per la _Morte_, lo chiamavano _inesorabile e rapace_. ORAZIO, Ode XVIII, libro II. _Nulla certior tamen, Rapacis Orci fine destinata_.»—Così ingenuamente e secondo la dottrina del tempo è detto nelle _Annotazioni al Malmantile_. Cantare II, stanza L.

[3] Cf. con l'annotazione ad un luogo dell'altra fiaba XXII di questa raccoltina, ch'è intitolata: _Zelinda e il mostro_.

II.

IL CONTADINO CHE AVEVA TRE FIGLIOLI[1].