La lega dei giovani

Part 4

Chapter 43,710 wordsPublic domain

STENSG. Con molto piacere; mi sento in vena questa sera. (_La raggiunge in fondo al salone: parlano assieme e fanno i preparativi_).

ERIK (_a bassa voce_). Dite un po’ signor Hejre, che cos’ha raccontato mio padre adesso? Ma che cosa voleva dire quel discorso di Stensgard ieri?

HEJRE. Eh, eh! non lo sapete?

ERIK. No, mia moglie ed io, con alcuni amici, siamo andati al ballo del Circolo. Ma mio padre mi disse che Stensgard s’è già urtato con quelli di Storli, e che è stato molto villano verso Monsen.

HEJRE. Verso Monsen? Ma voi avete capito male, senza dubbio, caro mio.

ERIK. Può darsi: con tanta gente che chiacchierava intorno a noi. Ma quello che però ho capito bene si è che....

HEJRE. St! abbiate pazienza: la storiella la troverete in lungo e in largo domattina sul giornale d’Aslaksen. Ve la serviranno a colazione, come antipasto. (_Si allontana_).

BRATSB. E così, caro Lundestad, quest’ubbìa non vi è ancora passata dalla mente?

LUND. Eh, non è un’ubbìa. Quando ci si vede in pericolo d’esser soppiantati, bisogna almeno cavarsela coll’onore delle armi.

BRATSB. Queste sono frasi! Chi pensa a soppiantarvi?

LUND. Hum! Sono un vecchio pilota, io: capisco subito da che parte spira il vento: c’è della burrasca in aria.... Ho già il mio sostituto; l’avvocato Stensgard è disposto....

BRATSB. L’avvocato Stensgard?

LUND. Sì, non era cosa intesa? Quando mi avete detto che bisognava proteggerlo e incoraggiarlo, non volevate forse dire che egli dovesse prendere il mio posto?

BRATSB. Io pensavo solamente alla lotta che avrebbe dovuto sostenere contro quegli intriganti di Storli....

LUND. Ma in che modo avevate voi la certezza che Stensgard l’avrebbe rotta con quella gente?

BRATSB. Mio caro, egli ha dato prova di grande sincerità ieri sera.

LUND. Ieri sera?

BRATSB. Sì, quando ha parlato della perniciosa influenza di Monsen.

LUND. (_sorpreso_). Di Monsen?

BRATSB. Sì; è stato anche un po’ troppo energico, insolente anzi: l’ha chiamato sacco di scudi, e drago e basilisco, e che cosa d’altro.... Ah sì, era divertentissimo!

LUND. Ah, vi pare?

BRATSB. Non vi nascondo, Lundestad, che quella sortita mi ha fatto piacere: cosicchè noi adesso dobbiamo sostenerlo: capirete dopo un attacco così violento....

LUND. Come quello d’ieri sera?

BRATSB. Sì.

LUND. Alla festa?

BRATSB. Sì, alla festa.

LUND. Contro Monsen?

BRATSB. Sì, contro Monsen e i suoi satelliti, che adesso vorranno vendicarsi, si capisce.

LUND. (_con aria convinta_). Sì, bisogna sostenere il signor Stensgard, è naturale.

DORA. Papà, vieni a giocare.

BRATSB. Oh bimba mia, che strana idea!

DORA. Ma sì, vieni: anche Selma lo desidera.

BRATSB. Allora bisogna ubbidire. (_Piano_) Povero Lundestad! Si fa proprio vecchio: figurati che non ha neanche capito quello che Stensgard diceva ieri....

DORA. Vieni, vieni, si comincia a giuocare. (_Lo conduce via_).

ERIK. Signor Hejre, voi sarete il giudice dei pegni.

HEJRE. Ecco la mia prima carica in questo basso mondo!

STENSG. È a conto dei vostri frequenti rapporti colla giustizia, signor Hejre.

HEJRE. Oh! miei giovani amici, io mi piglierò il gusto di condannarvi tutti in una volta.... vedrete!

STENSG. (_avvicinandosi a Lundestad_). Avete parlato con Sua Eccellenza: vi ha detto niente di me?

LUND. Sì, a proposito dell’incidente di ieri sera.

STENSG. Diavolo!

LUND. Egli trova che siete stato insolente!

STENSG. Ha mille ragioni.

LUND. Voi potreste forse riparare a ciò.

ERIK. Signor Stensgard, tocca a voi!

STENSG. Eccomi! (_Rapidamente_) Come fare?

LUND. Se l’occasione si presenta, fate al signor ciambellano le vostre scuse.

STENSG. Sì, sì, va bene.

SELMA. Presto, presto!

STENSG. Eccomi, eccomi, cara signora. (_Il giuoco continua in mezzo a ripetute risate. Alcune persone d’età giuocano alle carte. Lundestad siede a sinistra. Hejre è vicino a lui_).

HEJRE. E quel bellimbusto che pretende che io abbia avuto dei rapporti colla giustizia!

LUND. Ah, non si può negare; è proprio un insolente!

HEJRE. E in grazia di ciò, bisogna vedere quante feste gli fanno qui: par impossibile, come lo temono!

LUND. No, no, non lo temono affatto: Bratsberg crede che il discorso di ieri fosse rivolto a Monsen.

HEJRE. A Monsen? Che pazzia!

LUND. È proprio così. Ringdal e la signorina Dora glielo hanno fatto credere.

HEJRE. E allora egli va a trovarlo e lo invita a pranzo! Ah in fede mia, questa è magnifica! Ah, ma vi assicuro però che non posso tacere.

LUND. No, vi prego, non dite niente. Bratsberg è vostro amico d’infanzia, e sebbene si sia mostrato qualche volta un po’ duro verso di voi....

HEJRE. Eh, eh! gli renderò la pariglia con usura!

LUND. Badate: egli è potente: non si scherza col leone!

HEJRE. Bratsberg un leone! Oh egli è ignorante, e io no. Oh che allusioni piccanti, che pettegolezzi fioriti, che frasi mordaci m’ispirerà questo fatterello! quando il mio processo sarà bene avviato...

SELMA (_a Hejre_). Signor giudice, che penitenza deve fare colui al quale appartiene questo pegno?

ERIK. (_a Hejre, senza farsi osservare_). È di Stensgard: trovate qualche cosa di divertente.

HEJRE. Questo pegno? Lasciatemi un po’ vedere. Bene: egli dovrebbe.... basta! Che faccia un discorso!

SELMA. Signor Stensgard! signor Stensgard, tocca a voi.

STENSG. Oh, vi prego, dispensatemi: ho già parlato abbastanza male ieri.

BRATSB. Benissimo, invece, signor Stensgard. Me ne intendo un pochino anch’io, sapete, di eloquenza!

LUND. (_ad Hejre_). Diavolo! Basta che non gli venga in mente adesso di ritrattarsi!

HEJRE. Ritrattarsi? Eh, eh, benissimo! Una magnifica ispirazione. (_Piano a Stensgard_) Se avete parlato male ieri, voi potreste ritrattarvi oggi.

STENSG. (_colpito da un’idea subitanea_). Lundestad, ecco l’occasione che si presenta!

LUND. (_allontanandosi_). Vi raccomando, un po’ di strategia. (_Cerca il suo cappello e lentamente esce_).

STENSG. Ebbene, sì: farò un discorso.

LE SIGNORE. Bravo, bravo!

STENSG. Alzate i vostri bicchieri, signore e signori. Voglio farvi un discorso che incominci con una favola: l’ambiente è così grazioso e geniale, che la musa della poesia aleggia intorno a me.

ERIK. (_alle signore_). Sentite, sentite! (_Bratsberg prende il suo bicchiere e sta in piedi vicino alla tavola da giuoco. Ringdal, Fieldbo, e qualche altro, arrivano dal giardino_).

STENSG. Un bel giorno di primavera un cuculo se ne venne svolazzando nella valle: sapete.... il cuculo è un uccello che porta fortuna. Nel bosco fiorito tutti gli uccelli erano in festa; e in amichevoli gruppi se ne andavano cantando gli uccelli domestici e gli uccelli selvatici. Le galline arrivavano pigolando; le oche gracidando; quand’ecco dal pollaio discende un grosso tacchino pettoruto, rumoroso, che faceva la ruota, batteva le ali, si gonfiava, e pareva dire nel suo linguaggio: «Io sono il re di Storli!...»

BRATSB. Delizioso! Sentite!

STENSG. Fra gli altri uccelli c’era pure un vecchio picchio. Appoggiato a un tronco d’albero, egli si mise a cinguettare, a gridare, a picchiare qua e là il suo lungo becco, per far uscire le formiche ed altri insetti, che dovevano servire al suo pranzo: dovunque si sentiva il suo pick, pick. Era lui.

ERIK. Domando scusa.... non era forse una cicogna?...

HEJRE. Silenzio!

STENSG. Era proprio un picchio. La riunione, che cominciava ad animarsi, divenne ben presto rumorosa, quando tutti ebbero trovato un personaggio al quale dirigere il loro cinguettìo: si strinsero gli uni vicini agli altri, e cip, cip, cip, si misero a cinguettare con quanto fiato aveano in gola: tosto il giovane cuculo si unì a loro, e l’allegro coro seguitò per un pezzo.

FIELDBO (_piano a Stensgard_). Ma in nome di Dio, smetti!

STENSG. Ma il personaggio di cui si trattava era un’aquila che aveva scelto a sua pacifica dimora una roccia solitaria. Tutti l’avevano contro di lui: «È il terrore del vicinato» diceva un brutto corvo.... Ma in quel momento l’aquila, dall’alto del suo eremo, spiccò un volo maestoso, discese nella valle, e, preso il giovane cuculo, se lo portò con sè nel suo dominio. Lievemente l’uccellino fortunato volò dalla pianura meschina a quell’altezza dov’è la pace, dov’è il sole; e di lassù imparò a disprezzare il chiocciar dei pollai, e le terre infruttuose.

FIELDBO. Conclusione, conclusione, musica!

BRATSB. Silenzio! Non interrompete!

STENSG. (_a Bratsberg_). Signore, la mia storia è finita; e davanti a questa eletta società, vi porgo le mie scuse per l’incidente di ieri sera.

BRATSB. (_facendo un passo indietro_) A me?

STENSG. E i miei ringraziamenti per la nobile maniera con cui vi siete vendicato. Signore, signori, un evviva a Sua Eccellenza il ciambellano Bratsberg!

BRATSB. (_vacilla e s’appoggia alla tavola_). Vi ringrazio, signor avvocato.

GLI INVITATI (_tutti un po’ imbarazzati_). Evviva, evviva!

BRATSB. Signore, signori!... (_Piano_). Dora!

DORA. Padre mio!

BRATSB. Dottore, dottore, che cosa avete fatto?

STENSG. (_col bicchiere in mano, raggiante di gioia_). Ed ora ripigliamo i nostri posti. Fieldbo, entra anche tu nella Lega dei giovani. Tutto va a gonfie vele!...

HEJRE (_sul davanti a sinistra_). Ah sì, eh? Proprio a gonfie vele?!

(_Cala la tela_).

ATTO TERZO.

Un’anticamera elegante con ingresso dal fondo. A sinistra una porta che dà nello stadio di Bratsberg. Un po’ più in là una porta che mette nel salone, ed un’altra che mette nel gabinetto dell’amministratore delle ferriere. Dirimpetto al gabinetto una finestra.

SCENA PRIMA.

=Bratsberg, Dora.=

BRATSB. Ecco le conseguenze di questo commedia: dispiaceri e lagrime.

DORA. Ah, quando mai abbiamo conosciuto quel malaugurato Stensgard!

BRATSB. Di’ piuttosto quel malaugurato Fieldbo!

DORA. Fieldbo?

BRATSB. Sì, Fieldbo. Non è lui che m’ha ingannato?

DORA. No, caro papà, sono io.

BRATSB. Tu? Tutti e due allora! Tutti e due d’accordo contro di me! Oh è molto corretto, tutto ciò!

DORA. Oh, papà! Se tu sapessi!

BRATSB. Lo so, lo so.... ne so fin troppo!

SCENA II.

=Detti e Fieldbo.=

FIELDBO. Buon giorno, signor Bratsberg: buon giorno, signorina.

BRATSB. Ah, siete voi, uccello di cattivo augurio?

Fieldbo. Eh, in verità, è stato proprio un incidente spiacevolissimo.

BRATSB. (_guardando dalla finestra_). Vi sembra, eh?

FIELDBO. Spero bene che avrete osservato come io abbia sempre tenuto d’occhio Stensgard ieri sera. Sfortunatamente quando vidi che si facevano i giuochi di società, pensai che non vi potesse esser più alcun pericolo!

BRATSB. (_battendo il piede_). Esser messo in berlina da un simile rompicollo! Che cosa avranno pensato i miei invitati? Che ho voluto scioccamente comperare quell’uomo, quel.... quel.... come lo chiama Lundestad?

FIELDBO. Ma....

DORA (_senza esser veduta da suo padre_). St!

BRATSB. (_dopo un breve silenzio, a Fieldbo_). Ma ditemi un po’ francamente, dottore; io sono forse più sciocco della maggioranza degli uomini?

FIELDBO. Ma come potete farmi una domanda simile?

BRATSB. Eppure, come va che io sono stato forse l’unico a non capire che quel maledetto discorso era rivolto contro di me.

FIELDBO. Ma.... forse perchè voi non vedete la vostra situazione in faccia al paese cogli stessi occhi del rimanente della popolazione.

BRATSB. Io la vedo, come il defunto mio padre la vedeva: e nessuno ha mai osato fargli una simile villania.

FIELDBO. Scusate: vostro padre è morto verso il 1830.

BRATSB. Sì, e molte cose sono cambiate da allora: del resto, la colpa di ciò che è accaduto è anche un po’ mia: mi sono mischiato un po’ troppo al popolo. Ed è perciò che mi hanno poi messo assieme al proprietario Lundestad!

FIELDBO. Permettetemi, ma questo non mi sembrerebbe poi un gran disonore!

BRATSB. Lasciamo stare. Voi sapete che io non do grande importanza ai titoli di nobiltà, ma ciò che onoro sopra tutto, e che voglio sia onorato dagli altri, è l’onestà che è ereditaria nella nostra famiglia. Quando si prende parte, come Lundestad, alla vita pubblica, ci si trova spesso coinvolti in pasticci, in affari dubbi; e allora si perde la propria indipendenza d’opinioni e di condotta. Perciò Lundestad deve talvolta rassegnarsi alle loro insolenze; ma io non c’entro affatto con loro, io non m’immischio di nulla; che mi lascino in pace!

FIELDBO. Eh, eh, non v’immischiate di nulla.... no.... però avete trovate quelle insolenze spiritosissime, fino che le credevate dirette a Monsen.

BRATSB. Non pronunciate il nome di Monsen qui. È lui che ha demoralizzato il paese; e che, disgraziatamente, ha fatto girar la testa al mio signor figlio.

DORA. Erik?

FIELDBO. A vostro figlio?

BRATSB. Sì. Che bisogno aveva egli d’ingolfarsi in speculazioni commerciali?

FIELDBO. Ma, caro signore, bisogna bene ch’egli viva; e....

BRATSB. Se avesse un po’ di giudizio, se facesse un po’ di economia, non potrebbe egli vivere benissimo con quello che ha da parte di sua madre?

FIELDBO. Forse potrebbe vivere: ma che scopo avrebbe allora la sua vita?

BRATSB. Che scopo? Egli ha studiato legge, che si dedichi all’avvocatura.

FIELDBO. Sarebbe contrario alle sue inclinazioni: e poi non ci si può fare una clientela, così, da un giorno all’altro. Le vostre sostanze le amministrate voi stesso, senza l’ingerenza di nessuno. Vostro figlio non ha bambini che gli diano pensiero; d’altra parte ha veduto della gente farsi, con niente, una sostanza di mezzo milione....

BRATSB. Mezzo milione? Ma che, neanche la metà. Del resto non si accumula mezzo milione e nemmeno cento mila lire colle mani pulite, caro dottore. Non è questa, lo so bene, l’opinione della gente; anzi tutti applaudono e incoraggiano; ma la coscienza.... Mio figlio non può dedicarsi a nessun commercio di questo genere: state sicuro, il negoziante Bratsberg non guadagnerà mai mezzo milione!

SCENA III.

=Detti= e =Selma=.

SELMA. Mio marito non è qui?

BRATSB. Buon giorno, figlia mia, cerchi tuo marito?

SELMA. Sì, m’aveva detto che sarebbe venuto qui stamattina; è venuto poi il signor Monsen, e....

BRATSB. Monsen? Ma adesso Monsen viene in casa nostra?

SELMA. Sì, qualche volta, per affari; ma che cos’hai, cara Dora? Hai pianto?

DORA. Oh, non è nulla.

SELMA. Sì, sì! A casa, Erik era di cattivo umore; qui mi par la stessa cosa. Ma ditemi, c’è qualche cosa?

BRATSB. Nulla che ti riguarda, in ogni caso. Tu sei troppo delicata, piccina mia, per portar certi pesi! Andate nel salone, figlie mie. Se Erik ha detto che veniva, verrà sicuramente.

SELMA (_a Dora_). Andiamo! E tu difendimi dalle correnti d’aria. (_Cinge la vita di Dora_) Ma sai, cara Dora, che io potrei stritolarti! (_Escono_).

BRATSB. Sono già a questo punto i due speculatori! Dovrebbero anzi fondare una casa: casa Monsen e Bratsberg! Suonerebbe stupendamente! (_Bussano_) Avanti!

SCENA IV.

=Bratsberg, Stensgard, Fieldbo.=

BRATSB. (_fa un passo indietro_). Come?

STENSG. Sì, sono io, ancora, signor ciambellano.

BRATSB. Lo vedo.

FIELDBO. Ma sei pazzo, Stensgard!

STENSG. Voi vi siete ritirato presto ieri sera: quando Fieldbo m’ha chiarito le cose, voi non c’eravate già più.

BRATSB. Credete.... ogni spiegazione sarebbe ora superflua.

STENSG. Perfettamente: io so peraltro, che vi ho offeso.

BRATSB. Lo so anch’io: volete dirmi, prima che vi faccia mettere alla porta, perchè siete venuto qui?

STENSG. Sono venuto, perchè amo vostra figlia, signore....

BRATSB. Eh?! Ma che dice costui, dottore?

STENSG. Sì, voi non potete capirlo, signor ciambellano, voi che in vita vostra non avete mai dovuto lottare per niente....

BRATSB. E avete l’ardire di....

STENSG. Sono venuto a chiedervi la mano di vostra figlia.

BRATSB. Voi, voi? Ma che ne dite, dottore?

STENSG. Oh, Fieldbo mi comprenderà certo. Egli è il mio più caro amico, anzi l’unico amico che io mi abbia.

FIELDBO. No, no, caro mio; non contar più sulla mia amicizia: dopo ciò che....

BRATSB. Ah, dottore, per venirne a questo bel risultato lo avete condotto in casa mia!...

STENSG. Vostra Eccellenza non mi conosce che pei miei discorsi d’ieri, e di ieri l’altro; non basta perchè oggi io mi sento un altro uomo. I rapporti che ho avuto con voi e colla vostra famiglia, sono stati per me come una benefica pioggia primaverile. In una sola notte la semente ha germogliato: non toglietemi voi il sole che la farà prosperare. Non sono mai stato felice al mondo, sapete!

BRATSB. Ma a me importa di mia figlia!

STENSG. Oh, vedrete, come saprò farmi amare da lei!

BRATSB. Ah, voi credete! Hum!

STENSG. Sì, perchè lo voglio. Ricordatevi ciò che mi avete raccontato ieri: eravate pur malcontento del matrimonio di vostro figlio; e invece tutto è andato poi per il meglio. Profittate dell’esperienza del passato, come ha detto Fieldbo.

BRATSB. Ah, era questa la vostra idea?

FIELDBO. No.... affatto.... permettetemi di parlar da solo un momento con lui.

STENSG. Ma che! Non ho nulla da dire a te! Signor ciambellano, dimostratevi un uomo di cuore e di spirito. Una famiglia come la vostra ha bisogno di nuove alleanze; senza di questo, la razza s’abbrutisce, credetemi.

BRATSB. Ah, ma questo è troppo!

STENSG. Un momento: non inquietatevi subito. Rinunciate ai vostri pregiudizi di nascita: al giorno d’oggi, che cosa vale un titolo? Quando mi conoscerete meglio, troverete in me un amico sincero e devoto, e sarete felice di considerarmi della vostra famiglia.

BRATSB. Ma che vi sembra di tutto ciò, dottore?

FIELDBO. Io penso che è una cosa pazza.

STENSG. Per te sarebbe una pazzia; ma per me no. Io ho una missione da compiere al mondo, e non mi lascio, no, intimorire nè dalle grandi frasi, nè dalle minaccie.

BRATSB. Signor avvocato, quella è la porta!

STENSG. Voi mi scacciate?

BRATSB. Uscite!

STENSG. Rifletteteci, signor ciambellano.

BRATSB. Uscite, uscite, vi dico. Voi siete un cavalier d’industria e un.... un.... non mi viene la parola.... Ecco ciò che voi siete!

STENSG. Che cosa sono?

BRATSB. Un.... un.... la parola non mi viene sulle labbra.... uscite!

STENSG. Guai a voi, se vi mettete sulla mia strada, guai a voi!

BRATSB. E in che posso temervi?

STENSG. Io vi perseguiterò, vi attaccherò sui giornali, vi calunnierò, intaccherò il vostro onore, e ne troverò il mezzo. Voi sanguinerete sotto la mia sferza, e vi sembrerà che tutte le furie d’Averno sieno scatenate contro di voi. Tremerete innanzi a me, e cercherete indarno un rifugio contro la mia collera.

BRATSB. Cercatevi un rifugio per voi in una casa di salute, là vi troverete a posto.

STENSG. Ah, ah!... grazie del consiglio. Vi voglio dire soltanto questo, signor Bratsberg! La collera dell’Onnipotente sta in me: io adempio i suoi voleri, e voi vi opponete, mentre Egli mi ha destinato alle più grandi imprese. Non temete!... Del resto vedo che oggi siete troppo irritato, e sarebbe impossibile andar d’accordo. Ma quando sarete calmato, riflettete bene a quanto v’ho detto. Interrogate vostra figlia, vedrete che essa non sarà contraria: e d’altra parte come potrebbe essa trovare un marito in mezzo a tutti questi imbecilli? Fieldbo dice che essa è buona, saggia, riflessiva, saprà certo a che partito attenersi. Ho detto abbastanza. I miei rispetti, signore. Dipende da voi che io diventi il vostro devoto amico o il più fiero vostro nemico. (_Esce_).

BRATSB. Ah, questo è troppo! Non credevo che l’audacia potesse arrivare a tal segno! Qui, in casa mia, farmi una scena simile!

FIELDBO. Stensgard è il solo che abbia tanto ardire.

BRATSB. Oggi è lui; domani sarà un altro.

FIELDBO. Che si provino: saprò io come riceverli.

BRATSB. Voi? voi, che siete la causa di tutto? Quello Stensgard! È il più sfrontato mariuolo che io m’abbia mai conosciuto! Eppure.... che volete?... c’è qualche cosa in lui che mi piace.

FIELDBO. È innegabile che abbia un grande ingegno.

BRATSB. E una grande franchezza, signor dottore; egli almeno giuoca a carte scoperte, non fa come tanti altri, che....

FIELDBO. Non pensateci tanto, dimostrate una gran fermezza, è l’unica. Con Stensgard bisogna essere inflessibili.

BRATSB. Tenete per voi i vostri consigli. Persuadetevi bene; nè lui, nè nessun altro....

SCENA V.

=Bratsberg, Fieldbo, Ringdal.=

RINGD. Scusi, Vostra Eccellenza, una parola. (_Gli parla a bassa voce_).

BRATSB. Come? in casa mia?

RINGD. È venuto dalla porta in fondo, e ha chiesto con tanta insistenza d’essere ricevuto!...

BRATSB. Hum! Dottore, andate un po’ a veder che cosa fanno le signore, nel salone. C’è una persona che.... Non dite niente a Selma della visita di Stensgard; risparmiamole questo sopraccapo. Quanto a Dora, sarebbe forse meglio che anch’essa non sapesse niente.... basta.... Passate, prego. (_Fieldbo va nel salone. Ringdal è rientrato nel suo gabinetto_).

SCENA VI.

=Bratsberg, Monsen.=

MONSEN. Vi chiedo scusa, signore.

BRATSB. Avanti, avanti! Che cosa desiderate?

MONSEN. Non posso dirvelo così subito. Per conto mio veramente possiedo tutto ciò che potrei desiderare.

BRATSB. È una bella cosa, eh?

MONSEN. Sono stato fortunato: sono riuscito a ciò che volevo; ne ho fin troppo, quasi!...

BRATSB. Me ne congratulo con voi, e con altri.

MONSEN. E se potessi offrire la mia servitù alla signoria vostra....

BRATSB. A me?

MONSEN. Ascoltatemi. Cinque anni fa, quando i boschi del comune furon messi all’incanto, voi avete alzati i prezzi.

BRATSB. Sì, e voi più di me, tanto che vi furono aggiudicati.

MONSEN. Voi potrete acquistarli oggi, dopo le migliorie che ci sono state fatte.

BRATSB. Dite piuttosto che sono stati tagliati in modo vergognoso.

MONSEN. Hanno un grande valore ugualmente: e, con un po’ di cura, fra qualche anno....

BRATSB. Grazie tante. Mi dispiace, ma non posso occuparmi di quest’affare.

MONSEN. Eppure sarebbe un bell’affare, vedete, signor Bratsberg; per conto mio, a dirvi il vero, ho in vista una grossa speculazione. È un affare che renderebbe molto, moltissimo.... qualche cosa come duecentomila corone.

BRATSB. Duecentomila! eh, non c’è male!

MONSEN. Ah, ah, non starebbe male assieme al resto! Ma, sapete, ci sarà una gran battaglia da vincere: ci vorranno delle truppe di rinforzo. Non è tanto il denaro che è necessario in queste faccende, quanto un bel nome, capite.... un nome che serva di garanzia....

BRATSB. Sì, sì, so bene che certa gente fa di questi affari..

MONSEN. Una mano lava l’altra.... Dunque, lo firmiamo questo contratto? Avrete i boschi per un prezzo minimo....

BRATSB. Non li voglio a nessun prezzo, signor Monsen.

MONSEN. Io vi ho fatto una proposta vantaggiosa; pazienza! Ma aiutate almeno me!

BRATSB. Che cosa intendete di dire?

MONSEN. Offro naturalmente la maggior garanzia, sono ricco abbastanza: guardate queste carte....

BRATSB. (_respingendo le carte_). Ma è un aiuto in denaro che volete?

MONSEN. Non denaro contante, no: solamente il vostro avallo, dietro indennizzo, si capisce, con le maggiori garanzie....

BRATSB. Ed è per farmi simile proposta che siete venuto qui?

MONSEN. Sì. (_Movimento di Bratsberg_). Signor Bratsberg, vorreste dirmi che cosa avete contro di me, perchè mi trattate sempre con tanta asprezza? Io non vi ho fatto nulla che possa dispiacervi.

BRATSB. No, ebbene ve ne dirò una, subito. Per aiutare i miei operai, io ho fondata la cassa di previdenza delle ferriere: ma ecco che voi subito avete aperto una banca, e tutti hanno portato a voi i loro risparmi.

MONSEN. Naturalmente: io do un interesse maggiore.

BRATSB. Ma ne ritenete per voi uno più forte ancora.

MONSEN. Scusate, ma invece io faccio pochissime difficoltà per le cauzioni, e per tutto ciò che riguarda questi depositi.

BRATSB. Purtroppo! Ed è per questo appunto che si vedono contrattare dei terreni per trenta, quarantamila lire, quando si sa che quello che compera e quello che vende non possiedono uno zero! Ecco quello che m’indispone contro di voi, signor MONSEN. E poi c’è ancora qualcos’altro, che mi tocca più da vicino. Credete voi che io abbia veduto con piacere mio figlio gettarsi in quelle pazze speculazioni?

MONSEN. Ma non ne ho nessuna colpa, io.

BRATSB. Siete voi, col vostro esempio, che avete scaldata la testa, a lui e ad altri. Perchè non vi siete limitato al vostro commercio?