La guerra europea

Part 1

Chapter 13,582 wordsPublic domain

GUGLIELMO FERRERO

LA GUERRA EUROPEA

STUDI E DISCORSI

«_Esto ergo bellando pacificus, ut eos, quos expugnas, ad pacis utilitatem vincendo perducas_». S. AGOSTINO.

MILANO RAVÀ & C. — EDITORI 1915

Proprietà riservata

Copyright by GUGLIELMO FERRERO — 1915

Milano, 1915. Cooperativa Tipografia degli Operai, via Spartaco, 6

SOMMARIO

_PREFAZIONE_ pag. VII I. — GLI ULTIMI GIORNI DELLA PACE » 5 II. — LE CAUSE PROFONDE DELLA GUERRA » 49 III. — LA LOTTA PER L’EQUILIBRIO » 109 IV. — L’ITALIA E LA GUERRA EUROPEA » 163 V. — LA CONTRADIZIONE SUPREMA » 251

_PREFAZIONE_

_Mal vezzo della letteratura presente parve sempre all’autore la facilità e la compiacenza con cui gli scrittori de! tempo nostro raccolgono in volume le loro pagine sparse. La letteratura delle gazzette e delle riviste — moltitudine di efimeri che ciascun giorno vede nascere e morire a migliaia — ha la sua ragione e la sua dignità: ma perde l’una e l’altra, se pretende di vivere oltre la breve ora assegnatale dalla sua stessa natura. Perchè dunque anche l’autore — e per la prima volta in vita sua — si è lasciato persuadere dai solerti editori di questo libro a secondare il corrotto costume del tempo?_

_Egli spera che l’argomento di questi studi e di questi discorsi gli varrà di scusa presso i più; e che presso alcuni gli servirà di giustificazione il fine per cui furono raccolti e pubblicati. Quale che ne sia il pregio, questi discorsi e questi studi non furono composti per servire con argomenti di occasione le passioni e gli interessi dominanti dell’ora; ma per continuare a svolgere, applicandole ai grandi avvenimenti presenti, alcune idee sulla civiltà moderna e sui nascosti pericoli da cui è minacciata, che l’autore aveva meditate ed esposte alcuni anni prima che la guerra europea scoppiasse. Curioso è spesso il destino degli uomini e delle idee. Casi ed accidenti che sarebbe inutile perditempo qui ricordare, condussero un giorno l’autore di questi saggi a chiedersi come avevano potuto, nella storia delta civiltà nostra, seguirsi due mondi, di cui l’uno era proprio il rovescio dell’altro, e quale dei due fosse il vero: un mondo — quello in cui noi viviamo — smanioso di oltrepassare sempre la meta raggiunta, animoso a procedere senza appoggi nell’ignoto, insaziabile di novità e dì libertà, tormentato da una inquieta aspirazione al meglio ed al più: e un mondo — quello in cui avevano vissuto i nostri padri — che, come il bambino il quale impara a camminare, temeva di lasciare un appoggio o di fare un passo se non vedesse vicino il nuovo appoggio a cui tender le mani, compunto di profonda venerazione verso le cose antiche, sottomesso all’autorità, tutto intento a rintuzzare con dottrine di rassegnazione e di austerità gli orgogli, le ambizioni e le cupidigie insorgenti. E paragonando questi due mondi, facilmente si accorse che il mondo moderno, se aveva compiute mille opere portentose di ogni natura, aveva però anche osato ribellarsi a quella legge dello spirito umano, per cui la certezza non può essere che effetto di una limitazione, nessuno potendo sicuramente distinguere il bello e il brutto, il bene e il male, il vero e il falso se non creda in una definizione iniziale, e il definire non essendo altro che un limitare. Ma il limitarsi era proprio l’atto che più ripugnava a questo secolo, smanioso di sempre oltrepassare la meta raggiunta: onde il secolo riprecipitava nel caos quell’ordine spirituale, che ai nostri padri era apparso come una vitale necessità della mente._

_Senonchè queste considerazioni furono accolte piuttosto male: del che l’autore, se non si compiacque, neppure si meravigliò. Un secolo che ha perduta l’abitudine di paragonarsi dal basso a un qualunque modello di perfezione perchè è sicuro di essere esso il modello insuperabile, non ama sentirsi dire che qualche volta delira: e a chi glielo dice, volentieri rinfaccia di non capire il divino trasporto bacchico di un’epoca prodigiosa.... Fatto più singolare: perfino dei cattolici si unirono a quel coro! E per dire il vero anche il vituperato autore era d’opinione che questa spensierata indifferenza dei tempi potesse esser trattata con indulgenza, poichè per lungo tempo ancora, forse per parecchie generazioni, non genererebbe che delle filosofie insensate, delle arti futuristiche e dei costumi assurdi o ridicoli: tutte cose di cui nessuna è mortale. Aveva, sì, Emilio Rosetti detto, sulle soglie del Mediterraneo, che l’America, la Rivoluzione, la macchina «hanno generato un secolo senza limiti e perciò senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante che vacilla a ogni passo....». Ma chi poteva credere che in uno di questi vacillamenti il gigante sarebbe caduto, sotto i nostri occhi?_

_Così volle invece il destino. Ammonimento terribile all’America, l’Europa ha inciampato; è caduta sul ginocchio; si è malamente ferita; geme ora pietosamente e non riesce a rialzarsi.... E allora l’autore, che pure aveva sempre sperato di non vedere tanto orrore, ma che non si è punto meravigliato di doverci assistere, ha creduto fosse dovere ripigliar il discorso, interrotto da tante vociferazioni ed ingiurie, per dimostrare che quel caos, dopo tante filosofie insensate, tante arti futuristiche e tanti costumi assurdi o ridicoli, ha concepita nel suo grembo tenebroso e generata anche la guerra europea. E non per la vanità di raccattare in mezzo a tante rovine una prova, ahimè troppo insanguinata, di una tesi storica e filosofica; ma per aiutare ad orientarsi quanti — e sono i più — soprafatti da questa catastrofe, si chiedono oggi sbigottiti se le leggi che reggevano le cose umane fino ad ora sono state tutte capovolte o se qualche demonio, incomprensibile dalla nostra mente, è entrato nel mondo per devastarlo. Chè la mente non può capire un così smisurato fenomeno e quindi ne è soprafatta, se non guarda che quello; e se non trova il filo per risalire e comprendere la lunga preparazione storica che l’ha maturato._

_Ma come chiaro apparisce invece, a chi ha trovato questo filo, il grandioso fenomeno! No: questa guerra non è una guerra come tante altre ce ne sono state, nel mondo; ma, come la Rivoluzione francese, è la crisi di una civiltà da cui nessuna cosa si salva e che_ per ora _prende forma e aspetto di guerra. È vano illudersi. L’Europa nella quale siamo nati, non è più che un vetusto edificio in rovina. Un terremoto l’ha messa a soqquadro, da capo a fondo. Di fuori, sulla facciata, si è sfaldato l’intonaco di menzogne convenzionali, di pregiudizi e di opinioni interessate, che ne copriva le screpolature e le macchie putride: i pezzi che ancora reggono per miracolo, cadranno fragorosamente da un minuto all’altro. Dentro sono state spezzate tutte le impalcature che lo reggevano: le alleanze e i trattati di commercio, il diritto pubblico e il diritto privato, gli interessi e le simpatie. Sulla terra sconvolta, le correnti del traffico, oggi sbarrate, deviate, risospinte alla sorgente, dovranno aprirsi nuovi letti. Occorrerà domani sottomettere ad una revisione accurata le opinioni, le idee e i principî in cui avevamo creduto sino ad oggi. Nè le Dinastie, nè i Parlamenti, nè i Governi, nè i Partiti, nè alcuna istituzione sarà alla fine della guerra quale era al principio; ma in tutte sarà un impaccio, un disagio, un’incertezza, nascente dal non sentirsi più le medesime e dal sentire intorno il mondo mutato. Occorrerà rifare su nuovi modelli la Finanza e gli Eserciti di tutti gli Stati, e rifatti su nuovi modelli questi due istituti, a quanti ritocchi e riforme occorrerà sottoporre tutti gli altri!_

_Occorrerà infine sciogliere il gran problema della limitazione degli armamenti, dal quale ormai il nostro destino dipende. Questo secolo, che si era gloriato di rovesciar tutti i limiti, si trova ora alle prese, quasi si direbbe per castigo, con una difficilissima questione di limiti. L’illimitata gara degli armamenti — puntiglio mortale di un’epoca che non riconobbe altro freno del volere che il potere — ha generata questa guerra, che a sua volta sembra non avere limiti, nè nel tempo, nè nello spazio, nè nel modo. E finita la guerra, l’Europa o riescirà a limitare gli armamenti secondo qualche principio che possa essere lealmente applicato da tutti i governi; o precipiterà verso uno stato che, secondo le idee e i principi oggi professati da noi, dovrà essere giudicato di barbarie._

_L’Europa ormai dovrà essere rifatta. Ma un’epoca non può rifare un ordine sociale, che è un mondo vivente, composto di parti diverse, se non compie un potente sforzo sintetico con il pensiero; se non scopre i nessi vitali di tutti i problemi che tra loro si intrecciano indissolubili. Perciò questi saggi — troppo piccolo contributo a un’opera gigantesca — furono raccolti in volume; non facendosi quasi nessun ritocco per riempire il distacco che separa scritti e discorsi composti a parte; curando anzi che ognuno di questi studi e di questi discorsi stia di per sè nel libro, come stette di per sè nel giornale e nella rivista che l’accolse, o nell’occasione in cui fu pronunciato. Il lettore dovrà dunque sopportare con pazienza qualche ripetizione. Ma l’autore si lusinga che non manchi al libro, ciò non ostante, una certa unità ideale, unico essendo il pensiero animatore di tutti questi saggi, in apparenza disparati e diversi: che «l’America, la Rivoluzione, la macchina hanno generato un secolo senza limiti e perciò senza appoggi, nel quale l’uomo procede come un gigante, che vacilla a ogni passo...»._

_Torino, il primo di giugno del 1915._

I.

GLI ULTIMI GIORNI DELLA PACE

(23 LUGLIO — 1º AGOSTO 1914)

Questo studio fu pubblicato nella _Revue des deux mondes_ il 15 dicembre 1914, sotto il titolo: «_Le conflit européen, d’après les documents diplomatiques_»; e ripubblicato, in una traduzione letterale, fatta per cura degli Editori, nella collezione dei _Problemi Italiani_ con titolo nuovo: «_Le origini della guerra presente_». La traduzione che ora si dà alle stampe è stata curata dall’autore stesso ed è forse anche qualche cosa di più che una nuova traduzione, tanti sono i punti in cui il testo francese è stato rimaneggiato o ritoccato. Nel rimaneggiarlo e ritoccarlo l’autore ha tenuto conto del _Libro Rosso Austro-Ungarico_, che, quando lo studio comparve nella _Revue des deux mondes_, non era ancora pubblicato. Cosicchè in questo scritto si raccontano gli avvenimenti diplomatici seguiti in Europa dal 23 luglio al 1º agosto del 1914 e che misero capo alla guerra europea, quali risultano da tutte le raccolte di documenti diplomatici messe sinora a disposizione del pubblico, e cioè:

del _Libro Bianco_ (citato _L. Bianco_) pubblicato dal Governo tedesco;

dei tre _Libri Bianchi_ pubblicati dal Governo inglese — il _Miscellaneous_ No. 6 (1914) [Cd. 7467], il _Miscellaneous_ No. 8 (1914) [Cd. 7445], il _Miscellaneous_ No. 10 (1914) [Cd. 7596] — che il Governo stesso ha raccolti in un volumetto: _Great Britain and the European Crisis_ (citato con la sigla _G. B._);

del _Libro Arancio_ (citato _L. Arancio_) pubblicato dal Governo russo;

del _Libro Giallo_ (citato _L. Giallo_) pubblicato dal Governo francese;

del _Libro Rosso_ (citato _L. Rosso_) pubblicato dal Governo austro-ungarico. Di questo è stata adoperata e citata la traduzione italiana, fatta a cura dello stesso Governo.

I.

Il 23 luglio del 1914 la Monarchia degli Absburgo, per mezzo di una «nota» diplomatica, chiedeva al Governo di Serbia la riparazione del sangue per la strage dell’Arciduca a Serajevo. Chi non ricorda lo sgomento che assalì l’Europa a leggere quella «nota» famosa? Ma la paura delle Cancellerie nel riceverne copia non fu minore. Non sfuggì loro che l’Austria aveva studiata la più sanguinosa provocazione alla Russia con arte fredda e sottile, poichè, dopo avere per due settimane rassicurate le Potenze della Triplice Intesa che presenterebbe alla Serbia richieste moderate, di sorpresa invece, quando nessuno se l’aspettava, e già i Governi dell’Europa erano tutti sul punto di andare in campagna, chiedeva al piccolo Stato di suicidarsi sulla tomba dell’Arciduca, concedendogli due giorni soli per il sacrificio. Che cosa sarebbe avvenuto, se la Russia non avesse voluto o potuto abbandonare la Serbia al suo destino?

Il 24 luglio l’ambasciatore d’Austria e d’Ungheria a Londra si recava da Sir Edward Grey a portargli la «nota». Nel prenderla dalle mani dell’ambasciatore, Sir Edward Grey non gli fece mistero delle inquietudini che in quel momento pungevano l’animo suo. Gli disse che nessuno contestava alla Duplice Monarchia il diritto di voler vendicata la morte dell’Arciduca; ma aggiunse che non aveva ancor visto uno Stato rivolgere ad altro Stato libero e indipendente un documento così «minaccioso»: dichiarò che l’Inghilterra si sarebbe tenuta in disparte sinchè solo Austria e Serbia fossero state alle prese, ma se la Russia fosse entrata di mezzo, no; perchè allora avrebbe cercato di intendersi con le altre Potenze per veder quel che si potesse fare (_G. B._, 5). In quello stesso giorno il Grey si abboccò con l’ambasciatore di Francia e con l’ambasciatore di Germania. Al primo disse che se la Russia fosse intervenuta a fare schermo di sè alla Serbia, egli intendeva proporre alla Francia, alla Germania e all’Italia di unirsi all’Inghilterra, per interporsi tutte insieme come paciere tra Vienna e Pietroburgo (la capitale russa si chiamava ancora così). Il Cambon giudicò savio il proposito; ma osservò pure che queste Potenze non potevano far nessun passo prima che il Governo russo avesse in qualche modo dichiarate le sue intenzioni: ora l’Austria aveva concesso così poco tempo alla Serbia per rispondere, che il termine ne scadrebbe di sicuro prima che si potesse neppur incominciare ad agire: necessitava dunque innanzi tutto indurre l’Austria a prolungare il termine concesso alla Serbia. Ma chi poteva persuadere l’Austria, se non la Germania? Il Grey annuì; e il giorno stesso, dopo avere esposto all’ambasciatore di Germania quando e in che modo, a suo parere, le quattro Potenze dovevano intervenire, lo pregò di sollecitare il suo Governo a chiedere al Governo austro-ungarico di non procedere ad atti irreparabili, dopochè il termine fosse scaduto (_G. B._, 10; _L. Giallo_, 32-33).

L’Inghilterra, già sin dal giorno 24, dichiara aperto e preciso quale è il suo modo di vedere: se la Russia crede di poter lasciare l’Austria e la Serbia sole alle prese, tenersi in disparte con le braccia conserte; se la Russia interviene, invitare le Potenze a interporre insieme i buoni uffici tra i due grandi Imperi. Che dicevano e facevano in quello stesso giorno la Germania, l’Austria-Ungheria e la Russia?

La Germania definisce pure in quel giorno il suo punto, ma altrimenti: affermando che nessuna Potenza, per nessuna ragione, ha da entrar di mezzo tra l’Austria e la Serbia. Il Governo tedesco ha detto e ridetto ormai cento volte di non aver avuto, neppur esso, prima del 23, alcun sentore della mossa che l’Impero alleato preparava contro la Serbia; e sarà vero, se non verisimile, poichè un documento o una prova decisiva che lo smentisca non c’è. Tuttavia, se proprio era al buio di ogni cosa, è pur singolare che il Governo tedesco, il giorno stesso in cui la «nota» austriaca era consegnata alla Serbia, il 23 luglio, potesse spedire la lunga «nota», che il giorno seguente, il 24, era consegnata al Governo francese, al Governo inglese e al Governo russo. Questa «nota» dopo aver difesa calorosamente l’Austria-Ungheria, conchiudeva con queste parole poco rassicuranti, ma punto ambigue:

«Il Governo imperiale desidera affermare, con quanta maggior forza può, che il presente conflitto non concerne altri che l’Austria-Ungheria e la Serbia e che le grandi Potenze devono perciò cercare di restringere a queste due sole il conflitto. Il Governo imperiale desidera che il conflitto non si allarghi; perchè l’intervento di una terza Potenza potrebbe, per via delle alleanze, generare effetti incalcolabili» (_G. B._, 9; _L. Bianco_, 1; _L. Giallo_, 28).

A che mirasse la Germania con questa prima mossa non può essere dubbio. Mentre essa terrebbe a bada, minacciando effetti «incalcolabili», il colosso moscovita, l’Austria squarterebbe, alle sue spalle, sicura, la piccola Serbia. Ma mentre la Germania borbottava tra i denti sorde minaccie, la vecchia Monarchia degli Absburgo studiava innanzi allo specchio il più amabile dei suoi sorrisi; e tutta miele e tutta dolcezza, con il cuore in mano, si sforzava di rassicurare l’Europa angosciata. Il Governo russo non stesse in pensiero — diceva il 24 il conte Berchtold all’ambasciatore di Russia, parlando come un vecchio amico, la mano sul cuore: la Monarchia austro-ungarica non covava nessun pravo disegno, non adocchiava nessuna porzione del territorio serbo, non si proponeva di alterare l’equilibrio dei Balcani: voleva solo correggere la Serbia di quel brutto vizio di ammazzare sovrani ed eredi di corone; e voleva correggerla non tanto per il proprio interesse quanto per l’interesse comune di tutte le dinastie (_L. Bianco_, 2; _L. Rosso_, 18).

Al Grey, anzi, il buon conte pensava di fare, ma in un orecchio, sotto voce, una confidenza anche più rassicurante: incaricava l’ambasciatore di dirgli al momento opportuno — ricopio alla lettera dalla traduzione ufficiale italiana del _Libro Rosso_ — «che la «nota» presentata ieri a Belgrado non si deve considerare come un formale «ultimato», bensì che si tratta di una «nota» con termine fisso per la risposta, la quale, come V. E. vorrà confidare a Sir E. Grey in tutta segretezza — spirando il termine infruttuosamente — per ora non sarà seguita che dalla rottura delle relazioni diplomatiche e dall’inizio di necessari preparativi militari» (_L. Rosso_, 17).

A Pietroburgo invece gli animi erano alterati assai. In piazza e a Palazzo avevano presa la cosa in mala parte. La mattina del 24, il ministro degli Esteri, il Sazonoff, ascoltò tra impaziente e sardonico la lettura della «nota» alla Serbia che l’ambasciatore d’Austria gli veniva facendo, interrompendolo ad ogni istante e dichiarando infine che l’Austria aveva fatto un passo grave. Nel pomeriggio il Consiglio dei Ministri si radunò e sedè cinque lunghe ore. Quel che deliberò noi non sappiamo; sappiamo invece che, sciolto il Consiglio, il Sazonoff dichiarò, senza reticenze e sottintesi, all’ambasciatore tedesco, che la vertenza tra l’Austria e la Serbia interessando l’Europa tutta, _a nessun patto_ la Russia non avrebbe lasciate la Serbia e l’Austria definirla da sole; e chiese esplicitamente all’Austria di prolungare il termine concesso alla Serbia (_L. Bianco_, 4; _L. Rosso_, 16). Il modo di vedere della Russia era dunque opposto al modo di vedere della Germania.

II.

Così nel giorno 24 luglio ciascuna delle grandi Potenze aveva preso, come si suol dire, posizione. Sola la Francia aveva dichiarato di non poter esprimere un’opinione definitiva, aspettando che la Russia chiarisse meglio il suo pensiero.

La notte porta consiglio — dice il proverbio. Conviene supporre che nella notte tra il 24 e il 25 Pallade Atena comparisse all’insonne capezzale degli uomini che governavano la Germania, come nella _Iliade_. Il 25, infatti, il Governo tedesco muta metro e stile. Non ammonisce più le Potenze europee, con quel fare metà consiglio e metà minaccia, a non mettere il dito tra Austria e Serbia. Ma si chiude in un ottimismo indolente e procrastinatore, come se le faccende di questo basso mondo, e tra quelle il litigio tra Serbia e Austria, non l’interessino più. Il von Jagow, ministro degli esteri per il regno di Prussia, dichiarò prima all’ambasciatore inglese e poi all’incaricato di affari russo che il Governo imperiale acconsentiva a trasmettere al Governo austriaco la domanda del Governo russo perchè l’Austria allungasse alla Serbia il termine concesso per suicidarsi, pur dubitando di arrivare a tempo. Soggiunse esser sicuro che l’opinione russa si rassicurerebbe quando conoscesse le vere intenzioni dell’Austria, quali il Berchtold le aveva esposte. Negò che ci fosse pericolo di guerra generale: tutt’al più poteva scoppiare guerra tra Austria e Serbia! Dichiarò infine che la Germania voleva la pace e che era pronta a interporsi quando davvero la pace europea pericolasse. Quel giorno stesso a Parigi, a mezzogiorno preciso, l’ambasciatore di Germania si recò al Quai d’Orsay per dire al Governo quanto gli spiacesse che una gazzetta, l’_Echo de Paris_, avesse potuto qualificare di «minaccia teutonica» quella tal «nota» tedesca del giorno precedente sugli «effetti incalcolabili». Ma che minaccia! Il Governo tedesco aveva inteso di dire soltanto che desiderava il conflitto non avesse troppo ad allargarsi — desiderio onesto e lecito se altro mai. Aggiunse infine il barone Schoen che tra Austria e Germania non c’era nessun accordo (_G. B._, 13; _L. Giallo_, 41-43).

A paragone insomma della «nota» del dì precedente, i discorsi del 25 erano assennati e concilianti. Per quale ragione la Germania aveva addolcite le troppo chiare note del 24? Tiri a indovinarlo chi vuole: per chi scrive, questo è un primo mistero. Pur troppo però in questo stesso giorno l’Austria, che il giorno prima aveva cercato di rassicurare Russia e Inghilterra, a parole, non vuol compiere il solo atto che, meglio di mille discorsi, avrebbe potuto tranquillare gli animi a Pietroburgo. Il 25 il signor Koudachew, l’incaricato d’affari russo, andò invano in traccia del conte Berchtold, per chiedergli, a nome del suo Governo, di prolungare alla Serbia il tempo. Il conte aveva pensato di andare ad Ischl. Il Koudachew dovette presentargli la domanda per telegrafo; e il Berchtold, a volta di telegrafo, gli rispose di no (_L. Arancio_, 11-12; _L. Giallo_, 43).

La Germania parlava saviamente, ma l’Austria agiva da nemica. Sir Grey, quando seppe che l’Austria aveva ricusato di prolungare il termine, subito la vide brutta. Invano l’ambasciatore d’Austria tentò di rassicurarlo, confidandogli quel tal segreto pensiero del conte Berchtold: che se la Serbia non facesse risposta soddisfacente, il Governo austriaco avrebbe, sì, richiamato il ministro da Belgrado, ma non avrebbe compiuto veri e propri atti di guerra. Altro che sottigliezze diplomatiche e distinzioni giuridiche di questa specie! Il Grey temeva che la Serbia non potesse dar soddisfazione all’Austria; che il grande impero austro-ungarico e il piccolo regno serbo avrebbero rotto tra poche ore, Austria e Russia mobilizzato tra un giorno o due; non c’era dunque neppure un minuto da perdere, se si voleva salvare la pace. Invece di dar retta alle singolari confidenze dell’ambasciatore austriaco, il Grey mandò a chiamare l’ambasciatore di Germania; gli disse che le quattro grandi Potenze dovevano impegnarsi a non mobilizzare e, tutte d’accordo, chiedere all’Austria e alla Russia di non procedere a nessun atto di guerra, finchè esse cercherebbero un accordo; aggiunse le più vive istanze perchè la Germania assentisse e partecipasse, poichè dal concorso della Germania gli pareva discendere l’esito della mossa. Solo se la Germania partecipasse, il passo riescirebbe fruttuoso. Il Lichnowski parve tôcco dalla parola del ministro. Assentì che l’Austria poteva accettare che quattro grandi Potenze si interponessero mediatrici non tra essa e la Serbia, ma tra essa e la Russia (_G. B._, 26; _L. Arancio_, 22).