La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2)

Part 9

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«Ora chi si mettesse alla testa di così fortunosa impresa, qual è questa tua, dovrebbe in alcune conventicole notturne, dove questi giovani, invitati con arte, verrebbero ad adunarsi in folla; dovrebbe giurar loro, sull’ara, con tutta la solennità di un giuramento sacro, accresciuto da cerimonie eccezionali e tali che potessero percuotere la loro fremente imaginazione; che sarà abolito per sempre il diritto di vita e di morte che hanno i padri; che più non debbano essere preteriti i figli nei testamenti, che quand’anche _per valide_ ragioni potessero venir diseredati, questo non si possa fare che _nominativamente_. E v’è altro a prometter prima. Venga abrogata quella iniqua legge di Silla la quale tiene anche oggi i figli dei proscritti incapaci dei pubblici diritti. Costoro brulicano a migliaja di migliaja, e s’affretterebbero da tutta Italia a far grosse le legioni di colui che sentisse aver tanto di forza da ricostituire su novelle fondamenta la repubblica nostra, e sulla vasta base del diritto sociale ripiantare la grandezza romana che l’aristocrazia, ristretta sì ma tenace e profonda, minaccia dalle radici.

«Queste cose io proclamerei, se credessi opportuno oggi di tentare un’impresa pericolosissima qual è quella di cui mi hai parlato e mi parli. Ma io dissi quel che dissi, solo a sfoggio di parole, come se Apollonio Rodio volesse farmi argomentare su d’un tema qualunque. Però come io tenni e tengo e terrò il segreto, anche tu lo terrai; e se i miei pensieri ti fossero per giovare, falli tuoi, che io non ne voglio sapere. E ancora ti sconsiglio dal tentare una sì audace impresa.»

Catilina non ripetè parola, e insiem cogli altri lasciò Cesare, il quale nel salutarlo lo guardò con profonda significazione, e parea volesse dirgli: Avevi a venir solo, e ti avrei parlato in diverso modo. E Catilina, trovatosi libero coi colleghi: Or mi accorgo, disse, che fu pessimo consiglio l’essere ritornati da costui. Ma basteremo noi a tutto, e non parlò più. Sibbene fece tesoro delle parole di Cesare; o per dir più giusto, gli parve di comprendere quanto colui fosse per fare.

Veramente, leggendo l’orazione che poscia ei tenne ai congiurati, orazione evidentemente inventata da Sallustio, non avremmo il diritto di dir questo; ma come si può egli credere a quell’orazione; come si può comprendere l’acutezza di Catilina se fossero veri quei due passi della concione dove le parole contraddicono ai fatti e alle asserzioni stesse di Crispo:

«Anzi che una misera, obbrobriosa vita (è Sallustio che sfoggia arte oratoria per bocca di Catilina), e fatta omai dell’altrui superbia ludibrio, senza onore si perda, non è egli meglio da vittoriosi morire? Ma gli uomini attesto e gli Dei, ch’ella sta in noi la vittoria, non in costoro fra le diuturne loro ricchezze invecchiati, avviliti....

«Qual uomo di virile animo soffrirà che ricchezze a costoro sopravanzino da fabbricar nei mari ed i monti appianare, mentre il necessario perfino a noi manca? Due e più palagi a costoro; a noi un tugurio neppure.»

Ma basti di Sallustio, al quale domanderemmo, se rivivesse, come abbia potuto, in quel breve riassunto della congiura Catilinaria far dire in un luogo tali parole a Catilina, e in un altro narrare in che modo colui abbia potuto adunarsi intorno a sè tanti giovinetti; col donare cioè a chi cavalli, a chi statue, a chi danaro. Quei giovani, a sì strane parole, avrebbero prorotto in tali risa da far dileguare ogni disegno di congiura, e da farne andare scornato lo stesso Catilina.

Ma ora trattasi di determinare le cause vere e speciali, e non probabili che in quel periodo storico, le quali devono aver provocato il fenomeno fino ad ora inesplicabile, che tanti giovani appartenenti alle più cospicue famiglie di Roma abbian seguito al campo con sì ardente alacrità, il tanto aborrito Catilina, e colà sian caduti quasi tutti da eroi.

Le cause generalissime assegnate da Sallustio, e che toccando fenomeni di tutti i tempi non rivelano per nulla il caratteristico assetto di Roma al tempo della giovinezza di Cesare, non bastano a spiegare quel fatto singolare.

XIII.

LA PATRIA POTESTÀ.

Per tornare alla questione toccata da Cesare, la patria potestà tanto nel fatto arbitrariamente eseguito, che nel diritto meditato con intenzione di sapienza e di umanità, sia che questo proceda spontaneamente dal naturale, o si fissi con arte nel civile, è argomento vetustissimo. Attraversò tutte le civiltà, sempre di volta in volta modificandosi, sempre accennando all’intento del meglio, ma senza mai risolversi in una sentenza postrema, che appaghi tutte le coscienze, tutti i pensamenti dei savii e faccia scomparire tutti i dubbii. Anche oggidì presenta i caratteri di un problema di cui la soluzione attenda il futuro e minacci di rimaner perpetua.

Dalle leggi delle dodici tavole nelle quali appare che la collaborazione di Ermodoro, esule dalla Grecia democratica, indarno valse a placare l’aristocratica e spietata scienza dei giuristi romani, alla odierna legge italiana, i giureconsulti intorno a molti e pericolosi problemi appaiono ognora in disaccordo. Quelli tra loro che innanzi ad altro interrogarono il diritto naturale e, inspirati da una filosofia fatta troppo credula dal sentimento e dall’amore, trovarono nel sangue paterno tutte le guarentigie alla possibile felicità dei figli, mostrarono di non conoscere tutta la terribilità del cuore umano, della quale i fenomeni vedonsi sovente anche in coloro che adempiono ai doveri di cittadini intemerati, che passano ilari al cospetto del codice, inutile per essi, che persino meritarono ed ottennero premii dal pubblico riconoscente. Chi dalla natura e dalla condizione e dal diritto tiene un potere, facilissimamente, sia nella sfera della pubblica azione che in quella della vita privata e domestica, è tentato di trasmodare alla tirannia. Quei sapienti innamorati sentenziarono essere eccezione il padre che non ama i figli; ma non pensarono che nell’amore stesso che si manifesta in loro al cospetto o della beltà delle figlie o dell’ingegno dei figli, è deposto il più delle volte un germe occulto di egoismo, il quale esploderà tantosto che a quella beltà tenti accostarsi alcun mortale non ricco; o quell’ingegno, tratto irresistibilmente a coltivare la non doviziosa arte, diserti il foro, o il nosocomio, o il trabucco. Quante fanciulle cui la beltà fu dono sventuratissimo, vennero costrette dal buon padre a concedere la mano ad uomini odiati, de’ quali la ricchezza e la condizione privilegiata rendevano amabilissimi a lui solo, e vennero dannate a infelicità perpetua, e di cosa in cosa, persino a cercare nel peccato un lenimento all’affanno. Chi sa quante volte dietro al sacerdote benedicente l’infausto nodo, la sposa desiderante e piena la fantasia di formose apparenze, vide sorgere lento lo spettro voluttuoso dell’adulterio, iridiscente come le ali di Lucifero, e irridere al rito, quasi aspettando un avvenire vicino.

Il furore di dominio spesso dissimulato dalle più benigne apparenze, la gelosia inesorabile nell’amministrazione e nel godimento dei possessi, mantennero sovente i figliuoli quasi poveri nella casa del ricchissimo e fastoso genitore.

Lo spettacolo di uomini non ancora _viri_ a quaranta, a cinquant’anni, tenuti in continua ed umiliante soggezione del padre; e a tale età ritraenti uno scarso sussidio non proporzionato alla casalinga dovizia, è caso frequentissimo e volgare.

Quel pensatore sommo che fu Leopardi, al quale forse i giustissimi sdegni erano di soverchio esacerbati e incruditi dalla maledetta condizione del suo corpo e della salute, la quale gli fece veder la vita attraverso a un prisma di troppo tetra luce, ebbe a dire che nessun uomo ci addita la storia, il quale sia stato operatore di grandi e gloriose cose, vivente il padre.

Alessandro, Cesare, Napoleone, egli diceva, sfolgorarono indipendenti da ogni predominio paterno. La sentenza dell’inclemente filosofo parrebbe varcare il confine del giusto; ma anche nell’esagerazione, quasi in procella, s’agita pur sempre e appare il vero.

Se non che Leopardi viveva in tempi e in un paese dove alla patria potestà la legge concedeva diritti ancora eccessivi. Nelle Romagne e in Toscana il padre avea diritto all’usufrutto dei beni peculiari del figlio fintantochè questi non avesse raggiunta l’età d’anni trenta; il che significava che un uomo a quell’età già matura era ancora fanciullo; e sì manifesto errore volevasi mantenere dai giureconsulti di quelle regioni quando avversavano i redattori del nostro Codice odierno. Leopardi imprecava alla caparbietà senile dei giuristi i quali, scelti fra gli assai provetti, e portando nella redazione di codesta parte del codice, quel dispregio che in un certo ordine di cose i vecchi hanno per i giovani, congiurarono a rendere in essi inutili quelle facoltà d’azione che dai venti ai trent’anni negli uomini di mente sana sono potentissime. La storia ci apprende che Leopardi aveva ragione.

Alessandro a vent’anni aveva già sottomesse la Cilicia e la Pamfilia e tagliato il nodo gordiano; a trenta era compiuta per lui ogni possibile conquista. A Pompeo ventiquattrenne era stato concesso l’onore del trionfo; Annibale appena ventenne imperava e teneva in temuto dominio l’esercito cartaginese sebbene fatto d’uomini di molteplici razze e di varie nazioni.

Che se balziamo ai tempi moderni, Gastone sotto le mura di Ravenna moriva di spingarda a ventitrè anni ed era già da tempo governatore della Lombardia e generalissimo delle truppe francesi; Bonaparte poco oltre il quinto lustro aveva già vinte dodici battaglie, annientati cinque eserciti, disarmato il re Sardo, atterrito Ferdinando di Napoli, umiliato Pio VI, rovesciate due repubbliche, e a trent’anni già console onnipotente di Francia preparavasi all’universale Impero. Pitt e Fox a ventiquattro anni erano già antagonisti, e se il primo sì giovane governava sapientissimo la _positiva_ Inghilterra; Fox già tuonava nel Parlamento con quell’eloquenza invadente e invitta che dal suo tempo e dalla sua patria, per trovargli un riscontro, ci fa risalire alla Grecia e a Demostene. Che se dal campo agitato dell’azione digrediamo alle sgombre sfere del pensiero; Leibniz a 17 anni insegnava calcolo sublime a Gottinga; Pascal ventenne inventava la macchina aritmetica; Gœthe, compiuto appena il quarto lustro, aveva già scosse le menti ed agitati i cuori di tutta Europa e introdotta ovunque la moda del suicidio; Beccaria, Filangieri, Romagnosi, tutti assai prima del trentesim’anno, avevano compiute le opere per le quali sono immortali.

Ma bastino le citazioni, chè a proseguirle si colmerebbe un volume.

Codesta digressione relativa alla patria potestà considerata generalissimamente nei codici moderni, potrà forse parere inutile; pur ne giova a tener conto del progresso del pensiero da Roma antica a noi; perchè, se ancor sorvivono molti elementi che sono in contrasto colla natura, colla ragione e colla giustizia assoluta; tuttavia, al confronto di tutti i codici dell’evo moderno e del medio, la legislazione romana rispetto alla _patria potestà_, appare veramente abnorme e monstruosa e incredibile.

Incredibile tanto più se si considera che Roma è la patria antichissima della scienza del diritto; che questa le comunica un carattere suo proprio, essenzialmente storico; che essa fu ed è la madre di tutte le legislazioni del mondo civile; che vive ancora ed è ancora la massima parte di tutti i codici d’Europa.

La quarta legge delle dodici tavole spettante alla patria potestà è la ferocia belvina convertita in scienza e consolidata nel diritto civile.

I figli in Roma erano cittadini, in faccia agli altri uomini persone, al cospetto del padre schiavi e cose; nè mai diventavano maggiorenni.

Il legislatore dei Romani, scrive Dionigi d’Alicarnasso, diede al padre ogni potestà sui figli, per tutto il tempo della loro vita; tiene il diritto di sostenerli in carcere, di sferzarli a morte, di venderli. Anche console e proconsole o duce d’eserciti e trionfatore, il figlio era pur sempre sottomesso alla monstruosa potestà del padre. Della spietata aristocrazia domestica non v’ha esempio in nessun’altra legislazione, nemmeno nelle più truci consuetudini delle barbare genti.

Giustiniano, sebbene al suo tempo la patria potestà fosse ridotta a misura più mite, diceva con dolore: — Non vi sono uomini al mondo, che abbiano tanta potestà sui figli come noi. — _Liberis jus vitæ_, così è fermato nelle dodici tavole, _necis venundandique potestas patri esto_; e soltanto in un momento di luce, che per quei cupi legislatori potè parere serena, fu statuito che: _Si pater filium ter venundavit, filius a patre liber esto_. Eppure Cicerone, il primo dell’antichità che offra i caratteri dell’uomo e del pensatore moderno, il solo che in Roma non renda il fenomeno dell’irremovibilità latina, il solo che dal tormento del dubbio scientifico sia tratto a interrogare la ragione pura, lodava le dodici tavole; e chiamava incondito e ridicolo ogni diritto civile fuorchè il romano. Ma Cicerone era patrizio; e l’ordine privilegiato al quale apparteneva facea velo al giudizio anche di quel sommo.

Nè si creda che l’atroce legge rimanesse lettera non esercitata; Bruto, Cassio, Fulvio, Fabio Eburno, Scauro furono tutti sacrati a morte dai padri furiali. Lo storico Paolo, vissuto a Roma, testimoniò che la risorsa ordinaria dei padri versanti in angustie pecuniarie era di vendere i figli. Dopo tali enormezze legali, può sembrar mite il diritto che avevano i padri sui beni dei figli, derivassero loro o per eredità della madre e dei parenti, o per guadagni da essi fatti in particolare, o per le ricche prede che portavano dalle terre dove avevano militato.

Al tempo di Cesare una serie numerosissima di leggi le quali, promulgate in trecento e più anni, portavano il nome di chi le aveva proposte e fatte accettare in Senato, in molta parte modificarono e attenuarono quelle delle dodici tavole; e per quanto riguardava la patria potestà, lasciando sopravvivere la tirannia aristocratica del padre nei diritti di fustigare, di uccidere, di vendere i figli, fu statuito ch’ei non potesse avere più alcun diritto su quello che essi avevano acquistato in guerra.

A provocare, come già udimmo da Cesare, l’ardore guerresco dei giovani, avvisatamente i giuristi avevano resa loro incresciosa la vita domestica; chè il militare in terre lontano dove il valore procurava gloria e ricchezze li sollecitava al campo.

Gli acquisti fatti dai figli in guerra furon denominati _Peculio castrense_. Pur se la legge vigeva, non sempre veniva osservata; chè tutti gli altri diritti lasciati ai padri, troppo spesso rendevano irrito quel solo stato concesso ai figli.

Bastava una minaccia del padre avaro e tiranno, perchè i figli si lasciassero rapire tutto quello di che la legge li costituiva in assoluta proprietà. Non tutti i padri erano efferati, molti erano giusti, alcuni miti e clementi. Ma se un’indole perversa governava la volontà paterna, il figlio poteva bensì ricorrere al pretore e farsi patrocinare dal più eloquente oratore; ma la sentenza favorevole al figlio veniva poi ad infrangersi contro all’inesorabile petto del padre, il quale colla morte poteva togliere al figlio la proprietà che il pretore gli aveva dato colla legge.

Ed ora in un fatto romano famigliare vedremo la riprova di queste asserzioni storiche.

XIV.

MARCO SCEVA.

Dalla casa degli Sceva che sorgeva sul colle Palatino, alle none di luglio dell’anno 690 _ab urbe condita_, usciva un giovane di strenue forme. Sebbene clamidato mostrava nudissime le braccia fino al sommo. Il volto, la trasparenza della pelle, l’occhio lucente che mandava un raggio ingenuo, ad onta ch’ei paresse turbatissimo, rivelavano che quel giovane appena poteva aver varcato di due o tre anni il quarto lustro. L’interno soliloquio di un animo affannato appariva nei movimenti concitati di tutte le membra, e più nelle braccia, nelle quali guizzavano i muscoli come se, provocato a vendetta, ei percuotesse fieramente qualcuno.

Quel giovane era Marco Sceva figlio di Publio; quello Sceva che cento anni dopo, già fu detto, gli endecasillabi di Lucano dovevano consacrare all’immortalità. Certamente men grande di Cesare, meno di Pompeo, men fortunato dell’uno e dell’altro, fu tuttavia ancor più valoroso di quei due valorosissimi, e come quelli non sono stati, intemerato e santo e intatto dalla gloria tentatrice. Il poeta dei tempi di Nerone, entusiasta d’ammirazione, lo tramandò ai posteri perchè questi, nella immane corruttela romana, vedessero un eroe completo senza innesto di colpa.

Ma provoca una strana meraviglia il fatto che quel giovane di natura sì generosa, sì forte, sì intera, procedesse da un padre che persino la Roma inquinata di allora dispregiava ed abborriva, quantunque fosse uomo senatorio e consolare e fosse ricchissimo e avesse militato con Silla, con Sertorio e con Lucullo non senza riputazione di valoroso. Il Cenci di Roma moderna può dar qualche imagine della natura di quel Cenci antico, odiatore di figli, tentatore di figliuole.

Marco Sceva, disceso dal Palatino, d’una in altra via, s’incamminò alla sacra, e da quella piegando al foro e radendo le taberne, accelerò il passo al fornice fabiano, e così, venuto alla Suburra, si fermò innanzi alla casa-tempio, come l’appellavano i Romani, del divo Cesare. Nominossi all’ostiario, il quale rivolto ad altri servi, lor disse riferissero a Cesare che Marco Sceva desiderava parlargli. Fu introdotto. Cesare sedeva nella Biblioteca, elegante, azzimato, profumato, quasi stesse in mezzo ad un circolo di giovani dame. Si alzò all’apparire di Sceva in sulla soglia, gli mosse incontro con abbandono cortesissimo, lo salutò, gli prese la mano, e:

— La tua mano è piombo, o Marco; tu puoi tentare a certame l’immortale amante di Dejanira. Ma quali cure ti mandarono a me?

— Orribili cure.

Come sappiamo erano quelli i giorni, in cui, come in onda bollente, si sommoveano e riscaldavansi i progetti, le trame, i disegni di Catilina e degli altri congiurati. I giorni in cui nella casa di Precia, famosissima cortigiana di Roma, quella all’influenza della quale ricorse lo stesso Lucullo per ottenere il governo della Cilicia, adunavansi i giovani del più alto patriziato romano, eccitati ognora dal febbrile Catilina. I giorni in cui le altre cortigiane, la Chiledone mantenuta da Verre, e la Flora pagata da Pompeo, e la Lesbia e la Lice e la Cloe indorate dall’indebitato Antonio, console con Cicerone, andavano rinfiammando gli assidui loro visitatori all’impresa di rovesciar la Repubblica; e Sempronia faceva altrettanto; e la nobilissima e perversa Fulvia teneva da Quinto Curio, cieco d’amore, tutti i segreti della congiura; e accoglieva Lentulo, amatore sostituto e non riamato, e lo sollecitava e lo faceva ardere d’ira, e gli sosteneva il coraggio, sebbene avversa a quelle mene, in segreto, e traditrice, poi in palese.

Cesare, sapendo tutto questo, credette, al primo, che Marco Sceva fosse venuto a lui per interrogarlo intorno a quell’impresa — ma Sceva:

— Orribili cure, proseguì, accelerarono i miei passi alla tua dimora.

— Ma quali cure?

— I tormenti di Dite son refrigerio in paragone di quelli a cui soggiacio nella mia casa maledetta dagli Dei immortali.

— Narra. Affannato di troppo mi sembri tu. Io, tranquillo, forse ti potrò giovare di consiglio. Qualche cosa già so.

— Tu sai, divino Giulio, ch’io militai sotto Pompeo contro Mitridate.

— Non v’è romano che non lo sappia. Non v’è romano che non conosca le prove di valore mirabilissime che hai date. La corona di quercia e la murale e la lorica che il gran Pompeo ti ha donato, ne sono i testimoni.

— E sia; ma la onesta e lecita contentezza che mi verrebbe da tali premj e dagli applausi che, pur nel più fitto e nei più fieri pericoli della mischia mi vennero sovente dai miei commilitoni, tutto scompare e si trasmuta quasi in uno scherno crudele della fortuna, se penso alla mia condizione di mortale disperatamente infelice. Quando fu debellato il re, e Pompeo non potendo andare nell’Ircania e al Caspio per la moltitudine dei serpenti velenosi, si ritirò nell’Armenia piccola, a lui furono condotte tutte le schiave del voluttuoso Mitridate. Pompeo non le accolse, ma pensò invece di rimandarle ai loro genitori, essendo per la maggior parte figliuole di capitani e di primati; e comandò questo; ma Demetrio, il liberto e maggiordomo suo, il Demetrio ladrone come tu sai, e già ricco sfondato, del quale tu conosci la natura stranissima e prepotente, che è più padrone del padrone, onde si fa lecito di rimproverarlo spesso e aspramente, e Pompeo ne ride e lascia dire e fare, perchè è innamorato del liberto, Demetrio adunque, vedendo passare come in processione la lunga schiera delle più sfolgoranti beltà dell’Asia, apertosi a me che gli stava presso in quel momento: — Bene fu inspirato Silla dagli Dei, quando disse Pompeo esser Pompeo Magno, ma asino Magno io lo proclamo adesso, e se egli rifiuta questi doni del sommo cielo, doni di pregio inestimabile, io me ne terrò due o tre; chè di tante bellissime ci sono sempre quelle che avanzan le altre; e verrà tempo, lo giuro per gli Dei, che invoglieranno anche Pompeo. Prendendomi allora per mano, scegline pur tu un pajo che ti faran bene. Te ne faccio un dono. Pompeo non oserà parlare. Tu sai, Cesare, che Demetrio quasi più famoso del padrone ama ed odia pazzamente sempre; quando ama protegge e darebbe il sangue per il suo protetto; quando odia perseguita senza posa, e a tale che seppe rendere odiosissimi al troppo credulo Pompeo persino alcuni dei suoi più cari amici. A me toccò in sorte di essere assai ben veduto da lui, onde, rapacissimo qual è, e nel punto stesso anche assai generoso, chè tanta ricchezza addensata in pochi anni, gli dà una gioconda e benefica ebbrezza al capo, mi ricolmò spesso di doni. Di quella schiera di beltà celesti tornanti alle case, ei ne trattenne sei.

Pareva fosser più paghe le fanciulle che rimanevano, delle altre avviate alle case paterne, case non regali e certo silenziose dei tripudj onde Mitridate rallegrava i ginecei. Ancora invitato da Demetrio a trascieglier le donne mie, ne vidi una di sì attraente bellezza ch’io ne fui preso di colpo e mi appagai di lei sola. Essa parlava greco, e comunicava alla naturale soavità delle vocali onde l’idioma d’Omero è sì musicale, un suono particolare che le rendeva ancor più soavi. Richiestala se non le sarebbe dispiaciuto viver meco, chinò il capo arrossendo; quel rossore valse per mille parole, onde in me l’amore di cui era già sorto il germe a un tratto si fe’ gigante e ardentissimo. Condottala alla mia tenda, mi recai poscia con Demetrio, che ciò volle, a visitare il castello tenuto in custodia da Stratonica e dove erano riposte immense ricchezze. Pompeo il giorno prima non prese che quei tesori che gli pareva sarebbero stati d’ornamento ai templi e di maggior pompa al trionfo. Però saputosi questo da Demetrio, volle veder meco Stratonica a cui Pompeo avea lasciato ogni cosa; e le ingiunse in suon di minaccia, ch’egli si voleva prendere quel che Pompeo aveva rifiutato.