La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 1 (of 2)
Part 10
Demetrio parlò così deliberato e fiero, che Stratonica in prima non fe’ motto; poi, dopo qualche silenzio: ecco, prendete, gli disse. E Demetrio in vasi d’oro e in monili e in gemme, si pigliò le cose che più gli piacquero, e caricatone un carro e il proprio cocchio, mi volle condurre alla mia tenda dove, pregandomi a ricevere qualche segno dell’amor suo, depose alcuni di quei vasi d’oro e mi diede assai gemme; ma non volendo io per nessun conto accettare, salì in furore che pareva sincerissimo e minacciommi dell’odio suo. — Io desidero la vostra benevolenza, gli risposi, ma questa ben mi era sufficiente anche senza tali ricchezze. Si rasserenò Demetrio e parea felice d’avermi arricchito. Riposando la guerra, con queste ricchezze e con quella fanciulla più che divina, tornai a Roma, dove credevo che le due corone riportate e la lorica argentea a me donata da Pompeo mi avrebber fatto meno odioso al padre. Ma gl’infernali Dei parvero tenere in feroce dominio la casa mia ben più di prima. Il padre, coprendomi di contumelie e chiamandomi ladro più di Verre, pur si tenne tutto quanto io gli veniva mostrando, e quando adocchiò quella mia fanciulla, tremai veggendo come nel suo occhio lupigno balenasse un raggio fatale acceso dagli estri di Venere. Da quel giorno è un perpetuo litigio; da quel giorno le grida onde il padre copre le mie parole, sebbene calme, tremende, sembrano aver converso in un antro ferino la vetusta e nobile casa degli Sceva.
— Ma perchè conducesti colei sotto al tetto paterno? ma non avevi amici in Roma dove celarla?
— Ebbi fiducia, ti dico, nelle corone avute e nel dono di Pompeo; sperai che per questo il padre sarebbe venuto a più miti consigli; pensai che già egli scende per l’undecimo lustro, e gli umori acri e guasti del sangue onde spesso ei si corruccia e geme, vanno per lui accelerando il lavoro delle Parche. Ma egli tentò Gordiene mia che lo respinse, fierissima; però la fece chiudere nell’ergastolo dove in oscena mescolanza gli schiavi tumultuano in perpetue liti; maschi, femmine, fanciulli. Bensì atterrai la porta dell’ergastolo e uno schiavo che colsi presso alla fanciulla da lui accarezzata, di tal colpo lo colsi che cadde rovescio e più non sorse. Ma accorse il padre avvisato dai perfidissimi servi e colà fecela rinchiudere. Un litigio orrido avvenne tra me e lui. Ei minacciò, io minacciai; ed ora tremo di me stesso, tremo di lui, chè io sento, o Cesare, la tentazione del parricidio.
— Bada, Marco, di non ripetere mai più queste parole scellerate. Pensa che nell’otre chiuso e gettato al mare, ospiti il gallo, il gatto, il serpe e il pavio non fan buon giuoco. Tralascio l’infamia. Tu sei devoto agli Dei immortali di Roma; il tuo sangue dee scorrere per lei sola e per la gloria che t’irradierà fin nei beati Elisi. Te consiglio intanto a ripetere a Catilina tutto che mi hai detto; egli pensa a far distruggere la legge che dà ai padri tanta possanza sui figli.
— Lo so; già m’affiatai più volte con Catilina..... Oh la fortuna sorridesse davvero all’audacia....
— Comprendo a che accenni; pure io reputo intempestiva l’impresa di Catilina; nè sarò mai per approvarla. Tuttavia, ripeto, versa in Catilina tutto intero il tuo affanno; da questo nuove, inattese, grandissime cose nasceranno.
Cesare si alzò, e stringendo fortemente la mano a Marco Sceva: — Ascolta il mio consiglio, ripetè. Va tosto a Catilina.
Sceva partì.
Cesare voleva la congiura, voleva che la Repubblica qual era allora andasse sossopra; voleva che tutti gli ordini si tramescolassero e si confondessero in un’alluvione rinnovatrice. Però consigliava e sconsigliava, diceva e non diceva, faceva di fuga passare innanzi allo sguardo altrui, i più audaci e risolutivi disegni. Ma operava di queto e cauto, perchè vedeva l’impresa pericolosa e incertissima — e, rimettendosi a sedere:
— Codesto giovane forte, ardente, infelicissimo, già glorioso, infiammerà tutta la gioventù romana a inaudite imprese, e gli Dei immortali provvederanno.
XV.
GLI ERGASTOLI PRESSO GLI ANTICHI ROMANI.
Gli ergastoli, o luoghi di lavoro forzato, presso gli antichi Romani, dipendevano dalla giurisdizione privata. V’erano gli ergastoli urbani e i suburbani o campestri. I primi stavano nei vasti sotterranei dei palagi patrizj; gli altri presso le ville e nelle campagne. Gli schiavi e i servi colpevoli venivan chiusi nei suburbani; e durante il giorno, trascinando le catene, e sotto l’assidua minaccia della verga del servo custode, lavoravano i campi. I non colpevoli empivano i sotterranei dei palagi romani. Attendevano a lavori diversi: le donne a tesser lini, a cucire saj, a listar clamidi e toghe, ad apprestar pepli; gli uomini a lavorar calcei e solee, a tingere del colore del pesce triglia, che latinamente chiamavasi _mullus_, il mulleolo lunato ed il cucirvi sull’estremo il C, significante il numero centenario dei Romani: a preparare i calcei puri o _peroni_ per la folla dei servi e degli schiavi. Era interdetto ogni sorta di lavoro che desse fragore e potesse turbare i tripudj dei lucidi triclinj ove sdrajavansi i padroni, o i profondi silenzj delle camere cubiculari.
La giovane Gordiene era stata chiusa dal padre di Marco Sceva nel sotterraneo appunto del suo ampio palagio.
In quel vasto antro dove s’affollavano uomini e donne a centinaja, gemeva Gordiene e malediceva al padre di Marco e supplicava gli Dei perchè mandassero il giovane valoroso in suo soccorso. Ma colà invece discendeva il padre a vederla, a parlarle, a tentarla, a minacciarla; e sovente se la faceva condurre nelle segrete stanze, dove colla violenza avrebbe soddisfatto alle brame procaci, se essa la prima volta levando da una guaina d’oro che teneva nell’aureo cinto una breve lama ricurva non avesse così parlato:
— Questa, disse al vecchio Publio, è intinta di veleno d’aspide; tu mi puoi trafiggere a morte; ma tu cadrai senza vita prima di me, come fossi colto dal fulmine, se appena di un punto ti sfioro la pelle. Re Mitridate, maestro in preparar veleni, diede un tal dono a me ed a Stratonica divina, perchè fosse custodia alla beltà nostra, e sgomento alla violenza dei tentatori. —
Il giorno in cui Marco Sceva fu alla casa di Cesare, Gordiene era stata insidiata dal padre di lui, ed ella, come sempre, avealo respinto e atterrito col funesto splendore dell’avvelenata lama.
Però il padre di Marco, temendo e considerando che la via della violenza gli era interdetta, ricorse alle blandizie, alle promesse, giurò alla fanciulla l’avrebbe rimessa in libertà e resala degna d’essere invidiata dalle più nobili dame romane; ma Gordiene era incrollabile; e alzando la voce e facendo vibrare in suon minaccioso e beffardo il suo greco accento: — Antepongo, esclamava, di essere schiava del figlio tuo, che libera con te e per te. —
Marco, quando venne al Palatino per recarsi al palagio di Catilina, ritorse il passo e tornò al palagio paterno.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE DEL PRIMO VOLUME.
PRELUDIO _Pag._ 7 I. Il trionfo di Pompeo e l’adolescente Cesare » 17 II. Laja pittrice e il ritratto di Cesare » 33 III. Cesare, Sallustio e Catilina » 55 IV. Attica accademia di musica e poesia nel palazzo dell’eminente Sempronia » 75 V. L’ira di Cetego » 101 VI. Aurelia e Catilina » 121 VII. La morte di Cetego » 137 VIII. Morte d’Aurelia » 157 IX. Sempronia e Catilina » 187 X. I giuochi del Circo Massimo » 197 XI. Incoronazione di Cesare nel Circo Massimo » 223 XII. Sallustio e la Catilinaria » 243 XIII. La patria potestà » 261 XIV. Marco Sceva » 277 XV. Gli ergastoli presso gli antichi Romani » 293
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.