La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea

Part 9

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_A_) Da Bruno e Campanella a Vico corre un periodo di circa cento anni. In tutto questo tempo non vi ha un filosofo veramente originale in Italia; all'Italia non appartiene nessuna idea nuova. Cartesio, Spinoza, Locke, Leibniz non sono italiani. O piuttosto, i nuovi germi, nati in Italia, si formarono liberamente a sistemi fuori del nostro paese. Bruno diventa Spinoza; Campanella, Cartesio e (in quanto telesiano) Locke; la monade di Bruno, trasfigurata nell'_Esse cognoscere_ di Campanella, diventa la monade di Leibniz (rappresentazione assoluta del moltiplice nella unità del pensiero).

Da Bruno e Campanella a Vico vi ha dunque come un _vuoto_ nella storia del nostro pensiero. Perchè Vico possa esser ben compreso, bisogna riempire questo vuoto colla storia della filosofia europea. Posti Bruno e Campanella, si vede, ora, la necessità di Vico; ma perchè Vico _nascesse_, la _necessità_ della sua nascita dovea manifestarsi e divenire una _realtà storica_: un _fatto_ nella vita del pensiero umano. E ciò è dire, che doveano mostrarsi in tutta la loro realtà i difetti della _posizione_ di Campanella e di Bruno; anzi dovea prima compiersi questa posizione.

La posizione era questa: Dio è solamente _causa_ (causa efficiente), e perciò l'Universo è solamente _effetto_.

Questa posizione annulla ogni distinzione essenziale tra i due universi, il naturale e lo spirituale, e assegna loro un'identica legge: la causalità, o la semplice relazione causale.

Questa posizione è in generale il nuovo _naturalismo_ — di cui abbiamo visto le prime tracce, dopo la Scolastica, nel Cusano — applicato indifferentemente alla considerazione della natura e dell'uomo; e la cui unica legge è la legge matematica o meccanica, e il metodo il processo dal principio alla conseguenza o dalla conseguenza al principio.

Ora l'uomo, il mondo umano, vuol dire _libertà_; e la libertà non è la semplice _causalità_.

Nella dottrina di Bruno non vi ha davvero _libertà umana_ (nè divina). In altri termini (così in Bruno, come in Spinoza) è inesplicabile il _concetto_ della Sostanza. Come il _Modo_ può conoscere la _Sostanza_, la quale non conosce se stessa, e così essere superiore alla Sostanza stessa? Come l'uomo può _elevarsi_ a Dio, se è semplice _effetto_? Come l'effetto _ritorna_ alla causa? E pure Bruno e Spinoza finiscono egualmente con questa contradizione: — Bruno negli _Eroici Furori_, che sono appunto la liberazione dell'anima e la sua elevazione e unione con Dio; Spinoza nella parte quinta dell'_Etica_, che tratta della _potentia intellectus_, cioè _de libertate humana_, la quale per Spinoza è la stessa beatitudine (_amor Dei intellectualis_).

Una semplicemente non può essere la _legge_ della natura e dell'uomo.

L'_essere naturale_ è immediatamente quel che è e può essere; è posto come quel che deve essere, e tutto il suo mondo è la sua nascita, che non è opera sua. L'uomo, all'opposto, fa se stesso, il suo mondo; e questo suo mondo è lui stesso: _Carne della sua carne_, etc. Come uomo, come spirito, come mondo umano, egli è creatore di se stesso. — Con ciò non voglio dire, già s'intende, che egli crei se stesso come immediato uomo, come uomo animale o naturale.

In altri termini: è vero che tutte le cose _sono_ in Dio. Sono in Dio, perchè hanno la loro _entità_ in Dio. Così, Dio è sostanza prima (Gioberti); l'esser le cose in Dio è la loro entità vera. Ma la differenza tra l'_entità_ delle cose naturali e l'entità umana è questa:

le cose _sono_ in Dio immediatamente; sono poste come semplici _enti_, e non altro, in Dio;

l'uomo, invece, _è_ in Dio, in quanto si eleva per se stesso e si unisce a Dio; in quanto si fa lui stesso, quanto può, Dio (quell'_essere_, che è Dio); di maniera, che il suo _essere_ è la sua stessa libera _attività_: la libera produzione di se stesso. Se Dio è causa o attività assoluta, e perciò in lui essere e fare sono lo stesso; se insomma, essere davvero è _farsi_, egli è evidente, che essere davvero in Dio, non è semplicemente _esser fatto_, ma _farsi_ Dio e in Dio. Ciò vuol dire: il vero uomo non è semplicemente effetto, ma causa. Ora l'effetto, che è causa, è appunto il _fine_.

Così Dio, come insieme causa o principio e fine o effetto assoluto è una duplice attività in una: creativa e ricreativa, direbbe Gioberti; e solo così, come tale unica attività, è la vera attività, e quindi il vero Essere; lo Spirito o il Creatore. La prima attività è semplicemente divina (naturale); la seconda è divina e umana insieme (cioè veramente divina). — I due cicli di Gioberti, che sono un unico ciclo.

Ora Vico rappresenta appunto questa _distinzione reale_ de' due universi; e quindi fonda il mondo umano, il mondo dello spirito. Rappresenta la _differenza reale_ di quella _assoluta indifferenza_; e questa differenza è espressa nel concetto delle due _Provvidenze_. Il suo mondo naturale, fatto solo da Dio (come provvidenza naturale), e il suo mondo umano, fatto dall'uomo e da Dio insieme, consistono nelle due attività creative, che sono i due cicli di Gioberti.

In Vico il concetto della _formola ideale_ è già dato: non della formola monca, _l'Ente crea l'esistente_, ma della vera formola, _l'Ente crea l'esistente e l'esistente ritorna all'Ente_[88].

Tale è, in brevi parole, il passaggio ideale e, direi quasi, logico da Bruno a Vico.

Perchè questo passaggio fosse storico, era necessario che il naturalismo (di Bruno) prendesse la sua forma schietta e rigorosa nello spinozismo (e Spinoza richiede Cartesio, precorso da Campanella); che il principio della semplice _efficienza_ si mostrasse in tutta la sua luce, come cartesianismo e come lockismo; che Leibniz ponesse il concetto — sebbene imperfetto, cioè come identità immediata — dello spirito nella monade, e così protestasse contro il puro naturalismo (la monade in sè è più che _causa efficiente_); che, insomma, si vedessero e s'intendessero le conseguenze della prima posizione.

_B_) Ho detto che Vico pone la _differenza_, la _differenza reale_, nella assoluta indifferenza di Bruno e Spinoza; quella differenza, che nè questi nè gli altri filosofi posteriori aveano saputo porre. Ponendo la reale differenza, Vico pone la reale unità: cioè, non più la Sostanza causa, ma lo Spirito. Tale è lo Spirito: non vuota identità, ma reale differenza, e _contuttociò_, anzi appunto perciò, reale unità.

Ho esposto altrove[89] la intenzione di Vico, quasi colle stesse sue parole, così: «Finora i filosofi hanno contemplato Dio solo per l'ordine delle cose naturali; io, più su innalzandomi, contemplo in Dio il mondo delle menti umane, che è il _mondo metafisico_, per dimostrare la Provvidenza nel mondo degli animi umani, che è il mondo civile, ossia il mondo delle nazioni. Contemplando Dio solo per l'ordine naturale, cioè in quanto ha dato _naturalmente_ l'_essere_ alle cose e agli uomini, e _naturalmente_ lo conserva, i filosofi hanno dimostrato solo _una parte_ o _attributo_ della sua provvidenza; io lo contemplerò per la _parte_ che è _più propria degli uomini_, la natura de' quali ha questa principale proprietà, di essere _socievoli_, cioè come provvedente nelle cose _morali politiche_, ossia ne' _costumi_ civili, coi quali sono provenute al mondo e si conservano le nazioni. E questa nuova e più alta contemplazione è possibile, perchè questo _mondo civile è certamente stato fatto dagli uomini_; onde se ne possono, perchè se ne debbono, ritrovare _i principii dentro le modificazioni della nostra medesima mente umana_. E dee recar meraviglia, come tutti i filosofi si studiarono di conseguire la scienza di _questo mondo naturale_, del quale, perchè Iddio egli il fece, esso solo _ne ha la scienza_, e trascurarono di meditare su questo mondo delle nazioni, del quale, perchè _l'aveano fatto gli uomini_, ne potevano conseguire la _scienza gli uomini_. Questo stravagante effetto è provenuto dalla miseria della mente umana; la quale, restata immersa e seppellita nel corpo, è naturalmente inchinata a sentire le cose del corpo, e dee usar troppo sforzo e fatica per _intendere se medesima_. E pure l'uomo in tanto si approssima a Dio, e questa scienza è d'una specie veramente divina, in quanto il mondo, che egli vuole con essa contemplare, lo ha fatto egli stesso; perchè in Dio il _conoscere_ e il _fare_ è una medesima cosa, e solo l'uomo partecipa di questa divina natura. La differenza tra l'uomo e Dio è, che l'uomo ha fatto a principio questo suo proprio mondo senza sapere ciò che si faceva, anzi credendo di fare tutto il contrario. E questa è come una benevola astuzia della Provvidenza; la quale, senza _forza di leggi_, ma facendo uso degli _stessi costumi_ degli uomini, — dei quali le _costumanze_ sono tanto _libere di ogni forza_, quanto lo è agli uomini _celebrare la loro natura_, — come una mente _diversa_, alle volte _contraria_ e sempre _superiore a' fini particolari e ristretti_ che gli uomini si propongono, ne fa _mezzi per servire_ a fini _più ampii_, e gli adopera sempre per conservare l'umana generazione. Così vogliono gli uomini usar la _libidine bestiale_ e disperdere i loro parti, e ne fanno la castità de' matrimonii, onde sorgono le famiglie; vogliono i _padri_ esercitare _smoderatamente gli imperi paterni_ sopra i clienti, e surgono le città; vogliono i nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei, e vanno in _servitù delle leggi_, che fanno la _libertà popolare_; e simili. Questo, che fece tutto, fu pur _Mente_; perchè il fecero gli uomini con _intelligenza_; non fu _Fato_, perchè il fecero con _elezione_; non _Caso_, perchè con perpetuità, sempre così facendo, escono nelle medesime cose. Questa Mente o Provvidenza è l'_unità dello spirito che informa_ e dà vita a _questo mondo di nazioni_».

Io devo considerare qui solamente questa _unità dello spirito_, la quale è il nuovo Dio della filosofia, che sbalza di soglio l'antico (il Dio semplicemente Causa), e la vera negazione e il vero compimento della _unità_ di Bruno e Spinoza: questa unità, il cui concetto è la base e il principio, in cui consistono e a cui ritornano tutti i concetti nuovi della _Scienza nuova_, e che è solo la _possibilità reale_ di questa scienza, cioè della filosofia della storia: questa unità, che esige una _nuova metafisica_, la _metafisica della mente umana, che proceda sulla storia delle umane idee_: quella metafisica, di cui Cartesio pose la base, quando disse: _Pensare è essere_ (il vero essere); ma poi non ne fe' niente, appunto perchè non si avvide di tutto il tesoro che avea in mano, concependo in modo ristretto il pensare e perciò stesso il vero essere: quella metafisica, che non è il puro _ontologismo_ — la vecchia metafisica fondata sull'essere, — ma che appunto, perchè fondata nel _pensare_, è psicologismo, e appunto perchè fondata nel pensare vero, cioè puro e non empirico, è _psicologismo trascendente_, cioè il _vero ontologismo_: insomma, la _metafisica della Mente_, della _Mente Umana_, e non dell'_Ente_. Gioberti — che meglio intende e spiega se stesso — è in ciò di accordo con Vico[90].

Che cosa è dunque,questa nuova e vera unità, questa _Unità dello Spirito_?

Bisogna ripigliare, da questo punto di vista, la considerazione di Bruno e Spinoza.

«Chi vuol sapere i massimi secreti di natura, riguardi e contempli circa gli minimi e massimi degli contrarii ed oppositi. Profonda magia è _trar il contrario_, dopo aver trovato il _punto dell'unione_».

«A questo tendeva con il pensiero... Aristotele, ponendo la _privazione_, a cui è congionta, certa disposizione, come progenitrice, parente e madre della _forma_; ma non vi potè aggiungere. Non ha possuto arrivarvi, perchè, fermando il piè nel _geno dell'opposizione_, rimase inceppato di maniera, che, non _descendendo alla specie de la contrarietà_, non giunse nè fissò gli occhi al scopo: dal quale errò a tutta passata, dicendo, i contrarii non poter attualmente convenire in soggetto medesimo»[91].

Adunque, secondo Bruno, vi ha due cose a fare, che in verità sono una medesima: dati i contrarii, trovare il punto della unione; e trovato il punto della unione, trarre il contrario.

Sono una medesima cosa; giacchè il _punto della unione_, che si dice trovato, non è veramente trovato — non è veramente unità de' contrarii, — se da esso non si trae il contrario, cioè non si fa vedere che questo punto stesso si _differenzia_. Se non si trae da esso il contrario, ma si pone così _estrinsecamente_, questo punto non è il punto della unione.

Aristotele riceve i contrarii platonici: l'idea e il fenomeno (l'idea è fuori del fenomeno: dualismo), e fa di quella la _forma_, di questo la _materia_; questa è _complicatamente e possibilmente_ QUELLO STESSO, che quella è _esplicatamente e attualmente_; l'una è l'essere meramente _possibile_, l'altro l'essere _attuale_. Così la relazione tra i contrarii non è più _negativa_ come in Platone, nel quale l'uno è l'essere, e l'altro il non essere. Ma è _positiva_: l'uno è l'essere attuale, l'altro l'essere possibile. Questa relazione _positiva_, questo _uno essere_, sotto i due aspetti della possibilità e dell'attualità, è il _punto della unione aristotelico_. Aristotele dunque, procedendo da' contrarii, trova il _punto della unione_.

Ma lo trova davvero?

Bruno ha detto già, che non lo ha trovato; che «non conosce l'Ente come _Uno_, per non aver profondato alla cognizione di questa» (la sua) «_unità e indifferenza_ della costante natura ed essere».

Ora dice, che non ha saputo _trarre il contrario_; che, al più, si è arrestato al genere dell'opposizione, ma non è disceso sino alla specie della contrarietà.

La seconda critica è il compimento della prima. Aristotele non ha concepito l'Ente come Uno, perchè non l'ha concepita come _assoluta indifferenza_; e non l'ha concepito come assoluta indifferenza, perchè non l'ha concepito come _coincidenza dei contrarii_. Bruno, seguendo il Cusano, dice di concepirlo così: questo essere il suo vantaggio sopra Aristotele. In realtà, questa _indifferenza_ non è che la conseguenza _esplicita_ della posizione aristotelica; giacchè quella _relazione positiva_, quell'_uno stesso essere_ sotto due aspetti, non è che l'_essere indifferente_. Ma non basta, — ecco la seconda critica, — dire: l'essere indifferente. Perchè questo sia un vero concetto, e non già un semplice presupposto; perchè sia veramente l'essere indifferente, bisogna trarre da esso il contrario, non presupporlo; cioè, nel caso di Aristotele, non presupporre, ma _derivare_ i due principii, _forma_ e _materia_. Finchè non si fa questo, il dualismo dei principii non è superato; cioè, non si ha veramente l'_uno essere_, l'assoluta indifferenza. Ora Aristotele non deriva i due principii, ma li presuppone.

Bruno dice: _assoluta indifferenza_, e oltre a ciò esige la derivazione del contrario. Ciò è molto. Ma poi, non solo non trae il contrario, ma con tutto che dica _indifferenza_, non afferma quella _posizione_, che è la possibilità del _punto_ della unione. Mi spiego: Aristotele dice: _uno stesso essere_ sotto due aspetti. Ma, poi, pone come il vero essere l'uno di questi due aspetti, per sè, senza l'altro, e così distrugge da sè la posizione dell'_uno stesso essere_. Così l'altro rimane sempre qualcosa d'estrinseco al primo, e non è derivato dal primo; e sebbene non sia superiore al primo, pure è sempre un limite insuperabile del primo. E ciò val quanto dire: il primo — la forma, il pensiero — non è veramente il Primo; in realtà ci sono due Primi.

Bruno dice: _Indifferenza_, e sta fermo a questa posizione, in quanto la forma non è mai estrinseca alla materia e l'intelletto artefice muove e opera da dentro; il Dio aristotelico, pura forma, è scomparso. Ma, d'altra parte, quella _indifferenza_ è un punto assolutamente oscuro, una base presupposta, non _pensata_ affatto; i due contrarii sono in realtà ancora assolutamente _irreducibili_; la loro indifferenza o unità è piuttosto _essere insieme_, semplice _coincidenza_, non altro.

Spinoza, mediante Cartesio, fa chiaro quel punto oscuro; e questo punto chiaro — _immediatamente_ chiaro (evidenza, intuito cartesiano) — è il pensiero in quanto contiene il suo contrario, l'essere. Questa unità, che non è più semplice coincidenza, ma _contenenza, insidenza_, — unità che si differenzia immediatamente come indifferenza, — è la nuova indifferenza, la _Sostanza_ di Spinoza.

Spinoza è la _chiarezza_ di Bruno; quel che in Bruno è oscuro, in Spinoza è chiaro (sebbene non assolutamente chiaro, ma solo immediatamente). In Bruno è oscura la indifferenza, e in Spinoza si fa chiara, in quanto il punto della unione è il _pensiero_, e il pensiero non è tale che in quanto contiene o pone immediatamente o intuitivamente il suo contrario, l'essere. Il pensiero è quel punto (_punctum mobile_), che è insieme _unire_ e _trarre il contrario_; il punto della unione è il punto stesso della differenza. Punto _attivo_, non _morto_; che _unisce_ in quanto _differenzia_, e differenzia in quanto unisce. Similmente, l'indifferenza come _causa_ è oscura in Bruno, e si fa chiara in Spinoza. La Sostanza è causa, attività, in quanto è il pensiero che contiene o pone immediatamente l'essere: l'essere è l'_effetto_ del pensiero, e questo effetto è lo stesso essere del pensiero: il pensiero è _causa sui_. Infinità del pensiero, infinità dell'essere; causa infinita, effetto infinito; Dio infinito, universo infinito. E la Sostanza è semplice causa, cioè _sostanza_, non _soggetto_, appunto perchè è una posizione immediata dell'essere nel pensiero.

Adunque, quello che è come implicito in Bruno (Sostanza causa, cioè Indifferenza che si differenzia indifferentemente, ossia immediatamente), è chiaro in Spinoza. Questa chiarezza è il pensiero cartesiano.

Il pensiero, che contiene in sè e pone immediatamente l'essere, è la _causa_. Causare: tale è la prima e la immediata risposta all'esigenza di Bruno: _trarre il contrario_. _Causare è trarre il contrario_, ma in una forma immediata. _Causare_ è pensare, ma pensare immediatamente. Causare senza pensare è impossibile. L'_effetto_ è contenuto nella causa; e questa contenenza, che è _produzione_ in sè, non è altro che _pensiero_, non già semplice essere. (Così la _Sostanza_ è il _Pensiero_ come immediata unità di se stesso e dell'essere: è l'Idea, ma non l'Idea platonica).

Questa _immediatezza_ è la Natura spinoziana, la _nuova_ natura. Quindi il nuovo _naturalismo_.

Essere e pensare, immediatamente _uno_ e immediatamente _differenti_: tale è il _punto della unione_ e la _derivazione_ spinoziana del contrario. Ora, appunto perchè immediatamente _uno_, essere e pensare non sono veramente _uno_; e appunto perchè immediatamente differenti, non sono veramente differenti. Nè la _unità_, nè la _differenza_ è reale: nè il _punto della unione_, nè la derivazione del contrario. Quindi si ha insieme:

_parallelismo_, e, come unica legge de' due mondi, la _relazione causale_.

Queste due determinazioni, che sono la stessa determinazione, è il _naturalismo_. È la indifferenza differenziata indifferentemente: la causa come effetto, come semplice effetto.

Così non si ha il vero Universo; il vero Universo è fuori di questo Universo puramente _formale_.

Ma in Spinoza stesso ci è il principio della correzione di Spinoza: il principio del _pensiero_, il principio cartesiano: solo bisogna intenderlo meglio (psicologismo trascendente). I due mondi paralleli, e che hanno una _medesima legge_ (la causalità) non sono in sè davvero paralleli; giacchè l'uno è l'_esse obiective_ e l'altro l'_esse formaliter_; quello è, dunque, più che questo e lo contiene. Il pensiero contiene in sè l'essere, è l'essere _oggettivo_, e perciò non può esser parallelo all'essere, non può avere la stessa legge dell'essere; l'essere non dev'essere eguale, ma sottoposto al pensiero, deve essere il _fenomeno_ del pensiero.

Ecco Leibniz: la vera realtà è la _monade_, e l'_estensione_ non è che il _fenomeno_ delle monadi.

Ma la monade è anch'essa qualcosa d'_immediato_, e perciò di _naturale_.

Ora Vico vede la vera _differenza_: nega davvero il _parallelismo_, distinguendo le due provvidenze, i due attributi, di maniera che uno di essi sia scala all'altro, e concepisce il _pensiero_, il _punto di unione_ e la _derivazione del contrario_, come _sviluppo_ (_spiegamento_); la natura è il fenomeno e la _base propria_ dello spirito, il presupposto che lo spirito fa a se stesso, per essere veramente spirito, vera unità.

La vera Unità, il vero Uno, l'_Unico_ è sviluppo; sviluppo di se stesso: da se stesso, per se stesso, a se stesso: cioè veramente e totalmente _Se stesso_. Questo è il _nuovo_ concetto, che, più o meno espressamente, consapevolmente e inconsapevolmente, è l'anima di tutta la _Scienza nuova_: è il _gran valore_ di Vico.

_C_) _Sviluppo_ non vuol dire emanazione, semplice venir fuori, semplice eduzione; e non vuol dire semplice _causazione_, semplice posizione di un effetto. Sviluppo è moto, ma moto che è insieme riposo; non è andare da uno a un altro, ma da sè a sè, andare che è riandare; è produzione, ma produzione di se stesso; e non di se stesso come _ens diminutum_, come meno di sè, e però come non se stesso, come un altro (tale è l'effetto infinito della causalità infinita di Bruno e Spinoza: pura esplicazione di quel che è complicato), ma di sè come vero se stesso; è produzione, che è riduzione. _Sviluppo è autogenesi._

Chi dice _sviluppo_, dice _gradi, stazioni, funzioni, forme_ diverse di attività. Ora quel che si sviluppa è il _principio stesso universale_ della esplicazione, de' varii gradi o funzioni. Questo principio — Psiche, Anima, Mente, Ragione, Pensiero, Spirito — dà a se stesso, appunto in queste funzioni o forme, una realtà determinata; e allora ha finito la sua esplicazione, quando è arrivato o meglio ritornato a se stesso, cioè quando si è attuato in una forma adeguata alla sua universalità o idealità. Così tutte le altre funzioni della psiche sono que' gradi di esplicazione della psiche stessa, nei quali la sua universalità o idealità, che è il vero principio, ha raggiunto solo una realtà particolare, non perfetta e universale. Perciò la psiche — il pensiero, la mente — ha colle sue altre funzioni la seguente doppia relazione: da un lato ella è il loro principio, e così esse sono i suoi gradi di esplicazione; e dall'altro lato ella è il supremo e assoluto grado di esplicazione, ed esse sono gradi solamente relativi (principio e fine).

Così, quando si dice: «lo Spirito è _senso, rappresentazione_ (immaginazione), _pensiero_», ciascuna forma è tutto lo spirito (il _pensiero_) in un suo grado di esplicazione; e il _pensiero_ è il supremo grado, il vero Spirito.

Questo schema dello _sviluppo_ si può dire lo schema astratto della _Scienza nuova_: l'ultimo grado è per Vico la _Ragione umana tutta spiegata_. Così tutta la vita dello Spirito non è che _spiegamento_ di sè: quello che io dico sviluppo.

Ci è questo schema in Vico:

1. Come schema astrattissimo e, direi quasi, logico: _Uno, Molti, Uno_. È l'uno che si pone — si spiega — come Uno immediato, come Molti, e come Uno vero e concreto: _Uno tutto spiegato_. «Sopra quest'ordine di cose umane civili corpulento e composto vi conviene l'ordine de' numeri, che sono cose astratte e purissime. Incominciarono i governi dall'_Uno_ colle monarchie famigliari, indi passarono a' _Pochi_ nelle aristocrazie eroiche; s'inoltrarono ai _Molti_ e _Tutti_ nelle repubbliche popolari, nelle quali o tutti o la maggior parte fanno la ragion pubblica; finalmente _ritornarono_ all'_Uno_ nelle monarchie civili. I _pochi, molti e tutti_ ritengono ciascheduno nella sua specie la ragione dell'_Uno_. Così l'_umanità_ si contiene tutta tra le monarchie famigliari» (l'Uno come principio), «e le civili» (l'Uno come fine)[92]. — È evidente, che questo movimento dell'Uno non è semplicemente deduzione, ma insieme riduzione (induzione); l'Uno, spiegandosi, non si disperde, ma cresce e insieme si raccoglie in se stesso: ἐπίδοσις ἐφ’ ἑαυτό, direbbe Aristotele.