La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea

Part 8

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Questo scetticismo — diverso dall'antico, e prodotto dalla contemplazione della natura — è un elemento nuovo nella filosofia. (Anche oggi i naturalisti in generale non fanno consistere la scienza umana che nell'osservazione e nella esperienza; nel resto sono scettici, e, o ricorrono alla rivelazione, o non ci credono affatto. A certi problemi — i quali interessano, più che essi non credono, lo spirito umano, perchè concernono l'uomo stesso, non come minerale, pianta o semplice animale, ma appunto come _uomo_ — i naturalisti non sanno rispondere altrimenti che o negando i problemi medesimi o facendone una girata al curato e al confessore). — Abbiamo visto le diverse forme di questo scetticismo nel Risorgimento (Cusano, Valla, Pomponazzi, etc.). Adunque, epilogando, possiamo dire, che nella nostra filosofia Campanella ha questo significato: — è filosofo libero, che confida nel _senso_, nella _esperienza_ e nella _coscienza di se stesso_; ma non è libero, non dico come Bruno, ma nè meno come Pomponazzi, Achillini, Cesalpino; non è scolastico, e più che Bruno, in quanto cerca di fondare la filosofia nella _coscienza di sè_; ma ne' risultati si accorda, più che non si potrebbe credere, colla dottrina gerarchica del medio evo. Rompe sì i ceppi alla scienza, ma sol perchè questa se li rifaccia da sè; e si sottometta liberamente, quasi per _esperienza_, alla fede.

È insomma, come ho già detto, il filosofo della restaurazione cattolica.

Il concetto della restaurazione si riassume nel seguente concetto della vita umana.

L'uomo, dice Campanella, è imperfetto; il suo stato non corrisponde alla sua natura; egli è in lotta con se stesso. Causa di ciò è il _peccato_. Quindi la necessità dell'aiuto divino. Giovano anche le leggi positive (quindi il valore dello Stato); ma non bastano. Ci bisogna altro: la _rivelazione_. A questa però si accompagna la _religione interna_, nella quale solamente noi partecipiamo alla vera _libertà_.

Qui ci è del vecchio e del nuovo, e tale è Campanella stesso: l'_uomo restaurato_. Il principio nuovo che si associa all'antico, all'autorità e al sillogismo (che esplica e vuol comprendere i dati dell'autorità), è la _religione interna_; ciò, che egli chiama anche _tactum intrinsecum_. «A deo errantes per flagella reducti sumus ad viam salutis et cognitionem divinorum, non per _syllogismum_, qui est quasi sagitta, qua scopum attingimus a longe absque gusta, neque modo per _auctoritatem_, quod est tangere quasi per manum alienam, sed per _tactum intrinsecum_ in magna suavitate». Cioè _in magna libertate_.

Il vero principio di questa ristaurazione non è nè l'autorità nè il sillogismo, ma il _tactus intrinsecus_. Cos'è questo _tactus_? In generale nient'altro che il _sentire_, la _coscienza di sè_, la presenza dello spirito a sè medesimo, l'Io, il pensare, la certezza.

E tale è il principio della filosofia di Campanella. Questo è l'elemento nuovo in lui[72].

LEZIONE QUINTA.

GIORDANO BRUNO.

SOMMARIO.

_A_) Carattere e destino di Bruno; — Differenza della sua filosofia da quella di Campanella. — _B_) Spinoza. — _C_) Bruno precursore di Spinoza: — Dio come Sostanza Causa.

_A_) Bruno è il vero eroe del pensiero: l'araldo e martire della nuova e libera filosofia. Se libertà non vuol dire un facile dimenarsi nel vuoto, ma il lottare contro gli enimmi dell'universo e contro i vecchi pregiudizi, i vecchi sistemi e tutta la potenza del vecchio mondo, non vi ha filosofo più libero di Bruno. Prometeo, rapitore della immortale scintilla, fu confitto alla rupe, ma non domo. Socrate, che portò la prima luce nella oscura intimità della coscienza, bevve tranquillo il veleno, che gli porsero i suoi concittadini. Bruno è degno di avere un posto accanto a Prometeo e Socrate. — Voi, diceva a suoi giudici l'annunziatore de' _mondi innumerabili_, dell'_infinito universo e mondi_, della _vita infinita di Dio nell'universo e nell'animo umano_[73], voi profferite questa sentenza contro di me con maggior timore che io non la riceva. — La mitica leggenda ci racconta la liberazione di Prometeo. Gli ateniesi si pentirono di aver fatto morire Socrate. Bruno aspetta ancora in Italia chi onori la sua memoria, chi lo vendichi dall'anatema che pronunziarono contro di lui la superstizione e l'ignoranza. Uno storico d'Italia[74] lo chiama pazzo; questa parola è l'unica giustificazione. Invece del rogo, il manicomio.

Siamo sinceri. Bruno è stato vendicato da un pezzo; e quest'opera, non solo pietosa ma giusta, questa riparazione, che ha cancellato una vergogna nella storia umana, e però è stata una riparazione dell'umanità stessa, noi la dobbiamo agli stranieri, se vi ha stranieri nella patria del libero pensiero[75]. Gli stranieri sono verso i nostri filosofi più giusti e generosi che noi non siamo verso i loro.

La libertà è il carattere stesso di Bruno; è tutto Bruno. «Qua molti, che per sua bontà e dottrina non possono vendersi per dotti e buoni, facilmente potranno farsi innanzi, mostrando quanto noi siamo ignoranti e viziosi. Ma sa Dio, conosce la verità infallibile, che, come tal sorte d'uomini son stolti, perversi e scellerati, così io in miei pensieri, parole e gesti non so, non ho, non pretendo altro, che sincerità, simplicità, verità. Talmente sarà giudicato, dove le opre ed effetti eroici non saran creduti frutti de nessun valore, e vani; dove non è giudicata somma sapienza il credere senza discrezione; dove si distinguono le imposture degli uomini dagli consegli divini; dove non è giudicato atto di religione e pietà sopraumana il pervertere la legge naturale; dove la studiosa contemplazione non è pazzia; dove nell'avara possessione non consiste l'onore, in atti di gola la splendidezza, nella moltitudine de' servi, qualunque sieno, la riputazione, nel meglio vestire la dignità, nel più avere la grandezza, nelle maraviglie la verità, nella malizia la prudenza, nel tradimento l'accortezza, nel fengere il saper vivere, nel furore la fortezza, nella forza la legge, nella tirannia la giustizia, nella violenza il giudicio, e cossi si va discorrendo per tutto. Qua Giordano parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio nome a chi la natura dona il proprio essere; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non cuopre quel ch'ella mostra aperto; chiama il pane pane, il vino vino, il capo capo, il piede piede, ed altre parti di proprio nome; dice il mangiare mangiare, il dormire dormire, il bere bere, e così gli altri atti naturali significa con proprio titolo. Ha gli miracoli per miracoli, le prodezze e maraviglie per prodezze e maravigile, la verità per verità, la dottrina per dottrina, la bontà e virtù per bontà e virtù, le imposture per imposture, _etc._ Stima gli filosofi per filosofi, gli pedanti per pedanti, gli monachi per monachi —, le sanguisughe per sanguisughe, gli disutili, montaimbanco, ciarlatani, bagattellieri, barattoni, istrioni, papagalli, per quel che si dicono, mostrano e sono, _etc._ Orsù, orsù, questo, come cittadino e domestico del mondo, figlio del padre Sole e de la Terra madre, perchè ama troppo il mondo veggiamo come debba essere odiato, biasimato, perseguitato e spinto[76] da quello»[77].

Domenicano, come Campanella, Bruno abbandona giovinetto il chiostro, getta gli abiti monacali, va vagando per tutta Europa; visita Francia, Inghilterra, Alemagna, predicando in ogni luogo le sue libere dottrine, cercando pace da per tutto, e non la trovando mai, scontento sempre di tutto e di tutti, fuorchè d'una cosa sola, la verità. E grida: «l'Universitade che mi dispiace, il volgo ch'odio, la moltitudine che non mi contenta, una che mi innammora; quella per cui sono libero in soggezione, contento in pena, ricco ne la necessitade, e vivo ne la morte». Solo «per amore di essa io mi affatico, mi crucio, mi tormento»[78]. Finalmente, come spinto dal suo fato, ritorna in Italia; è imprigionato dalla inquisizione di Venezia, consegnato a quella di Roma, esaminato, torturato e arso. — Si suol dire che il maggior tormento e insieme la maggior consolazione de' filosofi sia la verità. Se ciò è vero, io credo che a nessun uomo la verità abbia fruttato più gran tormento e più grande consolazione che al povero Bruno[79].

E chi mi impenna e chi mi scalda il core? Chi non mi fa temer fortuna o morte? Chi le catene ruppe?. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Quindi l'ali sicure a l'aria porgo Nè temo intoppo di cristallo o vetro, Ma fendo i cieli e a l'infinito m'ergo. E mentre dal mio globo agli altri sorgo, E per l'eterio campo oltre penetro, Quel che altri lungi vede, lascio al tergo.

Poi che spiegate ho l'ali al bel desio, Quanto più sotto il piè l'aria mi scorgo, Più le veloci penne al vento io porgo, E spreggio il mondo, e verso il ciel m'invio. Nè del figliuol di Dedalo il fin rio Fa che giù pieghi, anzi via più risorgo. Ch'i' cadrò morto a terra, ben mi accorgo; Ma qual vita pareggia al morir mio? La voce del mio cor per l'aria sento: — Ove mi porti, temerario? China, Chè raro è senza duol troppo ardimento. — Non temer, rispondo io, l'alta ruina. Fendi sicur le nubi e muor contento, Se il ciel sì illustre morte ne destina![80]

Bruno era presago del suo destino! Onde tanto entusiasmo, e quello spirito irrequieto che si mostra tranquillo e sereno solo innanzi alla morte? «In Bruno», scrive uno storico della filosofia[81], «vi ha l'esaltazione di una grande anima, che sente in se stessa la immanenza dello spirito, e sa che nella unità del suo essere e di tutti gli esseri consiste tutta la vita del pensiero. Nella profondità di questa coscienza vi ha qualche cosa che rassomiglia al sacro furore di una baccante; essa trabocca, per divenire oggetto a se stessa ed esprimere tanta ricchezza». È qui, ho detto io in una mia breve scrittura sulla filosofia italiana[82], tutta la differenza tra Bruno e Campanella. Per Campanella l'universo non è certo una cosa morta; tutte le cose vivono, anzi sentono, e l'anima universale le muove e alimenta. Ma questa vita è solo ombra della vita vera: la fonte di ogni vita è fuori di essa. A questa fonte non si perviene coll'intelletto, il quale è sempre condannato a cibarsi d'acqua e di fango: noi ne gustiamo appena qualche analogia mediante la fede. Anche Bruno lascia sussistere questo incomprensibile, o almeno non lo nega assolutamente; ma affermandolo lo riduce a un punto oscuro piccolissimo, il quale non reca alcun tormento all'animo umano, perchè tutti i tesori che esso può nascondere egli li contempla vivi, reali ed esplicati nella natura, nell'universo, nel mondo, cioè, al dir di Bruno, in quella celeste Anfitrite che è la infinita genitura, perfetta somiglianza e imagine dell'infinito generante. Così l'universo per Bruno non è solo la _statua_ di Dio, ma la sua infinita rivelazione; non la tomba della divinità morta, ma la sede della divinità vivente; anzi la vera e unica vita di Dio; perchè vivere è rivelarsi, e si rivela chi genera e si contempla e specchia nella sua genitura. Senza l'universo Dio sarebbe infinità astratta, non reale. Bruno concede la prima all'attività de' teologi, e la seconda assegna ai filosofi come il loro unico e vero Dio.

_B_) È stato detto che Bruno è il precursore di Spinoza, anzi lo Spinoza italiano. Ciò è in grandissima parte vero. Ma non sempre è stato inteso il vero concetto dello spinozismo, e però quel che si voleva significare con un tal paragone[83].

Spinoza, si è detto, è il filosofo della _Sostanza_; per lui Dio è la identità e la indifferenza assoluta del pensiero e dell'estensione, de' due universi, del corporeo e dello spirituale, e come tale indifferenza è un essere immobile e senza vita: il carattere della Sostanza è l'immobilità assoluta.

Or tale non è il Dio di Bruno. Il Dio di Bruno è la vita stessa, infinita attività, infinita rivelazione di se stesso. Come dunque si può dire, che Bruno precorra Spinoza?

È vero che il Dio di Spinoza è la Sostanza, cioè assoluta indifferenza; ma non è solo questo. Il pregio di Spinoza nella storia della filosofia non è solo di aver concepito Dio come Sostanza; o piuttosto, la Sostanza di Spinoza non è quella che comunemente s'intende sotto un tal nome.

Quella identità, che è la Sostanza, non è semplice Essere, pura immobilità, ma _Causa sui. Causa sui_, — questo concetto che il nostro Mamiani dice contradittorio, assurdo, perchè lo stesso ente non può essere a un tempo causa ed effetto di se medesimo, — questo è quello che ha di nuovo e di proprio la Sostanza di Spinoza. Essa è di certo assoluta indifferenza dei due opposti (pensiero ed estensione): ma, come tale indifferenza, è _assoluta attività, causalità infinita_. Essa non è semplice _immanenza_ (Sostanza), ma _attività_ immanente (Sostanza causa).

Il _concetto_ di Dio come causalità immanente: tale è la novità dello spinozismo.

Come indifferenza assoluta degli opposti, Dio è la _Sostanza_; e

come assoluta attività, essenza, _actuositas_, è l'_Attributo_;

come infinito effetto, o esistenza, è il _Modo infinito_.

Sostanza, Attributo e Modo sono i tre concetti fondamentali dello spinozismo. Ora il modo come tale, la _res particularis_, non si può comprendere senza il _Modo infinito_. Modo infinito è il finito infinito, l'effetto infinito, l'universo come universo, come sistema o eterno ordine delle cose, come _infinita genitura_. Così Dio è _causa sui_; l'universo è Dio stesso come effetto di se stesso. In altri termini:

Dio è _Natura_:

come semplice _Natura_, è identità assoluta, Sostanza.

Come _Natura naturante_, è Causa;

come _Natura naturata_, è Effetto.

Qui il vero Dio è la _causa sui_; la _Natura che natura se stessa_. L'essenza di questo Dio è il _naturare_ (causare)[84].

Quindi lo schema dello spinozismo è il seguente:

1. _Substantia = Deus = Natura_;

2. _Natura naturans_ (attributi). _Potentia infinita_. a) _Infinita cogitandi potentia_. b) Infinita agendi _potentia seu Quantitas infinita_.

3. _Natura naturata = Facies totius universi: quae, quamvis infinitis modis variet, manet tamen semper eadem_: Modo infinito, a) _Intellectus assolute infinitus_. b) _Motus et Quies_.

4. _Res particulares_. a) _Ideae_. b) _Corpora_ (_res_). Il modo, come puro modo, è la _res_ così per sè; non è niente di reale, ma puro _auxilium imaginationis_.

Il pregio dello spinozismo è il concetto del _Modo infinito_: della Natura naturata (_fatto ideale_ del Gioberti); cioè della _differenza_ nella stessa indifferenza assoluta. Il difetto è aver concepito Dio, solo come _Causa_ (efficiente).

In Bruno vi ha lo stesso schema: cioè _Sostanza_; _Attributo_ (Sostanza come Causa); _Modo infinito_ (Universo); _Modi_ (cose dell'Universo)[85]. — La differenza tra Bruno e Spinoza è questa, che in Bruno vi ha una certa perplessità nel concetto di Dio: Dio ora è principio soprannaturale e soprasostanziale, ora è la stessa Natura e Sostanza. Quello è, come ho già detto, il Dio de' teologi, questo de' filosofi; — io lascio stare questa perplessità, e considero in Bruno solo l'elemento nuovo, che riceve la sua vera forma in Spinoza.

Se non che, a scansare ogni equivoco, devo notare che quando si parla del _panteismo_ di Bruno — e in Italia già ricominciano le vecchie accuse — come di un fatto incontroverso, si offende un po' — almeno così pare a me — la verità storica. Appunto perchè in Bruno ci è questa perplessità, non credo si possa dire ch'ei sia quel panteista tutto di un pezzo, che si ammira o si teme nello Spinoza. In Bruno ci è ancora l'ente estramondano o soprannaturale del vecchio mondo, sebbene ridotto a minime proporzioni; e in Spinoza non ci è più[86]. — D'altra parte, si casca in un errore opposto e non meno grave, quando di questo _caput mortuum_ della vecchia teologia, come è rimasto in Bruno, si vuol fare come un'anticipazione dello spirito assoluto della filosofia moderna, e così ammirare nel nostro filosofo anche il precursore di Hegel. In una storia della filosofia non vi ha cosa peggiore di questi guazzabugli.

_C_) Bruno è il precursore di Spinoza, ma come poteva essere prima di Cartesio.

1. Per Bruno l'Assoluto è l'identità o indifferenza assoluta del pensiero e dell'estensione (la Sostanza); ma concepita alla maniera aristotelica (alla maniera antica), come unità della _forma_ e della _materia_ (_potenza attiva_ di tutto e _potenza passiva_ di tutto; _potestà di fare_ e _potestà di esser fatto_). Senonchè Bruno critica Aristotele di non aver posta davvero questa _unità_ (e infatti è così; il Dio aristotelico è pura _forma_). «Aristotele non conobbe l'_ente_ come _uno_. Fu molto poco avveduto nella verità, per non profondare alla cognizione di questa _unità_ e _indifferenza_ della costante natura ed essere». Questa indifferenza è la _Sostanza_. «Principio materiale costante ed eterno; Principio formale similmente costante ed eterno. I quali si riducono ad _uno essere_ ed _una radice_.

«Questa _unità e indifferenza è complicatamente e totalmente_ infinita; è in tutto il mondo e in ciascuna parte del mondo infinitamente e totalmente. (All'opposto l'universo è _esplicatamente_ infinito e non totalmente; la sua infinità è totalmente in tutto e non nelle parti). Quella unità è uno individuo infinito _semplicissimo_. (All'opposto il mondo è uno _amplissimo dimensionale_ infinito). Dio è l'infinito implicato nel semplicissimo primo principio (L'universo è l'infinito esplicato infinitamente)».

2. Dio (Unità, Indifferenza, Sostanza) è _essenzialmente Causa_: la sua _essenza_ è _causare_. Ed è perciò causalità _infinita_.

«In Dio il _potere_ e il _fare_ è tutt'uno. — Egli non può _essere_ altro che quello che è; non può essere _tale_, quale non è; non può _potere_ altro che quello che può; non può _volere_ altro che quello che vuole; e necessariamente non può _fare_ altro che quello che fa. — L'azione sua è _necessaria_, perchè procede da tale _volontà_, che è la stessa _necessità_. In lui libertà, volontà, necessità sono affatto medesima cosa, e il fare col potere, volere ed essere ».

Il gran pregio di Bruno è aver detto: _Essere è fare_; Essere è _causare_.

Non faccia scandalo quello che dico, cioè che Dio per Bruno è _necessariamente_ causa. Come causa, esso è _causa sui_, e perciò è causa del mondo. Dio non _causa_ il mondo, che in quanto _causa_ se stesso.

Similmente Gioberti dice: Dio crea se stesso; l'_essere_ è in lui il _creare_. E crea il mondo, in quanto crea se stesso. Il che non vuol dire, che Dio sia l'effetto del mondo, ma l'opposto.

Dove Gioberti dice _crea_, Bruno ha detto _causa_. Gioberti: _Essere è creare_; Bruno: _Essere è causare_.

Il difetto di Bruno è aver concepito il _fare_ divino (l'Essere divino) come _causare_ semplicemente.

3. L'universo — notate bene, non le cose dell'universo (e Bruno, come si vedrà, distingue quello da queste) — è Dio stesso come EFFETTO _infinito_ di se stesso. _Infinita genitura dell'infinito generante_. — _Potenza, operazione, effetto_ sono in Dio una medesima cosa. L'universo — l'operazione o _effetto infinito_, medesimo in Dio colla _potenza_ — non è altro che le _cose_, in quanto _sono_ in Dio (_Natura naturata_), non le cose per sè.

L'universo come _effetto infinito_ è identico e differente da Dio.

È identico, in quanto infinito; differente, in quanto effetto; identico differente, perchè _Infinito_ come _effetto_. Non è il vero infinito, ma l'infinito, come _effetto, fatto, causato_.

Come _identico differente_, l'universo è una _differenza_ o _distinzione_ in Dio; in Dio, e non _fuori_, appunto perchè è _infinito_; se fosse finito, sarebbe semplice _effetto_, cioè fuori della sua causa.

Quest'idea dell'universo in Dio come una _differenza_ in Dio, è tanto contrastata, perchè non si ha un concetto giusto di ciò che vuol dire _Universo_. Vuol dire _sistema, ordine, nesso, relazione universale_. E ciò non solo è in Dio, ma non può non essere in Dio; non può essere che in Dio.

_Identico:_ «È uno, immobile; non si genera (perchè ha tutto l'essere); non si corrompe; non può nè sminuire nè crescere, perchè infinito; non è alterabile, non è mutabile, non è misurabile.....; è uno e medesimo; non è altro e altro; non ha essere e essere; non ha parte e parte.....; è il tutto _indifferentemente_, e perciò è uno; _è tutto quello che può essere, e in lui non è differente l'atto dalla potenza_».

Queste determinazioni sono le stesse determinazioni di Dio: Dio è per Bruno _il tutto indifferentemente,_ e in lui non è _differente l'atto dalla potenza_.

Ma pure l'universo è

_Differente:_ «Dico Dio termine interminato di cosa interminata, perchè così Dio come l'universo è tutto infinito; ma Dio _complicatamente e totalmente_, l'universo _esplicatamente_ e non _totalmente_. L'universo è tutto infinito; perchè non ha margine, nè termine, nè superficie; non è totalmente infinito, perchè ciascuna parte, che in quello possiamo prendere, è finita, e de' mondi innumerabili che contiene, ciascuno è finito. Dio è tutto infinito, perchè da sè esclude ogni termine, ed ogni suo attributo è uno ed infinito; è poi totalmente infinito, perchè _tutto lui è in tutto il mondo e in ciascuna sua parte infinitamente e totalmente_, al contrario della infinità dell'universo, la quale è totalmente in tutto, e non in queste parti. E però Dio ha ragione di termine, l'altro di terminato, non _per differenze di finito ed infinito_, ma perchè _l'uno è infinito, e l'altro infinito e finiente_».

Adunque, ripeto, vi ha in Dio una _differenza_; e questa differenza — ciò è anche da notare — è essa stessa _indifferenza_: il tutto _indifferentemente_.

Dio, dunque, è indifferenza, che si differenzia indifferentemente.

Come causa è indifferenza;

come causato è indifferenza.

La differenza è dunque pura _forma_. Questo è il difetto di Bruno (e anche di Spinoza). Ma, anche come semplice forma, è già un gran passo innanzi.

Come _Infinito finiente_ Dio è già più che Sostanza causa. Ma Bruno non sviluppa questo concetto del _fine_. Questo concetto si riproduce — con più chiara coscienza — nel Gioberti; secondo il quale la vera infinità di Dio è appunto la _preoccupazione_ o _presunzione_ infinita del mondo. In Bruno non ci è vero _fine_: non ci può essere, perchè Dio è semplice _causa_.

4. Distinzione delle cose dell'Universo dall'_Universo_: le cose sono semplici modi dell'una e assoluta Sostanza.

«L'universo comprende tutto l'essere e tutti i modi di essere; delle cose ciascuna ha tutto l'essere (tutta la sostanza: identità), ma non tutti i modi di essere.... Uno è l'_ente_, la _sostanza_ e la _essenza_.... In essa si trova la moltitudine, il numero, ma come _modo_ e _moltiformità_ dell'ente; laonde non è più che uno, ma moltimodo, moltiforme e moltifigurato.... Tutto ciò che fa differenza e numero è _puro accidente, pura figura, pura complessione_.... (La sostanza rimane sempre la stessa; è una, ente divino, immortale).... _diverso volto di medesima sostanza_; volto labile, mobile, corruttibile, d'un'immobile, perseverante ed eterno essere.... Ciò che fa la moltitudine non è l'ente, non è la cosa, ma quello che _appare_, che _si rappresenta al senso ed è nella superficie della cosa_»[87] (_auxilium imaginationis_, diceva Spinoza).

Da questa sommaria comparazione io credo di poter conchiudere, che lo schema metafisico di Bruno e Spinoza è lo stesso, o almeno, che l'uno è precursore dell'altro.

LEZIONE SESTA.

GIAMBATTISTA VICO.

SOMMARIO.

_A_) Difetto della dottrina di Bruno — Passaggio da Bruno e Campanella a Vico. — _B_) Il nuovo concetto della _unità dello Spirito_ — Di nuovo Bruno, Spinoza e Vico. — _C_) Il concetto dello _Sviluppo_ — Schema logico: La Psiche individuale; la Psiche nazionale; l'umanità. — Pregio e difetto di Vico. — _D_) Oscurità di Vico.