La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea

Part 16

Chapter 163,260 wordsPublic domain

Quindi non più _cosa in sè_. La _cosa in sè_, il non-io, il limite dell'Io, è posto dall'Io stesso; e perciò non è più limite. L'Io (_tesi_) pone in sè il non-io (_antitesi_), e, ponendolo in se stesso (pensandolo e superandolo), pone davvero se stesso (_sintesi_).

Questa produzione assoluta di sè — tesi, antitesi, sintesi — questa vera unità originaria è la produzione delle categorie.

L'Io, l'autocoscienza, che, in quanto produzione di sè, è produzione delle categorie: — tale è la _logica_ di Fichte.

L'unità sintetica originaria è una posizione, che è triplice posizione:

_Prima posizione_: L'Io pone se stesso come semplice Io.

_Tesi_. Io = Io, _Io sono Io_. Quindi il _concetto_ dell'_essere_: La _categoria_ della _realtà_ (metafisica): La _forma logica_ dell'identità (logica).

_Seconda posizione_: L'Io pone il non-io.

Antitesi. (Si distingue da sè come non-io). Io è _non-io_: Io _non sono_ Io. Quindi il _concetto_ del _non-essere_: La _categoria_ della _negazione_: La _forma logica_ della _differenza_.

_Terza posizione_: l'Io, ponendo il non-io è nel non-io, in quel che ha posto; e perciò stesso il non-io è nell'Io (non è un _di là_, un limite insuperabile, _cosa in sè_). Ma l'Io pone se stesso, l'Io; e nell'Io è il non-io. Dunque, l'Io pone nell'Io il non-io. Dunque, è unità o sintesi dell'Io e del non Io.

_Sintesi_. Quindi il concetto dell'_essere per sè_ (vero essere); La _categoria_ della _relazione_; La _forma logica_ della _ragione_.

Questo _ritmo_ (tesi, antitesi, sintesi), è la vera _forma logica_: il _metodo_ della logica (la vera forma del pensare).

Kant avea detto: categoria è Io, _forma_ dell'Io, _attività_ dell'Io. — Questo era un progresso.

Ma Kant non determinò la relazione tra l'Io e la categoria, tra l'Io e la sua funzione. L'Io _è dato_ e la categoria _è data_. Sono due presupposti.

Questa relazione è determinata da Fichte. Per Fichte, «_categoria è attività dell'Io_» vuol dire: l'attività dell'Io è il suo prodursi per se stesso, e il suo prodursi è la produzione delle categorie. L'Io, producendo se stesso, _categorizza_ (produce le categorie); categorizza sè; è Categorica; è attività categorizzante.

Adunque, Fichte è il vero Kant —: Fichte _deduce_; Kant _descrive_. In Kant non è cessato interamente il _naturalismo_.

2. Per Aristotele la vera categoria è la sostanza (οὐσία): l'unità dell'universale e del particolare: l'Individuo. La sostanza — questa categoria — è la essenza, la _forma_ del _concetto_, del sillogismo aristotelico. In essa è la radice della unità tra la metafisica e la logica aristotelica.

Ma Aristotele non _intese_ la unità dell'universale e del particolare. Questa unità (unità sintetica originaria) è _mentalità_ (autocoscienza).

La _mentalità_ è il pregio (la scoperta) di Fichte. La mentalità è la _vera individualità_. È l'unità, non più come _giudizio_ (Kant), ma come _sillogismo_.

Spinoza concepiva la sostanza (l'individuo) come semplice _causare_ (identità assoluta come causare). La sostanza spinoziana è la stessa sostanza cartesiana: _cogitare ergo esse_ come attività immediata.

Fichte compie Aristotele (e Spinoza), ma solo _formalmente_. E in ciò è il difetto di Fichte.

Fichte, infatti, spiega solo la realtà cosciente in quanto _cosciente_: spiega la _coscienza_. La spiegazione è: coscienza è _autocoscienza_.

Conoscere, coscienza, nella sua realtà (come reale conoscere) vuol dire: Soggetto e oggetto, Io e non-io, realtà cosciente e realtà saputa, spirito e natura. Ma, da un lato, perchè il conoscere sia REALE _conoscere_ (non sia semplice apparenza), è necessario che l'oggetto, il non-io, la realtà saputa, la natura, sia un _reale_; qualcosa, che sia fuori e senza il soggetto. E dall'altro lato, ciò nondimeno, perchè il conoscere sia VERACE _conoscere_, cioè non sia semplicemente _posto_, ma _ponga_ se stesso, è necessario che il soggetto, l'Io, il sapere, sia _in se stesso_ — cioè appunto come soggetto o Io — sia, dico, Io e non-io, soggetto e oggetto, sapere e saputo, spirito e natura. La essenza del conoscere — il non esser semplice _effetto_, ma _causa sui_ — _esige_ questo lato. Questo ci vuole, perchè il conoscere sia _conoscere_, cioè non semplice realtà, realtà naturale, ma realtà _cosciente_, Io. L'altro lato ci vuole, perchè il conoscere sia _reale_, oggettivo: non sia la _pura forma_ del conoscere, la sua semplice essenza come conoscere. L'uno senza l'altro non è il conoscere nella sua realtà, il vero conoscere. Ora il pregio di Fichte (e originalmente di Kant) è appunto questo: conoscere è conoscere se stesso, coscienza è autocoscienza. E ciò, non nel senso semplicemente: «Io non posso conoscer _altro_, se non conosco prima me stesso; io non posso dire _non-io_ se non dico prima _Io_». _Coscienza è autocoscienza_ vuol dire: l'Io non sarebbe coscienza, conoscere, se non fosse in sè (come _Io_, come _Auto_) Io e non-io; l'_Io_, l'_Auto_, è in sè Io e non-io, e perciò come coscienza, come conoscere, è autocoscienza, conoscenza di se stesso. Coscienza è _Sè_ e _Altro_. Ora è autocoscienza, in quanto l'_Auto_, il _Sè_, è _Sè e Altro_; è, in sè, _Sè e Altro_.

Io come Io e non-io: tale è il pregio di Fichte.

Io come Io e non-io è l'unità sintetica originaria: quella unità (Io) che produce (pone) e unisce gli opposti (Io e non-io). Questa unità, che è produzione di se stessa, è l'autocoscienza. In quanto produzione di se stessa è ritmo, categoricità: produzione delle categorie.

Il fichtismo è vero, in quanto s'intende così: conoscere vuol dire soggetto e oggetto; io dunque non _conosco_, se non sono in me — come soggetto, come conoscere — soggetto e oggetto. Se il conoscere non è in sè questa unità; se il soggetto non è in sè questa _forma_, il conoscere non è _certezza_, non è _mio_ conoscere, non è _Io_; è semplice _pictura in tabula_, non realtà _cosciente_, e quindi non _saputa_; quella che si dice realtà saputa, è semplice _impressione_ naturale in una realtà naturale; manca la _coscienza_, l'_Io_. La pittura è impressa nella tavola. Perchè la tavola non _sa_?

D'altra parte il fichtismo è falso, se s'intende così, che il non-io (il mondo, la natura, l'oggetto) che è nell'Io ed è posto dall'Io, sia il _reale_ non-io; cioè dire, che l'Io crei davvero il mondo, il mondo reale. È falso, se s'intende che l'Io crei se stesso come Io _reale_. Io reale importa non-io reale; e, giacchè il non-io _reale_ non è nell'Io, ma solo il semplice non-io, e il non-io reale non è posto dall'Io, così l'Io non è posizione di se stesso come Io reale, ma solo come semplice Io; come _forma_ del conoscere, ma non come reale conoscere; come _certezza_, non come verità del conoscere.

L'Io è dunque qui assoluto e relativo, infinito e finito, fare e fatto, a priori e a posteriori, posizione di sè e posto. Questa è la contradizione del fichtismo: fissato come fichtismo.

È assoluto, in quanto è semplice _forma_ del conoscere, Io come forma e essenza dell'Io, come _mentalità_ (_Ichheit_). È relativo, in quanto è reale conoscere, cioè non semplice mentalità (forma della mente), ma mente, mente reale.

L'Io, dunque, come autocoscienza, come _produttiva_ autocoscienza, come _attività logica_, non è veramente assoluto, appunto perchè è assoluto solo come forma. E perchè è assoluto solo come forma, anche come forma non è davvero assoluto. Questa non assolutezza si mostra nella stessa autocoscienza come tale, come forma; giacchè il non-io, sebbene posto dall'Io, è pur sempre limite dell'Io; è limite posto dall'Io, ma sempre limite; _deve_ essere eguale all'Io, ma, al far de' conti, gli rimane sempre opposto: altrimenti l'Io non sarebbe Io.

Così l'Io di Fichte, non essendo davvero assoluto, non risolve il problema della logica. Questa logica è sempre, come la kantiana, _metafisica del fenomeno_, non della mente assoluta.

Fichte, dunque, spiega solo l'_esser cosciente_, e questa spiegazione è l'_autocoscienza_. Ma non spiegando la realtà di cui si ha coscienza — la realtà saputa —, non spiega davvero nè anche l'_esser cosciente_. Anche qui la realtà _cosciente_ è _realtà_ cosciente, solo in quanto ci è la realtà naturale. Se Fichte la spiega come _cosciente_ (e non la spiega davvero), non la spiega di certo come _realtà_, cioè come _realtà cosciente_. Fichte, dunque, non spiega il conoscere come _reale conoscere_.

_D_) SCHELLING.

1. Con tutto ciò la scoperta di Fichte — il conoscere è impossibile, se l'Io non è in sè Io e non-io — questa scoperta rimane, e diventa la base di una nuova costruzione. Ed ecco in che modo:

Come è vero che l'Io è in sè — in quanto Io — Io e non-io, giacchè altrimenti il conoscere non sarebbe possibile; così è vero che il non-io è in sè — in quanto non-io — non-io e Io, giacchè altrimenti il conoscere sarebbe impossibile. Appunto perchè è vera la prima proposizione, è vera la seconda. Se l'Io, infatti, in quanto Io, è Io e non-io, ciò vuol dire che il non-io è anche Io, cioè se stesso e l'Io. Solo l'Io, il semplice Io come Io e non-io (autocoscienza), non è il reale conoscere, perchè il non-io non è reale. Il non-io solo, senza l'Io, senza in sè stesso l'Io, è la semplice realtà naturale, non la _realtà saputa_, non il _reale conoscere_; anzi non è realtà che si _possa sapere_, non è _realtà conoscibile_. La _conoscibilità_ vuol dire dunque non solo il non-io nell'Io, cioè l'Io insieme Io e non-io (Fichte), ma anche il non-io insieme non-io e Io: vuol dire, insomma, _identità d'Io e non-io_.

Questa _identità_ è Schelling. Lo spirito, dice Schelling, è in sè la natura; la natura è in sè lo spirito. Questa identità — identità assoluta — è la Ragione: la Ragione assoluta.

Questa _identità_ non è quella di Bruno (semplice coincidenza), non quella di Spinoza (semplice insidenza). Il non-io, in quanto è in sè l'Io (la natura in quanto è in sè lo spirito), è Io come Io di Fichte, come autocoscienza, come _mentalità_. La identità dunque qui non è semplice causalità o assoluta indifferenza, ma è identità o indifferenza come _mentalità_: _Ragione_ assoluta, e non semplice Causa-sostanza assoluta. Schelling così non è Spinoza, appunto perchè la sua _identità_ è mentalità, non semplice causalità; appunto perchè Schelling è rispetto a Fichte quel che Spinoza è rispetto a Cartesio, e appunto perchè Cartesio differisce da Fichte come _causare_ da _creare_, come _causalità_ da _mentalità_[146].

Per intendere il significato di Schelling, consideriamo meglio questa sua posizione rispetto a Fichte.

2. Fichte dice: perchè il _conoscere_ sia _possibile_ (cioè idealità, conoscere, sapere, Io, Se stesso, non _pictura in tabula_, non semplice impressione), il non-io deve essere nell'Io, cioè l'Io deve essere Io e non-io: l'Io come _Se stesso_ deve essere se stesso e l'altro. Ciò è solo la mentalità (il creare).

Schelling dice: perchè il _conoscere_ sia _reale_, l'Io deve essere nel non-io, cioè il non-io deve essere non-io e Io.

In altri termini, Fichte dice: conoscere è autocoscienza.

Schelling dice: perchè il conoscere sia reale, la realtà deve essere _conoscibile_. E perchè la realtà sia conoscibile, deve essere in sè il _conoscere_ (Io).

Dunque, realtà cosciente è = conoscere, autocoscienza, mentalità. Realtà in generale è = conoscibilità, in sè conoscere, in sè mentalità.

Quindi _identità_ come Io (Ragione, mentalità).

Pare, che la seconda proposizione di Schelling, da cui risulta la identità, sia una semplice _esigenza_ per la _realtà_ del conoscere, dicendo: perchè il conoscere sia reale, il reale deve essere _conoscibile_. Si può dire qui: «Chi ci assicura che il conoscere deve esser _reale_? Fichte ha ragione di dire che, se il _conoscere_ non è quel che dice lui (autocoscienza), non è conoscere, ma _pictura in tabula_. Ma voi fate l'esigenza che il conoscere deve esser _reale_ (che il non-io sia reale, e non solo nell'Io), per dire _identità_. Ora il conoscere non potrebbe essere semplice conoscere, cioè il non-io essere _semplicemente_ nell'Io, e l'Io essere l'unico _reale_? Se il non-io è reale, segue certamente che per esser _conoscibile_, deve essere in sè Io: quindi la identità. Ma se non è reale? Adunque, la identità, — almeno così pare, — nasce dal supposto della realtà del non-io. Si esige questa realtà, e si conchiude quindi la identità».

Fichte prova la _possibilità_ del conoscere, non la _realtà_. Gli antichi volevano dalla _realtà_ (dall'oggetto) ricavare la _possibilità_. Non riuscirono. Il conoscere non si prova che da sè, non da quel che non è _conoscere_. Gli antichi supponevano la realtà; non ne dubitavano. E da questo dato, da questo _reale_, cercavano di spiegare il conoscere: il conoscere da quel che non è conoscere. Schelling, pare, rimetta in campo il _reale_, e dica: reale, reale _conoscibile_; dunque, identità.

Non si potrebbe dallo stesso principio di Fichte, dalla _possibilità_ del conoscere (dall'autocoscienza), derivare il Reale, la _realtà_ del conoscere? E quindi la _identità_?

Non si può. «_Io nel non-io, e non-io nell'Io_, e quindi identità d'Io e non-io (identità, che è l'Io, il vero Io)» , vuol dire solo identità d'Io e di non-io possibile, di non-io nell'Io, non già d'Io da una parte, e di non-io dall'altra fuori dell'Io, di non-io reale: vuol dire solamente: se il non-io è reale, per essere _conoscibile_ deve avere questa natura, che in esso sia l'Io.

Adunque, l'_identità_ che risulta da Fichte — identità, che è il principio stesso di Fichte, cioè la semplice _mentalità_: identità dell'Io con sè stesso, e non altro — questa identità come _realtà_, come identità reale, come identità reale d'Io e non-io, come identità d'Io e non-io reale, come identità _fondamentale_, come Natura: questa identità è un _presupposto_ di Schelling (intuizione intellettuale).

Schelling dice bene con Fichte, spiegando Fichte: Se il non-io è reale conoscibile, deve essere Io. Quindi identità. Ma il se rimane sempre un se. Il se diventa _è_ nell'intuizione intellettuale.

Certo è, ciò nondimeno, che posto l'Io, il non-io è posto come _possibile_; giacchè, se non fosse il non-io, non sarebbe l'Io. _Mentalità_ è relazione necessaria tra Io e non-io. Se l'Io dunque è _reale_, il non-io è reale, è realmente. Ma è _reale_ l'Io di Fichte? L'Io di Fichte è la semplice possibilità dell'Io (la semplice _mentalità_), non l'Io _reale_.

Non si potrebbe rovesciare il discorso, e come si dice: «perchè il _conoscere_ sia possibile, bisogna che sia identità tra Io e non-io, e questa identità sia l'Io, la mentalità», dire invece: «bisogna che questa identità sia il non-io»? No. Questa _identità_ = non-io è l'_essere_: e sarebbe lo stesso che derivare l'Io dall'essere, dal non-io. La storia della filosofia prima di Fichte ha mostrato, che ciò non si può fare. Il pregio di Fichte è questo appunto: aver provato, che l'Io (la mentalità; non l'Io _reale_: reale, in quanto Io) non può derivare che da se stesso; che, come mentalità, è assoluto; e che perciò, se quella _identità_ è non-io, ossia essere, non ne può derivare l'Io (tale è lo spinozismo). Adunque, l'_identità_ non può essere che Io, Ragione, Intelligenza.

Fichte ha _dimostrato_ questo, lui primo.

Ma questa identità fichtiana è un _se_: una _relazione necessaria_, ma solo _possibile_. Schelling ha oggettivata questa relazione coll'_intuito_; ed ecco la _Natura_: il _Reale_.

3. Il pregio di Schelling è di aver detto: senza _identità_ di natura e spirito, senza identità (notate bene) come _mentalità_, non ci è il _conoscere_, il _reale conoscere_. (E già il conoscere non è che tale: conoscere non reale non è conoscere).

Per Schelling conoscere la realtà è appunto conoscere questa _identità_, che è mentalità; come per Spinoza conoscere la realtà è appunto conoscere quella identità, che è la Sostanza-causa.

Conoscere la realtà è afferrare la _relazione_: la relazione come identità.

Per Schelling, conoscere la realtà è afferrare la relazione come mentalità; per Spinoza, come causalità.

Per Spinoza l'Idea, la Relazione, è _Causare_: per Schelling è _Mentalizzare_ (Creare. Creare è identità come mentalizzare).

Spiegare il _conoscere_ (e quindi la realtà, tutta la realtà) è dunque — posto Schelling — spiegare la identità come mentalità (è spiegare il _creare_).

Schelling spiega la sua identità? Non la spiega, ma la _presuppone_; la pone _immediate_ nella _intuizione intellettuale_.

Questo presupposto, cioè la identità come mentalità, posta immediatamente; questo presupposto è la _Natura_ di Schelling.

Quindi _nuovo_ naturalismo; nuovo dommatismo; nuovo spinozismo; nuovo parallelismo. Infatti la differenza che si fa comunemente tra Schelling ed Hegel è: in Schelling spirito e natura sono _coordinati_ semplicemente, in Hegel la natura è _subordinata_ allo spirito.

Per Schelling la identità, in quanto presupposta, in quanto _intuita intellettualmente_, cioè la _Natura_, è il Primo. «La Intelligenza» (la Ragione, la mentalità, la identità), dice Schelling[147], «è _produttiva_ in duplice modo[148]: o ciecamente e senza coscienza, o liberamente e con coscienza; senza coscienza è produttiva nella intuizione universale; con coscienza, è produttiva nella creazione del mondo ideale». _L'intuizione universale è qui la Natura; il mondo ideale è lo Spirito_ (_ordo rerum, ordo idearum_). Ora per Schelling l'_intuizione_ è il Primo: è il fondamento universale. Quindi prima, la incoscienza; poi, la coscienza; quella produce questa, la natura lo spirito; la natura si contrappone a se stessa come spirito. — Questa contrapposizione è il _nuovo parallelismo_.

Ora la Natura — la intuizione — non è il Primo; è Primo solo come un _presupposto_; e quindi un falso Primo.

Schelling dunque, presupponendo e non spiegando la identità, cioè ponendo come Primo la Natura, non spiega il _conoscere_, ma lo presuppone e quindi non spiega la realtà.

Schelling riduce tutto e ogni cosa a questa identità presupposta, a questo Primo; comprendere le cose è comprendere questa identità nelle cose. Come si comprende questa identità? Non col _discorso_, colla logica ordinaria, ma con un _organo_ adequato alla identità stessa. Questa identità, che è _intelligenza_, appunto perchè _immediata_, è _intelligenza-intuizione_, intelligenza intuitiva (Natura). Adunque, non può essere appresa che colla _intuizione intellettuale_. Questa è l'_unico vero organo_ della filosofia: questa è la _logica_ di Schelling. È una logica, che è un solo atto, un _atto immediato_: una, come è stato benissimo detto, esplosione di pistola[149]. È una logica, che non è logica. Questa esplosione è la spiegazione del conoscere: è spiegare e comprendere la realtà. — Non è una spiegazione.

Così, posto Schelling, come fare? Come andare avanti? Come spiegare il conoscere?

Ritornare semplicemente a Fichte, non si può: l'Io di Fichte non spiega il conoscere. A Kant, molto meno; e anche molto meno a Cartesio, ad Aristotele, a Platone.

Dunque, come fare?

Bisogna conservare tutto il progresso sino a Schelling, e vedere quel che manca.

Fichte pone la _mentalità_; senza la mentalità non è possibile punto il conoscere.

Schelling dice: senza identità reale, identità come mentalità, non ci è il conoscere.

Fichte e Schelling hanno ragione. Ma Schelling _presuppone_ la identità, la identità come mentalità. Questo è il suo difetto.

Bisogna dunque _provare_ la identità. Solo provando la identità, si spiega il conoscere; si risolve il problema della logica.

Questa _prova_ è Hegel.

_E_) HEGEL.

1. La Identità di Schelling è intelligenza, ragione, mentalità: è l'Io (l'autocoscienza) di Fichte, non come Io soggettivo, ma come identità di natura e spirito, come mentalità assoluta.

Come mentalità, essa non è un semplice _immediato_, ma mediazione o relazione assoluta verso se stessa (tesi, antitesi, sintesi). Perciò essa non può essere appresa immediatamente, intuitivamente; non può essere _intuita_, ma solo _pensata_.

Questa è la contradizione di Schelling. (È la stessa contradizione di Gioberti, tra il _principio_, che è il _creare_, e il _metodo_ del sistema, che è l'_intuito_ come _cognizione immediata_). L'_organo_ della sua filosofia non può essere che _logica_, _pensare_, mediazione del pensare con se stesso, perchè l'identità (che è il suo oggetto) è questa mediazione medesima, è Pensare. Intanto egli fa di quest'organo una _intuizione_, e così lo priva del suo vero carattere, che è di essere _pensiero, logica_. In altre parole, la intuizione di Schelling, come apprensione della mentalità assoluta, non è che mentalità assoluta; Schelling, ponendola o fissandola come _intuizione_, non la spiega; contradice a se stesso, alla esigenza del suo proprio principio.

Questa è la critica che Hegel fa di Schelling.

Hegel spiega la identità, che è mentalità, la mentalità assoluta, facendoci assistere, dirò così, alla sua generazione per se stessa. La spiega ricostruendola, riproducendola[150]; e questa riproduzione, questo _ripensare_, questo pensiero del pensiero come semplice pensiero, come semplice _mentalità_, come _forma_ della mente, questo _mentalizzare_ è la _logica_[151].

Come è possibile questa riproduzione, cioè come è possibile questa logica?

Mentalità è pensare, semplice pensare. Riprodurre la mentalità è dunque riprodurre il semplice pensare, cioè pensare il semplice pensare, e perciò _pensare semplicemente_. Riprodurre è qui _produrre_; il pensare, riproducendo, produce, _pensa_; riprodurre la mentalità è mentalità. Se mentalità è ritmo, dialettica, pensare, la sua riproduzione è questo stesso ritmo, questa dialettica, questo pensare: cioè il pensare, semplicemente pensare.

_Semplicemente pensare_: questa è la possibilità della logica.

Hegel, spiegando la identità che è mentalità, spiega il _conoscere_; e così risolve il problema della logica.

2. Prima di Hegel nessun filosofo ha spiegato il _conoscere_, e così risoluto il problema della logica (il sistema delle categorie).

Con ciò non voglio dire, che la logica di Hegel sia la logica perfetta, assoluta; che la sua filosofia sia l'ultima parola dello spirito speculativo; che dopo Hegel noi non dobbiamo far altro che ripetere o commentare macchinalmente le sue deduzioni come tante formole sacramentali.

Può darsi, che ci sia chi pensi così. Per me, se ci è cosa che io abborro — mi pare di averlo detto già tante volte — è appunto la riproduzione meccanica delle altrui dottrine. Nei filosofi, ne' veri filosofi, ci è sempre qualcosa sotto, che è più di loro medesimi, e di cui essi non hanno coscienza; e questo è il germe di una nuova vita. Ripetere macchinalmente i filosofi, è soffocare questo germe, impedire che si sviluppi e diventi un nuovo e più perfetto sistema. Se Platone non avesse fatto altro che ripetere Socrate, non avremmo avuto il _mondo delle idee_. Se Aristotele avesse ripetuto Platone, non avremmo avuto il primo concetto della sostanza, della individualità. Se Spinoza non avesse fatto altro che ripetere Cartesio, non avremmo avuto il primo _concetto_ di Dio come semplice causalità, come identità che è causa. Se Fichte avesse ripetuto Kant, non avremmo avuto il _concetto_ dell'autocoscienza, della mentalità. Se Schelling avesse ripetuto Fichte, non avremmo avuto il concetto della identità come mentalità, come ragione.

Quel che io voglio dire, è questo: posto Fichte, — cioè che il conoscere sia impossibile senza l'_autocoscienza_, — e posto Schelling, — cioè che il _conoscere_ non sia reale senza la identità come _autocoscienza_ o mentalità, — l'unica via di risolvere il problema del conoscere, il problema della logica, sia quello di _provare_ la identità.

Per me tutto il valore di Hegel, qui, è questo; _provare la identità_.

L'ha provata egli davvero?

Questa è un'altra quistione.

Ora, provare la identità è _provare la creazione_.

Non vi sbigottite di questa parola; e intendiamoci bene. Provare vuol dire _comprendere, concepire_ davvero: quanto si può da noi. Io non voglio dire che la nostra sarà l'ultima prova.