La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea
Part 13
3. La _riflessione ontologica_ ora è semplice intuito dell'Idea, circoscritta (_rannicchiata_) nella parola per opera della Idea stessa e in niun modo dello spirito; e perciò _non è punto riflessione_, ed esclude l'apprensione del soggetto. Ora è l'_intuito dell'Ente intuíto_, abbraccia insieme soggetto ed oggetto, e li apprende con un _atto unico_. Quindi ci ha un punto (di contatto) semplicissimo, in cui oggetto e soggetto, sostanzialmente distinti, si toccano e formano l'unità della sintesi conoscitiva. E perciò la riflessione ontologica non è nè semplice apprensione dell'oggetto (e tale era prima), nè semplice apprensione del soggetto. Questo _punto di contatto_ è la _relazione_ dei due termini. Ma la _relazione_ non è più reale de' suoi termini, secondo lo stesso Gioberti?[116] Dunque, la riflessione ontologica è il _vero_ intuito.
4. La _parola_ ora è la veste arbitraria (_dono esterno_) dell'Idea: ora è produzione dell'intima attività dello spirito. Quindi ora la parola ci è, come la riflessione, perchè siamo _imperfetti_: ora ci è, perchè lo spirito è in sè la stessa _perfezione_; perchè l'Idea stessa (e quindi lo spirito) è in sè _parola_.
5. Il _sovrintelligibile_ ora è un termine fisso, assolutamente insuperabile, dello spirito; ora no, ma diminuisce continuamente; e perciò in sè non è niente. E così il _soprannaturale_. E nello stesso modo la _rivelazione_ ora pone qualcosa di esterno allo spirito, ora è l'intimità stessa dello spirito. Ora, insomma, l'intuito è _potenzialità limitata_, che non si attua mai perfettamente: quindi doppia imperfezione, di potenza e d'atto. Ora è _potenzialità infinita_, e l'oscuro, il sovrintelligibile, non è altro che il conoscere _non ancora attuato_. Quindi _in tutto_ due indirizzi: cioè, ora eteronomia assoluta dello spirito, ora autonomia assoluta[117].
Gioberti adunque, si dirà, si contradice? Così pare; ma in verità quel che apparisce come una contradizione è solo un concetto poco chiaro del proprio principio. Il principio è: l'Ente come attività _creativa_ e _ricreativa_; questa duplice attività è un'attività una ed indivisibile. Quindi — come conseguenza necessaria — l'autonomia dello spirito; l'intuito (il puro conoscere) come _compenetrazione di sè_, come essenzialmente riflessione; la parola, il sovrannaturale, la rivelazione, come atto della intimità dello spirito; il sovrintelligibile, evanescente; e la palingenesia, come progresso eterno immanente.
Il principio, compreso poco chiaramente, vuol dire invece: _intuito_ (cognizione) _immediato_, e solo dell'oggetto, senza il soggetto, senza la coscienza di sè. Quindi non libertà, non intimità, non autonomia dello spirito.
Ci è ora da maravigliarsi che Gioberti non sia stato bene inteso, se non sempre egli medesimo ha compreso nettamente se stesso? Taluni lo dissero un _oscurantista_, un _retrivo_, un semplice teologo (_l'abbé Gioberti_[118]); altri non videro in lui, che un pensatore senza religione, un panteista, e fors'anche un ateo. Vecchie accuse, fabbricate dagli astuti, e ripetute dagl'ignoranti.
I filosofi vogliono essere studiati non nelle semplici parole e frasi, ma nelle idee. Di frasi ce ne ha molte in Gioberti; ma ci ha anche le idee. E la idea essenziale e fondamentale è appunto il contenuto e il ritmo della formola. Nella formola è tutto il sistema. Il peggior male è, come spesso è accaduto, ridurre le idee a semplici frasi. Se il principio giobertiano non è una semplice frase, vuol dire: autonomia e libertà assoluta dello spirito. Così Gioberti dice enfaticamente nella _Riforma Cattolica_: «La _libertà_ cattolica è somma, perchè è assoluta. Perchè tutta l'_autorità_ ne dipende. La autorità cattolica si fonda tutta quanta nella libertà dell'individuo. L'atto libero concreativo dell'individuo fonda con un _fiat_ la fede e con essa il suo oggetto. È un fichtismo applicato alla rivelazione. L'uomo _a rigore_ crea a se stesso la sua Chiesa, il suo Dio, il suo culto, il suo dogma. E ciò fa in tutti i casi, anche quando si sforza di fare il contrario; perchè è metafisicamente impossibile che un atto di volontà non sia radicalmente autonomo. La _mentalità è autonoma di sua natura_; autonomia creata, che dipende solo dall'atto creativo[119] e copia, imitazione, partecipazione di tal atto.... La moralità stessa è libertà verso Dio: il che Moisè espresse mostrandoci Dio che fa e itera cogli uomini un vero _contratto_ sociale. E la libertà è elezione di Dio; e quasi creazione di Dio, o dirò meglio concreazione di Dio; perchè, Dio creando sè stesso (mentalità assoluta, Trinità), in quanto l'uomo si _accompagna_ all'atto creativo di Dio viene a creare esso Dio. Dunque, l'uomo _in tutto rende a Dio la pariglia: Dio crea l'uomo e l'uomo ricrea Dio_; e in tal senso il fichtismo è vero... Io sono cattolico liberamente: credo al Papa, perchè ci _voglio_ credere; e credendo al Papa, lo giudico, lo inauguro, lo installo; poichè dico liberamente: egli è il Papa. Se non volessi dirlo, tutte le forze del mondo non potrebbonmi costringere. _Io sono libero come Dio stesso quando crea il mondo. La mentalità è un'autonomia e libertà suprema_»[120].
Dirò or più particolarmente del _sovrintelligibile_, per mostrare in Gioberti il puro assoluto conoscere.
B) _Il conoscere assoluto._
Il puro assoluto conoscere è la possibilità assoluta del conoscere: tale è per me la vera teorica del conoscere. Questa teorica deve dimostrare, che senza la potenza assoluta e infinita di conoscere sarebbe impossibile l'atto stesso del conoscere; che questo atto è tale di sua natura, da presupporre infinità di potenza; che niente si conoscerebbe, se la potenza di conoscere non fosse infinita.
Ciò vuol dire che, quanto alla potenza del conoscere, non vi ha _sovrintelligibile_; la potenza del conoscere è in sè tutto il conoscibile. Il conoscere o non è niente o è in sè trasparenza (_specchialità_) assoluta.
In generale, alla domanda: possiamo noi _tutto_ conoscere (la potenza di conoscere è assoluta), ovvero conosciamo noi solo qualcosa (la potenza di conoscere è finita)? — non si può rispondere, se non facendo vedere la relazione necessaria che corre tra l'atto del conoscere e la potenza del conoscere. Che noi conosciamo — conosciamo qualcosa — è un _fatto_; la stessa conoscenza di conoscere solo qualcosa o anche la conoscenza di non conoscer nulla, è una conoscenza; noi conosciamo, che il conoscere — la _realtà cosciente_ — o è una realtà limitata, in quanto conosce solo qualcosa, o è niente, — come realtà cosciente, — in quanto non conosce niente. Il quale ultimo caso è aperta contradizione, perchè, negando, afferma il conoscere; dire, infatti, di non conoscere niente è già conoscere, cioè affermare la realtà cosciente, il conoscere. Adunque, il conoscere (conoscere semplicemente, conoscere di conoscere solo qualcosa, conoscere di non conoscer niente) è possibile, se la potenza del conoscere è finita? ovvero, bisogna che la potenza sia infinita?
Tale è la quistione: il conoscere in sè — la realtà _cosciente_ — vuol dire _infinito_ o _finito_? È possibile che _realtà cosciente_ voglia dire _finito_?
Per risolvere la quistione, si deve dunque rifare e riandare il conoscere dalla sua propria potenza o possibilità. Questo ritorno, che è una critica del conoscere, è in generale la teorica del conoscere. Se la potenza si mostra limitata, il sovrintelligibile è certo; la realtà, la semplice realtà, è più della _realtà cosciente_, perchè vi ha una realtà che non si conosce. Se la potenza è infinita, la realtà è assolutamente conoscibile; e perciò la realtà cosciente è davvero più della semplice realtà. Dire che vi ha un reale che non si conosce, è dire che lo spirito è meno della natura; l'essere e sapere, meno dell'essere e non sapere.
Il risultato della breve storia che abbiamo fatta è questo: la possibilità del conoscere è la potenza assoluta di conoscere: la realtà assolutamente conoscibile, trasparente: cioè la _Ragione_ (idealità oggettiva) _conscia di sè_. Questa storia è in sè il ritorno del conoscere (del fatto del conoscere) alla possibilità del conoscere: è, direi quasi, la teorica del conoscere, come storia delle teoriche del conoscere.
La teorica del conoscere è in sè d'accordo colla storia? Non è qui il luogo di risolvere questa quistione. Io ritorno a Gioberti.
Gioberti dicendo: «Senza l'_intuito originario_ ogni conoscere (ogni atto conoscitivo) è impossibile; l'intuito è la _potenza del conoscere_, e il conoscibile, cioè l'oggetto in sè dell'intuito, è tutto il conoscibile, l'assolutamente conoscibile, l'Idea, l'Ente creante; cioè, la realtà assoluta, non come semplice realtà, ma come _compenetrazione assoluta di se stessa_, come realtà cosciente assoluta, come Spirito assoluto »; dicendo ciò, Gioberti viene a dire: la nostra potenza del conoscere è infinita; è in sè tutta la realtà come compenetrazione di se stessa, come perfetta trasparenza; e se la potenza non fosse infinita, l'atto — qualunque atto — del conoscere non sarebbe possibile.
Ciò vuol dire, che se noi non avessimo la _potenza_ di conoscer tutto, non conosceremmo di fatto niente. In altri termini: senza la conoscenza di Dio, non si conosce niente. Il che significa che solo allora noi possiamo dire di conoscere davvero tutto quel che diciamo di conoscere, quando conosciamo Dio.
Gioberti, dunque, sin dal principio — perfino nella _Introduzione_, — dichiarando l'intuito come la potenzialità del conoscere e l'Idea come il contenuto dell'intuito, — afferma implicitamente la infinità del conoscere: la infinità del conoscere come possibilità, del conoscere. Quando egli scrive più tardi, la prima volta, credo, ne' _Prolegomeni_[121] e poi ripete sempre nelle _Postume_: _l'uomo è l'infinito in potenza, è un Dio incoato_, non si contradice; giacchè questo stesso l'ha già detto, chi ben l'intende, nel capitolo terzo dell'_Introduzione_. La contradizione — se tale si può chiamare una poco chiara coscienza di se stesso, cioè del proprio principio — è già cominciata nella stessa pagina di questo stesso capitolo.
L'intuito, dice Gioberti, è semplice _potenza_ del conoscere; e qui stesso egli comincia a confonderlo coll'_atto_ del conoscere; lo piglia per una conoscenza diretta, immediata. Il contenuto assoluto dell'intuito — cioè tutto il conoscibile, l'assoluto intelligibile, la stessa potenza infinita del conoscere diventa un oggetto immediato dell'intuito stesso, come conoscenza anch'essa immediata. L'intuito, appunto perchè conoscenza immediata, vede il suo oggetto a principio confusamente; come quando, io mi fo alla finestra e guardo così a un tratto una prateria; vedo tutto e non discerno niente. E oltre a ciò esso vede dell'oggetto solo la superficie e il davanti, non già il didentro e il didietro; la superficie la vede confusa, e il didentro non lo vede affatto, cioè solo come oscurità perfetta. Questa è la duplice imperfezione dell'intuito come _cognizione immediata_ dell'Idea. La prima si toglie colla riflessione; la seconda è insuperabile[122].
Ora, se s'intende da capo l'intuito — già preso così per cognizione immediata e qualificato nel modo che abbiamo visto — se s'intende come semplice _potenza del conoscere_, la conseguenza necessaria di tal baratto sarà la _limitazione assoluta_ della potenza come potenza. Quindi il sovrintelligibile come un limite insuperabile, come un campo assolutamente chiuso.
E dove prima la possibilità del conoscere era la potenza infinita del conoscere, e perciò si ammetteva che niente poteva esser chiaro senza l'assoluta chiarezza; ora, all'opposto, la possibilità del conoscere è la finità stessa della potenza conoscitiva, e niente può esser chiaro senza l'assolutamente oscuro, senza il mistero. Prima la chiarezza assoluta era la condizione d'ogni chiarezza; ora l'oscurità assoluta.
Certo il mistero è la condizione del chiaro; è ciò che fa chiaro ogni cosa: ma non già più come mistero, ma come aperto e visto assolutamente.
Così vi ha in Gioberti come due dottrine opposte del conoscere: l'una suppone la infinità come possibilità del conoscere, l'altra la finità.
Il pregio di Gioberti è di aver pensato o al più tentato di fare questa teorica, come si deve fare, cioè esponendo la relazione dell'atto del conoscere colla potenza del conoscere. Ma l'ha semplicemente tentato. O piuttosto l'ha detto, e non l'ha nè meno tentato.
Egli vuol provare il sovrintelligibile come limite insuperabile, cioè la finità della potenza del conoscere; e osserva che non basta allegare in genere, come fanno i razionalisti, la _ragione imperfetta e finita_; ma _verificare_ — al che, ei dice, nessuno si è applicato prima di lui — _psicologicamente la nozione_ stessa di mistero (del sovrintelligibile).
_Verificare psicologicamente_ vuol dire: provare la finità del conoscere e quindi il mistero, col ridurre l'atto del conoscere alla sua possibilità, alla potenza del conoscere.
A che riesce Gioberti in questa verificazione? O a niente, cioè a non verificare quel che vuole (e non può, anche per forza del suo stesso principio), o all'opposto, cioè alla infinità del conoscere.
Egli paragona — nella _Teorica del Sovrannaturale_ — senso ed intelletto, dopo averli separati come due facoltà _sostanzialmente_ ed _essenzialmente_ differenti; e trova che si _limitano reciprocamente_, giacchè nè il sensibile può divenire intelligibile, nè questo quello. Quindi l'idea dell'_incomprensibile_ (relativo); cioè, il sensibile non apprensibile intellettualmente, e viceversa.
Il difetto di questo modo di considerare, fu corretto poi dallo stesso Gioberti. Infatti nelle _Postume_ — e, chi ben vede, nella stessa _Introduzione_ — non parla più di questo _limite reciproco_; il senso, invece, si _risolve_ nell'intelletto, il sensibile diventa intelligibile; il senso è l'intelletto _implicato_, e l'intelletto è lo stesso senso _esplicato_, ecc. ecc. E ciò vuol dire: in quanto intelletto, io so di essere limitato come senso, e supero questo limite; sapere il limite e superarlo, è una cosa medesima.
Nello stesso modo, l'intelletto dovrebbe risolversi nella sovrintelligenza; e anche qui sapere di essere limitato come intelletto e superare il limite, dovrebbe esser lo stesso.
Ma Gioberti non fa così. Pone immediate la sovrintelligenza, senza nessuna relazione colle altre facoltà: cioè come una _facoltà speciale_ (e ciò sta bene contro i rosminiani), ma vuota, senza oggetto:sapere di esser limitato come intelletto, non è qui superare il limite. Quindi non ci è quella _verificazione psicologica_ che avea promessa. Dice solo, che ci ha da essere quella facoltà, perchè ci è il mistero; e ci è il mistero, perchè ci è quella facoltà[123].
Nella _Introduzione_ altro concetto della sovrintelligenza. Noi, dice Gioberti, abbiamo il sentimento di _tutta la potenza_ del conoscere; il sovrintelligibile corrisponde alla potenza _non attuata_. Qui la sovrintelligenza non è in sè facoltà vuota, senza oggetto; il conoscere è infinito; è in sè tutto il conoscibile.
Così l'intelligibile è l'_esplicato_, il sovrintelligibile è l'_implicato_; il quale, esplicato, diventa intelligibile. Questo concetto è un po' vago, e nel fatto annulla la _differenza_ tra intelligibile e sovrintelligibile. E questa differenza ci è; e Gioberti stesso la pone.
Questa dottrina ha, nello stesso Gioberti, una relazione intima con quella delle due vite; la terrena e la beata. La dottrina ha diverso senso secondo il senso della vita beata (la palingenesia). Se per vita beata s'intende un semplice _avvenire_, un tempo dopo il tempo, la infinità consiste nella semplice _esplicazione_ indefinita. Se s'intende anche _coeva_ alla vita presente, la infinità è l'unità originaria che si esplica, di certo, ma si ripiglia e raccoglie sempre nella sua esplicazione. Questa è la vera infinità: quella esplicazione, che è _Sviluppo_[124].
Il primo senso prevale nella _Introduzione_, il secondo nelle _Postume_.
Il Sovrintelligibile (Essenza reale) è la _unità delle determinazioni intelligibili_. Questa unità nella sua assolutezza è la relazione o unità assoluta di tre relazioni o unità assolute: cioè, _pura relazione verso sè, relazione verso l'altro, relazione verso sè mediante l'altro_. Questa Relazione, Mediazione o Processo assoluto è Dio medesimo[125].
Secondo Gioberti, noi non possiamo conoscere questa _Unità_ assoluta. Ma perchè? È ciò vero?
Se non la conosciamo, quel che conosciamo non è Dio, ma la _creatura_; giacchè Dio è appunto la Unità di quelle tre Unità (Logo, Natura, Spirito).
Da quel che ho detto fin qui si vede, che in Gioberti vi ha tre concetti del Sovrintelligibile, e perciò della potenza del conoscere (della essenza dello spirito).
1. Sovrintelligibile = limite insuperabile; finità assoluta dello spirito.
2. Sovrintelligibile = _essenza implicata_, che si esplica di continuo; lo spirito infinito, ma non _actu_ infinito: solo esplicazione infinita, non vero _sviluppo_: solo _essenza e fenomeno, forza e manifestazione_; _Sostanza_, non _Soggetto_. Si annulla la differenza tra intelligibile e sovrintelligibile.
3. Sovrintelligibile = Unità delle determinazioni intelligibili; Unità come Processo o genesi di se stessa: non semplice esplicazione, ma eterno ritorno a se stessa: relazione assoluta verso se stessa.
Negando la cognizione di questa Unità, Gioberti si contradice: nega la vera infinità o unità dello Spirito, ammessa nella potenzialità dell'intuito.
Infatti, cos'è questa _Unità_? Come nè pura unità immobile, nè unità che si esplica semplicemente, ma come _autogenesi_, essa è la stessa attività creativa, presa assolutamente. Unità qui è _Creare_; è lo Spirito: _Ciclo_ assoluto, non _Essere_. Ora l'intuito come intuito del Creare, del vero creare — (esplicazione e ritorno) — è in sè questa unità, la conoscenza di questa unità. In ciò consiste la sua _infinità_ vera, come potenza del conoscere. E tale, — così infinito, cioè conoscenza di tale unità, — deve essere il conoscere, l'atto vero del conoscere, la Scienza.
Adunque, la conoscibilità dell'_essenza reale_, — di questa assoluta autogenesi, — è contenuta sin da principio nella dottrina giobertiana dell'intuito. O questa essenza è conoscibile, e non vi ha punto il sovrintelligibile come un limite insuperabile dello spirito; o l'intuito (dell'atto creativo) è una parola vuota di senso. E tale pare che diventi per la più parte dei giobertiani; i quali parlano con tanta enfasi della _visione ideale_, ne raccontano _mirabilia_, la spacciano come l'unica infallibile ricetta per guarire dal sensismo (_sic_) aristotelico, cartesiano, spinoziano, kantiano, hegeliano e che so io; e poi, interrogati da noi altri poveri ciechi: cosa vedete voi lassù? non sanno rispondere altro che: oscurità perfetta. E in verità quel che essi dicono di vedere, e a cui danno il nome di Ente creante e nell'atto di creare, non è Dio, non è il Sole, ma un pezzo di carta dipinto, cioè loro medesimi, in fondo al cannocchiale.
PARTE SECONDA — IL SISTEMA.
1. Il principio della filosofia di Gioberti è l'Idea; e la scienza è la riproduzione fedele dell'_organismo ideale_.
L'Idea è quel che vi ha d'immutabile, d'eterno, di vero nelle cose. In questo senso ogni filosofia ha per principio o oggetto l'Idea; e perciò è idealismo.
La differenza è in quel che s'intende per Idea. La storia della filosofia mostra che s'intende sempre _diversamente_ in modo che questa storia sia come la posizione de' diversi momenti dell'Idea[126].
L'Idea giobertiana non è l'antica, la platonica, o altro, ma è tutta moderna; non è semplice _oggettività ideale_, ma idealità oggettiva o assoluta. E, come tale, è o la Sostanza assoluta, o la Mentalità assoluta, secondo che l'intuito è preso per una cognizione immediata, o per la semplice potenza del conoscere.
2. E, appunto perchè in Gioberti ci è tutti e due insieme questi modi d'intendere l'idealità oggettiva, il suo sistema ha un doppio contenuto e una doppia forma: un doppio principio, e un doppio metodo.
_a_) Il contenuto è l'Idea come _Sostanza_ e _Causa_, e perciò la forma non ha niente di dialettico. Tutto quel, che si dice _provato_, è già _presupposto_; e la così detta prova (la Scienza) non è altro che la esplicazione formale di ciò che si è ammesso già prima nell'_intuito_. Domandate a Gioberti, e specialmente a' giobertiani: perchè dopo _questa_ determinazione ponete _quest_'altra? Perchè dopo l'Ente dite: l'Esistente? Perchè l'Ente è _questa_ totalità di determinazioni? ecc., ecc. — L'unica risposta è questa: perchè _vedo_ così. Anzi a chi fa istanza, che non basti dire: _io vedo_, ma si debba provare e far vedere anche agli altri — cioè a tutti coloro che pensano — quel che uno dice di vedere lui, si risponde: la prova è impossibile, perchè vuol dire _necessità_; e la necessità è la negazione della _libertà_ dell'Idea. Adunque, il vero sapere è il sapere immediato, arbitrario, senza nesso, o senz'altro nesso che il semplice _prima_ e _dopo_.
Questa strana combinazione di spinozismo e di profetico sentimentalismo, di necessità immediata e di libertà immediata, di necessità senza libertà e di libertà senza necessità, questo destino che è il caso: tale è la prima forma del sistema.
Questa stessa combinazione, — questo nesso delle determinazioni ideali, che è la negazione d'ogni nesso ideale; questa logica, che non è logica, ossia _atto del pensiero_, — è ciò che i giobertiani chiamano _intelligibilità_. Il vero nesso ci è, ma è come se non ci fosse per noi altri _esseri pensanti_: è il _sovrintelligibile_.
_b_) Il contenuto è l'Idea in quanto _atto creativo_: e non già come semplice efficienza o arbitraria posizione d'un altro, ma come _atto_ intimo, libero e assoluto dell'Ente: l'Ente medesimo (lo Spirito) come posizione o produzione assoluta di se stesso. E perciò la forma è processo dialettico: non la semplice narrazione o immaginazione degli elementi sciolti e sconnessi dell'intelligibile, ma la _riproduzione fedele del vivo organismo ideale_: riproduzione, che, come atto del pensiero o della _stessa ragione_, è originale produzione.
Di questi due modi il primo prevale nelle prime opere di Gioberti; il secondo è la tendenza delle _Postume_, ma non è mai un fatto compiuto.
In generale, l'Idea giobertiana manca della sua vera _forma_. Le sue parti o elementi sono disposti, se si vuole, organicamente o dialetticamente; ma quest'organismo è più esterno che interno, più apparente che reale. Il tutto rassomiglia più a un corpo morto di fresco, che a un corpo vivente. Tu vedi ancora in esso le vestigia della vita, ma non la vita. E la vita — l'atto vitale — del gran corpo della filosofia è quella piena _unità del pensiero_, che penetra e insieme abbraccia, e perciò _anima_, tutta la sua propria materia; che non s'interrompe, nè si perde mai, ma nel suo perpetuo discorso si ripiega sempre e concentra in se stessa. Questa unità concreta, che nel primo grado dell'organismo si dice comunemente _anima_, nella filosofia è ciò che si dice _sistema_.
Vi ha nella _Protologia_ un luogo, che, contro la dottrina più volte ripetuta del privilegio dell'intuito sulla riflessione, dice così: «L'intuito apprende l'infinito, ma finitamente. Non è dialettico. La dialettica la crea la riflessione, in quanto si unisce coll'azione creatrice, principio del dialettismo reale. L'atto riflessivo è concreativo, e quindi dialettico. L'intuito _vede_ l'atto creativo, e non vi partecipa»[127]. Il che vuol dire,che non lo _vede_, perchè se lo vedesse, vi parteciperebbe. Ora, quando si considera che per Gioberti _atto creativo, dialettica, organismo ideale, scienza o sistema_ sono una cosa medesima, si può epilogare il difetto della sua maniera di filosofare così: l'intelletto giobertiano è più _intuito_ che _riflessione_, cioè: apprensione dell'Idea in una forma finita, meramente soggettiva, e quindi falsa. La vera oggettività o infinità dell'Idea è il processo dialettico della riflessione.