La filosofia italiana nelle sue relazioni con la filosofia europea
Part 10
2. Come schema dell'animo umano o psiche individuale: _Corpo_ (senso), _Favella_ (immaginazione, fantasia) e _Mente_. «Non essendo altro l'uomo propriamente che _mente, corpo e favella_; e la favella essendo come posta in mezzo alla mente e al corpo; il _certo_ intorno al giusto cominciò ne' _tempi muti_ dal corpo; di poi, ritrovate le favelle, che si dicono articolate, passò alle _certe_ idee, ovvero _formole di parole_; finalmente, essendosi _spiegata_ tutta la nostra _umana_ ragione, andò a terminare nel vero delle idee d'intorno al giusto, determinate con la ragione dalle ultime circostanze de' fatti; che è una _formola informe di ogni forma particolare_; ecc.»[93]. — Al _corpo_ (senso) corrispondono i _tempi muti_, perchè il senso è la percezione del semplice _particolare_, e finchè l'uomo sente solamente e percepisce sensibilmente, non parla; la parola presuppone una certa universalità della rappresentazione. Questo _universale_ è quel che Vico chiama _fantastico_ o _poetico_. Quindi _formola di parole_. Alla mente corrisponde il puro _intelligibile_. — Senso, favella e mente non sono tre essenze o sostanze separate, ma la stessa essenza o sostanza — la _ragione umana_ — in tre forme.
3. Come schema della psiche concreta e vivente, della psiche de' popoli o nazioni. È questo il vero trovato di Vico. Senza questa psiche, specialmente come comunità morale e politica, come Stato, non ci è popolo davvero, e la stessa psiche individuale non è altro che una vuota astrazione. Essa è concreta e organica, perchè è l'unità di tutte le forme della vita popolare: _religione, lingua, terra, nozze, nomi, case, armi_, ecc. È _psiche_, perchè non è nè _caso_ nè _fato_ o pura _necessità_, ma attività _libera_, che realizza se stessa come vero Stato (_vera repubblica_), apparecchiandosi (presupponendosi) nelle forme anteriori imperfette della sua esistenza altrettante _materie_ della sua vera forma. «Nè il caso li divertì, nè il fato gli strascinò (gli uomini) fuori di quest'_ordine naturale_ (del primo stato): nel punto, nel quale esse _repubbliche_ (il vero Stato umano) _doveano nascere_, già si erano innanzi _apparecchiate_ ed erano tutte _preste le materie_ a ricever la forma; e ne uscì il _formato_ delle repubbliche, composto di _mente_ e di _corpo_. Le _materie apparecchiate_ furono _proprie_ religioni, _proprie_ lingue, _proprie_ terre, _proprie_ nozze, _proprii_ nomi _ovvero genti_ o sieno _case_, _proprie_ armi, e quindi _proprii_ imperii, _proprii_ maestrati, e per ultimo _proprie_ leggi; e perchè PROPRII, perciò dell'intutto LIBERI, e perchè dell'intutto liberi, perciò _costitutivi di vere repubbliche_. — In cotal guisa il _diritto natural delle genti_, che ora tra i popoli e le nazioni vien celebrato, sul nascere delle repubbliche nacque _proprio_ delle _civili sovrane Potestà_; talchè popolo o nazione, che non ha _dentro_ una Potestà sovrana civile fornita di tutte le anzidetto _proprietà_, egli propriamente _popolo o nazione non è_; nè può esercitar fuori contro altri popoli o nazioni il diritto natural delle genti; ma, come la _ragione_, così l'_esercizio_, ne avrà _altro_ popolo o nazione _superiore_»[94].
Di questa psiche, che muove e dà vita a tutti gl'individui che compongono una nazione, e che come la _ragione_ e la _personalità_ della nazione medesima si _attua_ e _spiega_ nella comunità politica — gli individui non hanno coscienza che nel corso del tempo, e specialmente come _filosofi_; la coscienza procede insieme coll'attuazione. Essa è la stessa _provvidenza_, considerata per rispetto a un popolo _particolare_, e pur sempre per rispetto al _fine universale_ del _mondo umano_. Così lo spiegamento della _ragione umana_ è lo spiegamento stesso della _ragione eterna_. Di questa ragione e del suo fine, gli uomini a principio non _sanno_ nulla; credono di fare soltanto il lor proprio interesse particolare e immediato e conseguire solo i loro proprii fini, e non fanno che servire di mezzi, come ho già notato, a fini più alti ed eterni. La vita degli uomini, così considerata, sarebbe qualcosa di comico, se questa astuzia della provvidenza non fosse la _umanità_ stessa che si fa strada e si produce mediante l'attività particolare degli individui e de' popoli. L'_umanità_ è appunto questa _eterna catena di cause ed effetti_, che non è nella intenzione immediata del soggetto operante, e nondimeno è contenuta virtualmente nell'azione, e nasce da essa come quel che vi ha in essa di vero e sostanziale. L'azione, come tale virtualità infinita, sorpassa il fine e la stessa esistenza finita dell'operante. Intanto, l'uomo, che opera così, è _libero_, e perchè ha il suo proprio interesse immediato nell'azione, e perchè il grande effetto, che non era il fine proprio di quella, non realizza una natura estranea all'uomo, ma la stessa natura umana. «_Jura a Diis posita_ sono state dette le ordinazioni del _dritto natural delle genti_. Ma, succeduto poi il diritto naturale delle genti _umane_......, sopra il quale i _filosofi_ e i morali teologi si alzarono a intendere il dritto naturale della _ragione eterna tutta spiegata_: tal motto passò acconciamente a significare il diritto naturale delle genti ordinato dal vero Dio»[95] (Dio umano). — «Si rifletta... alla _semplicità_ e _naturalezza_, con che la Provvidenza _ordinò_ queste cose degli uomini, che per _falsi sensi_ gli uomini dicevano con verità che _tutte facessero gli Dei_»[96].
La vita della psiche nazionale ha tre gradi, o, come dice Vico, _tre età_; le quali, in generale, corrispondono al senso, alla rappresentazione e all'intelletto, che si potrebbero chiamare le tre età della psiche individuale. Quindi i _tre costumi_, i _tre diritti naturali_, i _tre governi_, le _tre lingue_, i _tre caratteri_, etc., etc.[97]. L'ultimo grado è sempre il più perfetto: quello, come ho già fatto osservare, della _ragione umana tutta spiegata_. Lo schema di questi tre gradi è il seguente:
L'uomo, la nazione, il genere umano è a principio unito immediatamente alla natura, al mondo esterno e visibile; è dominato e come affascinato da essa. Questo legame e dipendenza è la prima religione; ma religione sotto una forma falsa. La natura è Dio, e ogni cosa naturale è divina. L'uomo non ha ancora coscienza di sè come distinto e opposto alla natura; la natura è tutto, l'uomo è niente; tutto quel che fa l'uomo è opera della natura, e perciò divino. È un falso divino, appunto perchè è tutto naturale, e non umano.
Poi l'uomo comincia a distinguersi dalla natura, senza però romperla con essa. È una distinzione ancora naturale; la natura rimane come fondamento; l'uomo non è ancora davvero uomo. L'uomo si distingue dalla natura; ma questa distinzione è fatta nella natura stessa, e perciò nell'uomo. Prima il naturale era tutto divino; ora vi ha una doppia natura, alta e bassa, divina e bestiale, e perciò una doppia classe di uomini: uomini affatto naturali, bestiali, e uomini mezzo divini, non naturali, ma _figli_ della natura (buona, degli Dei). Il _buono_ non è più un immediato, anzi l'immediato è il _male_: i cattivi sono gli uomini che non si sono ancora distinti dalla natura. Il _buono_, dunque, come qualcosa di derivato e mediato, è un'opera mezzo umana; e i buoni, gli _ottimi_, sono coloro che hanno fatta quella distinzione, senza però troncare ogni legame colla natura: la _nobiltà naturale_. La nobiltà è nella nascita; ma non ogni nascita fa nobile: ci vuole una _certa_ nascita. E ciò vuol dire: non ogni natura è _divina_, ma solo una _certa_ natura. Questo _certo_ è un'opera _umana_: una distinzione fatta dall'uomo stesso, sebbene non in sè, nella sua umanità, ma nel seno stesso della natura. Così la divinità, che prima per l'uomo era solo la natura, comincia ad essere qualcosa d'umano, ma non è ancora davvero _umana_.
Finalmente l'uomo si pone come uomo; il divino è l'_umanità_ stessa dell'uomo. Quindi non più distinzioni o classi naturali; ma tutti gli uomini hanno lo stesso diritto. La nascita non fa differenza. Rimangono le distinzioni; ma sono puramente _spirituali, umane_: opera dell'attività stessa dell'uomo libero.
Questo schema della psiche, che io ho detto _nazionale_, è la stessa psiche _universale_, e comune a tutte le nazioni. E qui si vede la imperfezione del gran concetto di Vico. Infatti, Vico conosce la umanità solo come nazione, e perciò non conosce davvero nè l'umanità concreta, nè la nazione o, meglio, le nazioni concrete. Il suo schema si applica a tutte le nazioni, e perciò è lo schema dell'_umanità_. Ma, giacchè ei non ha uno schema _proprio_ di ciascuna nazione, e in realtà lo schema vero e concreto dell'umanità ha per contenuto gli schemi _proprii_ delle nazioni, così lo schema vichiano della umanità è ancora _astratto_. Vico non vede chiaro che non solo la nazione, ma la stessa umanità ha età diverse, e le ha appunto mediante le nazioni. Le _nazioni_ sono le età dell'umanità. — Se non che in questo stesso errore di Vico ci è qualcosa di vero, che apparisce come una protesta anticipata contro la esagerazione di questo metodo della filosofia della storia. L'esagerazione consiste nel considerare le nazioni troppo _letteralmente_ come età o gradi dello sviluppo della psiche universale. Si dice: «la psiche come psiche ha questi e questi gradi: senso, immaginazione, etc. Dunque questa nazione rappresenta questo grado, quest'altra quest'altro, etc. Il primo grado appartiene solo alla prima nazione, e l'ultimo solo all'ultima o alla comunità vivente delle nazioni». Vico, invece, vede tutti i gradi — tutto lo spirito — in ciascuna nazione. Egli non ammette una nazione solo _senso_, un'altra solo _immaginazione_, ecc; ma riconosce la pienezza de' tempi — i _tempi umani_ — in ogni nazione; di maniera che da una parte lo sviluppo di ciascuna nazione ha come sua finale tendenza il trascendere i limiti della sua nazionalità naturale ed entrare appunto ne' _tempi umani_ (che fanno tanta paura a' nostri bramani); e d'altra parte lo sviluppo dello spirito universale a traverso le nazioni non è solo _correre_, ma _ricorrere_, non è solo _andare_, ma _riandare_. Coloro che parlano con tanta leggerezza del ricorso vichiano, come di un'anticaglia, e si rappresentano il progresso umano come una linea retta indefinita, — senza capo nè coda, — dovrebbero pensare almeno, che l'India ebbe i suoi _tempi umani_ nella nuova _religione_ (in Budda), la Grecia nella nuova _filosofia_ (Socrate), e Roma nel nuovo _diritto_.
Pare, che Vico ammetta questa unità dello spirito — l'unità come _sviluppo_ — solo nel mondo umano, e tra questo e il naturale (tra le due provvidenze) non veda altro che la _differenza_, e così non arrivi al nuovo concetto (alla nuova unità) del Tutto. Infatti, egli dice del mondo naturale: «perchè Dio egli il fece, esso solo ne ha la scienza». Chiosando questo luogo si potrebbe dire: «in Vico non solo è espressa una differenza _essenziale_ tra i due mondi, ma manca quella unità universale, che Bruno e Spinoza _concepirono_, se non altro, come _Sostanza_; anzi, invece della nuova unità spirituale e del nuovo significato della natura come momento dello spirito, Vico afferma la superiorità di quella su questo, appunto perchè la provvidenza naturale è tutta divina e saputa solo da Dio, e la umana è divina e umana insieme, e saputa così dagli uomini come da Dio. In tal modo, la tanto vantata differenza posta da Vico tra' due mondi, non solo non è un passo innanzi, ma è davvero un passo indietro: perchè riduce a niente il gran pregio del Naturalismo, che era appunto la unità, sebbene in una forma falsa, dell'universo corporeo e dello spirituale». Certamente in Vico non è _espresso_ il nuovo concetto come unità del Tutto; ma questa unità è implicita nel suo concetto dello spirito, ed è una conseguenza necessaria di tal concetto; appunto perchè l'unità dello spirito è _sviluppo_, tale deve essere anche l'unità del Tutto. Questa unità è la _Provvidenza_; e se la provvidenza _umana_ è _sviluppo_, non si sa intendere perchè tale non debba essere la provvidenza in sè stessa come unità delle due provvidenze. E già Vico, annunziando la sua nuova _contemplazione_ e mettendola _più su_ dell'antica (della _naturale_), considera la seconda provvidenza (Dio, in quanto _mondo delle menti umane_) come superiore alla prima (Dio, in quanto _ordine delle cose naturali_). E d'altra parte l'uomo è in sè le due provvidenze (la loro unità); e non già nel senso, che all'uomo come essere _naturale_ si aggiunga _esteriormente_ l'uomo come _mente_, ma nel senso, che la _mente_ (la provvidenza _umana_) contenga in sè come _momento_ e sorpassi l'_essere naturale_, e solo così sia quello che è. L'uomo a principio fa il suo proprio _mondo_, e non ne sa niente, o sa tutt'altro di quel che fa davvero; di maniera che anche di questo mondo si può dire quel che Vico dice del mondo naturale: _Dio solo ne ha la scienza_. Poi, l'uomo sa quello che fa; ed ha del suo mondo, come Dio, la sua scienza anche lui, e questa scienza è il vero mondo umano. Si vede, che quella _unità_ che è l'uomo o il mondo umano, — e che pare l'unico scopo della contemplazione di Vico, — in sè o quanto alla sua essenza è quella stessa che è il Tutto, e Dio medesimo come _punto d'unione_ de' due _infiniti attributi_.
Lo schema, dunque, di Vico è non solo lo schema del pensiero astratto e della psiche umana individuale, nazionale e universale, ma anche della totalità del reale e di Dio stesso. Vico rappresenta la prima negazione del parallelismo; la differenza reale de' due attributi; e in luogo della _Sostanza_, lo _Spirito_.
_D_) Tale è l'_unità dello spirito_ di Vico. È un intuito profondo, una divinazione, una profezia, nata dalla seria e intima contemplazione del reale _umano_, della realtà dello spirito. Vico è la realtà umana, il _positivo_ umano, che parla a sè stesso: che s'_intende_. Prima di Vico non l'aveano inteso. Avevano considerato l'uomo come psiche astratta, non concreta. Vico è il primo autore d'una _psicologia de' popoli_. Aveano intesa la realtà umana, la vita dello spirito, naturalmente, non spiritualmente. Vico è una vera cometa tra i _naturalisti_ e i _matematici_ del secolo decimottavo.
Ma Vico è oscuro: oscuro come Bruno, assai più che Bruno. Bruno è la vita della natura che parla a se stessa: entusiasmo, fantasia, furore eroico. A. Vico manca il concetto _espresso_, speculativo, metafisico della _nuova unità_. Gli manca quel che mancava a Bruno. A Bruno mancava Cartesio, — la nuova metafisica, — per avere Spinoza. Oltre a ciò, al naturalismo di quel tempo mancava ancora l'_inspicere_, già richiesto da Telesio. A Vico manca, — oltre la grande esperienza de' proprii prodotti dello spirito, — il nuovo _cogito ergo sum;_ il nuovo pensiero, che non è la posizione immediata, ma la mediazione assoluta, e perciò perfetta trasparenza dell'essere. Vico stesso confessa in certo modo il _punto oscuro_ della _Scienza nuova_, esigendo una nuova metafisica: quella della Mente. L'ha fatta egli? No. Non si contenta di Cartesio, ed ha ragione; il dommatismo cartesiano non può comprendere il processo storico (critico) dello spirito. Ma ha egli compreso, metafisicamente, meglio il pensiero? Ha risposto alla sua stessa esigenza? Coloro che mettono innanzi l'_Antiquissima italorum sapientia_, e vedono in essa la chiave metafisica della _Scienza nuova_, rassomigliano un po' a que' letterati, che vogliono comprendere un dramma di Shakespeare coll'arte poetica di Orazio alla mano.
LEZIONE SETTIMA.
PASQUALE GALLUPPI.
SOMMARIO.
_A_) Vico e Kant — Il problema del conoscere nella filosofia antekantiana — Il problema del conoscere in Kant. — _B_) Kantismo del Galluppi.
_A_) Da Vico a Galluppi, Rosmini e Gioberti corre quasi un secolo. E vi ha di mezzo, oltre i filosofi prima di Kant, Kant e quasi tutti i filosofi tedeschi. Quale è l'anello che congiunge Galluppi, Rosmini e Gioberti a Vico? Ripigliamo il filo della nostra esposizione.
La unità, il vero _punto di unione_, — quello che è insieme _unire_ e _trarre_ il contrario, — era per Bruno la _Causa_.
Ma questo punto era _oscuro_ in Bruno, e si fa chiaro solo in Spinoza mediante Cartesio. Appariva come _coincidenza_, e non già come _contenenza_ o _insidenza_.
Il _pensiero_ cartesiano, che contiene in sè e pone immediatamente l'_essere_, è la chiarezza di Bruno. Questo pensiero è la _Causa_: la unità come _Causa_.
Per Vico il vero punto di unione, — che unisce e trae il contrario, — è _Sviluppo_.
_Sviluppo_ è più che _Causa_. Non è procedere da sè a un altro, da sè a sè come _diminutum_, — e perciò _non procedere_; ma è da sè, per sè, a sè: al vero Sè.
In Vico manca la _chiarezza_ dello _Sviluppo_. Questa _chiarezza_ è il _nuovo_ pensiero, il nuovo _cogito ergo sum_, il nuovo Cartesio, e quindi il nuovo Spinoza. È il _conoscere_ di Kant, l'_Io_ di Fichte, la _Ragione_ di Schelling, lo _Spirito assoluto_ di Hegel: la _sensibilità_ di Galluppi, come percezione immediata del _me_ e del _fuor di me_, la _percezione intellettiva_ di Rosmini, la _formola_ di Gioberti.
Vico esige una _nuova_ metafisica, la _metafisica della mente_. E intanto la sua metafisica è la _vecchia_: quella dell'ente. Questa contradizione, — _nuova_ unità e _vecchia_ metafisica, — è la oscurità di Vico.
Questa _esigenza_ d'una nuova metafisica è la esigenza stessa che fa la filosofia europea nel secolo di Vico. Questa esigenza, fatta dalla filosofia europea, vuol dire: dissoluzione della filosofia che ha il suo principio in Cartesio (e Locke), e necessità di una nuova filosofia.
Questa _nuova esigenza_ è Kant.
Kant è la dissoluzione di tutta la filosofia europea dopo Cartesio, e la nascita della nuova filosofia.
Kant è filosofo _europeo_: risultato del movimento della filosofia europea: risultato _chiaro, evidente, cosciente_: una conseguenza logica, che si mostra conseguenza e realtà _storica_.
In Vico all'opposto questa stessa _esigenza_, nella sua relazione colla filosofia europea del suo tempo, è _oscura_: è una _anticipazione_, come è un'anticipazione il concetto dello _Sviluppo_. Ecco perchè è oscura. Vico concepisce lo _Sviluppo_ ed esige la nuova metafisica, prima che la vecchia filosofia, — quella di Cartesio e Locke, — sia esaurita; prima che la corruzione sia venuta a tal punto che sia generazione; prima di Wolf e Hume.
In questo senso Vico è precursore dell'avvenire: cioè quegli che pone qualcosa che è vero e ha da essere, perchè è il risultato necessario di quel che è attualmente, — il nuovo mondo, contenuto nel vecchio, e di cui, come si dice, il vecchio è gravido; ma lo pone prima che sia venuta la _pienezza_ dei tempi; quasi un parto precoce: un parto _estemporaneo_. Questo parto non è un falso parto. Quel che talvolta si dice parto, è semplice eduzione. Quel che si educe, è già _formato_, è già vivo, è già generato, già partorito. Allora il parto — il venir fuori — è, direi quasi, più una faccenda meccanica, che altro; il concepimento è tutto; questo è il difficile. Questo _concepimento_ è Vico. È la nuova vita — l'infante — posta, intuita, prima che si stacchi da sè dalla vecchia vita, dalla vita della madre.
In questo senso, — quando si considera che Bruno è in sè Spinoza, e Campanella Cartesio, e Telesio Bacone e Locke — quando si considera quel che è Vico, — si può dire che l'ingegno _italiano_ sia ingegno precursore. È stato tale: e questa è la sua eccellenza, e insieme la sua imperfezione.
Adunque la chiarezza della _esigenza_ di Vico è la filosofia del suo tempo e dopo del suo tempo sino a Kant; è tutto il secolo decimottavo. La chiarezza dello _Sviluppo_ è Kant e tutta la filosofia dopo Kant. In generale la _chiarezza_ di Vico è il decimottavo e il decimonono secolo.
È noto come Kant risulta dalle due direzioni del pensiero moderno dopo Cartesio. Cartesio dice: _Pensare è essere_. Questa unità è immediata; e perciò pensare e essere non sono veramente uno. Quindi: il pensare come pensare, come astratto pensare, e il pensare come essere: cioè, il cartesianismo e il lockismo (percezione lockiana). Il primo riesce al formalismo volfiano, alla pura _cosa_; il secondo alla _materia_: due metafisiche. Hume è la _negazione_ del lockismo; Wolf la _pietrificazione_ del cartesianismo (puro intellettualismo). Kant è la _negazione_ vera di tutti e due, e perciò la _nuova unità_: il _nuovo_ Cartesio.
Quella doppia direzione vuol dire: _distinzione_ e _opposizione_ de' due contrarii, posti come immediatamente _uno_ da Cartesio. È la loro divergenza: l'_apparizione_ della loro _differenza_. Ma nella loro divergenza, nella loro _ultima_ divergenza, già manifestano la loro unità, la loro _nuova_ unità: non più quella di prima, la cartesiana.
Nella loro ultima divergenza quelle due direzioni sono il _Conoscere_: il conoscere come _concetto_, come semplice intelletto, e il conoscere come _percezione_ (intuizione), come semplice senso. La loro unità — la nuova unità — è dunque il _conoscere_, o meglio il _puro_ conoscere.
Ho detto: il _puro conoscere_; puro, cioè non empirico, ma trascendentale. Quindi il psicologismo kantiano è in sè trascendentale. In questo concetto è il gran significato del kantismo.
Il conoscere — questa è la scoperta di Kant — è un immediato (un originario), che consta di due immediati (di due originarii; almeno appaiono così), che sono il pensare ed il sentire, il concetto e l'intuizione, l'universale ed il particolare, il così detto _a priori_ e l'_a posteriori_. Nel conoscere, l'immediato non è il solo concetto, come voleva il Cartesianismo, nè la sola intuizione come voleva il Lockismo. Col solo concetto non si _conosce_ nulla (il concetto è _vuoto_) e però è falsa l'idea immediata o innata cartesiana; e d'altra parte, colla semplice intuizione nè meno si conosce nulla (l'intuizione è cieca), e però è falsa la percezione o l'idea lockiana. Adunque il conoscere è un immediato _sui generis_: un immediato che è immediatamente due immediati, una _mediazione_ immediata (originaria); una _unità_, che non risulta dagli elementi di cui consta come l'effetto dalla causa, e perciò non è _posteriore_ ad essi; e che nè meno produce essa i suoi elementi, come la causa produce l'effetto, e perciò non è _anteriore_ ad essi. _Posteriore_: i due elementi, presi per sè, non sono niente senza la loro unità — il conoscere, e perciò non possono produrla. _Anteriore_: il conoscere non è niente senza i due elementi, e perciò non può produrli. Il conoscere, adunque, non può essere nè semplicemente effetto o risultato, nè semplicemente causa o principio. Da una parte, il conoscere non può essere senza i due elementi; dunque, il conoscere è _risultato_. E d'altra parte, gli elementi non possono essere senza il conoscere; dunque, il conoscere è principio. Adunque, il conoscere — non essendo nè semplice risultato nè semplice causa — è insieme _risultato e causa_. Ma di che? Di _se stesso_. Esso è il risultato dei suoi elementi; e gli elementi sono l'effetto del conoscere. Adunque, il conoscere è l'effetto del suo effetto, cioè la causa di se stesso: _causa sui_[98].
Eccoci, come pare, ritornati a Cartesio e Spinoza. E pure non è vero, Cartesio dice: _Pensare è essere_. Qui l'essere è contenuto nel pensare, è l'_effetto_ del pensare; non è tutto il pensare, tutta la realtà del pensare, l'adequatezza del pensare, ma meno di quel che è il pensare; è, insomma, il pensare come _ens diminutum_. È un semplice _giudizio_, un giudizio immediato. — Il pensiero è, dunque, qui causa di un altro, più che di se stesso, cioè di se stesso come altro, e non come se stesso. Kant, al contrario, vuol dire: _Pensare_ (conoscere) _è essere_ (senso, intuizione); _essere è pensare_ (concetto); adunque, _pensare è pensare_.
Pensare è essere Essere è pensare Pensare è pensare.
_Conoscere è conoscere._ Qui non abbiamo più un giudizio, ma un sillogismo.